È il 27 aprile 1986 e Lecce e Juventus si sfidano nella quindicesima (ed ultima) giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1985-86 allo Stadio 'Via del Mare' di Lecce.
La Juventus con questi due punti vince il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccoli di splendore di 'LeRoi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter) i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven Goran Eriksson vincendo 'in volata' lo Scudetto.
Il Lecce dal canto suo chiude un deludentissimo campionato salutando la Serie A, ma però avrà la 'colpa' di avere 'regalato' lo Scudetto ai bianconeri dopo aver sbancato l'Olimpico di Roma e battendo gli uomini di Sven Goran Eriksson.
Buona Visione!
Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 15 ritorno Lecce - Stadio Via del Mare domenica 27 aprile 1986 ore 15:30 LECCE-JUVENTUS 2-3 MARCATORI: Mauro 69, Miceli 73, Cabrini 79, Serena A. 85, Di Chiara A. 86
LECCE: Negretti, Vanoli, Danova, Enzo, Di Chiara S. (Causio 59), Miceli, Raise, Barbas, Pasculli, Nobile, Di Chiara A. A disposizione: Pionetti, Colombo G., Paciocco, Rizzo Allenatore: Eugenio Fascetti
JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, (c) Scirea (Pioli 82), Mauro, Laudrup, Serena A., Platini, Briaschi (Pin 55) A disposizione: Bodini, Caricola, Pacione Allenatore: Giovanni Trapattoni
ARBITRO: Agnolin L. AMMONIZIONI: Serena A., Mauro 12, Brio 23 (Juventus)
Tre gol bianconeri a Lecce hanno scandito il successo che ha tolto le ultime ansie
Firmato Mauro Cabrini Serena
La partita sembrava avviata verso uno zero a zero faticoso per la Juve, piuttosto nervosa (ammoniti Mauro e Brio) e impegnata duramente dalla formazione di Fascetti Poi negli ultimi venti minuti la tripletta liberatrice alla quale i padroni di casa si opponevano con furore facendo 1-1 con Miceli e risalendo a 2-3 con Di Chiara
LECCE Juventus Miss Italia '85-86. Dopo la Coppa Intercontinentale conquistata a Tokyo a dicembre è arrivato lo scudetto n.22. E settimo per Scirea, il sesto per Cabrini, il quarto per Brio, il terzo per Bonini, il secondo per Platini, Tacconi, Favero, Caricola e Bodini, il primo per Mauro, Laudrup, Serena, Briaschi, Pin, Pacione e Pioli. Uno scudetto sofferto e dunque più bello, vinto sul filo di lana dopo una stagione ricca di impegni ad alto livello.
A Lecce la Juve ha sofferto per oltre un'ora contro una squadra che, dopo l'incredibile exploit sulla Roma all'Olimpico, voleva congedarsi in bellezza dalla serie A. E c'e riuscita in pieno pur perdendo (3-2); va in serie B, salvo recuperi per la vicenda del calcio-scommesse a testa alta dopo aver impegnato allo spasimo i neo-campioni d'Italia che hanno avuto problemi a controllare le folate di rimessa di Nobile, Pasculli e Alberto Di Chiara.
Era una Juventus comprensibilmente tesa, a volte persino affannata. Il tridente determinava uno sbilanciamento e una specie di frattura fra le punte e il centrocampo dove Platini, non al meglio della forma, riusciva solo raramente a rifornire Briaschi, Serena e Laudrup peraltro poco disposti a smarcamenti rapidi, piuttosto statici per il considerevole sbalzo di temperatura fra Torino e Lecce che tagliava loro le gambe.
Sul tabellone luminoso dopo appena due minuti, era comparso il risultato di Como (1-0 per i lariani sulla Roma) che avrebbe dovuto sbloccare psicologicamente la Juventus consentendole di giocare sul velluto. Ma la posta in palio era troppo importante, il Lecce non era disposto a fare alcuna concessione e non avendo niente da perdere ma tutto da guadagnare sul piano dell'immagine, giostrava in scioltezza e sembrava avere una marcia in più nel clima estivo. Serena, in apertura di gara, non aveva sfruttato un bell'assist su punizione di Platini indirizzando sui pugni di Negretti da posizione angolata. Dopo questa palla-gol, la Juventus appariva impacciata e nervosa. Mauro (12) si lasciava andare ad un brutto fallo di reazione scalciando da terra, Nobile e Agnolin non infieriva limitandosi ad ammonire lo juventino.
Il gioco era frammentario. La Juventus perdeva palle giocabili sulla trequarti campo favorendo il contropiede dei giallorossi di Fascetti (ancora confinato in tribuna e sostituito in panchina da Neri. Il Lecce reclamava per un fallo di mano in area di Bonini al 20 che era chiaramente involontario e l'arbitro sorvolava al grido di
"Venduto, venduto"
Decisione impeccabile quella di Agnolin che al 23 ammoniva Brio per una gomitata in faccia a Pasculli. Anche Brio, come Mauro, aveva trasceso rischiando di prendere la via degli spogliatoi in anticipo. Un momento davvero critico per i bianconeri che si scuotevano al 27. Ancora Platini metteva un bel pallone sul piede di Laudrup il quale, in posizione di tiro, indugiava e pol peccava di altruismo servendo quasi sul fondo Briaschi il cui diagonale sorvolava lo specchio della porta e si perdeva in fallo laterale.
Era un'altra ghiotta occasione fallita dai bianconeri. che rischiavano un minuto dopo di trovarsi in svantaggio. Su una mischia Brio pasticciava, non trovava più il pallone che era vicino ai suoi piedi, ma Alberto Di Chiara, ben servito da Barbas, non riusciva ad approfittarne. Sul finire del tempo Platini commetteva qualche errore elementare, davvero insolito per un fuoriclasse del suo livello, ma zoppicava e si vedeva che non era nelle migliori condizioni. Una Juventus bruttina ma ugualmente incitata a gran voce da un pubblico per due terzi di fede bianconera.
Nella ripresa, dopo un brivido procurato da un violento sinistro di Raise. Trapattoni decideva (56') di togliere Briaschi, ormai a corto di carburante, inserendo un centro-campista in più, Pin. La squadra appariva più equilibrata e più incisiva. Al 58' su una combinazione Mauro-Platini. Serena mancava di un soffio il gol tirando sul portiere. Poi il Lecce inseriva l'ex juventino Causio al posto di Stefano Di Chiara per tentare di vincere la partita. Platini mancava una buona opportunità. Serena finiva sul cartellino giallo di Agnolin per proteste.
Al 69 arrivava il gol liberatore, il primo dei cinque realizzati in soli diciassette minuti. Serena veniva bloccata fuori area da Miceli. L'arbitro fischiava una punizione in favore della Juventus che Platini calibrava per il destro di Mauro la cui volée, da fuori area, si insaccava a fil di palo, forse leggermente deviata da un avversario. Un gol da incorniciare. Ma la festa dei bianconeri era di breve durata poiché al 73, su corner di Causio, Miceli di testa infilava Tacconi con una beffarda parabola.
Tutto da rifare, mentre il risultato di Como era invariato e dava ossigeno alle speranze della Juventus. Pol al 79 il 2-1. Una punizione di Mauro da destra trovava pronti Serena e Cabrini all'appuntamento. L'attaccante mancava la palla, il terzino con una rovesciata di sinistro schiacciava alle spalle di Negretti. Ormai era fatta. Trapattoni inseriva ancora Pioli al posto di Scirea e all'85' arrivava la terza rete. Platini lanciava Laudrup che si involava sulla sinistra, vedeva Serena smarcato in posizione-gol, lo serviva alla perfezione e il centravanti piazzava il punto-scudetto. Era l'undicesima rete per Serena. Il Lecce non ancora domo riusciva ad accorciare le distanze all'86'. Su cross di Causio, testa di Pasculli sul palo e tocco decisivo di Alberto Di Chiara. Era l'ultima ernozione, poi cominciava la grande festa bianconera.
AttraversoYoutube vi proponiamo un gustoso amarcord di questa data odierna. È l'8 settembre 1985 e Juventus ed Avellino si sfidano nellaprima giornatadelgirone di andatadelCampionato Italiano di Calcio di Serie A 1985-86 alloStadio 'Comunale' di Torino.
La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccoli di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven-Göran Eriksson vincendo 'in volata' lo Scudetto.
L'Avellino, dal canto suo, conquista una sofferta ma meritata salvezza.
Buona Visione!
Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 1ª andata Torino - Stadio Comunale domenica 8 settembre 1985 ore 16:00 JUVENTUS-AVELLINO 1-0 MARCATORI: Serena A. 52
JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Manfredonia, Brio, (c) Scirea, Mauro (Bonini 70), Pin (Pacione 46), Serena A., Platini, Laudrup A disposizione: Bodini, Pioli, Bonetti I. Allenatore: Giovanni Trapattoni
AVELLINO: Di Leo, Ferroni, Vullo, De Napoli, Amodio, Zandonà, Agostinelli (Boccafresca 68), Benedetti, Diaz, Colomba, Bertoni A disposizione: Coccia, Romano, Alessio, Galvani Allenatore: Robotti e Ivic
Nella Juventus si è notata una certa mancanza di coordinamento I PICCOLI PROBLEMI DI TRAPATTONI I mutamenti avvenuti in alcuni ruoli giustificano le inevitabili difficoltà di rodaggio. Anche Platini talvolta è a disagio. Tra i nuovi solo Manfredonia e Serena appaiono già inseriti
Giovanni Trapattoni, per ora, si accontenta dei due punti; accetta di affidarsi alla testa di Serena; gioca (nel secondo tempo) la carta dei due arieti (Pacione, spalla dell'Aldo), ma è chiaro che chiede di più alla sua Juventus in fatto di gioco. La squadra è cambiata in alcuni cardini, ed inevitabilmente ci sono difficoltà di rodaggio. Le amichevoli, persino la Coppa Italia, non bastano: è solo il clima di campionato a dare modo al tecnico e ai giocatori di fare le esperienze indispensabili. Dei nuovi, solo due ieri hanno mostrato di essersi calati perfettamente nel meccanismo bianconero '85-86. Manfredonia, il quale ha confermato di essere quanto mai prezioso nella propria metà campo e di possedere la versatilità necessaria (buon centrocampista offensivo, ma ottimo filtro davanti alla difesa in quel ruolo che Tardelli giudicava gli fosse un po' stretto), e Serena, il quale non solo ha segnato un gol dei suoi, ma nel finale ha eseguito alcuni ritorni difensivi che il pubblico ha giustamente sottolineato con applausi. Potrà sorprendere non trovare Laudrup nel gruppo dei già juventini, ma qui non si tratta certo di discutere le qualità del danese, autore di un primo tempo strepitoso contro l'Avellino per calare poi alla distanza (ha ammesso, con grande onestà, di essere andato in riserva dopo un'ora di gioco).
Il fatto è che sin dall'estate Trapattoni sognava una Juve che giocasse largo occupando tutto il fronte offensivo.
"Non cadremo più negli errori di attaccare finendo nel collo di un imbuto"
ci disse a Talamone nei giorni di vacanza. Se Laudrup si muove (benissimo, ripetiamo) accentrandosi, come se avesse compiti di mezz'ala, allora la Juve non raggiunge il gioco sognato dal suo tecnico. Contro gli Irpini, sono mancati i cross di Mauro dalla destra (l'ex Udinese deve ancora sveltire i suoi affondi) e non sono arrivati neppure quelli dalla sinistra, zona in cui Laudrup è andato pochissimo e Cabrini è arrivato troppo raramente (anche il suggerimento-gol per Serena non era un centro dal fondo, ma un lancio in diagonale).
Bene, questi sono i problemi che Trapattoni dovrà risolvere, e lo farà presto, senza dover aspettare il rientro, che sarà comunque utilissima, di Massimo Briaschi, ieri in tribuna e molto festeggiato dai tifosi. Meglio, sotto questo profilo, è andata con Pacione, seconda punta, perché l'ex atalantino ha saputo andare spesso sulla sinistra a fare l'ala, senza rinunciare a farsi vedere sotto rete, tanto che per eccesso di perfezionismo ha fallito un gol apparentemente facile, su lancio di Platini.
Il francese, ieri, ha giocato con grande impegno ma senza il consueto profitto. Forse anche Michel deve conoscere meglio i nuovi compagni, trovare gli schemi giusti. Il rientro a tempo pieno di Bonini dovrebbe offrirgli automaticamente un appoggio che ieri gli è mancato (non per colpa di Pin, autore di un buon esordio), e non può che migliorare il rapporto di lavoro fra Platini e le punte. Gli scambi con Briaschi, Rossi e Boniek avvenivano già a memoria per Michel. Quasi non doveva guardare; già sapeva dove i suoi lanci li avrebbero trovati. Adesso c'è da ripristinare questo rapporto con i nuovi. Solo questi piccoli e risolvibili (in fretta) problemi possono spiegare la fatica che la Juve ha incontrato ad andare in gol contro l'Avellino. Problemi di adattamento che investono anche la difesa (ma che, in definitiva, tutti gli allenatori di Serie A vorrebbero avere e che non sorprendono certo Trapattoni, il quale ha già in mente i correttivi necessari).
Bruno Perucca
La Juventus ancora in rodaggio doma l'Avellino con una potente capocciata del centravanti La testa di Serena vale 2 punti La rete decisiva al 53' con gli irpini in dieci per un infortunio ad Amodio, poi rientrato I bianconeri hanno faticato a lungo contro la serrata difesa degli ospiti Incertezze di Mauro, ottimo primo tempo di Laudrup calato alla distanza, prezioso Manfredonia Palle gol fallite da Pacione e Diaz
TORINO-La battaglia estiva per Serena ha dato i primi due punti alla Juventus. Una invenzione dell'atletico cannoniere, un colpo di testa del suoi che ha centrato il sette della porta irpina beffando Di Leo incautamente avanzato fuori dal pali, ha sbloccato all'ottavo minuto della ripresa una partita che la Juve stentava a vincere, offrendo per ora piú promesse (ma sono tante, e saranno mantenute) che realta.
Valido comunque l'Avellino sia nel primo tempo, quando si è dedicato ad un catenaccio all'antica ma senza troppe cattiverie, lasciando in avanti il bravissimo capitan Diaz a far ammattire Brio (differenza di peso, di scatto), che nel finale quando ha cercato il pareggio attaccando in forcing, obbligando Manfredonia a far ricorso a tutte le virtú antiche ma intatte di interditore e Bonini, entrato al momento giusto, ad impiegare la solita grinta.
Sicuramente la coppia Ivic-Robotti, alle prese con un materiale meno prezioso e più malleablie, ha vita più facile nel plasmare un Avellino da combattimento che Trapattoni, il quale ha il compito di amalagamare talenti che debbono ancora capirsi a fondo. L'allenatore bianconero non vuole parlare di squadra tipo sino a quando non sarà a disposizione anche Briaschi, e non ha torto. La manovra d'attacco bianconera non può vivere, pur se ieri il match è finito bene, sulle torri offensive, con un troppo semplicistico gioco fatto di palloni alti per la testa di Serena (e, nella ripresa, della coppia Serena-Pacione).
E volendo puntare sulla forza d'urto del suoi arieti, la Juventus deve trovare il modo di servirli meglio. Contro l'Avellino si sono visti pochissimi cross: anche quello del gol era un lancio dalla tre quarti campo che l'attaccante è stato bravissimo a deviare. Nel ruolo di rifornitore è mancato Mauro, lento nello scatto e nel dribbling tanto da superare ben raramente Vullo. E Laudrup, autore di giocate magnifiche per tutto il primo tempo e calato vistosamente nel secondo, si è mosso soprattutto in posizione accentrata.
La Juve ha così pagato per cinquanta minuti, contro l'Avellino votato al contenimento ed al contropiede, queste difficoltà tattiche che Trapattoni saprà sicuramente limare. Difficoltà aumentate dalla giornata normale di Platini, impegnato sempre ma raramente brillante. Non al possono dare colpe a Pin, che ha giocato il primo tempo nel ruolo di Bonini tenuto inizialmente a riposo. L'ex parmigiano al è mosso secondo consegne con ordine, ma anche con la logica titubanza di un giovane all'esordio in serie A fra tanti campioni.
Gli uomini di Ivic con marcature strette e attente hanno complicato la partita agil avversari. Zandoná libero (con qualche incertezza), Vullo addosso & Mauro, Amodio ottima guardia per Serena, l'autoritario De Napoli nella zona di Platini, Benedetti diligente (e valido sui palloni alti) nel seguire Laudrup. Agostinelli ottimo per un tempo, prima di finire la benzina. In avanti un Diaz mobilissimo per quanto isolato, ed Alessandro Bertoni, per quanto impreciso, pronto ad arrivargli al fianchi per alutario.
La squadra irpina ha subito la rete della sconfitta, all'8' della ripresa, quando era momentaneamente in dieci. Fuori dalla linea di fondo, a due metri dal fatale incrocio del pali dove Serena ha infilato il pallone lanciatogli da Cabrini dalla sinistra, Amodio (proprio il custode dell'autore del gol...) ha assistito alla capitolazione di Di Leo. Amodio era rimasto a terra nell'azione precedente, dopo uno scontro con Pacione, quando è rientrato non ha potuto che sorreggere l'inutile forcing del compagni.
Aperta da un tiro da lontano di Dias parato a terra da Tacconi, la partita offriva il primo motivo d'entusiasmo al tifosi bianconeri al 14' quando Mauro arrivava a deviare, senza fortuna, un centro di Laudrup (uno del pochissimi del danese) dalla sinistra. Dopo era Serena, due volte, a porgere di testa in tuffo palloni invitanti per compagni disattenti. Il contrattacco avellinese era pericoloso al 33' ma Bertoni calciava a lato. Sulla risposta, liberato da Laudrup, anche Platini abagliava la mira.
Al 37 un pasticciaccio della difesa blanconera non era sfruttato (due volte!) da Bertoni, poi era Diaz ad impegnare Tacconi in una respinta, ed a concedere allo stesso Bertoni un pallone invitante, battuto con forza ma a lato. Uno show di Laudrup chiudeva il primo tempo: il danese dalla metà campo andava al tiro con un affondo magnifico, Di Leo era pronto a deviare la conclusione a rete.
La Juve iniziava la ripresa con Pacione al posto di Pin e qualche complicazione per le marcature dell'Avellino. Due colpi di testa alti delle torri blanconere, quindi il gol di Serena. Al 23 Platini accettava di eseguire una delle giocate che considera sin troppo facili: stupendo lancio in drop di quaranta metri, palla docile davanti al liberissimo Pacione che cercava l'angolo lungo ma sbagliava la mira sia pure di poco.
Iniziava il serrate dell'Avellino, Tacconi rischiava al 25 smanacciando due palloni in mischia (Benedetti lo graziava ciccando il tiro dal limite), ma era bravo alla mezz'ora ad opporsi di piede ad una botta di Diaz liberato oltre difensori (dov'erano?) da un passaggio filtrante di Ferroni. Ancora Diaz a battersi coraggiosamente, e Manfredonia a far da baluardo.
Bruno Perucca brani tratti da 'La Stampa' del 9 settembre 1985
La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccoli di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter) i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven Goran Eriksson vincendo 'in volata' lo Scudetto.
Il Pisa dal canto suo deve arrendersi alla dura realtà e saluta il massimo campionato ed approda in Serie B.
Buona Visione!
Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 3 ritorno Pisa - Arena Garibaldi Domenica 19 gennaio 1986 ore 14:30 PISA-JUVENTUS 1-1 MARCATORI: Kieft rigore 24 (P), Platini rigore 48(J)
JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Pin, Brio, Scirea, Mauro, Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup Allenatore: Giovanni Trapattoni
Arbitro: D'Elia
Laudrup: "Ora tocca alle nostre avversarie rischiare per tentare di venirci a prendere"
"SOLO LA ROMA PUO' DARCI FASTIDI"
Prosegue il danese: «Il nostro vantaggio però non è esiguo e noi dovremo continuare a difenderlo come stiamo facendo». Cabrini: «I nostri avversari si sono messi tutti e undici a difendere il risultato: per noi era difficile segnare»
All'idea di dover correre dei grossi rischi a Pisa, Cabrini si era adattato da un pezzo. Vecchia volpe dei campi di gioco, il terzino blanconero sa benissimo che in trasferta la differenza di classe e potenziale si attenua,mentre l'orgoglio delle squadre minori si ingigantisce con il risultato, per le grandi, di trovarsi a superare ostacoli inattesi.
Questo afferma il difensore juventino:
"È una legge ormai consolidata per il nostro campionato e quindi non c'è da stupirsi se il Pisa ci ha creato delle difficoltà. Tra l'altro i nerazzurri a un certo punto si sono messi tutti e undici a difendere il risultato e in quelle condizioni passare diventava un'impresa veramente ardua."
In virtù del pareggio della Juventus e del contemporaneo e sudatissimo successo della Roma ai danni del Bari è accorciato il distacco del quale la capolista beneficiava fino a ieri. Le inseguitrici si vedono così concedere qualche filo di speranza, ma Cabrini dà per scontata la coincidenza:
"Questo è un momento buono per la Roma che, d'altra parte, giocava in casa ed era logico che vincesse."
Anche Laudrup, protagonista di una prestazione poco incisiva, si preoccupa della situazione in classifica e predica la teoria dell'utilitarismo. Non dice ma lascia capire che, anziché preoccuparsi di giocare bene e dare spettacolo, la Juventus deve cercare di raccogliere punti, puntando al sodo e trascurando la tentazione di fare passerella. Proprio come a Pisa, insomma, dove ha conquistato un pareggio molto prezioso per la classifica rinunciando a priori agio appluasi e soffrendo più volte le sfuriate degli attaccanti toscani.
"Un comportamento logico - spiega il danese - perché mi sembra perfettamente inutile correre rischi superflui in trasferta."
Magari a fatica, la Roma ha sfruttato l'occasione accorciando le distanze e meritando, secondo il centrocampista juventino, la definizione di prima antagonista della capolista.
"E - prosegue Laudrup - credo proprio che la vera anti-Juve sia la Roma. L'unica squadra a parer mio che ci può creare dei problemi. Il distacco diminuisce ma resta pur sempre solido, perché cinque punti rappresentano un margine difficilmente erodibile."
"Il nostro vantaggio non è esiguo - ammette Laudrup - e non dovremo continuare a difenderlo come stiamo facendo. Semmai, toccherà alle nostre avversarie manifestare spregiudicatezza e quindi rischiare per venire a prenderci. "
Laudrup da una parte e Bergreen dall'altra, un derby in formato ridotto targato Danimarca. Il glocatore juventino non risparmia elogi per il compagno di nazionale.
"È stato veramente bravo in ogni occasione", dice. Peccato che il suo duello con Manfredonia sia stato turbato da frequenti scorrettezze."
L'ex laziale fa capire che si tratta di una circostanza normale e accompagna l'espressione del volto con un significativo gesto delle mani.
"Niente di strano - aggiunge - anch'io ho avuto dei momenti di nervosismo con Colantuono."
Un avversario, il difensore pisano, che ieri ha rinnovato manifestazioni di rivalità nei confronti del bianconero: anche a Torino, infatti, i due si scambiarono qualche colpo proibito. Ma Laudrup è proprio desciso a minimizzare:
"Si - ribatte con un sorriso di rassegnazione - i difensori italiani sono sempre molto difficili da superare."
É l' 8 Dicembre 1985 e la Juventus si trova allo Stadio 'Olimpico' di Tokyo in Giappone per tentare la scalata all'unica vetta del calcio mondiale ancora non conquistata. Si gioca Argentinos Juniors-Juventus valevole per la Coppa Intercontinentale 1985.
É una Juventus che dopo aver inanellato una serie di vittorie europea mai viste prima, parte favorita contro gli argentini che nononstante abbiano vinto per la prima volta la Coppa Libertadores, non sembrano possano impedire ai bianconeri un altra vittoria storica. Tant'é che i giocatori in rosso fanno la partita della vita ed unita ad una prestazione dell'arbitro al limite dello scandaloso, ed ad un giovanissimo Claudio Borghi, ne uscirá davvero una partita d'altri tempi. Una grande gara per un'altra data da ricordare.
Buona Visione!
Coppa Intercontinentale 1985-1986 - Finale Tokyo, campo neutro - National Olympic Stadium Domenica 8 dicembre 1985 ore 12.00 ARGENTINOS JUNIORS-JUVENTUS 2-2 - Dopo i calci di rigore (2-4) MARCATORI: Ereros 55, Platini rigore 63, Castro 75, Laudrup 82 SEQUENZA CALCI DI RIGORE: Brio (gol), Olguin (gol), Cabrini (gol), Batista (parato), Serena A. (gol), Lopez (gol), Laudrup (parato), Pavoni (parato), Platini (gol)
JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea (Pioli 65), Mauro (Briaschi 77), Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup Allenatore: Giovanni Trapattoni
ARBITRO: Roth (Germania Ovest)
La Juventus a Tokyo vince la Coppa Intercontinentale soltanto ai calci di rigore Col sigillo di Tacconi e Platini E infine anche Boniperti si entusiasma: «Fiabesco» I tempi regolamentari si erano chiusi in parità 2-2 - Gli argentini due volte in vantaggio con Ereros (55') e Castro (75') raggiunti prima da un rigore di Michel (63') e poi da Laudrup (88') - L'arbitro tedesco Roth ha annullato il gol del 2-0 agli argentini (Castro al 61') e poi una spettacolare rete del francese (67') - Dal dischetto decisive due parate del portiere bianconero e la freddezza del n. 10 nel tiro decisivo.
TOKYO-La Coppa persa nel 73 a Roma contro l'Independiente di Buenos Aires é finalmente nella mani della Juventus, alla fine di una partita-maratona che resterá nella storia dei due club, e del calcio internazionale.
Centoventi minuti di gioco ed i rigori sono occorsi al bianconeri per aver ragione di un Argentinos Juniors davvero sorprendente per gioco corale, individualità, tenuta atletica. La squadra di Trapattoni sorpresa nella prima mezzora dall'avvio disinvolto dalle capacità di manovra degli avversari poteva peraltro andare in vantaggio giá all'ottavo minuto se l'ineffablie arbitro tedesco Roth non avesse permesso a Vallalba e Batista di stendere Laudrup in area. E' il primo momento da brivido, di una gara che di brividi ne ha offerti anche troppi prima del finale al tiro al bersaglio contre Vidalle e Tacconi.
Riassumiamo questi brividi, sono tutta la partita. Juve calata di tono nella seconda parte del primo tempo, e segna in avvio di ripresa con Laudrup dopo una fuga peraltro inutile: il danese non poteva aver sentito nel frastuono dello Stadio Olimpico il fischio di Roth che avera rilevato un fallo di Serena.
La gara continuava ad offrire scampoli da spettacolo, con triangolazioni larghe poggianti su Castro ed Ereros, con Borghi a completare il triangolo, e al 55' era lo stesso Ereros a portare i rossi in vantaggio con un pallonetto che scavalcava Tacconi, lancio profondo di Commisso, questi una copia ridotta (ma non tanto) di Maradona. La panchina sudamericana sobbalzava pochi minuti dopo quando un centre forte di Castro finiva sul braccio di Manfredonia accorso a chiudere (chiaramente un fallo involantario, ma il colpo per l' Argentinos era ancora piú duro al 61' quando l'arbitro annallava un gol di Castro in conclusione di una manovra volante Borghi-Ereros) per un fuoriglooo sul filo del rasoio.
Si infortunava Belrea (distorsione) nel vano tentativo di opporsi a Borghi nella stessa azione, ma restava in campo ancora in tempo per partecipare al pareggio di Platini su rigore, una botta forte e bassa, dopo un atterramento di Serena (lanciato stupendamente dal francese) ad opera del roccioso Olguin.
Usciva Scirea, entrava Pioli. Favero assumeva la posizione di libero con qualche fatica ma con la massima applicazione. Al 67' inutile capolavoro di Platini: il francese controllava un pallone inviato da Manfredonia, di testa, nel folto dell'area argentina, quindi calciava al volo di sinistro infilando l'angolo della porta di Vidalle. Roth indicava il dischetto, Batista e compagni to pressavano portandolo verso il guardalinee di Singapore ... bandierina alzata, aveva rilevato un fuorigioco fantasma di Serena. Di qui l'annullamento. I gol da antologia non placciono evidentemente all' arbitro tedesco: Rummenigge si ricorda ancora la sua vana rovesciata a segno contro i Rangers di Glasgow l'anno scorso a Milano.
Una rasoiata dell'ottimo Castro, una botta diagonale dalla destra, al 75, batteva Tacconi e pareva chiudere match. Ma veniva forte la forza di reazione della Juventus. La coppla straniera produceva il suo capolavoro a due minuti dal termine. Palla di Serena per Laudrup che chiamava all'uno-due Platini e riceveva la palla, al volo, oltre i difensori. Il danese si avventava, girava Vidalle resistendo al tentativo di aggancio da parte del portiere, ed in spaccata da fondo campo spazio vuoto per il tocco del pareggio.
Pol gli inutili supplementari fra glocatori stremati e preda di crampi, quindi i rigori. La Juve ha vinto la partita più bella e piú difficile della sua ormal lunga milizia nel calcio internazionale. Una Juventus che aveva iniziato come stordita, con centrocampisti e difensori disorientati dagli scambi avversari, dal loro gioco largo (Castro ed Ereros sulle fasce laterali, Borghi ad infilarsi spalleggiato dagli ottimi Videla e Commisso), con gli attaccanti in difficoltà.
Dopo mezz'ora di sofferenze, si è cominciata a vedere la vera Juve. Maggior rapidità maggior movimento per sottrarsi al pressing a tuttocampo degli avversari, maggior attenzione nell'ostacolare Batista, perno del gioco argentino. I sudamericani non rallentavano, ma i bianconeri avevano camblato ritmo. Così, lottando e soffrendo, attraverso un'altalena di emozioni senza eguali, e maturato il sofferto e meritato pareggio, che al rigori e pol diventato trionfo.
La Regina d'Italia e d'Europa ha fatto sua anche la Coppa Intercontinentale. E adesso ha proprio vinto tutto JUVE SIGNORA DEL MONDO
TOKYO. La Nostra Signora delle Coppe centra qui a Tokyo l'ultimo obiettivo, ammantando di perfida su-spense il suo ennesimo trionfo. I 62.000 giapponesini del Nacional Stadium vengono via via sottratti alla loro naturale e placida apatia da una recita di straordinaria intensità emotiva, oltreché agonistica. La partita muore e rinasce dieci volte, in una irrefrenabile girandola di gol validi e annullati, di rigori negati e concessi, di abbattimenti e di resurrezioni. La giocano allo spasimo per 120 minuti, per poi finire a contendersela nella folle kermesse dagli undici metri, due squadre formidabili. La Juventus inossidabile di tutte le vittorie, con la sua speculativa mentalità europea, la sue fiammate e i suoi pacati rallentamenti, la classe lampeggiante dei suoi solisti e l'applicazione proletaria dei suoi operai di retrovia; l'Argentinos emergente, grandiosa rivelazione internazionale, che ripropone il modulo antico del calcio platense, il morbido tocco dei suoi palleggiatori, l'estro, la creatività, il talento di un giovane fuoriclasse, Claudio Daniel Borghi, che accetto scommesse sarà una fulgida stella dei prossimi Mondiali messicani. Purtroppo, poiché la perfezione non è di questo mondo, ci sono anche un arbitro, il tedesco Roth, e soprattutto due guardalinee, giapponese l'uno, di Singapore l'altro, che agitano le loro bandierine come se stessero facendo allegre segnalazioni navali. Cosi capita un po' di tutto, anche se poi la dea che presiede al calcio riannoda i fili, sanziona la giusta parità e manda tutti alla lotteria dei calci di rigore. Che la Juve peschi il biglietto vincente è scontato: l'aveva detto anche il mago di San Remo.
PIOGGIA. I bianconeri erano arrivati a Tokyo portandosi dietro un vaticino espresso in gran segreto. Se la partita si fosse giocata sotto il sole, non ci sarebbe stato nulla da fare. Ma se fosse caduta la pioggia, per la Juve sarebbe arrivato il trionfo. Figuratevi i musi lunghi, quando, per i primi due giorni, Tokyo era inondata da un innaturale sole estivo e il fondo del Nationl Stadium, già arato dal football americano, appariva una sorta di crosta di marmo. Ma al sabato, d'improvviso, il cielo ha preso a lacrimare un'acqua sottile, protrattasi fino a domenica, poco prima dell'inizio della partita. Era l'atteso segno del destino, poi perfezionato da Tacconi con due miracolosi salvataggi contro i collaudati rigoristi dell'Argentinos.
IN SALITA. Eppure non era cominciata bene. Il tempo di prendere nota della bravura e dell'impudenza della giovane squadra argentina, lesta ad attaccare con sue scoppiettanti ali di ruolo (Castro ed Ereros) e col grandioso Borghi divagante a tutto campo per la disperazione di Brio, ed ecco la Juve proporre il primo velenoso affondo. Uno scambio con Mauro proietta Laudrup in area: sul danese uno sgambetto nitido, un rigore da cineteca. Macchè, Roth chiude gli occhi; avanti, e pedalare. A proposito, trafelato, arriva in tribuna Francesco Moser, reduce da un giro ciclistico dei giardini imperiali a far da guida a 80 amatori giapponesi. Per una volta juventino, il neroazzurro Francesco sarà portato via prima della fine dai suoi implacabili sponsor. La promozione non può attendere.
PLATINI. La folla aspetta e vuole Platini. Il francese la ripaga alla mezz'ora. Portentoso slalom fra gli argentini trasformati in birilli, diagonale conclusivo, fuori La due squadre ora si temono. Vanno al riposo sullo 0-0, ma l'impressione è che la partita possa accendersi da un momento all'altro. La ripresa, in effetti, sarà memorabile.
LAUDRUP. Quaranta secondi del secondo tempo. Assist di testa di Serena, guizza Laudrup oltre i difensori, il guardialinee fa segno che è tutto regolare. Laudrup aziona il suo dribbling micidiale sul portiere Vidallè, l'eroe della Libertadores. Va in porta col pallone il danese, ma brevissimo è il tripudio. Accorre Roth da metà campo, lui il fuorigioco l'ha visto e annulla. Platini è nervoso, l'Argentinos gioca un calcio esemplare. E passa in vantaggio. Gran lancio di Videla, Ereros trova il varco centrale, aspetta che si muova Tacconi, pallonetto morbido, 1-0. E dopo sette minuti può essere la fine. Borghi aziona un contropiede folgorante, Ereros rifinisce per Castro, che in corsa raddoppia. Splendido davvero. Ma Roth ha la coscienza poco tranquilla, annulla anche questo per cercare un'interiore serietà. Un minuto appena e Platini trova Serena, Olguin trattiene vistosamente lo scatto del bomber. Rigore e Platini pareggia. A volte una partita si gioca sul filo dei secondi, legata ad episodi ed interpretazioni. Esce Scirea: ne avrà per quindici giorni almeno, ha rimediato lo stiramento cercando di evitare il gol, poi annullato, di Castro. Favero retrocede a battitore libero, il giovane Pioli entra spavaldo in mischia.
DELITTO. Non riesco ad estraniarmi della cronaca, la partita è un terrificante botta e risposta. Platini, giusto al 23', confeziona un capolavoro raro. Stop aereo, cambio di piede, palla fiondata in fondo alla rete di Vidallè, attonito. Roth punta sul centro del campo, gli argentini di peso lo portano dal guardalinee giapponese, che ha mosso la sua bandierina dai colori nazionali, intravvedendo un fuori gioco di posizione di Serena. Questioni di centimetri, direbbe Viola. E ininfluente. Ma Roth annulla ancora, ed è un delitto, perché i gol del genere capitano una volta all'anno e andrebbero tutelati dal WWF. Facciamo i conti: la Juve ha già avuto due gol cancellati e un rigore negato. Platini sembra entrare in sciopero di protesta. L'Argentinos non aspetta altro. Il solito Borghi semina avversari in contropiede, assist per Castro, diagonale e gol. Manca un quarto d'ora e sembra il colpo di grazia, lo sparo alla nuca.
BRIASCHI. Toh, chi si rivede. Briaschi mancava al calcio dalla fatale notte di Bruxelles. Ricompare ora quando ormai si gioca di puro istinto, stroncati da fatiche ed emozioni. Ma c'è il biondo Laudrup che si sente in credito e va ad esigerlo a otto minuti dalla fine. Platini lo sguinzaglia a rete, il danese salta il portiere che gli afferra il piede. Rigore? Macchè, Laudrup mantiene l'equilibrio, raggiunge il pallone sul fondo, ha davanti a sé un varco utile di trentą centimetri, lo coglie di precisione. Prodezza pura, è il 2-2, la fine dell'incubo, l'inizio di un'altra storia più felice.
TACCONI. I supplementari sono un'inutile crudeltà inflitta a stenti fantasmi va-golanti sul campo. I rigori, ecco. Parte Brio, una folgo-re, replica Olguin, 1-1, poi Cabrini 2-1. Il barbuto Batista punta Tacconi: Tacconi gli carpisce la finta e para, Serena fa 3-1. Lopez 3-2. Ecco Laudrup, grande rincorsa, poi si ferma come spaurito. Un tiro di piatto, timido, Vidalle lo blocса. Pavoni ha la chance del pareggio. Sceglie la potenza. Spara un fendente a centro porta. Tacconi è là, mette i pugni, para ancora. È lui l'uomo partita. Il copione è perfetto. Spetta a Platini toccare al fin della licenza. Ci sono dubbi? Il francese spiazza crudelmente Vidallė. I giapponesi, riconoscenti, gli attribuiscono la Toyota in palio per il miglior giocatore della finale, un premio che si direbbe assegnato più al carisma che alla prestazione di questa domenica. Michel preferisce l'assegno di quindici milioni. Chissà, la Fiat potrebbe offendersi a morte a vedere un concor-rente in casa.
TATTICA. Juve grandissima perché messa di fronte a situazioni insolite: chi in Italia attacca con due ali pure? Cabrini ha dovuto fare la sentinella a Castro e quando è uscito Scirea le difficoltà sono aumentate ancora. Ma la Juve ha questa dote, riesce ad estrarre la carta giusta per tutti i giochi. Soffre, vacilla, ma non cade. Ha rimediato due momenti tragici: la forza del solista è anche questa. Laudrup, magari lo perdi di vista per un quarto d'ora ma poi inventa il gol da premio Oscar e rimette le cose a posto. Ora la Juve ha vinto proprio tutto. Coppa Uefa, delle Coppe, dei Campioni, Super Coppa, Intercontinentale. Questo trofeo sfuggiva all'Europa da dieci anni (ultima vittoria, nel 1976, del Bayern di Rummenigge). E Platini continua a fare incetta di trofei individuali. Davvero vuole mortificarsi nel Servette? Ci crederò quando sarà vero. Boniperti, mai visto cosi raggiante era scatenato: baciava tutti quelli che gli passavano a tiro. Forse era l'emozione, ormai dimenticata, di aver visto una partita fino in fondo (coi supplementari e i rigori, per giunta). Trapattoni misurato:
«Hanno fatto loro il contropiede che contavamo di fare noi. Ma questa mia squadra ha un'anima immortale».
Tutti a cantare meraviglie dell'Argentinos, anche Bettega telecronista per Canale 5.
"Chi se l'aspettava tanto forte? Ma va bene così, la vittoria vale il doppio."
BORGHI. In effetti una grandissima finale anche per merito dei giovani talenti di Yudica. Borghi sogna l'Italia (che già gli ha fatto un piacere; comprando Pasculli lo ha promosso titolare: grazie al Lecce), ha ventun anni, un fisico perfetto, un repertorio completo tanta voglie e necessità di arrivare. Orfano di padre, ha sette fratelli che aspettano da lui un futuro migliore. Bravissime le due ali, specie Castro e il fine dicitore Videla, dal lancio sapiente. Rocciosa la difesa, centrata sul vecchio e vitalissimo Olguin. Un po' lento Batista, fulcro del gioco, secondo le nobili tradizioni di una scuola che non conosce declino. Credo che qualsiasi altra squadra europea sarebbe uscita stritolata. Madama ha saputo stringere i denti e risalire. Solo il Presidente Domingo Tesone, alla fine era infuriato con l'arbitro (che cosa avrebbe dovuto fare allora, Boniperti?). Gli altri accettavano, dolenti, il verdetto. Grandi scambi di complimenti, molta cavalleria, dopo la rude ma non sleale battaglia.
IL RITORNO. Poiché la vittoria è sempre un grande linimento, penso che la Juve non risentirà più che tanto di questo suo stress agonistico e ambientale. Più grave la perdita di Scirea che non ha cosi avuto la soddisfazione di ricevere la Coppa, (l'onore e i gradi di capitano sono passati a Cabrini). Al di là dei fatti contingenti, il mes-saggio che parte dal Giappone è però chiarissimo: la Juve non è ancora, non è mai stanca di vincere. Firmato: Boniperti, Trapattoni, Platini.
Adalberto Bortolotti
Ringraziamo la Juventus e il signor Berlusconi: il calcio italiano è vivissimo
Le Cassandre che vanno vaticinando la prossima fine del calcio italiano sono servite. Potremmo essere anche sull'orlo del precipizio o alla vigilia di chissà quale altro scandalo: ma quando si giocano partite come Juventus-Argentinos e si portano a casa trofei conquistati con tanta abnegazione, ogni più funesta previsione è destinata ad essere spazzata via dall'entusiasmo che dice oggi come nei giorni del Mundial : il calcio italiano è il più grande. Le immagini che la Rai ci ha negato e che Canale 5 ci ha regalato (grazie, Berlusconi, anche se la Lombardia non è casa mia) resteranno indelebili nella memoria dei veri appassionati di uno sport che sa risorgere sempre dalle proprie paure. Alla grande Juve, che ha meritato la nostra ammirazione dobbiamo un grazie e un augurio: quello di vincere questa volta con tutta la felicità possibile anche la Coppa dei Campioni.
Italo Cucci brani tratti dal Guerin Sportivo anno 1985 n.50