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sabato 30 maggio 2026

30 Maggio 1973: Juventus - Ajax

É il 30 Maggio 1973 e Juventus ed Ajax Amsterdam si sfidano nella Finale (gara unica) della Coppa dei Campioni 1972-73 allo Stadio 'Crvena Zvezda - Marakaná' di Belgrado (Jugoslavia).

La Juve allenata in panchina da Cestmir Vycpalek si appresta a vincere il suo quindicesimo Scudetto anche se ad una giornata dal termine sembrerebbe che il Milan si possa fregiare della tanto osannata Stella del decimo tricolore. Ma una sconfitta inattesa a Verona ribalta tutto in quella che e' tutt'oggi famosa come la 'Fatal Verona'.

Per quanto riguarda il fronte europeo, i bianconeri si vedono sfilare da sotto le mani il massimo alloro continentale dalla squadra del momento. Questo Ajax é l'emblema principale del gioco totale olandese. Sará solo la prima di tante delusioni europee per la Vecchia Signora.

Buona Visione! 

 

 

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Stagione 1972-73 - Coppa dei Campione - Finale
Belgrado - Stadio Crvena Zvezda - Marakaná
Mercoledì 30 Maggio 1973 ore 20.30
JUVENTUS-AJAX 0-1
Marcatore: 5' Rep

Juventus: Zoff, G. Marchetti, Longobucco, Furino, Morini, Salvadore, Altafini, Causio (73' Cuccureddu), Anastasi, F. Capello, R. Bettega (63' Haller)
Allenatore: Cestmir Vycpalek

Ajax: Stuy, Suurbier, Krol, Neeskens, Hulshoff, Blankenburg, Rep, Haan, Cruijff, G. Muhren, Keizer
Allenatore: Stefan Kovacs

Arbitro: Gugolovic (Jugoslavia)
Ammonizione: Furino (J)



Vycpalek, o chi per lui, rimescolava le carte. Decise infine di sorprendere l’Ajax con uno schieramento sin troppo offensivo: tre punte, con Altafini in campo dal primo minuto accanto a Bettega e Anastasi, più Causio. Ne fu sguarnito il centrocampo, dal quale venne escluso l’elemento più in forma, Cuccureddu, il fresco uomo-scudetto. Non si rivelò una scelta felice e fu inutile correre ai ripari a latte versato. Anche la rinuncia ad Haller, dall’impagabile esperienza internazionale, non fu una buona trovata. Una Juve presuntuosa sulla carta e spaurita in campo.

All’Ajax bastarono, appunto, quattro minuti. Poi mascherò la sua stanchezza, e il suo goliardico approccio alla gara, con il mestiere e il palleggio. La Juve non si accorse mai che l’Ajax, quell’Ajax, era una tigre di carta. Ne subì il fascino, non seppe mai aggredirla. In sostanza, perse senza giocare, alimentando una leggenda che la voleva irresistibile in patria ma inerme in campo internazionale. Dovette arrivare Trapattoni per abbattere il tabù e lanciare la Juve anche in Europa.

fatto: Ajax-Juve 1973: malgrado Belgrado 





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hurrá

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venerdì 29 maggio 2026

Dentro l'Heysel


Al di là di ogni tipo di risultato sportivo il 29 Maggio 1985 rappresenta una data triste e funesta per la gloriosa Storia Bianconera. Al di là della prima Coppa dei Campioni conquistata a noi innamorati della Vecchia Signora rimanarrono per sempre scolpite nella memoria le urla, il sangue e quei corpi senza vita di giovani ragazzi che (come noi) amiamo alla follia la Juventus.

Certamente le azioni salenti della finalissima tra Juventus e Liverpool passano in secondo piano. Quella coppa benché vinta meritamente dopo una stagione europea magnifica resterá macchiata di tragedia.

Ascoltiamo questo emozionante podcast di Emilio Targia che racconta quella serata che (ahinoi) non scomparirá MAI dalla nostra mente.



 



Eccomi al centro della foto con il giubbotto nero, mentre riesco quasimiracolosamente a uscire da quell’inferno e a salvarmi la vita.

Purtroppo 39 persone non hanno avuto la stessa mia fortuna e sono morti schiacciati in quella trappola mortale e a loro oggi va il mio ricordo e il mio pensiero.

Uno stadio fatiscente con un unico ingresso (!) nella parte alta della curva e senza vie d’uscita se non il campo da calcio, dove sono riuscito a scappare dopo che un piccolo varco nella rete era stato aperto.

Immaginate una curva strapiena composta per 9/10 da Juventini festanti perlopiù famiglie (gli ultras della Juve erano nella curva opposta), divisa da una rete da pollaio dal settore dove erano letteralmente stipati gli hooligans del Liverpool, che erano entrati in massa e senza biglietto e che si erano riforniti di mattoni in un cantiere aperto a fianco allo Stadio!

Un’ora prima circa dall’inizio della partita hanno cominciato a tirarci i mattoni, una cosa incredibile, sembravamo dei bersagli ed eravamo lì inerti che non sapevamo cosa fare e col pensiero che qualcuno comunque li avrebbe fermati.

A un certo punto gli hooligans cominciano a strappare la rete divisoria da pollaio e, attenzione, uno solo entra nel nostro settore e inizia a strappare striscioni e bandiere!!!

Fosse successo nella curva degli ultras della Juve lo avrebbero massacrato, ma noi eravamo tifosi normali, famiglie, gente comune e tutti spaventati hanno iniziato a indietreggiare.

Gli altri hooligans vedendo una situazione simile si saranno chiesti “ma come non l’ammazzano, allora questi sono un branco di conigli attacchiamoli”… e hanno invaso la nostra curva…

La gente spaventata e senza vie d’uscita (l’unica in alto era stata prontamente presidiata dagli hooligans) è finita col riversarsi verso il muro di cinta esterno della curva.

In pochi secondi mi sono ritrovato come un granellino di sabbia in un mare in tempesta, sbalzato a destra e a sinistra e poi completamente immobilizzato con due strati di persone sotto e uno strato sopra.

La luce solare si faceva sempre più flebile e ho pensato “cazzo sto morendo a 20 anni per una partita di calcio”, poi miracolosamente è stato aperto un piccolo varco nella rete davanti a noi e ho cominciato a urlare “guardate c’è un varco, cerchiamo di arrivare fino a lì”.

La pressione è mano mano diminuita, ho risentito le mie gambe e sono riuscito ad entrare nel campo da calcio.

Una corsa liberatoria fino alla curva opposta e mi sono diretto davanti agli spogliatoi e li ho assistito al risultato di quella autentica follia, coi feriti e coi morti strappati, schiacciati, sbudellati, adagiati su barelle improvvisate…

Arrivano le ambulanze e vicino a me caricano un tifoso con una gamba maciullata che urlava, ma nessuno lo capiva così sono salito in ambulanza e ho tradotto a medici e infermieri quello che diceva….

Un vero tifoso Juventino, che ha questi colori nel DNA può capire quindi il significato di questa Coppa che abbiamo vinto la prima volta col nostro sangue e la seconda ai rigori.

tratto da Tuttojuve.com




 

lunedì 25 maggio 2026

25 Maggio 1983: Amburgo - Juventus

É il 25 Maggio 1983 Amburgo Juventus si sfidano nella Finale (a gara unica) della Coppa dei Campioni 1982-83 allo 'Stadio Olympiakos Spyros (Spiridon) Louis' di Atene (Grecia).

I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra piú forte del mondo' avendo in rosa motli elementi della nazionale Italiana Campione del Mondo a Spagna 82, con l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zbigniew 'Zibi' Boniek

La vittoria finale in Coppa dei Campioni sembra 'una cosa dovuta' peró la paura di vincere in europa e un 'tiro della domenica' di Felix Magath fermano i campioni bianconeri ad Atene nella finalissima.

Buona Visione!



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Stagione 1982-1983 - Coppa dei Campioni - Finale
Atene, campo neutro - Olympiako Stadio Spyros (Spiridon) Louis
mercoledì 25 maggio 1983 ore 21:15 
AMBURGO-JUVENTUS 1-0
MARCATORI: Magath 9

AMBURGO: Stein, Kaltz, Wehmeyer, Jakobs, Hieronymus, Rolff, Milewski, Groh, Hrubesch, Magath, Bastrup (Von Heesen 55)
A disposizione: Hain, Schroeder, Djordjevic, Brefort
Allenatore: Ernst Happel

JUVENTUS: (c) Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega R., Tardelli, Rossi P. (Marocchino 56), Platini, Boniek
A disposizione: Bodini, Storgato, Furino, Galderisi
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Rainea (Romania)
AMMONIZIONI: Bonini 36, Cabrini 39 (Juventus); Rolff 35, Groh 39 (Amburgo)





Amburgo-Juventus 25 maggio 1983: 1-0. "...sembra una barzelletta. Felix ha fatto una finta, fatto saltare a vuoto Bettega e calciato un iper-tiro galattico, sotto l’incrocio dell’incolpevole Dino Zoff..."

Per me Amburgo - Juventus del 25 maggio 1983 non è finita. Perché è da quando ho 9 anni che sono ancora là ad aspettare, nella stanza di Michele, che qualcuno me lo dica, che è finita. Sono da Michele perché poco prima, sul divano, al gol dell’Amburgo, mi si è aperta per la prima volta, sul mio petto, una ferita, un malessere esistenziale, che non conoscevo e che da grande avrei riconosciuto (poi) col nome di angoscia. E così mi sono spostato. A far finta di guardare i suoi soldatini. Di cui non me ne frega una beata cippa. In realtà per allievare quello stato di angoscia. Perché? Perché perdere sarebbe incredibile. 

E pensare che d’incredibile nell’attesa c’era la convinzione di tutt’altro. C’era la certezza dei poteri soprannaturali della mia Juve. Equiparabile a quelle robe da botteghino che danno su Sky. Tipo Advergeers, Giustice League, X men. Un battaglione di campioni del mondo votati alla vittoria, con a capo un genio francese a cavallo di un agile destriero di origine polacca.  Incredibile poi era stata l’avventura. I nostri avevano sconfitto prima i temuti inglesi dell’Aston Villa, detentori del titolo (in differita su rai 2) e poi, in semifinale, il diavolo rosso comunista, quest’ultimo nelle profonde di un citta lontana e impronunciabile (Wids…Widss…no ja fò…Widwedg lodg… Widzew Lodz, ecco!).

Lo ammetto. Per me Bettega non era un giocatore di calcio. Per me Bettega era immortale! E poi stavo da Adriano, il papà di Michele, a vedere la partita coi grandi. Seduto, comodo, invitato. Con Michele che si era dileguato subito, annoiato, salvandomi dal tedio di rispondere “no!” ad ogni suo invito a conquistare gli inglesi, posizionati sul comodino, con l’assalto di rampanti soldatini tedeschi che avanzavano dalla scarpiera della sua camera.
Assaporavo il solito lieto fine. Solo che poi è successo che uno che di nome fa Felix (ti farà mica dei male uno con un nome del genere?) ha ricevuto la palla da destra. A passargliela è stato Groth. Che a sua volta l’ha intercettata da un risentito Kaltz. Il quale si è incavolato. Un tipo che sono convinto si chiami così per via dei calzini arrotolati alle caviglie. E si sono mandati a quel paese. E sembra una barzelletta. E Felix, ha fatto una finta, fatto saltare a vuoto Bettega, e calciato un iper-tiro galattico, supersonico, raggi beta, sotto l’incrocio dell’incolpevole Dino Zoff.

Squarcio. Non sto mica tanto bene, e non è dolore fisico. Reggo fino all’inizio della ripresa, non rimontiamo, non tiriamo. Cerco Michele. Lo raggiungo. Coi tedeschi (maledetti) agguantiamo sti addormentati di inglesi sul comodino. E ho l’udito così vigile, pronto a sentire ogni minimo rumore dal salotto, qualcosa che mi dica che la stiamo riprendendo, che sento tutti i grilli e le cicale del paese cantare in coro, Vamos a la playa.

….E trentasette anni dopo io sono ancora là, in quella stanza, con un soldatino in mano e Michele di fronte a me. Perché è impossibile. E’ ancora impossibile che finisca così. 

Lorenzo Cargnelutti 






Nella finale di Atene sfuma ancora il sogno europeo della Juve: vittoria tattica del mago Happel su Trapattoni
Patatrap

ATENE. Mai più nei Balcani! Non è aria per la Juve. Atene '83 come Belgrado '73: senel '93, per dire, si disputasse un'altra finale di Coppa dei Campioni in Albania, i bianconeri farebbero meglio a dare forfait. Purtroppo, mentre dieci anni fa la (in fondo prevedibile) sconfitta contro l'Ajax non fu altro che un piccolo inciampo che rinviava di pochi mesi il nuovo discorso «europeo», la disfatta di Atene ha costituito un vero e proprio danno ecologico per le ambizioni della Vecchia Signora. Allora (nel 1973) la squadra aveva già in tasca il «vaucher» di uno scudetto appena vinto che la riproiettava immediatamente in Coppa Campioni: adesso ha in mano uno sfratto che le durerà almeno due anni. Di resurrezione ai livelli sognati, insomma, si riparlerà - eventualmente nell'85. E non è detto che, a risorgere, sia questa stessa Juve. Anzi...

TRASLOCHI. Ormai lo sanno tutti. Il Capo, ad Atene, c'è rimasto malissimo. E quando il Capo ci resta male sono dolori. Agnelli non è come Fraizzoli. Se ti dice 
"la ringrazio per tutto quello che ha fatto per noi" è come se ti avesse già mandato a casa il camion della Gondrand. In Grecia s'era portato gli amici più cari: vicino a sé, per affetto e per scaramanzia aveva voluto Jas Gawronski che è una persona deliziosa e che, con quel nome polacco, fa sempre chic. A tutti aveva promesso champagne e caviale da servire nella notte, in una certa coppa, in un suo isolotto dell'Egeo. Ma lo champagne è rimasto in frigo: il caviale se lo sono mangiati i camerieri. La Coppa, beh, quella è stata svenduta a dei signori tedeschi che passavano da Atene senza ambizioni. Insomma, viste come sono andate le cose, esiste il terribile sospetto che qualcuno come si dice pagherà. In Galleria San Federico è stato visto girare un signore con la mannaia. Sulle colline di Torino, fra un mese, sarà possibile trovare due-tre villette sfitte.

SCACCHI. Il disastro dell'Egeo richiama immediatamente l'immagine di certe ire funeste che presero corpo, in passato, da quelle parti. Ecco: come si manifesterà l'ira funesta di Agnelli e Boniperti? Chi finirà (o è già finito) nella lista dei buoni e dei cattivi? Sarà un olocausto bianconero o si procederà per gradi? Si penserà al domani o come a questo punto è prevedibile - al «dopo-domani»: cioè all'allestimento di una squadra già competitiva sin dalla rentreé europea? Chi, secondo, la Sacra Famiglia Lambs (Agnelli) si è reso maggiormente responsabile della deludentissima in rapporto alle aspettative annata bianconera? Secondo alcuni la prima testa in bilico potrebbe essere quella di Giovanni Trapattoni. Il suo, è chiaro, è il ruolo più delicato e non solo in omaggio allo scontato concetto che il primo a pagare deve sempre essere l'allenatore. Noi, personalmente, siamo grandi estimatori del Trap, convinti ammiratori delle sue doti di grintoso psicologo. Proprio per questo, però, siamo rimasti male nel vederlo, a Atene, in balia tattica di un collega che, evidentemente, è più mago di lui. Insomma, per farla breve, se è vero - com'è vero che la finale di Coppa Campioni è stata una grandissima partita a scacchi, da una parte abbiamo visto Karpov e dall'altra il campione sociale della Scacchistica Cusano Milanino. Dice Trapattoni che non è stato lui a sbagliare, che l'hanno tradito gli alfieri e soprattutto i re. Ma il Capo gli crederà?

CONFINE. Trapattoni (che comunque la Juve deve solo ringraziare per il palmarès che le ha dato in sette anni) ha un grandissimo atout: o, se volete, un grandissimo scudo. Se proprio la Dirigenza volesse infierare su di lui, non si vede chi potrebbe prendere al suo posto. A Boniperti piacciono Castagner e Marchesi ma, impegni attuali di costoro a parte, chi ci dice che esista un tecnico italiano che sappia davvero fare meglio del Trap a livello internazionale? E se fosse questo, cioè il suo, il vero limite, il vero confine della nostra genialità tattica? Certo, se il gelido Hap-pel fosse sul mercato, Boniperti lo «acquisterebbe a scatola chiusa». Ma, come si sa, il calcio italiano ha riaperto solo le frontiere delle «braccia», non quelle delle «menti». E dunque bisogna arrangiarsi con quello che c'è. D'altra parte è anche vero che non è facile trovare uomini-Juve: né per il campo né per la panchina. La Sampdoria, o il Verona, o persino l'Inter sono squadre che possono essere migliorate e potenziate con una certa facilità: forse «solo» con dei soldi. Ma per rinforzare una Juve o, addirittura, per rinnovarla e rilanciarla non si può andare al supermercato: bisogna andare in boutique. 
ALLORI. Delle intenzioni di «mercato» bianconero si comincia ormai a sapere qualcosa: se non parecchio. A occhio e croce Boniperti non sembra avere quelle pericolose crisi di riconoscenza molesta che negli ultimi tempi hanno travolto Enzo Bearzot. In questo, vedrete, potrebbe essere molto «aiutato» da certi piccoli, ineleganti, episodi di arroganza esplosi durante l'anno. Mai, prima di questa stagione, c'era stato uno juventino che avevo osato puntare i piedi al momento dei reingaggio: mai giocatori s'erano adagiati tanto sugli allori, mai avevano scritto libri di dubbio giusto, mai avevano malinterpretato con pericolosa (per loro) spregiudicatezza il famoso stile Juve: che tutto concede ma che tutto proibisce. Mai, per la verità, erano diventati campioni del mondo. Ed è questo, secondo il cinico Boniperti, il vero peccato originale di tutta la stagione bianconera. Un «peccato», a dire il vero, che sarebbe molto bello commettere anche più spesso e sul cui altare noi sportivi siamo persino disposti a immolare qualche delusione (come, appunto, quella della mancata vittoria in Coppa). Ma il Presidentissimo che quando ne ha voglia - fa malissimo, non è un romantico: è un bianconero. A lui, dei cieli azzurri, non gliene frega proprio niente. 
AAA. Insomma, quella di Atene potrebbe persino essere stata l'ultima partita nella Juve di più gente del previsto. Ai nomi, ormai scontati di Bettega e Zoff, potrebbero aggiungersene anche altri che fino a pochi mesi fa era bestemmia porre in dubbio.
Lo stesso Tardelli, lo stesso Rossi, lo stesso Scirea, per non dire di Gentile e di Boniek, hanno ormai perduto la loro fama di intoccabili. Il secondo posto in campionato e la finale in Coppa dei Campioni (o, se vogliamo, la sconfitta in campionato e la sconfitta in Coppa dei Campioni) costituiscono un bilancio che tradisce le attese e i pronostici. Né la Coppa Italia, comunque vada a finire, potrebbe lenire la delusione. La Juve ha pagato spietatamente la legge della «tre A»: Aberdeen, Anderlecht e, naturalmente, Amburgo. Evidentemente il trittico di Coppa di quest'anno doveva richiamare gli annunci economici. Eravamo arrivati ad Atene dicendo fra noi: 
«Questa è una squadra troppo forte per il campionato italiano: è una squadra europea.» 
Evidentemente il destino dei giornalisti è quello di sbagliare i pronostici. Per odio o per amore.

GAFFES. Forse la vera grande «colpa» della Juve è stata quella di aver... vinto per troppi giorni la Coppa dei Campioni. Era scontata, era fatta, era palese. E invece la squadra biaconera è stata campione d'Europa «solo» fino al 25 maggio. E a quel punto la gente, gli italiani, i quarantamila meravigliosi tifosi che avevano seguito la squadra hanno preso in considerazione l'ipotesi che una partita di calcio specie una finale di quel genere può essere vinta persino dagli «altri». Mai come questa volta la troppa euforia ha fatto tanto male: avevano visto sventolare per Atene una bandiera con scritto «Juve Campione d'Europa». Erano state queste bandiere a farci venire i primi brividi. Scaramanzia italica dove sei finita? Non sapevano i tifosi juventini che certi loro colleghi milanisti hanno ancora riposto, in cantina, un vessillo con la stella e con scritto sopra «Milan Campione d'Italia 1972-73»? Non furono forse loro i primi a ridere di quella terribile gaffe? E a proposito di gaffe? Quanto ci può avere aiutato il ripetere e lo scrivere che Rainea è sempre stato un arbitro «amico dell'Italia»? Non c'è davvero venuto il dubbio che, proprio per questo, lo smaliziato fischietto rumeno fosse tenuto ed obbligato a dimostrare il contrario?

PROFESSORE. La notte di Atene è un ricordo lontano, quasi sfocato. Un ricordo fatto di rabbia, di impotenza, di scoperte, di crudeli realtà. Uno scoppiettare di flashback che vedono il miope Magath scor razzare indisturbato per il campo, il futuro professore di geografia Wehmeyer insegnarci che cosa sono le famose fasce laterali, balzi Stein, l'isterismo di Tardelli e Boniek che colpiscono i loro avversari, l'orgoglioso dore di Zoff, l'incredulità di Bettega, la rabbia di Brio 
(«Ma perché là davanti non si muovono?»), 
I segni del k.o sul viso di Trapattoni, Galderisi e Bodini che si alzano dalla panchina non per scaldarsi ma per mandare un po' più d'aiuto da parte del pubblico, l'illusione d'un rigore che avrebbe solo depistato la nostra inferiorità, l'atteggiamento altezzoso di Rossi all'uscita dal campo, la perplessità incredula di Platini, i 5.000 tifosi tedeschi che zittiscono uno stadio bianconero. Le lacrime dei tifosi italiani in un aeroporto e in una città simili a Caporetto. Ecco, forse quei ragazzi in campo non si sono ricordati abbastanza - come avrebbero dovuto dei loro meravigliosi fan. Ma ora è tutto finito. Juve - grazie lo stesso. Però...

Marino Bartoletti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.22



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lunedì 2 marzo 2026

2 Marzo 1983: Aston Villa - Juventus

È il 2 marzo 1983 ed Aston Villa (Inghilterra) e Juventus si sfidano nella Gara di Andata dei Quarti di Finale della Coppa dei Campioni 1982-83 allo Stadio ‘Aston Park’ di Birmingham.


ZOFF DIVISO TRA CAMPO E SPOT – Giova ricordare che i “villans” erano i campioni in carica, inglesi racchiusi in fortezze praticamente invio­labili. La Signora svampita in Italia però sapeva trasformarsi in Europa, magnifica. Il 3 marzo 1983, appuntamento al Villa Park per una finale anticipata. Grande attesa, l’ente di stato radio televisivo snobbò l’evento propinando al colto e all’inclita, juventina e no un micidiale cocktail d’intrattenimento alternativo.

Tuttavia Tele Montecarlo ovviò all’inconveniente con la più surreale diretta mai vista. Essendo un’e­mittente privata usava farcire gli eventi di pubbli­cità. Dopo il fenomeno si sarebbe espanso e tutti sappiamo come. Così mentre a Birmingham si dava all’inizio alle danze sugli euroteleschermi comparve Zoff a magnificare, solenne, le virtù dell’olio da lui sponsorizzato.

ROSSI-COWANS, POI BONIEK – Nel frattempo la Signora s’era portata avanti col lavoro, rimboccatasi le maniche rifilò nel volgere di un minuto uno schiaffone ai villani: gol di Rossi su cross di Cabrini, servito da un tacco di Bettega. Di quel gol non vi fu traccia sino a quando non venne ripescato dagli archivi di altri emittenti. Poi la partita continuò senz’altro intoppi d’ordine pubblicitario. La Juve si fece raggiungere ad inizio di ripresa, gol di Cowans, ma rimise le cose a posto con un chirurgico contropiede ordito da Platini e finalizzato da Boniek. 2-1, stretto.

cit. Tuttosport 2 Agosto 2009

 

Buona Visione! 


aston villa





Coppa dei Campioni 1982-1983 – Quarti, andata
Birmingham – Stadio Villa Park
Mercoledì 2 marzo 1983 ore 19.30
ASTON VILLA-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Rossi P. 1, Cowans 53, Boniek 81

ASTON VILLA: Spink, Williams (Deacy 40), Gibson, Bremner, McNaught, Mortimer, Blair, Shaw, Withe, Cowans, Morley
Allenatore: Tony Barton

JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega, Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Eschweiler (Germania Ovest)





Inglesi sgomenti e in affanno per le prodezze dell'attaccante 
Paolo Rossi è tornato Mundial 
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE BIRMINGHAM — 

Anche gli italiani , anglofili, quelli per i quali un inglese che sputa è un
 signore che rinfresca le formiche, hanno faticato ieri sera ad apprezzare prima del match Aston Villa-Juventus, Birmingham la brutta, la pioggerella di Birmingham, lo stadio per fachiri cattivi di Birmingham, e quel giornale di Birmingham con in prima pagina Spink, il portiere dell'Aston Villa, intento a divorare spaghetti e la scritta a caratteri di scatola: 
«Li mangeremo vivi». 
L'atmosfera è stata di tensione quasi rabbiosa fino all'inizio del match. Un po' troppa polista, fuori dello stadio, in campo, sulle gradinate, per quello che è il panorama inglese, e appelli bilingui, più accorati però che drammatici, dello speaker. .. 

Poi c'è stato il gol di Rossi, con una manovra proprio disegnata dalla Juventus, calligrafica, spiegata e non imposta, un gol didascalico, con tutte le cosine belle e classiche del football: il bel controllo di palla, il colpo di tacco, il cross, il colpo di testa. Un gol di un quasi dimostrativo: ecco, così si gioca, questo è un tipico schema d'attacco, questo è un tipico errore difensivo, visto? E adesso che cominci pure la partita. E la partita è cominciata, con quel dettaglio dell'1-0 bianconero già messo da parte, ma era intanto stato ripristinato quel sentimento che riempì e zavorrò gli avversari degli azzurri nelle tre ultime partite in Spagna: il terrore di Rossi. Fu questo sentimento, spalmato su brasiliani, polacchi, tedeschi, ad aiutarci a vincere il .Mundial. È stato per questo che ho spedito la palla sulla sua traversa, terrorizzato dalla presenza più che dal movimento di Rossi. È stato per questo che è mancata — fino all'avvento faticoso di una riorganizzazione mentale — una regola, una volontà persino nella marcatura di Rossi. McNaught e Bremner in certi momenti sembravano addirittura fuggirlo, o scaricarselo. E a un certo punto McNaught ha scaraventato un pallone sulla testa di Rossi come per eseguire un esorcismo, come se quello fosse un fantoccio stregato, maledetto, da abbattere. E la gente, come se fosse stata in Spagna nel luglio 1982, ha preso a vedere due partite, quella di Rossi e l'altra. E la gente italiana (3000, tutto sommato felicemente poco mandonilistica) ha preso ad amare ogni mossa del centravanti, quella inglese a detestare ogni suo agitarsi, anche il semplice spostarsi al piccolo trotto. Gioco di squadra, il football ieri sera al Villa Park è stato anche questione di un uomo, in certi momenti così incastonato tra avversari atterriti, tutti intorno a lui ma nessuno davvero su di lui, da apparire là davanti a una specie di escrescenza dell'Aston Villa, più che un prolungamento della Juventus. C'è stato, vero, anche tutto il resto, ma la partita è andata avanti aspettando Rossi, un altro gol di Rossi, qualcosa di Rossi. E verso la fine del primo tempo questa attesa è sembrata pervadere anche la Juventus.  
Boniek addirittura si è come ritirato dagli affari: tanto, ci avrebbe pensato Rossi. E per fortuna che ai difensori bianconeri Rossi appariva ipotesi lontana, valida ma lontana, e non standogli vicini non venivano troppo condizionati dall'attesa del suo miracolo e allora facevano le cose sante e giuste del calcio normale, sparavano via palloni, si alzavano bene di testa, costruivano la muraglia. All'inizio della ripresa, con il gol del pareggio, è sembrato che il sentimento di terrore fosse stato lasciato dagli inglesi nello spogliatoio, e che intanto la Juventus avesse smarrito una certa sua sicurezza di genesi messianica. E in effetti si vedeva un football, come dire, meno affascinante ma più sereno, non condizionato, molto giocato da Platini e frequentato persino da Boniek. 
Ma quando, all'81, Rossi tirava e il portiere mandava sul palo, veniva come ripristinato il terrore. E Platini, vedendo tutto l'Aston Villa coagulato, fisicamente e mentalmente, attorno a Rossi, lanciava Boniek che segnava. E insomma era rinnovata, per delega e dopo un avviso (quel palo) la magìa internazionale di un atleta, di una fortuna, peraltro meritata, legittima, che lui trova e dispensa agli amici, bianconeri e azzurri, quando passa il confine e che in Italia non funziona. Anzi. 

Gian Paolo Ormezzano





COPPA DEI CAMPIONI/ASTON VILLA-JUVENTUS 1-2
Guidati da un formidabile Platini, con un Rossi formato mondiale e un Bettega ritrovato, i bianconeri domano il furore inglese ed espugnano trionfalmente il temuto Villa Park
Juvengland

BIRMINGHAM... Originale, ma di più squisita per frase tattica e genialità, la "nuova" Juve ha espugnato il "Villa Park" in un'umida, gelida sera di marzo collezionando applausi di ammirazione e rinfrancando il prestigio del nostro calcio all'estero. È stata una Juve a tratti trascinante; la realizzazione del sogno di Giampiero Boniperti quando aveva messo insieme, l'estate scorsa, vecchio e nuovo. Una squadra nuova, aggiungo, con qualcosa d'antico, perché il "nuovo" di Platini e Bonini si è sposato alla più proverbiale sapienza tattica di Roberto Bettega e il concerto radente della Juventus al Villa Park ha intimorito il forcing dei blu-granata locali e la partita si è risolta con un successo quanto mai veritiero e sintomatico dei propositi bianconeri in questa Coppa dei Campioni.

BETTEGA. Bisogna innanzitutto elogiare Bettega per la prestazione che ha saputo calare dalla sua carcassa, un gioco vorrei dire argentino, ma persino più carezzevole, sornione, ammaliante, sin dalle prime battute quando inventava con Cabrini il folgorante gol di Paolo Rossi (tornato subito nel clima giusto, Pablito) e di seguito con la sua regia tuttocampo spaziando e duettando maestosamente con Monsieur Platini. Costui ci ha impiegato più tempo e una ragionevole prudenza fisica per scatenare i suoi estri sfiziosi, dei quali ho già parlato su questo giornale a proposito della sua prestazione in campionato contro l'Udinese, ma poi è stato semplicemente regale, lanciando Boniek al gol di possesso, un Boniek in sicuro progresso, ma ancora distante da quel giocatore proteiforme che sa essere, tutto potenza e slanci fantasiosi in profondità. L'impegno fisico del polacco è stato smanioso, la sua vena tattica non sempre convergente e in sostanza nella Juve che si profila mattatrice in campo europeo e mondiale è ancora il giocatore che tarda a inserirsi, si vede a sprazzi, a lampi, si fa aspettare. Ma le sue difficoltà come conveniva lo stesso Boniperti sono evidentemente psicologiche; però debbono essere risolte al più presto nell'interesse della Juventus.

PLATINI. Ma non si fa aspettare la squadra, col suo gioco applicato a risolvere in chiave di contropiede manovrato tutti i problemi. L'Aston Villa non aveva dubbi di riuscire con la sua possa a travolgere la nostra diga, ma la Juventus non l'ha aspettato, l'ha preceduto e subito infilato in partenza e alla distanza, raggiunta dal gol di Cowans, ha recuperato di rabbia, ma soprattutto di passione, le sue cadenze ispirate. Il
suo contropiede manovrato ha falciato il gioco di possesso dei britannici, Monsieur Platini è andato ad esibire alcune giocate di mostruosa bravura, sempre spalleggiato dal brizzolato professore di Valchisone e dal recuperato vivido Pablito Rossi e il gol di Boniek, saettante, magistrale, ha premiato la squadra superiore, la classe. Chi sa anche giocare, voglio dire, ha sempre di più di chi sa combattere. Soprattutto nelle ribalte internazionali. Facile a dirsi, difficile però nella realtà vera del gioco, dentro un campo abitato da una folla civilissima, contro un Aston Villa dalla perentoria personalità atletica e dal personalissimo gioco, squadra che non si scopre e duetta in profondità per scatenare gli estri di Gary Shaw e Morley, la Juve ha dunque presentato la sua perentoria carta da visita. È nata una grande squadra. Lo scrivo senza il minimo dubbio. Capace, aggiungo, di qualunque impresa. Ed ora vedremo se la Roma saprà costruirsi in breve tempo questo gioco e soprattutto questa arte pedatoria. 
«Siamo la squadra più grande del mondo» 
mi aveva detto Brio a casa sua, qualche giorno prima. Il leccese aveva ragione. Il suo non era tifo di parte.

BRIO E BONINI. C'era una volta, scriviamo ora noi, la Juventus di Furino, condizionata dal suo intrepido e indomito capitano-giocatore da trincea, c'è oggi la Juventus di Platini, che è ancora per poco quella di Bettega, squadra che riesce in virtù del gioco a sovrapporsi a qualsiasi difficoltà atletica e tattica con le sue sponde artistiche, con la sua personalità trascinante. Mentre Zoff aveva poche occasioni per mettersi in mostra, altro rilievo significante, si vedeva proprio Brio ergersi a gigante nell'area, disintegrando Withe il falloso protervo Peter White. E in più si vedeva, da qua a là, volteggiare la chioma bionda di Massimo Bonini, il terzo straniero della pattuglia, il più nostro, il ragazzo deamicisiano, perno della ricorsa, intrepido faticatore. Ma tutta la squadra aveva ogni pedina al posto giusto, devo aggiungere che Tardelli anticipava Morley e Gentile annullava Shaw come aveva annullato Maradona e Zico e se solo a sprazzi si vedeva il migliore Boniek, la squadra lievitava come nei sogni proibiti di Giampiero Boniperti.

ZEFFIRELLI. Si è sentito di fatti sanguinosi tra il pubblico, di accoltellamenti, voglio dire. C'è sempre in un mare di migliaia di persone accalcate sugli spalti, un pazzo, un irresponsabile. Ma in senso lato i tifosi italiani in questa trasferta sono stati esemplari. E di questi giorni la querela della Juventus ad un regista che ne ha usato per farsi pubblicità. Uno dei segreti di certi uomini così detti arrivati è sapersi fare la pubblicità. Che io ne sappia, e ne sanno abbastanza, le mie ossa e il mio cuore, non c'è squadra in Italia più grande della Juve, ricca di capacità tecnica assimilata negli anni, il risultato anche di una gestione amministrativa seria, insomma, questa Juventus che va a Birmingham e conquista una vittoria storica.

Vladimiro Caminiti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.10






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