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martedì 27 ottobre 2026

27 Ottobre 1985: Udinese - Juventus

Il 27 ottobre 1985 Udinese e Juventus si sfidano nell'ottava giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1985-86 allo Stadio Friuli  di Udine.

La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccoli di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven-Göran Eriksson vincendo 'in volata' lo Scudetto. I Giallorossi saranno protagonisti tanto di una rimonta inaspettata quanto di una rovinosa caduta nella penultima gara di campionato in casa contro la già retrocessa Lecce.

Dall'altra parte c'è la squadra friulana che dopo un campionato tra alti e bassi riesce nel suo intento di evitare la retrocessione in Serie B.

Buona Visione! 



udinese





Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 8ª andata
Udine - Stadio Friuli
domenica 27 ottobre 1985 ore 14:30 
UDINESE-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Serena A. 20, Favero 50, Cabrini autorete 82

UDINESE: Brini, Galparoli, Baroni, Storgato, Edinho, De Agostini, Chierico, Colombo (Dal Fiume 46), Carnevale, Miano, Criscimanni (Zanone 73)
A disposizione: Abate, Susic, Pasa
Allenatore: Luis Vinicio

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini (Pioli 90), Bonini, Brio, (c) Scirea, Mauro, Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup
A disposizione: Bodini, Caricola, Pin, Pacione
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Casarin
AMMONIZIONI: Mauro, Manfredonia (Juventus); Edinho, Storgato (Udinese)





Una saggia Juventus non ha problemi al «Friuli» dopo il bel gol del centravanti
Serena mette in crisi l'Udinese
Favero raddoppia, poi autogol di Cabrini (il primo della carriera) 
Il finale è tutto degli uomini di Vinicio, ma il risultato non cambia più 
In bella evidenza Platini, opaco Laudrup dopo lo splendido avvio di stagione

UDINE - La Signora Omicidi ha colpito ancora, per l'ottava volta, spietata, inesorabile. L'Udinese, vittima di turno, non ha avuto scampo: ci ha messo l'anima per fermare la Juventus-record, ma s'è trovata sotto di due gol (Serena e Favero) e solo l'autorete di Cabrini, la prima della carriera, con un perfetto colpo di testa all'incrocio dei pali, la copia esatta di quello di Serena, ha messo un po' di suspense sul risultato rendendo drammatici gli ultimi otto minuti durante i quali i friulani hanno sfiorato il pareggio.

Sulla legittimità del successo, comunque, non ci sono ombre. È stata una vittoria scientifica di uno squadrone che ha rimesso i panni della provinciale ma ha sapientemente amministrato gioco ed energie, tenendo conto della fatica di Verona. Con umiltà ha chiuso i varchi, manovrando di rimessa com'è ormai consuetudine, specie in trasferta, in questo scorcio di campionato che la vede mattatrice assoluta, con 16 punti, 16 gol all'attivo e 3 al passivo. Una media-scudetto che ha creato il vuoto alle sue spalle dove l'Inter è l'unica, a 4 che abbozza una qualche resistenza.

Ieri Platini ha ripetuto Verona come atteggiamento tattico, ma con maggior disponibilità a mettere il suo genio al servizio della squadra. Non sempre ha trovato collaborazione da parte di Laudrup, che, dopo le prodezze d'avvio di stagione, sta concedendosi una pausa, ha smarrito un po' di smalto e lucidità e non riesce a sfruttare al meglio il dribbling, lo scatto e, in progressione, il cambio di marcia che sono le sue prerogative. Anche Mauro, che ha fornito il magnifico cross del gol di Serena, appare talvolta macchinoso, non sempre preciso nel passaggio. Quando Laudrup e Mauro saranno al top, il contropiede della Juventus diventerà ancora più micidiale.

Per il resto, il centrocampo ha fatto filtro grazie all'opera di Manfredonia, Bonini (che ha stretto i denti per la solita spalla dolorante) e Platini. La difesa, in cui Brio ha prevalso nettamente su Carnevale andando anche a colpire una traversa sul 2-0, ha fatto in pieno il proprio dovere e solo sulle punizioni di Edinho e nel farraginoso finale su conclusione di Miano e dello stesso brasiliano, Tacconi ha confermato di attraversare un periodo di gran forma.

Positivi Cabrini (malgrado l'autore) e Scirea. Ma il migliore in campo è stato Favero, che oltre a stroncare di piedi e di testa i tentativi dei friulani, ha firmato con un'azione capolavoro la sua prima rete in Serie A.

E così l'Udinese ha perso l'imbattibilità interna che durava da circa sei mesi, da quando cioè la Roma aveva fatto l'en plein al Friuli. Non è bastato lo stoicismo di Edinho che, malgrado i postumi della distorsione al ginocchio destro, s'è battuto come un leone, cercando con tutte le energie il pareggio sia sul calcio da fermo che nelle mischie. Il pubblico ha anche contestato Casarin gridandogli

"Venduto, venduto!"

Ma l'arbitro, pur non in giornata di gran vena, ha visto giusto negli episodi in cui la squadra di Vinicio ha reclamato il rigore per una caduta di Edinho tra Manfredonia e Scirea (65') e per un contrasto tra Cabrini e Carnevale (85').

Piuttosto l'Udinese e Baroni devono recitare il mea culpa per i gol di Serena che hanno sbloccato la partita, indirizzandola sul binario voluto dalla Juventus, al 20'. Su bel cross di Mauro, Baroni non è saltato per contrastare Serena che, con un'incornata degna di John Charles, ha infilato l'incrocio dei pali sulla sinistra dell'impietrito e incolpevole Brini. Da quel momento la Juventus ha giocato sul velluto.

In apertura di ripresa, Vinicio tentava la carta Dal Flume, all'esordio in campionato e nell'Udinese, al posto di Colombo che aveva trovato in Cabrini un baluardo insuperabile. Dopo un pallonetto di Miano bloccato da Tacconi, la Juventus piazzava la seconda mazzata (50). Favero vinceva un tackle con Chierico a metà campo, scattava sulla destra, scambiava con Serena, entrava in area vanamente inseguito da Baroni e di piatto insaccava a fil di palo, con la complicità di Brini rimasto colpevolmente fermo. Magnifica discesa, perfetta l'esecuzione.

Sul 2-0 la partita si scaldava e Casarin ammoniva Galparoli, Mauro, Sorgato, Edinho e Manfredonia. La Juventus legittimava il risultato giungendo agli angoli di Brio che, su punizione di Platini, di testa incocciava prima le mani di Brini e poi la traversa (57'). L'Udinese si lanciava a testa bassa. Tacconi deviava in corner una pericolosa punizione di Edinho (61'). Un'altra del brasiliano lambiva il palo (67) e un suo maligno destro trovava il portiere plazzato. Entrava Zanone per Criscimanni (74). È all'82 quello che non ti aspetti. Su traversone di Chierico, Cabrini, per paura di colpire il pallone nella regione della ferita rimediata a Verona, con la tempia, insaccava imparabilmente.

La possibilità di raddrizzare una partita ormai persa moltiplicava le forze e il morale dell'Udinese, ma Tacconi negava a Miano il pareggio (87) e un colpo di testa di Edinho finiva di un soffio fuori. Con un'occasione per Serena si chiudeva, tra i fischi (di rabbia) del pubblico, una gara vibrante segnata da un'altra storica impresa dei campioni d'Europa.

Bruno Bernardi
tratto da: La Stampa 28 ottobre 1985




IL SIGNOROTTO

LA JUVENTUS galoppa solitaria nei verdi pascoli dei primati. Si illude chi cerca di buttare nei suoi magici sincronismi la polvere di fastidiose e gratuite polemiche. Dipinta come banda di cinici picchiatori dopo la notte di Coppa a Verona, Madama corre a espugnare Lidine in morbida souplesse. Mi incanta questa sua straordinaria capacità di mutar pelle: ora ferrigna macchina da guerra, ora fantasiosa creatrice di gioco. Risibilmente si accusa Trapattoni di eccessi difensivistici: il Trap getta in faccia ai critici superficiali i sedici gol realizzati in queste prime otto domeniche trionfali. Se ripartiamo in minuti il campionato bianconero, otteniamo questa eloquente espressione aritmetica: un gol realizzato ogni quarantacinque minuti, un gol subito ogni 240. Cioè, in media occorrono quasi tre partite per fare gol alla Juve. Ma si può andare oltre: dei soli tre oltraggi ricevuti, ben due la Juve se li è procurata con le sue stesse mani. Autorete di Scirea nel derby torinese, autorete di Cabrini a Udine. L'unico attaccante avversario riuscito a perforare la difesa juventina, fin qui, è stato il pisano Kieft. Eppure, questa impermeabilità difensiva non è andata a scapito della capacità di offendere: il rapporto gol fatti-gol subiti è di 5,3 per la Juve, contro il 2,2 del Napoli (11-5) e il 2 esatto dell'Inter (14-7) e del Milan (8-4). L'abisso che la Signora ha scavato in classifica alle proprie spalle trova, in sostanza, il puntuale riscontro delle cifre. E a questo punto, quando il campionato si avvicina ormai al suo primo terzo di svolgimento, diventa fuori luogo fare riferimento unicamente a un calendario favorevole per spiegare l'irresistibile volo di Madama.

LEGGENDA. Non vorrei che l'orgia di numeri inaridisse il nitore di un'impresa che resuscita tempi lontani, quando gli exploit del genere erano più facilmente consentiti da una concorrenza non agguerrita come ai giorni nostri. Otto vittorie iniziali consecutive alla Juve erano già riuscite nel campionato 1930-31, anche se per gli statistici il parallelo non regge perché quel campionato si giocava a diciotto squadre, non a sedici come l'attuale (ma fa autentica differenza il rilievo, quando ci si riferisce a una serie iniziale?). Era la Juventus di Combi, Rosetta, Calligaris; la Juventus baciata dall'estro di Cesarini e Mumo Orsi; la Juventus che andava ad avviare la favolosa serie dei cinque scudetti. La Juventus è entrata nella leggenda, poi puntellata da una continuità nel tempo che non trova oggettivi riscontri in Italia né, credo, nel mondo. Quella Juventus aveva segnato di più, ventidue gol, alla media di quasi tre a partita; ma aveva anche incassato di più, sei gol. E il suo rapporto gol fatti/gol subiti era peggiore: 3,6. Curiosità puramente statistiche, come quella che senza secondi fini (tantomeno jetta-tori) vado di seguito a rilevare. La Juventus 30-31 concluse la sua fantastica sequenza di vittorie, perdendo alla nona giornata. Proprio contro il Napoli, sul cui campo la Juve nipotina di oggi andrà appunto a giocare domenica; so che Trapattoni non è superstizioso, ma è ugualmente autorizzato alle toccatine di rito.

REALTÀ. Esco dalle suggestioni dei numeri e dei ricordi. Ma prima è giusto rilevare come tutte le Juve-record, quella del 30 e quella del 76 - cui apparteneva sino a domenica scorsa il primato delle sette vittorie iniziali nel campionato a sedici squadre -abbiano poi dato vita a un ciclo di scudetti. Può farlo anche questa, nei limiti del calcio moderno che non consente leadership a lungo metraggio, ben altrimenti intenso, risultando il logorio della concorrenza interna e dell'attività internazionale. Può farlo perché la squadra è stata saggiamente costruita, secondo solidi compromessi tecnici. La difesa, immutata rispetto allo scorso torneo, si è fatta, da ballerina che era (33 gol subiti nel campionato 84-85), pressoché impenetrabile. Questa è stata una grossa intuizione da parte di Boniperti e Trapattoni. La via apparentemente più facile era quella di cambiare il reparto, oltretutto già piuttosto maturo nella cerniera centrale: 32 anni Scirea, 29 anni Brio. Nella stanza dei bottoni bianconera si è invece arrivati ad un'analisi diversa: quella difesa incassava troppi gol non per demeriti specifici dei suoi componenti, ma perché inadeguatamente protetta. In effetti, la Juve con due punte pure, Rossi-Briaschi, uno splendido anarchico come Boniek, un interno goleador come Platini, lasciava il compito di filtrare il gioco ai soli Bonini e Tardelli, quest'ultimo giustamente demotivato da compiti di gregariato, mortificanti per il suo rango. La campagna estiva è stata quindi impostata su una radicale variazione di formula. Il ripristino della figura del tornante, già esaltata tempo addietro da Causio: ed è arrivato Mauro, fulgido talento non ancora del tutto espresso. Una sola punta centrale, ma di stazza e statura, per sfruttare adeguatamente i cross dalle fasce: ed è stata coronata la lunga, stressante caccia a Sere-na (con Pacione di rincalzo). Infine, al posto di Tardelli, un mastino di centrocampo che sapesse abbinare alla qualità tecnica la dedizione senza riserve a un duro e spesso oscuro lavoro di tamponamento. E Manfredonia ha rappresentato la soluzione ottimale. Il tutto è stato completato con la disponibilità di Platini ad arricchire nel ruolo di autentico «meneur de jeu», con licenza di avventure offensive soltanto in particolari circostanze. Tutto facile, sulla carta. Ma è miracoloso come i tasselli siano entrati immediatamente al posto giusto, senza una forzatura, e questo, credo, neppure Boniperti e Trapattoni se lo sarebbero aspettati. Per lo meno, non così presto.

E TUTTAVIA... Gioco fatto, allora? Soltanto rose e fiori, di qui alla fine davanti ai morbidi piedini di Madama? Andiamoci piano. Inquadrando, dall'alto dei suoi sedici punti, la mischia che si accende al piano di sotto, la Juve vede con intima preoccupazione, così mi immagino, go a forza di gomiti la sua rivale storica e istituzionale, la più temuta, anche quando una crisi indecifrabile pareva ancorarla a un ruolo marginale. Certo, l'Inter, la grande favorita d'estate, la squadra costruita da Pellegrini per un risultato solo: vincere, tutto e subito. Quattro punti, che sono tanti e pochi, dividono le due grandi regine. Si è ormai placata l'ondata impetuosa della rivoluzione, che pareva voler trasformare il calcio italiano in un feudo della provincia emergente. Soffia il vento della restaurazione, Juventus contro Inter (e magari Milan) come ai bei vecchi tempi. Madama galoppa solitaria nei verdi pascoli dei primati, ma è perfettamente conscia che nuovi e più insidiosi agguati l'attendono.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1985 n.44






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venerdì 23 ottobre 2026

23 Ottobre 1985: Verona - Juventus

È il 23 ottobre 1985 ed Hellas Verona e Juventus si sfidano nella gara di andata degli ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1985-86 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccioli di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven Goran Eriksson vincendo 'in volata' lo Scudetto. L'Hellas Verona (campione d'Italia in carica), dal canto suo, chiude in un deludentissimo decimo posto.

In Europa la Juve invece dopo aver superato lo scontro fratricida con i veneti gialloblu, deve invece arrendersi al Barcellona nei quarti.

Buona Visione!



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Stagione 1985-1986 - Coppa dei Campioni - Ottavi, andata
Verona - Stadio Marcantonio Bentegodi
Mercoledì 23 ottobre 1985 ore 20.30
VERONA-JUVENTUS 0-0

VERONA: Giuliani, Ferroni, Galbagini (Turchetta 58), Tricella, Fontolan, Briegel, Sacchetti, Volpati, Bruni, Di Gennaro, Elkjaer
Allenatore: Osvaldo Bagnoli

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini (Pioli 43), Bonini, Brio, Scirea, Mauro (Pin 53), Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Valentine (Scozia)



Ma che bravo quel Tacconi 

GIULIANI 6,5 — Poco lavoro, ma molta attenzione sui tiri da lontano. 
FERRONI 6,5 — Ha marcato Laudrup con attenzione, talvolta anche con rudezza. 
GALBAGINI 7 — Per 58 minuti, fino a quando è dovuto uscire per infortunio lasciando spazio a Turchetta (rimasto troppo poco in campo per giudicarlo), il terzino sinistro è stato una spina nel fianco della difesa bianconera. 
TRICELLA 6,5 — Non ha avuto troppe possibilità di farsi vedere in avanti.
FONTOLAN 6 — Ha marcato Serena con buoni risultati, ma anche con troppe durezze 
BRIEGEL 6,5 — Si è dannato a tutto campo, cercando anche di appoggiare Elkjaer in area avversaria, senza riuscire a ottenere risultati concreti.
SACCHETTI 6,5 — Ha impegnato Cabrini, obbligandolo a limitare gli inserimenti offensivi.
VOLPATI 7 — Aveva di fronte Platini, ed anche se il francese per necessità di squadra si è soprattutto ritirato nel suo metacampo, il gialloblù ha dato un'ennesima prova delle sue qualità.
BRUNI 6 — Meriterebbe un voto ben più alto per quanto ha fatto palla al piede, ma purtroppo ha rovinato la sua quotazione con un finale fallosissimo.
DI GENNARO 7 — È stato l'anima della squadra, fino all'ultimo minuto ha cucito e ricucito il gioco. 
ELKJAER 6,5 — Ha cominciato molto bene scavando a tutto campo, ma logicamente col passare dei minuti ha accusato la fatica. 

 

TACCONI 7,5 — Visto che gli piace essere impegnato, nel suo ruolo, ieri sera si è sicuramente divertito. È stato bravissimo nelle uscite alte, sul calcio d'angolo e sul cross, e provvidenziale in due deviazioni nel finale. 
FAVERO 6 — Senza un avversario diretto da marcare, è parso meno brillante 
CABRINI 6,5 — Aveva iniziato con sicurezza, malgrado la posizione di Sacchetti, stava salendo di tono quando una ferita al capo lo ha costretto ad uscire.
PIOLI 6 — Ha sostituito Cabrini dimostrandosi altrettanto efficace nelle propulsioni offensive. 
BONINI 6 — Molto movimento, molta fatica, ma senza riuscire a dare una mano efficace nel bloccare il centrocampo avversario. 
BRIO 6,5 — Ha faticato su Elkjaer, ma a gioco lungo l'ha domato con autorità. 
SCIREA 7 — La partita l'ha costretto a ritornare all'interpretazione «vecchi tempi» del ruolo di libero. 
MAURO 5,5 — In una partita di combattimento, la sua spinta sulla fascia destra si è fatta sentire ben poco. Pin l'ha sostituito al 59'.
MANFREDONIA 7 — Qualche scintilla nel finale, qualche colpo dato e preso, ma come sempre è stato il filtro più efficace. 
SERENA 6,5 — Molto movimento, opportuni ed efficaci spostamenti. 
PLATINI 6,5 — Il voto vale per il lavoro compiuto come filtro davanti alla difesa, anche se il francese ieri sera ha trovato ben poche occasioni per sostenere la coppia d'attacco. 
LAUDRUP 6 — Qualche bell'affondo, ma soprattutto dimostrazione di classe 

ARBITRO: VALENTINE 6 — Dopo un inizio autoritario, nel finale ha scambiato falli normali di gioco per cattiverie e viceversa, deludendo.

Bruno Bernardi
tratto da: La Stampa 24 ottobre 1985





Senza reti la battaglia di Verona, il ritorno a porte chiuse ci priverà comunque di una squadra campione; la Sampdoria trema anche in Coppa dopo la sconfitta di Lisbona; l'Inter tornata pazza fa grande il Linz; il Torino nei guai con l'Hajduk: è il Milan la sola dolcezza di un turno amaro
Unicum

SI ERA ANNUNCIATO male il secondo turno, col sorteggio fratricida Verona-Juventus. È proseguito sul tema: una sola vittoria, due sconfitte, l'inquietante pareggio casalingo del Torino. Prospettive non lievissime per il ritorno. La Sampdoria come potrà venire a capo della paziente ragna-tela del Benfica, con quell'attacco che si ritrova? Il Torino rischia seriamente a Spalato, dove l'Ha-jduk potrà mulinare il suo contro-piede. Lo stesso Milan non è del tutto a riparo dal furore agonistico del Lokomotiv. I tedeschi si trasformano tradizionalmente sul terreno di casa e poi stanno fieramente proclamando di aver subito un doppio scippo arbitrale e così già preparano caldissime accoglienze. E il Milan non avrà il suo prode guerriero di retroguardia, Franco Baresi, sottratto alle vicende agonistiche da una frattura alla clavicola. Direi che soltanto due hanno la certezza (o quasi) di andare oltre. La sciagurata Inter che ha perduto a Linz come avrebbe potuto già perdere a San Gallo nel primo turno, offrendosi sconciamente a un avversario che non vale un decimo della sua potenzialità tecnica. Nel ritorno di San Siro dovrà goleare per ottenere il perdono dai suoi fan così duramente offesi. Ne ha tutte le chance, gli austriaci giocano aperti, animati da un gagliardo spirito amatoriale. Però l'Inter li soffre, come già dimostrò con l'Austria Vienna (che era tutt'altra cosa). E poi Juve o Verona, qui andiamo sul sicuro, che dirimeranno a porte chiuse la questione rimasta irrisolta sopra i novanta ardentissimi minuti del Bentegodi.

DI GENNARO E MANFREDONIA. È stata quella di Verona, una tipica battaglia all'italiana, senza alcun connotato europeo. Difesa rigidamente a uomo, scontri accaniti, sofferenza agonistica dall'inizio alla fine, senso pratico mai dimenticato o immolato sull'altare dello spettacolo (perché, poi?). Il Verona ha lasciato grande impressione, per la sua arrembante ripresa, quando la Juventus, perduta la sua principale propulsione di fascia (Cabrini: visto quanto può essere importante un terzino?), è progressivamente arroccata, concedendo all'avversario quintali di calci d'angolo ma appena qualche grammo di pallone-gol. Mirabile interpretazione barricadera, che ha rievocato antichi fantasmi: così giocava l'Inter euro-mondiale, quando l'indimenticabile Armando Picchi chiamava a raccolta i suoi prodi e Burgnich, Facchetti e Guarneri calavano la saracinesca davanti a Giuliano Sarti. Il colossale Brio, lo stopper più redditizio del calcio italiano (e che rabbrividiscano pure gli esteti), svettava su Elkjaer e il prezioso Favero trovava negli spazi ristretti dimensioni eccellenti. Personalmente, mi incantava il gran lavoro di Manfredonia, straordinario frangiflutti. Avrà notato Bearzot? Sicuramente non gli sarà sfuggita, sull'altro fronte, la grandiosa partita di Di Gennaro, che forse per la prima volta ho visto battersi con la personalità, lo slancio, l'iniziativa del leader. Questo è il Di Gennaro che serve alla Nazionale, non il diligente ma limitato ragioniere del centrocampo adibito al piccolo cabotaggio. Direi che dalla partita sono scaturite indicazioni molto interessanti per il C.T. E che sia stata, ripeto, una partita tutta «italiana», nello spirito e nella sostanza, lo dimostra il rendimento sottotono dei quattro stranieri in campo, solitamente mattatori. Platini si è adattato a difensore, con abnegazione ma scarso entusiasmo. Laudrup ha avuto fiammate troppo saltuarie. Elkjaer non è mai riuscito a scardinare la guardia di Brio e Briegel, che giocava con l'influenza addosso, ha svolto un ruolo marginale. Come finirà al ritorno? La Juve è favorita, ma io la mano sul fuoco non ce la metterei. Al Verona, in fondo, basterà un pari con gol, dall'1-1 in su. E saranno i bianconeri a dover attaccare, lasciando al Verona l'arma prediletta del gioco di rimessa. Senza contare che si giocherà nell'acquario e quel silenzio irreale potrà anche falsare i rapporti tecnici.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1985 n.44




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Elkjaer, Scirea e Tacconi osservano il pallone finire a fondo campo

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giovedì 22 ottobre 2026

16 Marzo 1986: Roma - Juventus

È il 16 marzo 1986 e Roma e Juventus si sfidano nella decima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1985-86 allo Stadio 'Olimpico' di Roma.

La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccoli di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza proprio la Roma di Sven Eriksson, che vince 'in volata' lo Scudetto. 

I Giallorossi saranno protagonisti tanto di una rimonta inaspettata quanto di una rovinosa caduta nella penultima gara di campionato in casa contro la già retrocessa Lecce.

Buona Visione! 



roma


Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 10 ritorno
Roma - Stadio Olimpico
domenica 16 marzo 1986 ore 15:00 
ROMA-JUVENTUS 3-0
MARCATORI: Graziani 3, Pruzzo 28, Cerezo 83

ROMA: Tancredi, Oddi, Gerolin, Boniek, Nela, Righetti, Graziani, Cerezo, Pruzzo, Ancelotti, Di Carlo
A disposizione: Gregori, Lucci, Desideri, Giannini, Tovalieri 
Allenatore: Sven Goran Eriksson - Sormani

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini (Pin 46), Brio, (c) Scirea (Caricola 58), Mauro, Manfredonia, Pacione, Platini, Laudrup
A disposizione: Bodini, Bonetti I., Buso
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Agnolin L.
AMMONIZIONI: Pruzzo 28, Pruzzo 82 (Roma)
ESPULSIONI: Pruzzo 82 (Roma)




All'Olimpico la Roma strapazza la Juventus e spera di aver riaperto il campionato
Graziani, Pruzzo e Cerezo
Folla ai cancelli già prima dell'apertura effettuata alle 10 del mattino.
Tutto lo stadio è coperto da sottili teli gialli e rossi.
La svolta del match con il gol immediato dell'ex granata (3'), autore di una generosa prova anche in fase di contenimento. Il raddoppio del centravanti al 28', ammonito per essersi tolto la maglia in segno di giubilo e poi espulso all'82 per un successivo cartellino giallo per fallo su Laudrup.
Il brasiliano sigla il risultato all'84 con la squadra in 10.
Nella ripresa subito Pin per Bonini e poi Caricola per Scirea, infortunati.

ROMA. Manfredonia libera su Ancelotti oltre il fondo. Batte dal corner Di Carlo, un centro preciso a mezza altezza sul primo palo: Ciccio Graziani sbuca in slalom su Cabrini, e inchinandosi rapido infila di testa in rete. Sono passati tre minuti soltanto e la superpartita, il confronto diretto tra le due grandi del campionato, appare segnata.

L'Olimpico, che tanti vorrebbero abbandonare per il mega-stadio, esplode oltre misura, ma il vero stadio, ancora a misura d'uomo, aveva dato spettacolo fin dal mattino. Se tensione c'è stata nella giornata, l'unico momento critico s'è avuto alle 9 e mezza della mattina quando parecchie migliaia di spettatori hanno cominciato a premere sui cancelli della curva Sud. Forse per la prima volta nella storia calcistica romana. I cancelli si sono aperti alle 10 in punto e il pubblico ha cominciato a sciamare verso l'alto delle gradinate. Soltanto un centinaio di ragazzi si sono infilati nel fossato a legare lunghe corde, poi sono saliti fino in cima, lavoraccio durato un paio d'ore a tendere dall'alto sempre quei cavi. Di tifo bianconero nemmeno l'ombra. Quando i giocatori hanno fatto capolino dal tunnel degli spogliatoi, lungo quelle teleferiche tese con tanta costanza sono scesi sottili teli gialli e rossi che hanno coperto l'intero stadio.

Dopo tre minuti il gol e quindi il delirio. La Roma, in campo, prendeva però bene il dominio della situazione. Senza lasciarsi frastornare dall'entusiasmo per il vantaggio acquisito, impostava il gioco a proprio modo. In difesa mancava Bonetti, ma bastavano gli altri quattro che ruotavano con lui nelle sostituzioni continue, mentre davanti Ciccio Graziani prendeva molto sul serio il suo ruolo di uomo a tutto campo facendo da filtro sul lato destro. Ancelotti e Boniek a darsi il turno in una posizione più avanzata del consueto con Di Carlo e con un ammirevole Cerezo a tutto campo.

I bianconeri disposti in campo con le sole marcature fisse di Brio su Pruzzo e Favero su Di Carlo, lasciavano spazi ampi a Boniek che avrebbe dovuto essere controllato da due a turno e non lo era mai da nessuno. Il maggiore scompiglio lo portava Graziani, che quando andava in avanti non era marcato, e in fase di ripiego finiva per diventare l'uomo in più da raddoppio di marcatura. Una entrata dura di Manfredonia (4) su Ancelotti. L'unica della giornata fa pensare a un volgere della partita verso la rissa e invece tutto continua su binari di correttezza, con Agnolin impegnato a fischiare il meno possibile, per non spezzettare il gioco se non quando l'intervento diventa indispensabile. La Juventus vorrebbe reagire ma non riesce e Graziani, serissimo nella sua interpretazione del ruolo di secondo stopper, respinge di testa (9) prima sul corner di Platini, poi su quello successivo, originato dalla deviazione di Ancelotti su gran destro di Cabrini. È la Roma che gioca. Spazia, imposta a largo raggio, non lascia respiro all'avversario. Trapattoni non vuole far scoprire eccessivamente i suoi, ma senza togliere l'iniziativa all'avversario di strada se ne fa poca, e si finisce per coprire. Pacione cerca da sganciarsi in avanti ma non riceve che raramente palle giocabili; Laudrup cerca da ricucire tra quell'unica punta avanzata e i compagni, ma ca vorrebbe un aiuto anche das Mauro che invece e evane-scente anche piu del consueto Pacione prova la deviazione (16) su tiro di Mauro, ma mancava forza all'inizio. La Roma parte in velocità ogni volta. 15: Gerolin-Di Carlo-Nela è tiraccio alto. 18: D Carlo-Nela-Boniek in profondità, con Ancelotti dall'altro lato di Brio, molto in difficoltà nel recupero: Tacconi va in uscita su Boniek che non serve il compagno e si impegna a fermare. 23 Graziani allunga a Zibi sulla destra e stavolta non prevale l'egoismo, assist per Pruzzo e Di Carlo accorrenti ma disperato anticipo di Scirea.

25: punizione di Platini a spallone in area, respinta corta e Pacione con ottima coordinazione supera con un pallonetto Tancredi: Righetti accorre verso la porta e respinge, ma probabilmente la traiettoria era destinata al fondo per centimetri. Tutta Roma, con Pruzzo pescato in fuori gioco piuttosto dubbio (26), con Boniek a valanga e fuori (27), in gol con Pruzzo (28). Ancelotti conquista uno dei suoi tanti palloni, salta due avversari e avanza sulla destra per entrare in area, saltando Manfredonia: cross preciso a spallone per Pruzzo, che inzucca in modo perfetto. Mentre Brio era fuori posizione, Favero tenta soltanto una goffa spinta. Pruzzo, il cannoniere, si esibisce in un festeggiamento nuovo, stilandosi la maglia, roteandola sopra il capo e correndo a festeggiare sotto la curva Sud per un'ammonizione certa: uno più uno uguale espulsione all'az quando farà un inutile fallaccio su Laudrup. Di rischi la Roma ne corre uno solo (42) quando Laudrup entra bene dalla destra, poi fa velo a Pacione che scocca il tiro al volo: Tancredi arriva a deviare in corner con la punta delle dita. Ribattono i romanisti a percussione ad ogni minuto di gioco disponibile, ma Cerezo manca incredibilmente l'angolaccio, solissimo in area, poi Cicco conclude con un gran tiro misto a parabola che sfila all'incrocio dei pali.

Quarantacinque minuti di fuochi d'artificio. Fatalmente quelli che seguono hanno meno botti, la Roma affonda meno i colpi, e i bianconeri costretti ad attaccare lasciano pericolosi spazi vuoti dietro attorno ai loro pilastri difensivi abbastanza a disagio in spazi larghi. È uscito Bonini alla fine del primo tempo per evitare guai muscolari; uscirà Scirea, toccato duramente da Pruzzo, ma la Juventus non entra mai in partita e la Roma ad andare vicino al gol con Ancelotti (65), con due punizioni di Di Cario con Boniek in girata (80'), parata da Tacconi e poi a segnare ormai in dieci. 84: Ancelotti lancia Nela sulla fascia sinistra e questo cross arriva a un metro dalla linea: Cerezo compare al centro della porta e infila Tacconi con una deviazione d'esterno destro. La festa è finita, ma dura a lungo sugli spalti con Graziani e Toninho Cerezo in mezzo agli ultras. Boniek solo al centro del campo con una maglia bianconera legata alla vita, tutti a prolungare questo momento magico, forse il più grande della stagione. Allo Scudetto nessuno vuole pensare.

Giorgio Viglino
tratto da La Stampa del 17 marzo 1986





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