giovedì 29 ottobre 2026

29 Ottobre 1972: Juventus - Milan

È il 29 ottobre 1972 e Juventus e Milan si sfidano in questa partita valida per la quarta giornata del girone di andata del Campionato di Calcio di Serie A 1972-73. Il tutto si svolge allo Stadio 'Comunale' di Torino.

La Juve allenata in panchina da Cestmir Vycpalek vince il suo quindicesimo Scudetto anche se a una giornata dal termine sembrerebbe che il Milan si possa fregiare della tanto osannata Stella del decimo tricolore. Ma una sconfitta inattesa a Verona ribalta tutto in quella che è tutt'oggi famosa come la 'Fatal Verona'.

In Coppa Italia invece i rossoneri si prendono una sana rivincita conquistando così la loro terza coppa nazionale.

Buona Visione!



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Stagione 1972-1973 - Campionato di Serie A - 4ª andata
Torino - Stadio Comunale
domenica 29 ottobre 1972 ore 14:30 
JUVENTUS-MILAN 2-2
MARCATORI: Bigon 32, Salvadore 70, Causio 75, Rivera 76

JUVENTUS: Zoff, Spinosi, Marchetti G., Furino, Morini, Salvadore, Altafini (Causio 46), Cuccureddu, Anastasi, Capello F., Bettega R
Allenatore: Cestmir Vycpalek

MILAN: Belli, Anquilletti, Sabadini, Dolci, Schnellinger, Rosato, Biasiolo, Benetti, Bigon, Rivera, Chiarugi (Golin 51)
Allenatore: Nereo Rocco

ARBITRO: Pieroni



Tra Altafini e Causio staffetta - prevista 
Boniperti e Allodi: "Un buon pareggio" - 
La mossa tattica di Vycpalek - 
Nel derby ci sarà anche Haller  
« Tutto sommato il pareggio è buono », 
Dicono Boniperti e Allodi dopo l'incontro con il Milan. Riconoscono che il risultato è giusto, ma rimpiangono la vittoria fallita di un soffio. 
« Non appena passati in vantaggio con Causio — aggiunge il presidente — Rivera ci ha infilati. Bastava che riuscissimo ad entrare in possesso del pallone ed avremmo potuto "addormentare" la partita. Contro il Milan. Squadra ricca di classe e di esperienza, c'è sempre da soffrire. Però la Juventus ha reagito molto bene malgrado avesse nelle gambe, come d'altra parte i rossoneri, il mercoledì di Coppa ». 
Interviene Allodi per fare una considerazione di carattere generale sul momento del calcio italiano. 
« Le continue interruzioni che il campionato subisce per la Nazionale — dice il general manager — gli incontri di Coppa e i giocatori che prestano servizio militare — impediscono di effettuare una preparazione adeguata ed omogenea. Solo tra un mese si vedrà il vero volto delle varie squadre ». 
Anche Vycpalek riconosce che il Milan ha fatto soffrire la Juventus e, dinnanzi ai microfoni della Rai, si complimenta con Rocco. Poi dice di essere soddisfatto del pareggio. Commentando la «staffetta» tra Altafini e Causio, il trainer spiega: 
« Era una mossa programmata da qualche giorno, qualunque fosse l'esito del primo tempo. Non è stata attuata perché Altafini non ha girato. José ha fatto la sua parte. Noi avevamo in Causio l'asso nella manica e l'abbiamo sfruttato. Causio era fresco, aveva una marcia in più ed ha dato una notevole spinta. Oltre a questo, c'è stato il cambio della marcatura su Rivera che ho operato nella ripresa affidando il "capitano" milanista a Marchetti. In questo modo Furino si è spinto in avanti, ha suonato la carica, effettuando quegli inserimenti che ci erano mancati nel primo tempo. Bravo il Milan, peccato però che il gol di Rivera sia arrivato pochi secondi dopo quello di Causio. Se trascorrevano un paio di minuti, il Milan non avrebbe più segnato.
Vycpalek annuncia che nelle prossime tre partite ci saranno altri avvicendamenti nella formazione. Domenica nel derby con il Torino dovrebbe rientrare Haller. Tra i giocatori il più arrabbiato per il pareggio è Salvadore 
"Non meritavamo di vincere, ma ormai avevamo il risultato in pugno — brontola Sandro —. Come si fa a lasciar segnare un gol di testa a Rivera che non è certo uno specialista? ». 
Il « vecchio Billy ». Com'era già successo l'anno scorso con il Milan, ha realizzato il gol — complice una deviazione di Rivera — che ha consentito alla Juventus di rimontare il punto di Bigon. Parlando della sua rete, la sedicesima in Serie A. Salvadore dice che la deviazione di Rivera non è stata determinante: 
« Ormai la palla viaggiava verso la porta. Lui ha tentato di far scudo con il corpo, ma l'ha appena sfiorata. ». 
Salvadore si congeda: va a ritirare una medaglia d'oro fertagli dal Juventus Club Peseta. Anastasi, allo scadere del primo tempo, ha segnato un gol che l'arbitro, su sbandieramento del guardalinee, ha annullato. Pietruzzu non protesta. Anche lui si limita a dire che sul 2-1 era ormai fatta, ma ammette che il pareggio è equo: 
« La tradizione favorevole al Milan continua. Comunque, quella rossonera è una bella squadra. ». 
Bettega sostiene che nel primo tempo la mossa di Biasiolo 
« finta ala ha un po' scombussolato la Juventus e il Milan giocava con più ordine. Poi siamo cresciuti di tono essendo costretti a rimontare." 
Qualcuno fa notare a Bettega che è troppo altruista e che dovrebbe concludere di più. Risponde: 
« Io cerco sempre di capire se devo tirare o passare il pallone. Ritengo di aver fatto quanto era più opportuno. ». 
Parlando del Milan, dice che è una grossa squadra, ma che la Juventus può fare molto di più di quanto si è visto ieri e che le sue speranze di scudetto sono intatte. Arriva Furino. Il suo duello con Rivera si è limitato al primo tempo, poi su Rivera è passato. Ma Furino dice: 
« Dovevo preoccuparmi di Rivera ed ero frenato. Tutta la squadra era frenata: qualcuno non si sganciava in avanti come avrebbe dovuto. È stato bravissimo Vycpalek a cambiare la marcatura su Rivera. Una soluzione indovinata. Ho potuto spingermi più avanti e le cose sono migliorate. Tutto sommato non possiamo lamentarci ». 
Rivera ha segnato il gol del pareggio approfittando del fatto che Marchetti era abbagliato dal sole, 
"Ho visto Bigon crossare, poi più nulla — dice Marchetti. Peccato: avevamo la vittoria a portata di mano. Il Milan è forte, ma noi possiamo tenergli testa. Il campionato è tutto da decidere. Della mia prestazione sono abbastanza soddisfatto. Non posso essere nelle migliori condizioni. La mia stagione è praticamente cominciata ora ». 
Morini spiega che 
"Bigon è stato molto fortunato nell'azione del primo gol. Zoff c'è rimasto un po' male per le due reti incassate: lì Bigon aveva due uomini addosso, io non ho ritenuto d'intervenire. Il milanista è stato più svelto di tutti. Sul secondo il cross di Bigon era teso. A Rivera è andata bene ». 
Spinosi ammette di essersi trovato in difficoltà con Chiarugi: 
« La mia non è stata una prestazione eccellente. Non sempre si può rendere al massimo. Inoltre il Milan giocava di rimessa e le punte avevano molto spazio a disposizione. Il risultato è giusto anche se abbiamo sfiorato il successo." 
Cuccureddu attribuisce anche al caldo certi sbandamenti della squadra nel primo tempo:
« Potevamo compromettere il risultato. Non si riusciva a trovare la posizione giusta. Altafini, però, si è mosso. Nella ripresa, invece, potevamo vincere. Credo di aver fatto la mia parte ».
Infine Capello. Il « regista », come i suoi compagni, si rammarica per la vittoria sfuggita, ma riconosce che nel primo tempo il Milan aveva meritato di passare in vantaggio.  
Bruno Bernardi




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mercoledì 28 ottobre 2026

28 Ottobre 1990: Juventus - Inter

Attraverso il canale Youtube ufficiale della Juventus vi facciamo assaggiare un'altra chicca storica di questa giornata. È il 28 ottobre 1990 e Juventus e Inter si sfidano nella settima giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1990-91 allo Stadio 'Delle Alpi' di Torino.

La Juventus tenta di riappropriarsi dello scettro di squadra 'più forte della penisola' affidando la guida tecnica a un allenatore del famigerato 'calcio champagne', Luigi Maifredi. Dopo un inizio di campionato incoraggiante, i bianconeri naufragano tra la carenza di gol presi ed addirittura a fine campionato si trovano fuori dalle Coppe Europee dopo 27 anni. Dall'altra parte i nerazzurri disputano un buon campionato e finiscono sul terzo gradino del podio.

Buona Visione!

 


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Stagione 1990-1991 - Campionato di Serie A - 7ª giornata
Torino - Stadio Delle Alpi
Domenica 28 ottobre 1990 ore 14.30
JUVENTUS-INTER 4-2
MARCATORI: Baggio R. rigore 2, Casiraghi 15, Matthaeus 34, Schillaci 57, De Agostini 64, Klinsmann 80

JUVENTUS: Tacconi, Luppi (Alessio 83), Bonetti D., Fortunato D. (Corini 37), Julio Cesar, De Agostini, Haessler, Marocchi, Casiraghi, Baggio R., Schillaci
Allenatore: Luigi Maifredi

INTER: Zenga, Bergomi (Paganin A. 14), Brehme, Baresi G., Ferri R., Battistini S., Bianchi A., Stringara, Klinsmann, Matthaeus, Serena A.
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Pezzella



L'Inter s'inchina a Casiraghi, Baggio e Schillaci 
State attenti a quei tre! 

La vittoria della Juve sui nerazzurri non deve creare pericolose illusioni, ma va considerata come un grosso e confortante segno di progresso collettivo. E il gioco entusiasma i tifosi. Haessler si sta rivelando una pedina molto importante nell'economia del gioco praticato dalla Juventus 

Attenti a quei tre. Quando Baggio, Casiraghi e Schillaci inventano, la Juve vola e soprattutto riesce a mostrare il suo volto migliore, quello che Maifredi sta cercando di modellare secondo i canoni del suo credo calcistico. La larga vittoria sull'Inter non deve illudere nessuno, ma non può non essere considerata come un confortante segno dei progressi della squadra bianconera, che ieri a sprazzi ha dato spettacolo disponendosi sul campo in maniera perfetta. Corta e grintosa, la Juve ha archiviato la pratica-Inter con una velocità degna di Speedy Gonzales. 

Dopo un quarto d'ora era già in vantaggio di due gol e da quel momento ha giocato sul velluto, cioè nelle condizioni ideali per cercare scambi ed intesa proprio come piace a Maifredi. Ma se il terzetto di cui sopra è stato il finalizzatore della manovra juventina, non si può dimenticare che i bianconeri sono giunti ad una vittoria di così larghe proporzioni grazie a una grande prova collettiva. Ieri tutto ha funzionato alla perfezione come capita di rado, non si sono ripetuti i grossolani errori in cui la Juve era caduta nelle precedenti partite. Soltanto quando la squadra ha perso la sua compatezza e si è allungata, l'Inter si è resa pericolosa potendo sfruttare spazi maggiori. 

Per il resto la squadra di Trapattoni è rimasta intrappolata nella ragnatela bianconera, senza mai riuscire a impensierire Tacconi, autore comunque di interventi compiuti in assoluta sicurezza. All'Inter così sono rimaste le briciole. Baresi è diventato matto nel tentativo di frenare la verve di Baggio; Ferri ha ingaggiato con Casiraghi un duello a colpi spiccati. Certo, gli manca il lancio di quaranta metri (che non aveva comunque neppure Barros) e secondo noi è solo una questione di inserimento. Appena Haessler si sarà sbloccato (magari con un gol, ma non ne ha mai fatto una questione e, ripetiamo, per lui non è necessario farli) mentalmente riuscirà anche a tracciare il campo con aperture smarcanti. Insomma, Maifredi può dormire sonni tranquilli. E possiamo dire che aveva anche ragione. Non era Julio Cesar il problema, non lo era Haessler. 

Tra l'altro, se questi giocatori danno di gomiti, riuscendo soltanto in parte ad arginare la grande potenza del centravanti juventino. Serena e Klinsmann non hanno avuto scampo, presi in mezzo tra Bonetti e Julio Cesar. Il brasiliano, in particolare, ha disputato ancora una partita di buon livello, a conferma che per lui si trattava prima di tutto di ambientarsi in un contesto calcistico del tutto nuovo. Ma a mettere nei guai l'Inter, oltre ad un Baggio a tratti incontenibile, con giocate di grande classe, è stato soprattutto Haessler, che ha saputo sottrarsi abilmente ad ogni tipo di marcatura con grande astuzia, ma soprattutto con un movimento incessante. 

Haessler è uno di quei giocatori che giocano decine di palloni e che coprono enormi spazi, pronti a dare una mano al compagno in difficoltà ed incuranti di sprecare tesori di energie. La vittoria di ieri avrà quindi un peso determinante nella crescita della Juventus. I giocatori avevano bisogno di un risultato di prestigio che servisse da stimolo, che desse alla Juve la sicurezza dei propri mezzi. Com'è vero che l'Inter non potrà essere sempre la squadra spenta e poco convinta vista ieri, è altrettanto vero che Schillaci e compagni troveranno altre giornate opache com'è nella logica delle cose. Ma la sensazione è che la Juve abbia imboccato la strada giusta, che l'approccio al gioco dei mesi scorsi sia ormai superato in maniera confortante. Al resto penseranno i suoi fuoriclasse, i giocatori che possono fare in ogni momento la differenza. E visto che Schillaci si è sbloccato, ora Maifredi potrà contare in pieno sui suoi «cecchini». 

Fabio Vergnano 
tratto da: La Stampa 29 ottobre 1990




Juventus: I gol. 58": Schillaci è atterrato in area da Ferri. Il rigore è una carezza vincente di Baggio. 14': cross di Hässler e decisivo stacco di testa di Casiraghi. 57: Baggio colpisce il palo, la palla termina sui piedi di Schillaci che festeggia il primo gol in campionato. 64: Baggio, ancora grande, crea le premesse perché il sinistro di De Agostini superi per la quarta volta Zenga.

Cosa funzione. Quasi tutto. Finalmente, la zona di Maifredi, l'allineamento dei difensori per scoraggiare le altrui offensive con l'espediente del fuorigioco, l'accorciamento intelligente della squadra e un pressing che stordisce finiscono per paralizzare l'avversario.

Cosa non funziona? La difesa corre ancora qualche rischio e subisce due gol, ma è naturale, per un complesso che spende tanto e che si sbilancia in avanti.


Inter: I gol. 33: Intervento scorretto di Bonetti su Serena. Dalla lunga distanza Matthäus infila Tacconi (era coperto?) con un bel «piazzato». 80: Assist di Matthäus e gran destro nel «sette» di Klinsmann.

Cosa funzione. La capacità di reagire alla superiorità dell'avversario e allo svantaggio. È la ricerca di un uomo smarcato con buon palleggio.

Cosa non funziona? La difesa bunker è diventata una gruviera. Il collettivo si perde in fraseggi senza cercare la profondità (merito anche della zona bianconera). È insufficiente la concretezza di Klinsmann e Serena, un tandem che ha difficoltà di convivenza.

Cosa c'è da fare? Riscoprire la forma di Ferri e Bergomi, pilastri fondamentali della difesa, e recuperare Berti. Senza un uomo a percussione come lui, l'Inter non è abbastanza incisiva.




IL TECNICO DALLA POLVERE ALL'ALTARRE
MAI DIRE MAIFREDI

Gran calcio alle Alpi, estrema tensione del pubblico, rapito dai capitoli di Juve-Inter come se fosse costretto a leggere pagine di un capolavoro di letteratura ricco di suspense. Per confezionare uno spettacolo calcistico sontuoso sotto l'aspetto tecnico, tattico ed emotivo, occorre la partecipazione di entrambe le squadre. E, sembra un paradosso, anche l'organico di Trapattoni (che conclude il match travolto e deluso) contribuisce all'allestimento di uno spettacolo di rara bellezza.

La Juventus sembra finalmente prestare attenzione alle semiserie profezie di Gigi Maifredi, il quale chiedeva soltanto un arco di tempo ragionevole per presentare il vero volto della squadra da lui preparata in questi primi mesi operativi. Contro l'Inter, la Juve conferma il 4-0 inflitto in Coppa all'Austria Vienna ed esce dal tunnel dentro cui, fino a una settimana fa, si confondevano anarchia, confusione di idee, discontinuità, cospicui rischi in difesa. I quattro gol regalati al pubblico di fede bianconera hanno avuto l'efficacia di altrettanti colpi di spugna.

Soprattutto nei primi 30 minuti la Juventus esibisce una «zona» attenta e pressante, con allineamento dei difensori proiettati in avanti ogni qualvolta Battistini o Matthaus, Bianchi o Brehme, concepiscono un'idea offensiva verticale per Klinsmann e Serena. E come vedere una macchia compatta di bianco e nero spostarsi, avanti e indietro, con sincronismo stupefacente. L'Inter non resta stordita. Ma il pressing della squadra juventina non può durare in eterno, anche perché l'Inter, nonostante la defezione forzata di Berti e l'uscita prematura di Bergomi, è truppa di gagliardi e vigorosi uomini mai rassegnati al punteggio e al destino.

E alla flessione bianconera negli ultimi 15 minuti del primo parziale, corrisponde una serie di iniziative pericolose dei nerazzurri, che però sbagliano con Klinsmann l'opportunità per pareggiare i conti. A quel punto, il match sembra un tessuto allentato, come sfilacciato, e le sollecitazioni individuali prevalgono sui toni corali; su tutti emerge il talento inarrivabile di Baggio (che il Signore lo conservi a lungo all'Italia di Vicini). Julio Cesar è sempre all'altezza della situazione, Hassler corre come se calzasse gli stivali delle sette leghe ed è utile ovunque si proietti. Casiraghi dimentica i colpi ricevuti da Ferri e sfoggia ripetute prodezze (vedi il gol) e un coraggio da leone. Corini è più vitale di Fortunato; Schillaci è in ripresa. Ma è il collettivo a funzionare, e Maifredi ne va logicamente fiero. Ora è importante continuare.

L'Inter dà un buon apporto all'aspetto scenico della partita, però vive giorni di crisi, vuoi per le incertezze di un reparto arretrato diventato vulnerabilissimo (il solo Brehme esce dalla palude grigia), vuoi per la forma carente di Bergomi, Ferri, Serena e Battistini. E, infine, perché un elemento prezioso come Berti non è sostituibile dal modesto Stringara. Che l'Inter sia farcita di elementi di razza lo dimostrano la reazione e l'irriducibilità ammirate quando si trovava sotto di due e anche di tre gol. Ma le spinte emotive non sempre bastano quando le idee sono confuse, quando più di un uomo è lontanissimo dal top della condizione e quando i leader di un tempo non hanno più voce per farsi sentire dai gregari. 

Angelo Caroli
brani tratti dal Guerin Sportivo anno 1990 n.44




 



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martedì 27 ottobre 2026

27 Ottobre 1985: Udinese - Juventus

Il 27 ottobre 1985 Udinese e Juventus si sfidano nell'ottava giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1985-86 allo Stadio Friuli  di Udine.

La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccoli di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven-Göran Eriksson vincendo 'in volata' lo Scudetto. I Giallorossi saranno protagonisti tanto di una rimonta inaspettata quanto di una rovinosa caduta nella penultima gara di campionato in casa contro la già retrocessa Lecce.

Dall'altra parte c'è la squadra friulana che dopo un campionato tra alti e bassi riesce nel suo intento di evitare la retrocessione in Serie B.

Buona Visione! 



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Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 8ª andata
Udine - Stadio Friuli
domenica 27 ottobre 1985 ore 14:30 
UDINESE-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Serena A. 20, Favero 50, Cabrini autorete 82

UDINESE: Brini, Galparoli, Baroni, Storgato, Edinho, De Agostini, Chierico, Colombo (Dal Fiume 46), Carnevale, Miano, Criscimanni (Zanone 73)
A disposizione: Abate, Susic, Pasa
Allenatore: Luis Vinicio

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini (Pioli 90), Bonini, Brio, (c) Scirea, Mauro, Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup
A disposizione: Bodini, Caricola, Pin, Pacione
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Casarin
AMMONIZIONI: Mauro, Manfredonia (Juventus); Edinho, Storgato (Udinese)





Una saggia Juventus non ha problemi al «Friuli» dopo il bel gol del centravanti
Serena mette in crisi l'Udinese
Favero raddoppia, poi autogol di Cabrini (il primo della carriera) 
Il finale è tutto degli uomini di Vinicio, ma il risultato non cambia più 
In bella evidenza Platini, opaco Laudrup dopo lo splendido avvio di stagione

UDINE - La Signora Omicidi ha colpito ancora, per l'ottava volta, spietata, inesorabile. L'Udinese, vittima di turno, non ha avuto scampo: ci ha messo l'anima per fermare la Juventus-record, ma s'è trovata sotto di due gol (Serena e Favero) e solo l'autorete di Cabrini, la prima della carriera, con un perfetto colpo di testa all'incrocio dei pali, la copia esatta di quello di Serena, ha messo un po' di suspense sul risultato rendendo drammatici gli ultimi otto minuti durante i quali i friulani hanno sfiorato il pareggio.

Sulla legittimità del successo, comunque, non ci sono ombre. È stata una vittoria scientifica di uno squadrone che ha rimesso i panni della provinciale ma ha sapientemente amministrato gioco ed energie, tenendo conto della fatica di Verona. Con umiltà ha chiuso i varchi, manovrando di rimessa com'è ormai consuetudine, specie in trasferta, in questo scorcio di campionato che la vede mattatrice assoluta, con 16 punti, 16 gol all'attivo e 3 al passivo. Una media-scudetto che ha creato il vuoto alle sue spalle dove l'Inter è l'unica, a 4 che abbozza una qualche resistenza.

Ieri Platini ha ripetuto Verona come atteggiamento tattico, ma con maggior disponibilità a mettere il suo genio al servizio della squadra. Non sempre ha trovato collaborazione da parte di Laudrup, che, dopo le prodezze d'avvio di stagione, sta concedendosi una pausa, ha smarrito un po' di smalto e lucidità e non riesce a sfruttare al meglio il dribbling, lo scatto e, in progressione, il cambio di marcia che sono le sue prerogative. Anche Mauro, che ha fornito il magnifico cross del gol di Serena, appare talvolta macchinoso, non sempre preciso nel passaggio. Quando Laudrup e Mauro saranno al top, il contropiede della Juventus diventerà ancora più micidiale.

Per il resto, il centrocampo ha fatto filtro grazie all'opera di Manfredonia, Bonini (che ha stretto i denti per la solita spalla dolorante) e Platini. La difesa, in cui Brio ha prevalso nettamente su Carnevale andando anche a colpire una traversa sul 2-0, ha fatto in pieno il proprio dovere e solo sulle punizioni di Edinho e nel farraginoso finale su conclusione di Miano e dello stesso brasiliano, Tacconi ha confermato di attraversare un periodo di gran forma.

Positivi Cabrini (malgrado l'autore) e Scirea. Ma il migliore in campo è stato Favero, che oltre a stroncare di piedi e di testa i tentativi dei friulani, ha firmato con un'azione capolavoro la sua prima rete in Serie A.

E così l'Udinese ha perso l'imbattibilità interna che durava da circa sei mesi, da quando cioè la Roma aveva fatto l'en plein al Friuli. Non è bastato lo stoicismo di Edinho che, malgrado i postumi della distorsione al ginocchio destro, s'è battuto come un leone, cercando con tutte le energie il pareggio sia sul calcio da fermo che nelle mischie. Il pubblico ha anche contestato Casarin gridandogli

"Venduto, venduto!"

Ma l'arbitro, pur non in giornata di gran vena, ha visto giusto negli episodi in cui la squadra di Vinicio ha reclamato il rigore per una caduta di Edinho tra Manfredonia e Scirea (65') e per un contrasto tra Cabrini e Carnevale (85').

Piuttosto l'Udinese e Baroni devono recitare il mea culpa per i gol di Serena che hanno sbloccato la partita, indirizzandola sul binario voluto dalla Juventus, al 20'. Su bel cross di Mauro, Baroni non è saltato per contrastare Serena che, con un'incornata degna di John Charles, ha infilato l'incrocio dei pali sulla sinistra dell'impietrito e incolpevole Brini. Da quel momento la Juventus ha giocato sul velluto.

In apertura di ripresa, Vinicio tentava la carta Dal Flume, all'esordio in campionato e nell'Udinese, al posto di Colombo che aveva trovato in Cabrini un baluardo insuperabile. Dopo un pallonetto di Miano bloccato da Tacconi, la Juventus piazzava la seconda mazzata (50). Favero vinceva un tackle con Chierico a metà campo, scattava sulla destra, scambiava con Serena, entrava in area vanamente inseguito da Baroni e di piatto insaccava a fil di palo, con la complicità di Brini rimasto colpevolmente fermo. Magnifica discesa, perfetta l'esecuzione.

Sul 2-0 la partita si scaldava e Casarin ammoniva Galparoli, Mauro, Sorgato, Edinho e Manfredonia. La Juventus legittimava il risultato giungendo agli angoli di Brio che, su punizione di Platini, di testa incocciava prima le mani di Brini e poi la traversa (57'). L'Udinese si lanciava a testa bassa. Tacconi deviava in corner una pericolosa punizione di Edinho (61'). Un'altra del brasiliano lambiva il palo (67) e un suo maligno destro trovava il portiere plazzato. Entrava Zanone per Criscimanni (74). È all'82 quello che non ti aspetti. Su traversone di Chierico, Cabrini, per paura di colpire il pallone nella regione della ferita rimediata a Verona, con la tempia, insaccava imparabilmente.

La possibilità di raddrizzare una partita ormai persa moltiplicava le forze e il morale dell'Udinese, ma Tacconi negava a Miano il pareggio (87) e un colpo di testa di Edinho finiva di un soffio fuori. Con un'occasione per Serena si chiudeva, tra i fischi (di rabbia) del pubblico, una gara vibrante segnata da un'altra storica impresa dei campioni d'Europa.

Bruno Bernardi
tratto da: La Stampa 28 ottobre 1985




IL SIGNOROTTO

LA JUVENTUS galoppa solitaria nei verdi pascoli dei primati. Si illude chi cerca di buttare nei suoi magici sincronismi la polvere di fastidiose e gratuite polemiche. Dipinta come banda di cinici picchiatori dopo la notte di Coppa a Verona, Madama corre a espugnare Lidine in morbida souplesse. Mi incanta questa sua straordinaria capacità di mutar pelle: ora ferrigna macchina da guerra, ora fantasiosa creatrice di gioco. Risibilmente si accusa Trapattoni di eccessi difensivistici: il Trap getta in faccia ai critici superficiali i sedici gol realizzati in queste prime otto domeniche trionfali. Se ripartiamo in minuti il campionato bianconero, otteniamo questa eloquente espressione aritmetica: un gol realizzato ogni quarantacinque minuti, un gol subito ogni 240. Cioè, in media occorrono quasi tre partite per fare gol alla Juve. Ma si può andare oltre: dei soli tre oltraggi ricevuti, ben due la Juve se li è procurata con le sue stesse mani. Autorete di Scirea nel derby torinese, autorete di Cabrini a Udine. L'unico attaccante avversario riuscito a perforare la difesa juventina, fin qui, è stato il pisano Kieft. Eppure, questa impermeabilità difensiva non è andata a scapito della capacità di offendere: il rapporto gol fatti-gol subiti è di 5,3 per la Juve, contro il 2,2 del Napoli (11-5) e il 2 esatto dell'Inter (14-7) e del Milan (8-4). L'abisso che la Signora ha scavato in classifica alle proprie spalle trova, in sostanza, il puntuale riscontro delle cifre. E a questo punto, quando il campionato si avvicina ormai al suo primo terzo di svolgimento, diventa fuori luogo fare riferimento unicamente a un calendario favorevole per spiegare l'irresistibile volo di Madama.

LEGGENDA. Non vorrei che l'orgia di numeri inaridisse il nitore di un'impresa che resuscita tempi lontani, quando gli exploit del genere erano più facilmente consentiti da una concorrenza non agguerrita come ai giorni nostri. Otto vittorie iniziali consecutive alla Juve erano già riuscite nel campionato 1930-31, anche se per gli statistici il parallelo non regge perché quel campionato si giocava a diciotto squadre, non a sedici come l'attuale (ma fa autentica differenza il rilievo, quando ci si riferisce a una serie iniziale?). Era la Juventus di Combi, Rosetta, Calligaris; la Juventus baciata dall'estro di Cesarini e Mumo Orsi; la Juventus che andava ad avviare la favolosa serie dei cinque scudetti. La Juventus è entrata nella leggenda, poi puntellata da una continuità nel tempo che non trova oggettivi riscontri in Italia né, credo, nel mondo. Quella Juventus aveva segnato di più, ventidue gol, alla media di quasi tre a partita; ma aveva anche incassato di più, sei gol. E il suo rapporto gol fatti/gol subiti era peggiore: 3,6. Curiosità puramente statistiche, come quella che senza secondi fini (tantomeno jetta-tori) vado di seguito a rilevare. La Juventus 30-31 concluse la sua fantastica sequenza di vittorie, perdendo alla nona giornata. Proprio contro il Napoli, sul cui campo la Juve nipotina di oggi andrà appunto a giocare domenica; so che Trapattoni non è superstizioso, ma è ugualmente autorizzato alle toccatine di rito.

REALTÀ. Esco dalle suggestioni dei numeri e dei ricordi. Ma prima è giusto rilevare come tutte le Juve-record, quella del 30 e quella del 76 - cui apparteneva sino a domenica scorsa il primato delle sette vittorie iniziali nel campionato a sedici squadre -abbiano poi dato vita a un ciclo di scudetti. Può farlo anche questa, nei limiti del calcio moderno che non consente leadership a lungo metraggio, ben altrimenti intenso, risultando il logorio della concorrenza interna e dell'attività internazionale. Può farlo perché la squadra è stata saggiamente costruita, secondo solidi compromessi tecnici. La difesa, immutata rispetto allo scorso torneo, si è fatta, da ballerina che era (33 gol subiti nel campionato 84-85), pressoché impenetrabile. Questa è stata una grossa intuizione da parte di Boniperti e Trapattoni. La via apparentemente più facile era quella di cambiare il reparto, oltretutto già piuttosto maturo nella cerniera centrale: 32 anni Scirea, 29 anni Brio. Nella stanza dei bottoni bianconera si è invece arrivati ad un'analisi diversa: quella difesa incassava troppi gol non per demeriti specifici dei suoi componenti, ma perché inadeguatamente protetta. In effetti, la Juve con due punte pure, Rossi-Briaschi, uno splendido anarchico come Boniek, un interno goleador come Platini, lasciava il compito di filtrare il gioco ai soli Bonini e Tardelli, quest'ultimo giustamente demotivato da compiti di gregariato, mortificanti per il suo rango. La campagna estiva è stata quindi impostata su una radicale variazione di formula. Il ripristino della figura del tornante, già esaltata tempo addietro da Causio: ed è arrivato Mauro, fulgido talento non ancora del tutto espresso. Una sola punta centrale, ma di stazza e statura, per sfruttare adeguatamente i cross dalle fasce: ed è stata coronata la lunga, stressante caccia a Sere-na (con Pacione di rincalzo). Infine, al posto di Tardelli, un mastino di centrocampo che sapesse abbinare alla qualità tecnica la dedizione senza riserve a un duro e spesso oscuro lavoro di tamponamento. E Manfredonia ha rappresentato la soluzione ottimale. Il tutto è stato completato con la disponibilità di Platini ad arricchire nel ruolo di autentico «meneur de jeu», con licenza di avventure offensive soltanto in particolari circostanze. Tutto facile, sulla carta. Ma è miracoloso come i tasselli siano entrati immediatamente al posto giusto, senza una forzatura, e questo, credo, neppure Boniperti e Trapattoni se lo sarebbero aspettati. Per lo meno, non così presto.

E TUTTAVIA... Gioco fatto, allora? Soltanto rose e fiori, di qui alla fine davanti ai morbidi piedini di Madama? Andiamoci piano. Inquadrando, dall'alto dei suoi sedici punti, la mischia che si accende al piano di sotto, la Juve vede con intima preoccupazione, così mi immagino, go a forza di gomiti la sua rivale storica e istituzionale, la più temuta, anche quando una crisi indecifrabile pareva ancorarla a un ruolo marginale. Certo, l'Inter, la grande favorita d'estate, la squadra costruita da Pellegrini per un risultato solo: vincere, tutto e subito. Quattro punti, che sono tanti e pochi, dividono le due grandi regine. Si è ormai placata l'ondata impetuosa della rivoluzione, che pareva voler trasformare il calcio italiano in un feudo della provincia emergente. Soffia il vento della restaurazione, Juventus contro Inter (e magari Milan) come ai bei vecchi tempi. Madama galoppa solitaria nei verdi pascoli dei primati, ma è perfettamente conscia che nuovi e più insidiosi agguati l'attendono.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1985 n.44






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