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giovedì 18 dicembre 2025

23 Novembre 1980: Juventus - Inter

É il 23 Novembre 1980 e si gioca allo 'Stadio Comunale' di Torino il derby d'Italia Juventus-Inter.

I neroazzurri sono Campioni d'Italia in carica ma i bianconeri sono affamati di vittoria. Sará una vittoria bella ed importante verso il cammino che porterá i nostri beniamini verso il 19esimo tricolore. 

Ad un passo dalla seconda stella, mentre gli altri si godono a malapena la prima.

Buona Visione! 



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Campionato di Serie A 1980-1981 - 8 andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 23 novembre 1980 ore 14.30
JUVENTUS-INTER 2-1
MARCATORI: Brady rigore 50, Scirea 69, Ambu 79

JUVENTUS: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Furino, Osti, Scirea, Causio, Tardelli, Marocchino (Verza 84), Brady, Fanna
Allenatore: Giovanni Trapattoni

INTER: Bordon, Canuti, Baresi G. (Pasinato 62), Marini, Mozzini, Bini, Oriali, Prohaska, Altobelli, Beccalossi, Muraro (Ambu 76)
Allenatore: Eugenio Bersellini

ARBITRO: Michelotti




Che carattere: visto come reagiamo? La gioia di Boniperti (che aveva lasciato lo stadio prima del rigore)
Trapattoni: «Non siamo finiti e l'abbiamo dimostrato» - 
Complimenti a Marocchino e Osti 

TORINO — Tirava aria di contestazione, sia alla vigilia della gara con l'Inter che poco prima del via, nei confronti di Boniperti e Trapattoni. Poi la Juventus, giudicata frettolosamente «malato inguaribile», ha battuto d'autorità l'Inter rimettendosi in corsa ed anche i tifosi bianconeri più arrabbiati hanno lasciato lo stadio con il sorriso sulle labbra. Li aveva preceduti, com'è sua abitudine, Giampiero Boniperti. La «fuga» del presidente era avvenuta al 50' minuto, nel preciso istante in cui Michelotti aveva decretato il rigore per fallo di Canuti su Cabrini. 

"Veda almeno il rigore"

, gli aveva gridato l'autista ma Boniperti era già per le scale della tribuna d'onore e solo quando dalla folla s'è levato il boato, ha capito che la Juventus s'era portata in vantaggio. La radio lo ha informato sull'autore del gol ed il resto della partita. Più tardi, al telefono, la sua voce tradiva l'intima gioia per un successo che la Juventus inseguiva, in campionato, da due mesi 

«Ho visto un grande Brady ed il solito carattere della Juventus: checché se ne dica non è mai doma» 

commentava. Poi, tutto d'un fiato, aggiungeva: 

«Non ne approfitto per polemizzare con chi ci riteneva in crisi. La reazione c'è stata e fa parte di una mentalità sana. Tutti meritano un plauso per avere battuto una bella Inter con un magnifico Prohaska in una gara avvincente. Si va avanti e, per favore, non esageriamo a dipingere a tinte pessimistiche il futuro della Juventus». 

Negli spogliatoi Trapattoni echeggiava le dichiarazioni di Boniperti ma senza assumere toni trionfalistici. Con serenità e con animo disteso, analizzava la magnifica ed orgogliosa prova della sua squadra in una sfida che rappresentava una svolta delicata. Anche la posizione dell'allenatore era stata messa in discussione: quali sono, dunque, per Trapattoni il significato e la portata di questi due punti? 

"Qualche settimana fa, all'indomani dell'immeritata sconfitta nel derby, la gente si chiedeva se la Juventus si sarebbe sfaldata e gli stessi discorsi venivano fatti sabato — rispondeva Trapattoni —. Io continuavo a ribadire la fiducia nella forza morale, nel carattere e nei valori dei giocatori. Dicevo che la Juventus non era finita. Infatti "esiste" e l'ha dimostrato non solo con l'Inter. Anche in precedenza aveva disputato gare di questo livello, compresa quella con il Torino. Mancava solo il risultato che, viceversa, stavolta è arrivato e ci ha dato la certezza che possiamo competere alla pari con chi ci sopravanza, non più con il distacco di prima, in classifica». 

Rifiutava di parlare di ripicche o rivincite da parte di alcuni suoi giocatori tra i più tartassati dalla critica, cosi come ricordava, a chi maliziosamente gli faceva notare che ieri Bettega non c'era, che anche con lui in campo la Juventus aveva fornito ottime prestazioni come gioco ma senza il premio della vittoria. 

«Con un'equa distribuzione della condizione di forma, noi siamo in grado di esprimerci come con l'Inter — ribatteva Trapattoni —. Possiamo far gol con Scirea come con Tardelli, oppure con Brady o con altri. Non è il caso che spenda elogi per l'irlandese. Fatelo voi: io conosco la sua classe. Chi diceva che sarebbe stata la partita della paura s'è sbagliato. Sia noi che l'Inter abbiamo dimostrato coraggio in un incontro tirato, ben giocato ». 

«Il 2-1 è giusto — continua —. Con quel gran tiro di Ambu i nerazzurri hanno ridotto le distanze e ci hanno pressati ma noi avremmo potuto consolidare il punteggio con altre segnature. Visto Fanna? Qualcuno sostiene che lo tratto come un figlio, che è un mio "pallino": a Perugia era stato forse il migliore e con l'Inter s'è ripetuto, con autorità, sicurezza e con quella combattività che sembrava fargli difetto». 

Trapattoni si congedava congratulandosi pubblicamente con Marocchino e Osti. 

«Più che sui "nazionali", la cui determinazione non è una novità, vorrei soffermarmi su questi due giovani per i quali la gente si chiedeva se erano "da Juventus" o meno — puntualizzava —. Osti ha fatto in pieno il proprio dovere e Marocchino, dopo le vicissitudini della settimana, ha dato ragione a me disputando una grossa prova sulla sinistra. Nessuno gli chiede dieci gol: lui, quando gioca, deve farli fare agli altri». 

Bruno Bernardi
tratto da: La Stampa 24 Novembre 1980

 



Dunque, la Juventus non è finita. Battuta l'Inter-scudetto, profittando della sosta romana provocata da Virdis, la Signora ora tenta la rincorsa guidata dal suo scatenatissimo irlandese
Bradyssimo

TORINO. Di questo campionato tutto si potrà dire, ma non che non sia di buon cuore. Si è persino fermato ad attendere la Vecchia Signora in difficoltà. Uno stop perfettamente sincronizzato, che ha congelato l'alta classifica (si fa per dire) consentendo il rientro quasi trionfale nei ranghi di una Juventus che pareva preda ineluttabile della jella e delle persecuzioni. Nel duello delle regine, pur crudelmente menomata dall'assenza del suo miglior difensore (Gentile) e della sua unica punta (Bettega, anche se i maligni diranno che la rinuncia a Bobby va considerata attualmente un vantaggio), una Juve con gli artigli ha graffiato a sangue un'Inter tiepida e mollacciona, impalata in retroguardia e pietrificata in attacco. Sui vuoti fantasmi della squadra cam-pione, ha imperversato il genio di Brady, imprendibile folletto irlandese dal sinistro fatato. E' stato lui il match-winner, insieme con un Cabrini rivisto finalmente ai livelli argentini. E mentre Bersellini si è ritrovato a recitare l'ormai consueta autocritica, il Trap ha potuto gustare il primo squarcio d'azzurro di una stagione stregata. Gira la ruota di un campionato pazzo, dove la capolista naviga su ritmi talmente blandi (dieci punti in otto partite, la media é si e no da Coppa Uefa) da favorire la classifica più corta del dopoguerra. Nel mucchio, questa Juve che dà un calcio alle sue paure e ai suoi oscuri sospetti, si ripropone per censo e qualità. Vien quasi da pensare che Agnolin non sia passato invano, se è valso perlomeno a stimolare questa impennata d'orgoglio.

CABRINI E FANNA. Trovatosi a dover impostare una partita d'attacco senza attaccanti, Trapattoni ha finemente giostrato in chiave tattica. Il suo capolavoro (che poteva anche essere la sua condanna: si sa che le mosse arrischiate sono un po' come un boomerang) è stato quello di aver dirottato, dopo qualche tentennamento iniziale, Cabrini su Prohaska. L'austriaco è attualmente una delle poche forze vive di un'Inter involuta; ma è giocatore che si esalta in regia e in costruzione, bandendo sdegnosamente dal proprio repertorio l'assidua e umile copertura sul rivale diretto. Cabrini ha fatalmente concesso una certa libertà di manovra al suo imperiale avversario. Ma, disponendo di una condizione atletica finalmente ottimale, si è ripagato ad usura con folgoranti partenze in controtempo che lo hanno portato a tranciare la zona difensiva nerazzurra e a gravitare verso Bordon come un pericolo immanente. Due conclusioni di testa, una progressione stroncata dalla maligna cianchetta di Canuti (ed è stato il rigore del vantaggio juventino), un altro assolo che proprio Prohaska ha dovuto interrompere con un dubbio intervento da tergo sul quale l'eccellente Michelotti ha dato una interpretazione benevola. Un Cabrini a stantuffo che ha fatto sua la fascia di sinistra, a volte in splendido raddoppio con Marocchino, a sua volta assai abile nello stornare la torre Mozzini dalla zona di mezzo e a impegnarlo in duelli scontati in campo aperto. Dall'altra parte Causio, il cui momento oscuro sembra lungi dall'essersi concluso, aveva almeno la saggezza di farsi da parte, di autoconfinarsi (e di questo gli va dato atto) in un ruolo marginale, per lasciare la ribalta a un Fanna scatenato, contro la cui inventiva e lo scatto ripetuto il legnoso Canuti vedeva subito le streghe. Cabrini e Fanna, cosi, risultavano le dorsali del gioco juventino, tutto impostato in profondità e teso a sfruttare l'intera larghezza del campo. Altro sistema non c'era per mettere in difficoltà (senza punte centrali di ruolo, va ripetuto) una difesa come quella dell'Inter che, essendo composta da uomini di robustissima stazza atletica, risulta quasi insuperabile se riesce a serrarsi nel bunker, ma diventa fragile e vulnerabile se costretta a esprimersi in larghi spazi. E infatti i Canuti e i Mozzini e, seppur in minor misura, i Bini tradivano subito l'impaccio della recita non congeniale, aprendo varchi troppo invitanti perché la Juve non riuscisse, prima o poi, a infilarli.

TARDELLI E BRADY. Ovviamente, Cabrini e Fanna potevano assaltare a ondate lungo le fasce esterne in quanto riforniti a tempo debito e con puntualità di palloni giocabili. E qui torna fuori il discorso su Brady. Piazzato a centrocampo, ma estremamente mobile, l'irlandese non soffriva più che tanto il controllo di un Oriali assai meno ringhioso del consueto. Il suo sinistro mulinava lanci millimetrici, senza però mai trascurare (e qui va inquadrata la sua superiorità sul pur eccellente Prohaska) i doveri della copertura. Brady figurava attivamente in zona tiro (già prima di favorire il raddoppio con quella memorabile legnata contro la traversa aveva a più riprese punzecchiato Bordon), ma lo si poteva vedere sovente impegnato in ardimentosi recuperi, in decisi tackles di scuola britannica. A dispetto del fisico minuto, Liam non è un frillo, sul piano atletico: e ben se ne avvedevano gli avversari che incrociavano nei suoi paraggi. Al fianco del piccolo uomo-squadra svettava Tardelli, una volta tanto sottratto a compiti di mera marcatura e restituito a un gioco attivo. In un duello tutto-azzurro con Marini, Tardelli imponeva al degno avversario la sua superiori-tà dinamica, il cambio di marcia irresistibile che lo sorregge nelle giornate di vena. Così, la Juve trovava equilibrio tattico fra offesa e contenimento, consentendo ottime prestazioni anche ai difensori. Da Cuccureddu, facile domatore di uno spento Altobelli, a Osti, che non aveva certo maggiori problemi da Muraro. Sicché Scirea, pressochè disoccupato, ne traeva stimolo per andare a cercare avventure fuori zona, sino a siglare il secondo gol, con una complicata ribattuta testa-piede sulla traversa di Brady.

LE 250 DI ZOFF. In questo clima di euforia il sempiterno Dino Zoff si apprestava a celebrare le sue 250 partite consecutive in serie A (quando si dice la salute...). Ma a complicargli i programmi interveniva Ambu, che Bersellini, in preda a disperazione, aveva mandato a surrogare Muraro. Ambu, fra i tre attaccanti avvicendati dall'Inter, era il solo che si provava a onorare il proprio ruolo canonico nell'unico modo previsto dai regolamenti: vale a dire indirizzando il pallone verso la porta avversaria (Altobelli non ci aveva provato mai, Muraro aveva esibito soltanto un colpo di testa anticipato, largamente oltre la tra-versa). Ambu, da dentro l'area ma tutto spostato a destra, azzeccava invece, due minuti dopo il suo ingresso in campo, uno stupendo tiro liftato che mandava la palla a planare nell'angolo lontano, sotto lo sguardo stupefatto di Zoff, lungi dall'attendersi simile affronto.

PASSATO E FUTURO. II passato parlava un linguaggio sconfortante. Fuori dalla Coppa Uefa (e in quel modo, poi...), estromessa praticamente dalla corsa allo scudetto, la Juve pareva avvinghiata alla sola, teorica, e comunque magra consolazione della Coppa Italia. In verità, la squadra stava giocando bene da un pezzo, da quel derby dominato e incredibilmente perduto, con relativa appendice di squalifica a raffica. Lo sfortunato addio all'Europa era avvenuto in occasione della miglior partita bianconera degli ultimi tempi. Ma in un calcio sempre più arido, che conosce solo la legge del risultato immediato, c'era pollice verso per l'ex regina e per il suo sventurato profeta. In settimana, Trapattoni era già stato destinato... al Bologna, in un singolare giro di panchine che doveva portare Radice al Milan e Giacomini in bianconero. E contro il Trap e contro Boniperti si esprimevano, ferocemente, alcuni volantini distribuiti allo stadio, prima della partita con l'Inter. Ora questa vittoria può cambiare tutto. A patto che abbia un seguito, naturalmente. Catanzaro è una tappa tremendamente indicativa, al riguardo. Rientreranno Gentile, la roccia, e il contestatissimo Bettega. Ma, forse, dipenderà soprattutto da lui, il super-Brady che ha riaperto il cassetto dove la Signora aveva deposto i suoi sogni.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1980 nr.48




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18 Dicembre 1983 : Juventus - Inter

É il 18 Dicembre 1983 e Juventus e Inter si sfidano nella tredicesima giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1983-84 allo Stadio 'Comunale'  di Torino.

É una Juventus piena di stelle di calibro mondiale quello che sfida un Inter che lotta per le posizioni di vertice del campionato in corso. Sará una stagione trionfale questa per i nostri beniamini a strisce bianconere. Se in Campionato arriverá l'ennessimo Scudetto (é il 21esimo), in Europa si festeggia la prima (ed unica) affermazione in Coppa delle Coppe

Dall'altre parte i neroazzurri termineranno la stagione al quarto posto ad otto punti di distacco dalla Juventus Campione d'Italia.

Buona Visione! 



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Stagione 1983-1984 - Campionato di Serie A - 13 andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 18 dicembre 1983 ore 14.30
JUVENTUS-INTER 2-0
MARCATORI: Platini 44, Vignola 83

JUVENTUS: Bodini, Prandelli, Cabrini, Bonini, Caricola, Scirea, Penzo (Vignola 46), Tardelli (Tavola 88), Rossi P., Platini, Boniek - Allenatore : Giovanni Trapattoni

INTER: Zenga, Ferri R., Bergomi, Bini (Pasinato 65), Collovati, Baresi G., Sabato, Bagni, Altobelli, Beccalossi, Serena A. - Allenatore : Luigi Radice

ARBITRO: Pieri C.



Bodini non desidera fare solo il 'tappabuchi'
ADESSO VUOLE LA PROMOZIONE 
Ritorno di fiamma della sua rivalità con Tacconi

Luciano Bodini, ieri pomeriggio contro l'Inter, si è presо un'altra rivincita contro la sorte, l'ennesima se andiamo a spulciare la storia di questo portiere bravo e sfortunato. Bodini ha parato molto bene, salvando in porta della Juventus in almeno tre occasioni, quando il vantaggio bianconero era di un solo gol ed i nerazzurri attaccavano in massa per ottenere il pareggio. Attaccavano anche con cross alti nel mucchio, una tattica che poteva creare qualche problema alla difesa Juventina, priva di una torre d'area come Brio e dunque, leggermente in difficoltà sul palloni alti.

Bodini, dicevamo, ha compiuto tre interventi da campione. Sicuramente Dino Zoff, il maestro, avrà apprezzato l'abilità e l'istinto del suo aspirante erede. Già, perché Bodini non si è arreso: davanti per ora c'è Tacconi, ma lui non molla, non vuole stare a vita in panchina.

La prima parata è stata su un tiro di Serena, destro fortissimo e leggera deviazione con la mano tesa, giusto per mandare la palla sul palo. Una prodezza, perché l'attaccante dell'Inter ha colpito all'improvviso, da distanza ravvicinata, e occorrevano agilità e prontezza di riflessi, doti che Bodini, ieri come in altre occasioni, ha mostrato di possedere.

E cosi la Juventus ha salvato per la prima volta il pari. Si giocava il secondo tempo, la squadra di Radice faceva un pressing tremendo. Poco più tardi, Baresi ha battuto un angolo da destra e Collovati, avanzato all'improvviso, ha colpito bene di testa. Bodini ha alzato la palla a candela, poi ha fatto un passo indietro, si è inarcato e ha ribattuto in angolo. Un intervento molto difficile perché il accanto c'era Bonlek a complicare le cose, senza intenzione naturalmente: Il polacco stava quasi sulla linea di porta, pronto a ribattere, ed il portiere è stato leggermente ostacolato dal compagno. Palla in angolo, dunque, e nuovo calcio dalla bandierina, da sinistra stavolta. Sempre Baresi a calciare. Il pallone è finito nel mucchio, c'è stata una mischia e infine Bagni ha toccato di sinistro da due passi: sembrava gol, e invece Bodini, svelto come un gatto, ha salvato ancora una volta la sua porta.

"Credo di essermi comportato, bene come del resto ritengo di aver fatto ogni volta che sono stato chiamato fra i pali. Mi riferisco alla fase finale della Coppa Italia della scorsa stagione e al Mundialito di Milano. Senza mettere nel conto le due partite finora giocate in campionato. Adesso spero nella promozione, una volta che Tacconi sarà guarito."

ha detto Bodini alla fine, circondato dai cronisti e visibilmente soddisfatto. 

Si profila dunque il ritorno di fiamma di una rivalitá mai spenta, quella cioè con Tacconi per raccogliere l'eredità di Zoff. Trapattoni, che ha tutto l'interesse a mantenere vivo fra i suoi giocatori un sano antagonismo, ha fatto pubblicamente gil elogi a Bodini: per le parate contro l'Inter, certo, ma anche per tenergii il morale alle stelle.

Carlo Coscia
tratto da: La Stampa 19 dicembre 1983





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tratto da La Stampa del 19 Dicembre 1983


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tratto dal Guerin Sportivo anno 1984 nr.1


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domenica 26 ottobre 2025

26 Ottobre 1986: Juventus - Inter

É il 26 Ottobre 1986 e  Juventus e Inter si sfidano nella settima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1986-87 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

La Juventus é Campione d'Italia in carica mentre i nerazzurri disputeranno un ottimo campionato finendo sul gradino piú basso del podio. 

A fine stagione i bianconeri saranno secondi dietro al Napoli (per la prima volta scudettato)..

Buona Visione!



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Stagione 1986-1987 - Campionato di Serie A - 7 andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 26 ottobre 1986 ore 14.30
JUVENTUS-INTER 1-1
MARCATORI: Ferri R. autorete 8, Altobelli 49

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Caricola, Mauro (Vignola 79), Manfredonia, Buso (Bonetti I. 53), Platini, Briaschi
Allenatore: Rino Marchesi

INTER: Zenga, Bergomi, Mandorlini, Baresi G., Ferri R., Passarella, Fanna (Tardelli 77), Piraccini (Garlini 89), Altobelli, Matteoli, Rummenigge K.
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Lanese



Nei due spogliatoi questo incontro tanto atteso viene archiviato senza rimpianti o polemiche
Marchesi guarda avanti «Attenzione al Napoli» 
Altobelli festa doppia ora è capocannoniere 

TORINO — A un certo punto Rino Marchesi perde la parola. Ma basta guardarlo negli occhi per capire che, in quel momento, un fiume di rimpianti scorre nella sua testa. Come sì può infatti contestare la penuria di gol quando alla squadra sono mancati, in contemporanea, Laudrup e Serena? E quando fa osservare che non è facile ridurre alla ragione l'Inter senza quel certo peso specifico in attacco, il tecnico si sfoga sottolineando che 

«non mi piace ricorrere a questo tipo di alibi e bisogna avere pazienza. La Juve, però, ha sempre il grosso merito di restare bene a galla nelle situazioni più difficili. I giovani, da Caricola a Bonetti a Buso, si sono battuti con coraggio. Se ho avvicendato qualche uomo è stuto soltanto per raoioni di freschezza. Dopo le fatiche di Madrid mi aspettavo una buona reazione e l'ho avuta. Il fatto che Brio sia andato spesso sotto la porta avversaria testimonia del nostro desiderio di volere la vittoria fino in fondo». 

Si intuisce nelle frasi di Marchesi anche un pizzico di rammarico per un risultato. Che poteva  essere migliore. Date le circostanze, un pareggio potrebbe soddisfare il tecnico, il quale spiega invece che 

«in base alle palle-gol create da Platini e da Brio e sventate con bravura da Zenga, non credo di esagerare se dico che poteva andarci meglio. Un errore, oltretutto loro, ci è costato caro. L'Inter è pericolosa e solida, il mio amico Trapattoni, del resto, ha sempre lavorato bene. E ora guardiamoci anche dal Napoli che da sempre indico come pericoloso concorrente. Platini è riemerso dalla nebbia. Ha giocato un buon primo tempo e nella ripresa ha pagato, come tutti, lo straordinario di Coppa." 

Secondo l'asso francese 

«Quella che ci ha affrontato è la solita Inter. Noi abbiamo giocato in modo positivo nel primi 45', dovremmo comportarci sempre cosi. I due gol sono frutto di interventi sfortunati ed ecco spiegato il pari."

L'attacco segna poco e c'è chi lo dipinge come un settore privo di peso (di nuovo compare l'ombra di Serena e di Laudrup). Briaschi ci tiene a dire che l'attacco ha il compito di concretizzare il gioco della squadra perché è subordinato dalle sue variazioni di rendimento, e se l'inieiativa passa agli altri le opportunità per segnare si assottigliano. Per Mauro un'altra domenica da maratoneta ed in questo particolare c'è la spiegazione a certi errori di esecuzione. 

«Si, abbiamo corso tanto anche contro l'Inter — dice il tornante — è venuto fuori un bel primo tempo, noi potevamo raddoppiare. Nel finale abbiamo denunciato un po' di stanchezza, tanto che sembrava di rivivere i momenti di Juventus-Milan. quando tutti avevamo ormai poco da dare». 

Brio, soprattutto dopo la rete segnata da Altobelli, si è i dedicato a compiti offensivi, di testa e di piede ha tentato di battere Zenga. 

«Mi è andato male e il portiere è stato bravissimo. Per quanto concerne il gol loro, sono andato incontro a Mandorlini, il quale ha colpito male e ne è scatenato un assist providenziale per Altobelli. Mi pare che rispetto alle prove precedenti ci sia stato un miglioramento nello spettacolo." 

Cala il sipario con una prospettiva rosea: domani Serena riprende ad allenarsi. 

«Sono cose che capitano — filosofeggia Zenga —ed alla ho rimediato. I pericoli maggióri? Quel pallonetto di Platini, bravo come sempre, che ha cercato di sorprendermi visto che ero leggermente fuori dai pali e, soprattutto, quella girata al volo di Brio nel secondo tempo. Per fortuna ho visto partire il tiro, altrimenti credo che non avrei potuto fare proprio nulla".

Piraccini. tra i migliori in campo, è uscito anzitempo. Spiega: 

"Dopo un contrasto con Manfredonia, ho sentito un vecchio dolore alla caviglia. Non solo, ma mi sono venuti anche i crampi-. Quindi parla della gara: -Il gol dopo pochi minuti non ci ha permesso di esprimerci come ci è più congeniale, ci ha costretti cioè ad attaccare rinunciando in pratica ai gioco di rimessa. "

Angelo Caroli 
tratto da: La Stampa 27 ottobre 1986




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 L´autogol di Riccardo Ferri, vantaggio bianconero

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sabato 25 ottobre 2025

25 Ottobre 1998: Juventus - Inter

É il 25 Ottobre 1998 Juventus e Inter si sfidano nella sesta Giornata del Girone di Andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1998-99 allo Stadio 'Delle Alpidi Torino.

In casa bianconera sta per avvenire una clamorosa 'rivoluzione'. Il grande Marcello Lippi tra qualche partita rassegnerá le dimissioni da allenatore ed al suo posto arriverá il giovane e rivoluzionario Carlo Ancelotti. Dopo l'iniziale scettiscimo dei tifosi la squadra sembra aver intrapreso la giusta via. Però alla fine sará solo un deludentissimo settimo posto che varrá solo l'accesso per l'europa verso la Coppa Intertoto

Dall'altra parte c'é l'Inter che riesce addirittura a far peggio e finisce in ottava posizione.

Buona Visione!

 

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Campionato di Serie A 1998-1999 - 6a Andata
Torino - Stadio Delle Alpi
Domenica 25 Ottobre 1998
JUVENTUS - INTER 1-0
MARCATORI: Del Piero 87

Juventus: Peruzzi, Tudor, Iuliano (Mirkovic 77), Montero, Di Livio, Tacchinardi, Deschamps (Conte A. 88), Davids, Zidane, Inzaghi (Pessotto 90+1), Del Piero
Allenatore: Marcello Lippi

Inter: Pagliuca, Bergomi, Galante, West, Silvestre (Zanetti J. 38), Cauet, Winter, Paulo Sousa, Pirlo (Moriero 65), Ronaldo, Ventola (Zamorano 75)
Allenatore: Gigi Simoni

ARBITRO: Messina
RIGORI FALLITI: Del Piero 87 (Juventus)
ESPULSIONI: Zidane 49, Davids 90 + 2 (Juventus)
NOTE: All 87 il portiere dell' Inter para il rigore ma Del Piero segna sulla respinta


Zidane ritrova le magie del Mundial
Autorità, fantasia e potenza come contro il Brasile  
TORINO. C'era già chi cominciava a parlare di «maledizione mondiale». Un avvio di stagione anonimo dopo l'abbuffata di Francia '98. Zinedine Zidane, il re della finale iridata, l'uomo che il 12 luglio aveva fatto impazzire un Paese intero scaraventando due palloni alle spalle di Taffarel e schiantando il Brasile, tornato a giocare per la sua Juve proprio non si ritrovava. 
Nove presenze tra coppe e campionato, tre sole partite intere, senza mai lasciare il segno del campione del mondo: nessun gol, pochi lampi di genio e in compenso tanti mugugni in tribuna. Zizou stentava, anche per colpa di una condizione fisica precaria e di quella botta presa proprio all'inizio della prima di campionato a Perugia. Zizou stentava, ma Lippi e la Juve aspettavano. Con pazienza, con fiducia. Non poteva essere altrimenti: quei piedi, quella testa, avevano fatto la differenza dieci, cento volte. E non potevano non tornare a farla. Lippi, la Juve e sopattutto Zidane aspettavano il primo vero grande appuntamento della stagione per sbloccarsi. Zizou è uno che di solito nelle occasioni importanti c'è sempre. E ieri sera, per 49 lunghi minuti, il buon Zinedme è tornato a mostrare meraviglie. In mezzo al campo, braccato da Winter, fluttuante da destra a sinistra alle spalle di Del Piero e Inzaghi, ha ripreso in mano le redini del comando con autorità, fantasia e potenza. Ha dispensato palloni telecomandati per i compagni e allo stesso tempo è stato l'attaccante più pericoloso della Juve. 
Il migliore, insomma, in mezzo al furore podistico e agonistico di una partita persino troppo vigorosa. Si è visto subito che poteva essere la sua grande serata. Due palle d'oro nei primi 5' offerte a Davids e Di Livio, due triangolazioni chiuse male non certo per colpa di Zizou. Al 19' ci ha provato direttamente lui: destro secco dal limite sulla punizione di Del Piero. Bello, ma troppo centrale per sorprendere Pagliuca. Sette minuti dopo, Zidane ha ricambiato il favore: da metà campo un lancio di 30 metri per i piedi di Alex, troppo lento per saltare l'ultimo difensore e volare verso Pagliuca. La Juve premeva, l'Inter vacillava ma non cadeva. E allora Zizou ha riprovato il colpo che lo ha reso immortale nella finale del St.Denis. L'incornata, a coronamento di un veloce triangolo con Di Livio sulla destra, è puntuale ma è uscita sul fondo. Il francese c'è ed è lui stesso il primo ad accorgersene. Sente di essere di nuovo quello del Mondiale e si concede licenze che in questo tribolato avvio di stagione non si era ancora concesso. Fa numeri in mezzo al campo, dribbla, azzecca un doppio passo. La gente juventina sente di aver ritrovato il vero Zizou e «vede» il gol vicino. Poco importa se Messina spezza il magic moment fischiando la fine del primo tempo. Con questo Zidane, pensano in molti, nella ripresa almeno un golletto lo facciamo. E invece, dopo nemmeno 4' insulsi, il secondo tempo spezza l'incantesimo e fa ripiombare Zidane nell'incubo. Quattro-cinque metri fuori dall'area interista, sulla sinistra, viaggia un pallone innocuo. Il francese è in ritardo e interviene in scivolata a piedi giunti su Paulo Sousa. Messina non ci pensa un attimo: cartellino rosso. Proprio come contro l'Arabia Saudita, all'inizio di quel Mondiale che pochi giorni dopo sarebbe diventato un trionfo per lui e per la Francia tutta. Una sciocchezza che ribalta il senso di una notte probabilmente destinata a diventare magica. Zidane costretto a ricominciare tutto daccapo, per raddrizzare una stagione che per lui resta più che mai storta. 
E nella sua mente un dubbio che s'insinua sempre più maligno: e se fosse davvero tutta colpa della «maledizione mondiale»? Meglio non pensarci, Zizou. Anche perché, intanto, la Juve è lì, seconda a due passi dalla vetta. 

Roberto Conelio



Inter, che paura

Il furore di Del Piero dopo il gol è il simbolo di una squadra che ha affrontato la partita con l'Inter come la disfida di Barletta. Ecco a voi Juventus-Inter, saggio di furore agonistico, di rabbia e tormenti a lungo covati e patiti fino ad esplodere in una prova di forza non sorret-ta da riflessioni tattiche, da prudenza, astuzia: una dimostrazione di insaziabile voracità. Siamo noi i più forti: hanno urlato i bianconeri. Siamo ancora noi i padroni dello scudetto che avete voluto avvelenarci: e hanno sbattuto in faccia agli interisti, istruiti a una manifestazione di pavido contenimento, i loro pesanti attributi.
Le cronache deamicisiane straparlano di Cuore e altre frattaglie - magari comprendendo anche il fegato grosso di Moratti - eppure si tratta soprattutto di Palle. La Signora ha le palle. Come nei migliori giorni della sua gloriosa esistenza, nella sua invulnerabilità difensiva e subito trafitto per due volte a Perugia: dal Parmabotto al Parmacotto, con un triplo salto mortale senza rete. 
Cosi non mi azzarderò a tracciare effimeri verdetti sulle risultanze di questo sesto turno, che pure non è stato avaro di suggerimenti. Mi pare che si vada sempre più radicalizzando l'antitesi fra calcio tecnico e calcio muscolare. La migliore esponente del primo è la Roma, cui, nel bene e nel male, occorre fare riferimento quando si parla di spettacolo. L'ha offerto, e senza risparmio, anche a San Siro, la banda Zeman, per poi uscire senza un sol punto, al termine di un harakiri così perfetto (pali, traverse, rigore fallito, regali difensivi) da destare l'invidia di un samurai in disgrazia. Non sono un fanatico seguace del profeta boemo, cui rimprovero una troppo scarsa attenzione alla copertura e una fedeltà così rigida a un solo modulo, da mancare risultati solo per un gusto estremo della coerenza. Però, se si vuol vedere calcio scintillante, aperto, divertente, anche se non sempre giocato da campioni di illustre nome, è alla Roma che bisogna rivolgersi. Non giocherei uno spicciolo sullo scudetto dei giallorossi,ma dovessi fare un abbonamento, oggi come oggi, sceglierei la squadra di Totti e Del Vecchio, una coppia d'attacco nostrana che insidia la storica leadership di Inzaghi-Del Piero.
Il calcio aggressivo, fisico, arrembante, che fatalmente (per necessità di ritmo e non per dolo) ha come corollario un'inevitabile fallosità, trova invece nella Juventus, ancora e sempre, la sua indiscutibile numero uno. La Juventus ha stroncato l'Inter, al di là del risultato deciso da un episodio discusso e discutibile, aggredendola con un primo tempo di puro furore agonistico. Prendendola alla gola, schiacciandola ai pali di Pagliuca, non lasciandola respirare un attimo. Nella ripresa, quando era in largo preventivo un suo calo fisico, Madama ha perduto un uomo, e non uno qualunque, il suo migliore, Zidane, e tuttavia ha ancora sprintato a ondate, schiumando rabbia e grinta. Un calcio per uomini forti, un calcio da rollerball, che ha però un suo risvolto negativo. A fronte di un sovrumano dispiego di energie, si registra un modesto ritorno in fatto di gol. Tutta tesa a pressare, a scattare, a ripartire, la Juve trova poco tempo per segnare. Del Piero e Inzaghi si battono come leoni, ma centrano raramente la porta. Per questo i grandissimi elogi raccolti dopo la vittoria sull'Inter non mi trovano del tutto d'accordo. È stata una Juve eccezionale sul piano della prestazione atletica, ma una Juve che ha concluso poco e poco pericolosamente (l'Inter ha fatto ben peggio: non ha concluso mai, neppure in un tempo intero di superiorità numerica). 
Fra questi due poli, la tecnica ammaliante ma poco pratica della Roma, l'aggressività trascinante ma non sempre produttiva della Juventus, il campionato sta esprimendo una terza strada, rappresentata dalla vera novità di questo avvio: la Fiorentina. La squadra viola dalla cintola in giù ha la feroce determinazione della Juve, non per niente il suo mentore Trapattoni viene da quella scuola, anzi l'ha fondata, ma in avanti, grazie al supercannoniere Batistuta e soprattutto al formidabile Edmundo, sublime creatore di emozioni, distilla gocce di spet-tacolo puro, gol di struggente bellezza. Io credo che una stagione anomala, come finisce sempre per essere quella che segue a un campionato del mondo, possa consentirsi una grande sorpresa. Questa Fiorentina mi sembra attrezzata per il massimo traguardo: ha un allenatore specialista in vittorie, un mestiere che non è facile imparare, un attacco che non teme confronti e che presenta valide alternative, una difesa che va progressivamente rassodandosi e che dovrebbe ricevere presto ulteriori rinforzi (Kuffour del Bayern non è una cattiva scelta). Non credo si possa liquidare lo strepitoso avvio dei viola, che sarebbero a un punteggio pieno senza quel minuto di follia a Roma, con l'abusata immagine della meteora, che illu-mina fuggevolmente il cielo e poi scompare. È una Fiorentina in grado di reggere, anche perché la concorrenza, per quanto si è visto sin qui, non è terribile né proibitiva. 
La Juventus è destinata a migliorare ancora, ma intanto dovrà affrontare la prossima giornata (e forse qualche altra) senza il suo miglior ispiratore e senza il suo più irriducibile guerriero di centrocampo, Zidane e Davids. L'Inter, con due consecutive sconfitte, si è condannata a un problematico inseguimento. Ronaldo è sin qui presente in puro spirito, forse non è neppure esatto dire che l'Inter a Torino ha giocato in undici contro dieci, perché è stata sempre in dieci essa pure, col suo brasiliano virtuale. La nuova formula varata da Simoni, positiva in Champions League, non ha retto ai denti aguzzi di Madama. I fenomenali virgulti, nostrani come Pirlo e Ventola o esotici quali Silvestre, sono scomparsi di fronte alle scimitarre agitate da vecchi bucanieri come Di Livio o Montero. Simoni non sa più da che parte voltarsi e l'impressione è che abbia quasi esaurito il bonus che Moratti gli aveva concesso. Il Milan è terzo e vicino, ma così pieno di problemi. Il Parma, lo abbiamo detto, ha subito dilapidato il credito, d'altra parte senza grandi attaccanti è difficile far strada. 
Resta la Lazio. Che è staccata dal vertice e a sua volta angustiata da mille ambasce. Ma che deve ancora cominciare a correre. Perché, nella sua teorica formazione tipo, non si è mai vista. La Lazio, lo abbiamo già detto, è adatta agli scontri diretti, ha battuto la Juve a Torino nella finale di Supercoppa e ha schiantato l'Inter a San Siro in campionato: quelli potrebbero consentirle un recupero rapido, una volta ripristinata l'inquadratura di partenza. La Lazio non è ancora valutabile, questo il succo del discorso, con tutti i suoi pezzi da novanta potrebbe anche ingranare una marcia superiore. Se nel frattempo avrà avuto la pazienza di attendere. Che Cragnotti, fra le sue tante virtù, annoveri la pazienza non mi sentirei però di giurarlo. 
Fra tutti questi se e ma, la Fiorentina è la realtà più solida. È forte, se n'è resa conto e ci crede, ogni giorno di più. No, non credo proprio che sarà una meteora.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1998 nr.44




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