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martedì 9 dicembre 2025

9 Dicembre 1998: Juventus - Rosenborg

É il 9 Dicembre 1998 e Juventus e Rosenborg si sfidano nella sesta (ed ultima) giornata del girone di qualificazione della UEFA Champions League 1998-99 allo 'Stadio delle Alpi' di Torino.

In casa bianconera sta per avvenire una clamorosa 'rivoluzione'. Il grande Marcello Lippi poco dopo questa partita rassegnerá le dimissioni da allenatore ed al suo posto arriverá il giovane e rivoluzionario Carlo Ancelotti. Dopo l'iniziale scetticismo dei tifosi la squadra sembra aver intrapreso la giusta via. Peró alla fine sará solo un deludentissimo settimo posto che varrá solo l'accesso per l'europa verso la Coppa Intertoto

Dall'altra parte c'é il Rosenborg che vive (come il calcio norvegese di quegl'anni) un momento roseo; ed é sempre un ostacolo ostico da superare.

Buona Visione! 



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Stagione 1998-1999 - Champions League - 6ª giornata
Torino - Stadio Delle Alpi
mercoledì 9 dicembre 1998 ore 20:45 
JUVENTUS-ROSENBORG 2-0
MARCATORI: Inzaghi 16, Amoruso 36

JUVENTUS: Peruzzi; Birindelli, Tudor, Montero P., Pessotto G. (Davids 64); (c) Conte A. (Di Livio 86), Deschamps, Tacchinardi; Zidane; Inzaghi, Amoruso (Iuliano 68)
A disposizione: Rampulla, Mirkovic, Blanchard, Fonseca
Allenatore: Marcello Lippi

ROSENBORG: Jamtfall; Bergdoelmo, Bragstad, Hoeftun, Pedersen (Hernes 65); Strand, Johnsen (Winsnes 56), Berg; Soerensen (Dahlum 46), Rushfeldt, Jakobsen
A disposizione: Arason, Basma, Mayer, Soerli
Allenatore: Trond Sollied

ARBITRO: Van der Ende (Olanda)
AMMONIZIONI: Conte A. 68 (Juventus); Hernes 79 (Rosenborg)




Juve, artigli sulla Coppa 
Splendida prova d'orgoglio dei bianconeri che accedono ai quarti di Champions League insieme con i nerazzurri. 
Stroncato il Rosenborg (e Galatasaray ko a Bilbao) 

TORINO. Sei minuti a chiedersi se il miracolo, dopo l'anno scorso, si sarebbe ripetuto, perchè appariva un miracolo che la Juve procedesse nella Champions League senza aver vinto fino a ieri una sola partita. Sei minuti. Dal 36' si era capito che il Rosenborg non sarebbe stato un ostacolo sulla strada dei quarti di finale: il 2-0 di Amoruso, gran gol per la costruzione del lancio di Zidane e il controllo raffinato del pugliese, aveva cancellato le ultime paure. Restava l'attesa della notizia da Bilbao. Arrivava al 42': mentre i bianconeri sbrogliavano un impiccio in area, l'urlo delle sparute schiere surgelate rompeva il freddo della notte e dello stadio. Alla voce del gol di Guerrero entrava sulla pista pure il «desaparecido» pupazzo Alex, l'insopportabile mascotte di una Juve che vinceva. Da quel momento, ad ogni scampanellio di richiamo la preoccupazione era controllare sul megaschermo che a Bilbao la situazione non fosse cambiata: ancora al fischio di Van der Elde, nessuno credeva che fosse fatta. Non c'era festa finché dalla Spagna non confermavano che il Galatasaray aveva gettato l'occasione della vita. Gli juventini rimasti in campo potevano finalmente abbracciarsi, ma con misura, quasi intuendo che la strada rimane lunga. La Juve dunque procede con un colpo di coda e per l'onestà dei baschi cui poteva non importare nulla del match con i turchi.  
E' un corroborante per Firenze, è il ritorno a una vittoria che mancava dal primo novembre. I problemi non ci cancellano in una notte ma con questo passo avanti si possono studiare con meno amarezza le possibili soluzioni. Vissuta con l'occhio a Torino e il cuore in Spagna, Juve-Rosenborg non è stata una partita moscia, però tutt'altra cosa rispetto a quella analoga con il Manchester di un anno fa. Meno pathos, meno sofferenza, per quanto i norvegesi avessero cominciato con scorbutica sicurezza. Loro, più dei Lippanti, s'erano avvicinati al vantaggio. All'8' un tiro di Sorensen finiva alto da buona posizione, ma soprattutto al 10' Jakobsen si presentava solo davanti a Peruzzi, con la difesa bianconera tagliata in diagonale. Jakobsen che tutti chiamano «Mini» aveva un'idea alla sua altezza: cercava il pallonetto sul palo lontano ma lo appoggiava con tale delicatezza che Monterò con un balzo notevole recuperava la posizione e di testa metteva la palla in angolo.  
Su quella giocata (e sui tanti interventi dell'uruguayano, un leone) si costruiva il successo. Il Rosenborg sapeva lanciare bene gli uomini negli spazi, Strand e Berg erano due splendidi centrocampisti però la squadra rifiniva le azioni con supponenza. Come se si fosse predisposta al sacrificio. Si raggruppavano molto al centro, i nordici. Sulle fasce c'era spazio da sfruttare per la Juve, soprattutto dalla parte di Bergdolmo, uno «sconsiglio» per gli acquisti. I bianconeri perdevano la timidezza, il movimento di Inzaghi e Amoruso denunciava i limiti di controllo dei difensori avversari, Zidane aveva spazio per muoversi partendo come quarto centrocampista e, sebbene non lo sfruttasse sempre al meglio, alcune intuizionierano fulminanti. Il gol del vantaggio, al 16', non nasceva da un suo passaggio alato: era invece Amoruso a tentare la girata forte, colpiva male la palla che si trasformava in un passagio filtrante, di quelli che Inzaghi, quando parte in posizione regolare, è micidiale. Anche questa volta il tocco di sinistro era vincente: ancora Inzaghi, come un anno fa con il Manchester. Il Rosenborg non mutava strategia e filosofia, dilettante nell'animo: non c'era nei norvegesi neppure il tentativo di un'aggressione, com'è di chi prova il tutto per tutto.  
L'unico ammonito era Hernes a dieci minuti dalla fine e per un fallo su Inzaghi lanciato verso l'area. La Juve aveva altre occasioni. Sorvolando su un possibile fallo da rigore di Bergdolmo su Inzaghi (l'unico su cui lo juventino, spesso a terra, possa recriminare), al 24' c'era un assist perfetto di Zidane per lo stesso Inzaghi. Jamtfall intuiva la deviazione di testa. Era più Juve che Rosenborg, fino al 2-0. Il lungo lancio di Zidane scavalcava Hoftun e Amoruso lo ammaestrava con classe per mettere la palla in porta.  
Nella ripresa il Rosenborg cambiava in attacco, per trovare quello che il valutatissimo Rushfeldt (deludente) non aveva saputo dare. Un paio di tiri, uno insidioso di Hernes, erano neutralizzati da Peruzzi. Per una volta, niente di cui spaventarsi. 

Marco Ansaldo
tratto da La Stampa Giovedì 10 dicembre 1998




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martedì 4 novembre 2025

4 Novembre 1998: Juventus - Athletic Bilbao

É il  4 Novembre 1998 Juventus ed Athletic Bilbao (Spagna) si sfidano nella quarta giornata del girone di qualificazione della UEFA Champions League 1998-99 allo 'Stadio Delle Alpi' di Torino.

In casa bianconera sta per avvenire una clamorosa 'rivoluzione'. Il grande Marcello Lippi poco dopo questa partita rassegnerá le dimissioni da allenatore ed al suo posto arriverá il giovane e rivoluzionario Carlo Ancelotti. Dopo l'iniziale scettiscimo dei tifosi la squadra sembra aver intrapreso la giusta via. Però alla fine sará solo un deludentissimo settimo posto che varrá solo l'accesso per l'europa verso la Coppa Intertoto

Dall'altra parte c'é l'Athletic che fiero del suo orgoglio basco é sempre un ostacolo ostico da superare.

Buona Visione!



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Stagione 1998-1999 - Champions League - 4ª giornata
Torino - Stadio Delle Alpi
Mercoledì 4 novembre 1998 ore 20.45
JUVENTUS-ATHLETIC BILBAO 1-1
MARCATORI: Guerrero 45+1, Lasa autorete 68

JUVENTUS: Peruzzi, Tudor (Blanchard 46), Iuliano, Montero, Di Livio (Perrotta 84), Tacchinardi, Davids, Pessotto G. (Amoruso 55), Zidane, Inzaghi, Del Piero
Allenatore: Marcello Lippi

ATHLETIC BILBAO: Etxeberria I., Ferreira, Carlos Garcia, Larrazabal, Imaz (Lacruz 57), Rios, Alkiza, Lasa (Jorge Perez 72), Guerrero, Etxeberria J., Ezquerro (Urzaiz 67)
Allenatore: Luis Fernandez

ARBITRO : Dallas (Scozia)
ESPULSIONI : Lacruz 85 (Athletic Bilbao)



La Juve europea non vince più Champions League: quarto pareggio consecutivo dei bianconeri, ora costretti a battere Galatasaray e Rosenborg 
Monterò riacciuffa fortunosamente l' Athletic Bilbao 

TORINO. Non ditelo ai baschi, che considerano Madrid la capitale di un altro Stato (e ieri in curva, un loro striscione inneggiava all'Età) ma le squadre spagnole stanno diventando il terminal della Juve nelle Coppe. Dopo il Real dell'ultima finale, ecco l'Athletic Bilbao, che ha pareggiato a Torino dove avrebbe ben potuto vincere, per le occasioni che ha sprecato nella ripresa e per il gol subito da Montero, come avrebbe fatto la difesa del Bar Marta nel torneo delle parrocchie. 

Il punticino strappato con i denti non è un sigillo definitivo, con due vittorie nelle prossime partite la qualificazione sarebbe assicurata. Ma Nostra Signora dei pareggi ha mostrato ancora una volta la corda in questa desolante partecipazione in Coppa. Julen Guerrero, stessa età di Del Piero, e uguale prestigio di capitano e uomo immagine, ha colpito la Juve come il suo coetaneo italiano non aveva saputo fare con l'Athletic al 3' di una partita che sarebbe diventata subito diversa. Del Piero, nella sua occasione da gol, si era liberato davanti a Imanol Etxeberria dopo un triangolazione precisa con Zidane e aveva calciato addosso al portiere in uscita. Guerrero invece ha tagliato in mezzo all'area, scegliendo il tempo giusto per ricevere la palla dall'altro Etxeberria in campo (Joseba, l'attaccante) e con la punta del piede ha infilato Peruzzi, nel minuto di recupero del primo tempo. La Juve s'è calata nel dramma, per colpe proprie. 

Ancora una volta è parso che i bianconeri giocassero come se in Europa il gol arrivasse in virtù delle quattro finali consecutive e del brillio che ha contraddistinto l'era Lippi. Il Bilbao ha fatto molto e molto bene. Fernandez ha rinunciato al cannoniere Urzaiz per Lasa, centrocampista esterno, e ha imbrigliato la Juve con lo spostamento di Bios davanti ai tre difensori per bloccare sul nascere le partenze di Zidane e di Davids. Corti e compatti, i baschi hanno lavorato sull'ottima lena di Alkiza a centrocampo e la verve di Etxeberria in attacco. La Juve li ha facilitati. 

L'avvio bruciante, con l'incursione di Del Piero fino a due passi dalla porta, ha convinto i bianconeri che si poteva giocare con leggerezza e bel tocco. Esempio supremo: Zidane. Il francese toccava palloni con la grazia dei pittori rinascimentali davanti alla tela. Ma, nel concreto, il contributo di Zizou è apparso impalpabile. Con Inzaghi intento a battere il primato dei fuorigioco, con Del Piero forse choccato dall'errore che l'aveva privato del primo gol stagionale in Coppa (e gli errori si sedimentano sull'anima dei bomber) la Juve non trovava lo spiraglio per infilare l'accorto bastione. 

Soltanto al 28' i bilbaini si esponevano sul fianco sinistro e Del Piero li infilava servendo un cross che, appoggiato da Pessotto a Davids, si risolveva in un tiro rimpallato addirittura da Inzaghi. Dalla mezz'ora Di Livio si spostava a sinistra, avviando una delle molte peregrinazioni serali (finirà cme terzino destro in una difesa a tre, prima di cedere il posto a Perrotta): l'accorgimento non modificava le capacità penetrative dei lappanti, dediti a giocate da vetrina (persino Davids) che non' favorivano la velocità dell'azione. L'Athletic si affacciava nell'area juventina e, nel recupero, una grave incertezza di Tudor permetteva a Etxeberria di prendere palla con la Juve sbilanciata e di fornire l'assist decisivo a Guerrero. 

Come con il Galatasaray e il Rosenborg la Juve si trovava a gestire una situazione terribile. Lippi rivoluzionava tutto e più volte nell'arco della ripresa: dentro Blanchard, poi Amoruso, fino a portare appunto Di Livio sulla linea difensiva. Tutto per cogliere il gol. Che arrivava ma solo per un black-out collettivo della difesa basca: Montero colpiva di testa, con il portiere fuori porta, e Inzaghi ingannava i difensori sulla linea. Nessuno toccava la palla che entrava. Nell'arrembante, confuso, imprecisissimo forcing la Juve creava assai meno pericoli dell'Athletic, con Lacruz (espulso nel finale) e poi Etxeberria soli davanti a Peruzzi. Il portierone salvava il pareggio, probabilmente inutile per tutti. 

Marco Ansaldo 
tratto da: La Stampa 5 novembre 1998


 


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sabato 25 ottobre 2025

25 Ottobre 1998: Juventus - Inter

É il 25 Ottobre 1998 Juventus e Inter si sfidano nella sesta Giornata del Girone di Andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1998-99 allo Stadio 'Delle Alpidi Torino.

In casa bianconera sta per avvenire una clamorosa 'rivoluzione'. Il grande Marcello Lippi tra qualche partita rassegnerá le dimissioni da allenatore ed al suo posto arriverá il giovane e rivoluzionario Carlo Ancelotti. Dopo l'iniziale scettiscimo dei tifosi la squadra sembra aver intrapreso la giusta via. Però alla fine sará solo un deludentissimo settimo posto che varrá solo l'accesso per l'europa verso la Coppa Intertoto

Dall'altra parte c'é l'Inter che riesce addirittura a far peggio e finisce in ottava posizione.

Buona Visione!

 

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Campionato di Serie A 1998-1999 - 6a Andata
Torino - Stadio Delle Alpi
Domenica 25 Ottobre 1998
JUVENTUS - INTER 1-0
MARCATORI: Del Piero 87

Juventus: Peruzzi, Tudor, Iuliano (Mirkovic 77), Montero, Di Livio, Tacchinardi, Deschamps (Conte A. 88), Davids, Zidane, Inzaghi (Pessotto 90+1), Del Piero
Allenatore: Marcello Lippi

Inter: Pagliuca, Bergomi, Galante, West, Silvestre (Zanetti J. 38), Cauet, Winter, Paulo Sousa, Pirlo (Moriero 65), Ronaldo, Ventola (Zamorano 75)
Allenatore: Gigi Simoni

ARBITRO: Messina
RIGORI FALLITI: Del Piero 87 (Juventus)
ESPULSIONI: Zidane 49, Davids 90 + 2 (Juventus)
NOTE: All 87 il portiere dell' Inter para il rigore ma Del Piero segna sulla respinta


Zidane ritrova le magie del Mundial
Autorità, fantasia e potenza come contro il Brasile  
TORINO. C'era già chi cominciava a parlare di «maledizione mondiale». Un avvio di stagione anonimo dopo l'abbuffata di Francia '98. Zinedine Zidane, il re della finale iridata, l'uomo che il 12 luglio aveva fatto impazzire un Paese intero scaraventando due palloni alle spalle di Taffarel e schiantando il Brasile, tornato a giocare per la sua Juve proprio non si ritrovava. 
Nove presenze tra coppe e campionato, tre sole partite intere, senza mai lasciare il segno del campione del mondo: nessun gol, pochi lampi di genio e in compenso tanti mugugni in tribuna. Zizou stentava, anche per colpa di una condizione fisica precaria e di quella botta presa proprio all'inizio della prima di campionato a Perugia. Zizou stentava, ma Lippi e la Juve aspettavano. Con pazienza, con fiducia. Non poteva essere altrimenti: quei piedi, quella testa, avevano fatto la differenza dieci, cento volte. E non potevano non tornare a farla. Lippi, la Juve e sopattutto Zidane aspettavano il primo vero grande appuntamento della stagione per sbloccarsi. Zizou è uno che di solito nelle occasioni importanti c'è sempre. E ieri sera, per 49 lunghi minuti, il buon Zinedme è tornato a mostrare meraviglie. In mezzo al campo, braccato da Winter, fluttuante da destra a sinistra alle spalle di Del Piero e Inzaghi, ha ripreso in mano le redini del comando con autorità, fantasia e potenza. Ha dispensato palloni telecomandati per i compagni e allo stesso tempo è stato l'attaccante più pericoloso della Juve. 
Il migliore, insomma, in mezzo al furore podistico e agonistico di una partita persino troppo vigorosa. Si è visto subito che poteva essere la sua grande serata. Due palle d'oro nei primi 5' offerte a Davids e Di Livio, due triangolazioni chiuse male non certo per colpa di Zizou. Al 19' ci ha provato direttamente lui: destro secco dal limite sulla punizione di Del Piero. Bello, ma troppo centrale per sorprendere Pagliuca. Sette minuti dopo, Zidane ha ricambiato il favore: da metà campo un lancio di 30 metri per i piedi di Alex, troppo lento per saltare l'ultimo difensore e volare verso Pagliuca. La Juve premeva, l'Inter vacillava ma non cadeva. E allora Zizou ha riprovato il colpo che lo ha reso immortale nella finale del St.Denis. L'incornata, a coronamento di un veloce triangolo con Di Livio sulla destra, è puntuale ma è uscita sul fondo. Il francese c'è ed è lui stesso il primo ad accorgersene. Sente di essere di nuovo quello del Mondiale e si concede licenze che in questo tribolato avvio di stagione non si era ancora concesso. Fa numeri in mezzo al campo, dribbla, azzecca un doppio passo. La gente juventina sente di aver ritrovato il vero Zizou e «vede» il gol vicino. Poco importa se Messina spezza il magic moment fischiando la fine del primo tempo. Con questo Zidane, pensano in molti, nella ripresa almeno un golletto lo facciamo. E invece, dopo nemmeno 4' insulsi, il secondo tempo spezza l'incantesimo e fa ripiombare Zidane nell'incubo. Quattro-cinque metri fuori dall'area interista, sulla sinistra, viaggia un pallone innocuo. Il francese è in ritardo e interviene in scivolata a piedi giunti su Paulo Sousa. Messina non ci pensa un attimo: cartellino rosso. Proprio come contro l'Arabia Saudita, all'inizio di quel Mondiale che pochi giorni dopo sarebbe diventato un trionfo per lui e per la Francia tutta. Una sciocchezza che ribalta il senso di una notte probabilmente destinata a diventare magica. Zidane costretto a ricominciare tutto daccapo, per raddrizzare una stagione che per lui resta più che mai storta. 
E nella sua mente un dubbio che s'insinua sempre più maligno: e se fosse davvero tutta colpa della «maledizione mondiale»? Meglio non pensarci, Zizou. Anche perché, intanto, la Juve è lì, seconda a due passi dalla vetta. 

Roberto Conelio



Inter, che paura

Il furore di Del Piero dopo il gol è il simbolo di una squadra che ha affrontato la partita con l'Inter come la disfida di Barletta. Ecco a voi Juventus-Inter, saggio di furore agonistico, di rabbia e tormenti a lungo covati e patiti fino ad esplodere in una prova di forza non sorret-ta da riflessioni tattiche, da prudenza, astuzia: una dimostrazione di insaziabile voracità. Siamo noi i più forti: hanno urlato i bianconeri. Siamo ancora noi i padroni dello scudetto che avete voluto avvelenarci: e hanno sbattuto in faccia agli interisti, istruiti a una manifestazione di pavido contenimento, i loro pesanti attributi.
Le cronache deamicisiane straparlano di Cuore e altre frattaglie - magari comprendendo anche il fegato grosso di Moratti - eppure si tratta soprattutto di Palle. La Signora ha le palle. Come nei migliori giorni della sua gloriosa esistenza, nella sua invulnerabilità difensiva e subito trafitto per due volte a Perugia: dal Parmabotto al Parmacotto, con un triplo salto mortale senza rete. 
Cosi non mi azzarderò a tracciare effimeri verdetti sulle risultanze di questo sesto turno, che pure non è stato avaro di suggerimenti. Mi pare che si vada sempre più radicalizzando l'antitesi fra calcio tecnico e calcio muscolare. La migliore esponente del primo è la Roma, cui, nel bene e nel male, occorre fare riferimento quando si parla di spettacolo. L'ha offerto, e senza risparmio, anche a San Siro, la banda Zeman, per poi uscire senza un sol punto, al termine di un harakiri così perfetto (pali, traverse, rigore fallito, regali difensivi) da destare l'invidia di un samurai in disgrazia. Non sono un fanatico seguace del profeta boemo, cui rimprovero una troppo scarsa attenzione alla copertura e una fedeltà così rigida a un solo modulo, da mancare risultati solo per un gusto estremo della coerenza. Però, se si vuol vedere calcio scintillante, aperto, divertente, anche se non sempre giocato da campioni di illustre nome, è alla Roma che bisogna rivolgersi. Non giocherei uno spicciolo sullo scudetto dei giallorossi,ma dovessi fare un abbonamento, oggi come oggi, sceglierei la squadra di Totti e Del Vecchio, una coppia d'attacco nostrana che insidia la storica leadership di Inzaghi-Del Piero.
Il calcio aggressivo, fisico, arrembante, che fatalmente (per necessità di ritmo e non per dolo) ha come corollario un'inevitabile fallosità, trova invece nella Juventus, ancora e sempre, la sua indiscutibile numero uno. La Juventus ha stroncato l'Inter, al di là del risultato deciso da un episodio discusso e discutibile, aggredendola con un primo tempo di puro furore agonistico. Prendendola alla gola, schiacciandola ai pali di Pagliuca, non lasciandola respirare un attimo. Nella ripresa, quando era in largo preventivo un suo calo fisico, Madama ha perduto un uomo, e non uno qualunque, il suo migliore, Zidane, e tuttavia ha ancora sprintato a ondate, schiumando rabbia e grinta. Un calcio per uomini forti, un calcio da rollerball, che ha però un suo risvolto negativo. A fronte di un sovrumano dispiego di energie, si registra un modesto ritorno in fatto di gol. Tutta tesa a pressare, a scattare, a ripartire, la Juve trova poco tempo per segnare. Del Piero e Inzaghi si battono come leoni, ma centrano raramente la porta. Per questo i grandissimi elogi raccolti dopo la vittoria sull'Inter non mi trovano del tutto d'accordo. È stata una Juve eccezionale sul piano della prestazione atletica, ma una Juve che ha concluso poco e poco pericolosamente (l'Inter ha fatto ben peggio: non ha concluso mai, neppure in un tempo intero di superiorità numerica). 
Fra questi due poli, la tecnica ammaliante ma poco pratica della Roma, l'aggressività trascinante ma non sempre produttiva della Juventus, il campionato sta esprimendo una terza strada, rappresentata dalla vera novità di questo avvio: la Fiorentina. La squadra viola dalla cintola in giù ha la feroce determinazione della Juve, non per niente il suo mentore Trapattoni viene da quella scuola, anzi l'ha fondata, ma in avanti, grazie al supercannoniere Batistuta e soprattutto al formidabile Edmundo, sublime creatore di emozioni, distilla gocce di spet-tacolo puro, gol di struggente bellezza. Io credo che una stagione anomala, come finisce sempre per essere quella che segue a un campionato del mondo, possa consentirsi una grande sorpresa. Questa Fiorentina mi sembra attrezzata per il massimo traguardo: ha un allenatore specialista in vittorie, un mestiere che non è facile imparare, un attacco che non teme confronti e che presenta valide alternative, una difesa che va progressivamente rassodandosi e che dovrebbe ricevere presto ulteriori rinforzi (Kuffour del Bayern non è una cattiva scelta). Non credo si possa liquidare lo strepitoso avvio dei viola, che sarebbero a un punteggio pieno senza quel minuto di follia a Roma, con l'abusata immagine della meteora, che illu-mina fuggevolmente il cielo e poi scompare. È una Fiorentina in grado di reggere, anche perché la concorrenza, per quanto si è visto sin qui, non è terribile né proibitiva. 
La Juventus è destinata a migliorare ancora, ma intanto dovrà affrontare la prossima giornata (e forse qualche altra) senza il suo miglior ispiratore e senza il suo più irriducibile guerriero di centrocampo, Zidane e Davids. L'Inter, con due consecutive sconfitte, si è condannata a un problematico inseguimento. Ronaldo è sin qui presente in puro spirito, forse non è neppure esatto dire che l'Inter a Torino ha giocato in undici contro dieci, perché è stata sempre in dieci essa pure, col suo brasiliano virtuale. La nuova formula varata da Simoni, positiva in Champions League, non ha retto ai denti aguzzi di Madama. I fenomenali virgulti, nostrani come Pirlo e Ventola o esotici quali Silvestre, sono scomparsi di fronte alle scimitarre agitate da vecchi bucanieri come Di Livio o Montero. Simoni non sa più da che parte voltarsi e l'impressione è che abbia quasi esaurito il bonus che Moratti gli aveva concesso. Il Milan è terzo e vicino, ma così pieno di problemi. Il Parma, lo abbiamo detto, ha subito dilapidato il credito, d'altra parte senza grandi attaccanti è difficile far strada. 
Resta la Lazio. Che è staccata dal vertice e a sua volta angustiata da mille ambasce. Ma che deve ancora cominciare a correre. Perché, nella sua teorica formazione tipo, non si è mai vista. La Lazio, lo abbiamo già detto, è adatta agli scontri diretti, ha battuto la Juve a Torino nella finale di Supercoppa e ha schiantato l'Inter a San Siro in campionato: quelli potrebbero consentirle un recupero rapido, una volta ripristinata l'inquadratura di partenza. La Lazio non è ancora valutabile, questo il succo del discorso, con tutti i suoi pezzi da novanta potrebbe anche ingranare una marcia superiore. Se nel frattempo avrà avuto la pazienza di attendere. Che Cragnotti, fra le sue tante virtù, annoveri la pazienza non mi sentirei però di giurarlo. 
Fra tutti questi se e ma, la Fiorentina è la realtà più solida. È forte, se n'è resa conto e ci crede, ogni giorno di più. No, non credo proprio che sarà una meteora.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1998 nr.44




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martedì 16 settembre 2025

16 Settembre 1998: Juventus - Galatasaray

É il 16 Settembre 1998 e Juventus e Galatasaray si sfidano nella prima giornata del girone di qualificazione della UEFA Champions League 1998-99 allo  Stadio 'delle Alpi' di Torino.

In casa bianconera sta per avvenire una clamorosa 'rivoluzione'. Il grande Marcello Lippi poco dopo questa partita rassegnerá le dimissioni da allenatore ed al suo posto arriverá il giovane e rivoluzionario Carlo Ancelotti. Dopo l'iniziale scettiscimo dei tifosi la squadra sembra aver intrapreso la giusta via. Però alla fine sarà solo un deludentissimo settimo posto che varrà solo l'accesso per l'europa verso la Coppa Intertoto. Dall'altra parte c'é il Galatasaray che vive (come il calcio turco di quegl'anni) un momento roseo; ed é sempre un ostacolo ostico da superare.

Buona Visione!

 


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Stagione 1998-1999 - Champions League - 1ª giornata
Torino - Stadio Delle Alpi
Mercoledì 16 settembre 1998 ore 20:45
JUVENTUS-GALATASARAY 2-2
MARCATORI: Inzaghi 17, Hakan Sukur 44, Umit 63, Birindelli 69

JUVENTUS (4-3-3): Peruzzi, Birindelli, Tudor, Tacchinardi, Pessotto G. (Blanchard 69), Di Livio, Deschamps, Davids, Fonseca (Rampulla 33), Inzaghi (Zidane 62), Del Piero
A disposizione: Mirkovic, Pecchia, Dimas, Zalayeta
Allenatore: Marcello Lippi

GALATASARAY (4-4-2): Taffarel, Filipescu, Vedat, Popescu, Hakan Unsal, Okan, Umit, Tugay (Arif 79), Hasan Sas (Ergun 82), Hakan Sukur, Hagi
A disposizione: Bolukbasi, Korkmaz, Fatih Akyel, Kafkas, Emre Belozoglu
Allenatore: Fatih Terim

ARBITRO: Merk (Germania)
AMMONIZIONI: Fonseca 19, Di Livio 56, Deschamps 71 (Juventus); Okan 2, Hagi 67, Hakan Sukur 89 (Galatasaray)
ESPULSIONI: Peruzzi 32 (Juventus)


Lippi mi ha tradito la voglia di vincere 

L'allenatore della Juve fa autocritica per lo schieramento scelto in partenza con il Galatasaray «Tre attaccanti sono troppi» 

TORINO. La sensazione è quella di aver salvato la pelle. Umberto Agnelli commenta così il mezzo passo falso: 

«Troppe assenze, era solo mezza Juve». 

Invece non cerca attenuanti. Lippi, per un debutto con il brivido come nessuno si aspettava. La sua disamina di fronte alla platea, alla fine merita perfino l'applauso dei giornalisti turchi. Che fa il Marcello? Un'operazione molto semplice, ovvero ammette che questa Juve di più non poteva dare e che lui ci ha messo del suo per complicare le cose: 

«Ho sbagliato nel voler schierare tre attaccanti. In questo momento non siamo ancora pronti per una squadra di questo tipo. Ma avevamo tanta voglia di vincere la prima partita di Coppa. Alla fine dobbiamo ammettere che il pareggio non è un risultato negativo, anche perché eravamo in dieci ed è già tanto che siamo riusciti a raddrizzare la partita». 

Complimenti sinceri al Galatasaray. Lippi esalta la squadra venuta dal Bosforo con parole gentili: 

«Ha giocato un'ottima partita, dimostrando di essere più avanti di noi anche perché ha già giocato cinque partite di campionato. Bravo Hakan a segnare e a fare la sponda. Noi abbiamo sofferto anche in parità numerica, mentro loro non sono mai stati in crisi e arrivavano prima di noi sulla palla in tutte le zone del campo. Non credo che sia un problema di difesa, ci sono stati problemi in lutti i reparti. Ma insisterò con questo assetto tattico: non è detto che una serata storta debba cambiare i programmi». 

Le sue scelte nel dettaglio: 

«Ho spostato Tacchinardi a centrocampo perché dovevamo stare più raccolti ed avere maggiore interdizione. Mi è spiaciuto togliere Fonseca perché andava benissimo, ma non avevo scelta. In passato ho sostituito spesso anche Del Piero. Quanto a Inzaghi, l'ho sostituito perché con Zidane avevo due attaccanti che tenevano di più la palla». 

Infine un sospiro di sollievo: 

«Visto il paregggio nell'altra partita del girone (1-1 fra Athletic Bilbao e Bosenborg, ndr), il nostro 2-2 non è cosi disastroso». 

Ma Inzaghi non era del tutto convinto della scelta di Lippi: 

«Stavo bene, rispetto le scelte del tecnico. Dopo l'espulsione di Peruzzi c'erano i presupposti per una grande partita, stava venendo fuori la Juve migliore». 

Pippo se ne va per nulla contento, Rampulla si giustifica: 

«Per arrivare sul pallone del loro secondo gol avrei dovuto essere più alto di cinque centimetri. Posso aver sbagliato, ma la traiettoria della palla si allargava sempre di più e non c'è stato nulla da fare». 

Una serata storta per un Deschamps ancora in lento recupero. Il francese ammette ogni colpa: 

«Non sono al massimo e ci vorrà altro tempo per migliorare. E' mancata la lucidità: di questi tempi giocare in dieci è una sofferenza. Loro ci hanno messo in crisi anche in parità numerica, arrivavano sempre pruni sulla palla. I tre attaccanti? L'abbiamo fatto spesso in passato, è una tattica che comporta molto sacrificio da parte di tutti. Ci vogliono i meccanismi di gioco giusti e per ora non ci sono ancora». 

Di Livio è molto realista: 

«Dopo una partita così dobbiamo soltanto migliorare. Dopo l'uscita di Peruzzi ci siamo dovuti sdoppiare per arginare il Galatasaray. Le assenze hanno pesato, Lippi ha dovuto inventare una nuova squadra». 

Sul fronte turco c'è una soddisfazione incredibile. Il tecnico Terim, bravo a preparare la partita, ammette: 

«Il nostro sogno resta andare nei quarti di finale. Potevamo ottenere una storica vittoria, ma anche il pari è qualcosa di grande. Avevamo la partita in pugno e abbiamo commesso un errore incredibile facendo segnare uno piccolo come Birindelli. Non farà mai più un gol di testa con tanta facilità». 





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PAGELLE BIANCONERE: SEI SUFFICIENZE 

PERUZZI 6,5. Si immola per il bene della squadra: l'arbitro lo caccia, ma lui salva un gol sicuro. (Dal 32' pt Rampolla 5, subito bravo a sventarla ima punizione di Hagi, ma dormiente alla grande sul secondo gol turco). 
BIRINDELLI 6. I pericoli arrivano quasi sempre dalla percussioni centrali, ma anche lui concede troppo spazio alla incursioni turche dalla fascia destra. Nel corso del match diventa difensore centrale e pure goleador. 
TUDOR 5. Tecnicamente bravo, ma troppo lento e sempre in affanno. Divide con Tacchinardi la responsabilità del gol di Hakan e si concede altre leggerezze assortite. 
TACCHINARDI 5,5. Si adatta al ruolo di centrale difensivo con risultati poco brillanti. Nella ripresa torna a centrocampo e anche lì stenta a far sentire il proprio peso. 
PESSOTTO 5,5. Dà briglia sciolta al tracagnotto Okan e la squadra patisce. Si propone in attacco, ma manca di precisione. (Dal 23'st Blandrard sv).
DI LIVIO 6. A destra e sul centro, ha sempre buone idee. Nella seconda parte Lippi lo ricicla come difensore di destra. Molta concretezza, pochi guizzi vecchia maniera.  
DESCHAMPS 5. E' il meno brillante di un centrocampo che va spesso in sofferenza. E' in ritardo sul gruppo. 
DAVIDS 6. Non è ancora quello dello scudetto, ma conferma la sua indispensabilità, anche se a singhiozzo. 
FONSECA 6. Partenza col botto: un sinistro splendido sul quale Taffarel deve superarsi, mi lancio millimetrico per Di Livio. Lippi lo sacrifica facendo la scelta più logica. 
INZAGHI 6. Va in gol con una sforbiciata spettacolare. Ma poco altro da segnalare. (Dal 17'st Zidane sv, non sta bene e offre apporto molto limitato). 
DEL PIERO 5,5. Gioca più per la squadra che per sè. Inizia bene, si affloscia strada facendo. Sua, comunque, la punizione del pareggio. 

Fabio Vergnano
tratto da: La Stampa 17 settembre 1998

 


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