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sabato 16 maggio 2026

16 Maggio 1982: Catanzaro - Juventus

É il 16 Maggio 1982 e Catanzaro e Juventus si sfidano nella quindicesima (ed ultima) giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio 'Comunale' di Catanzaro.

Con questi due punti i nostri eroi conquisteranno il ventesimo scudetto della Vecchia Signora. Il tutto dopo una lotta lunga, difficoltosa (e con strascichi polemici incredibili). Infatti in classifica lo squadrone bianconero stacca di un solo punto i rivali della Fiorentina. Compare così la seconda stella sulle maglie bianconere. 

La forza della squadra bianconera é indiscutibile! Tant'é che gran parte dell'undici titolare della Juve sará protagonista (pochi mesi dopo) della conquista della Coppa del Mondo con la Nazionale Italiana ai Mondiali di calcio di Spagna '82.

Buona Visione!



catanzaro



Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 15 ritorno
Catanzaro - Stadio Comunale
domenica 16 maggio 1982 ore 16:00
CATANZARO-JUVENTUS 0-1
MARCATORI: Brady rigore 75

CATANZARO: Zaninelli, Celestini, Salvadori, Boscolo (Cascione 46), Santarini, Peccenini, Mauro, Braglia, Borghi, Sabato, Bivi (Palese 71)
A disposizione: Bertolini, Cardinali, Nastase
Allenatore: Bruno Pace

JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, (c) Furino, Brio, Scirea, Marocchino (Bonini 85), Tardelli, Rossi P., Brady, Virdis (Fanna 53)
A disposizione: Bodini, Osti, Galderisi
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Pieri C.
AMMONIZIONI: Gentile (Juventus); Braglia (Catanzaro)




La seconda stella è il regalo d'addio alla Juventus dell'irlandese, freddo esecutore del rigore che ha battuto il Catanzaro 
La mano di Celestini, il sinistro di Brady 
Nessun dubbio sull'illecita parata del terzino calabrese sul tiro di Fanna, a un quarto d'ora dalla fine
I bianconeri hanno dominato la partita e costruito numerose palle gol, colpendo due pali
Polemiche per l'intervento in area di Brio su Borghi al 36' 

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE 
CATANZARO — Sulla roulette dello scudetto la pallina s'è fermata sul numero 20, pari, «passe», bianconero. Su rigore trasformato, con rara freddezza, dal «ripudiato» (per cause di forza maggiore) Liam Brady al 75', la Juventus, campione d'Italia uscente, si è aggiudicata la storica doppia stella. Alla Fiorentina, fermata a Cagliari, l'onore delle armi, ma la Juventus anche a Catanzaro ha confermato di essere la più forte.

Una vittoria di... rigore, non tanto perché arrivata dal dischetto, quanto per la superiorità dimostrata dalla squadra di Trapattoni contro un avversario che niente ha concesso sul piano dell'impegno agonistico. Anche i calabresi recriminano per un penalty non concesso da Pieri al 36' del primo tempo. Mauro da destra lanciava Borghi che, in area, entrava in collisione con Brio e finiva a terra. Lo stopper aveva allargato il braccio destro, dando l'impressione di trattenere l'avversario: forse gli estremi del rigore c'erano, ma l'arbitro era di diverso avviso. Un episodio, comunque, da moviola. 

Nessun dubbio, viceversa, su quello che ha deciso l'incontro e il campionato. L'azione è scaturita da un caparbio spunto di Brady, che era salito in cattedra nella ripresa con grande autorità. L'irlandese serviva Marocchino, che si produceva in uno scatto poderoso e centrava per Rossi, il quale di testa girava sul palo; la sfera tornava in mischia e Fanna (subentrato a Virdis dal 52') tirava due volte a rete: sulla seconda il terzino Celestini intercettava, quasi sulla linea, col braccio allargato. Pieri questa volta fischiava la massima punizione, fra l'esultanza del giocatori bianconeri. 

Contemporaneamente dalla curva Ovest — dove campeggiava un bandierone della Fiorentina insieme con quelli giallorossi e da dovè, prima dell'inizio, s'era alzato in cielo uno striscione viola con un grosso scudetto, sollevato da palloncini — partiva un fitto lancio di oggetti vari. Brady piazzava il pallone sul dischetto ed aspettava che la buriana si calmasse. Sulle sue spalle calava improvvisamente una enorme responsabilità, la più «pesante» ma anche la più esaltante nei due anni vincenti trascorsi in Italia. Poi il tiro: una finta, un sinistro basso, angolatissimo e imparabile, sulla destra del bravo Zaninelli. I pugni al cielo, Brady finiva soffocato dagli abbracci dei compagni. E mentre le migliaia di tifosi juventini esultavano, un'altra bottiglia di plastica colpiva il braccio di un guardalinee: un gesto che costerà una multa salata al Catanzaro. 

La partita finiva praticamente dopo il rigore, con la Juventus che amministrava abilmente il risultato, controllando senza affanno i calabresi che producevano l'ultimo forcing alla ricerca del pareggio. Bonini all'84' dava il cambio a Marocchino, che era stato fra i migliori, lottando con lucida determinazione, al pari di un grande Brady e di Tardelli che, dopo la «suspense» dei giorni scorsi, aveva deciso di giocare dopo un ultimo provino. 

Proprio a Tardelli erano capitate le tre occasioni più limpide. La prima al 7'. Scirea si sganciava in profondità e serviva Virdis, che toccava a Rossi, il quale fintava splendidamente per Tardelli: grande destro a fil di traversa che Zaninelli, con un balzo, alzava in corner. Sembrava quasi il replay della parata di Castellini, sullo stesso Tardelli, domenica scorsa. La seconda al 47'. Sulla punizione di Gentile, Tardelli si smarcava sotto porta e di testa, con Zaninelll fuori causa, incocciava la parte superiore della traversa. La terza al 54': un servizio di Brady scavalcava la difesa, ma Tardelli, da favorevole posizione, sprecava. 

Il generoso e sfortunato Tardelli non era il solo a sfiorare il gol. Ci avevano provato anche Virdis (14'), che di testa appoggiava a lato; Rossi (22' e 44'), ma Zaninelli non si lasciava superare; Brio (69'), che di testa anticipava il portiere di un soffio, ma il pallone si perdeva sul fondo; Fanna (70'), con un tiro deviato in corner in extremis. Sull'1-0 ancora Rossi, con una bella azione sulla sinistra, scodellava un pallone diabolico dal fondo campo sotto la traversa, ma Zaninelli, con prontezza di riflessi, deviava in calcio d'angolo.

Tutto questo, al di là delle polemiche che ha sollevato e solleverà il sospètto rigore di Brio, conferma che il successo juventino di ieri è legittimo, anche se il Catanzaro ha fatto in pieno la sua parte alla ricerca di un risultato di prestigio. I calabresi erano tranqullli, senza problemi di clasiffica dopo l'ottimo campionato, mentre la Juventus si giocava tutto. 

Mauro, il «gioiello» di Pace, era attivissimo e costringeva Cabrini, sceso in campo con un'iniezione antidolorifica al piede destro, a faticare. Bivi, il cannoniere del Catanzaro, era invece bloccato da un Gentile attentissimo e attivo negli appoggi, mentre Brio non solo controllava bene Borghi, ma si portava sotto, come faceva spesso Scirea, alla ricerca del gol. Quando il «libero» si sganciava, Furino presidiava magnificamente la zona difensiva, al punto che Zoff doveva svolgere un lavoro di ordinaria amministrazione, senza pericoli di rilievo tranne una folgore di Cascione (subentrato a Boscolo dopo l'intervallo), che sorvolava la sbarra trasversale al 51'. 

Una gara sostanzialmente corretta, priva di falli cattivi anche se tiratissima, disputata in un clima abbastanza teso sugli spalti più che in canili Pieri estraeva il cartellino giallo soltanto due volte, per ammonire Braglia (proteste) e Gentile. La Juventus ha avuto anche il merito di mantenere sempre la calma, malgrado il gol tardasse ad arrivare, grazie alla sua vasta esperienza, all'abitudine a vincere certe battaglie. Calma che lo stesso Rossi ha dimostrato di aver assimilato, nonostante non avesse mai vinto niente in precedenza. 

«Pablito» è apparso in crescendo, per nulla turbato da quanto era accaduto all'aeroporto di Sant'Eufemia alla vigilia, e ha dato un il concreto apporto a questa partita decisiva. 

Bruno Bernardi


Le pagelle di un anno da Zoff a Trapattoni 

DINO ZOFF (30 presenze, voto 7,5) E' il portiere meno battuto, grazie anche alla difesa, della serie A e mai in 10 campionati con la Juve aveva subito così poche reti. Nonostante i suoi 40 anni, è riuscito ad avere un rendimento costante. Classe, fisico, piú mestiere: questa là formula magica di «San Dino» che ha scoperto l'elisir di lunga durata. 

CLAUDIO GENTILE (27 presenze, 2 gol, voto 7,5) Una roccia che, talvolta, s'è trasformata in... pietra preziosa. I suoi costanti progressi tecnici lo classificano tra i più forti difensori d'Europa, forse del mondo, a patto che non smarrisca l'umiltà e non si lasci tentare dalla voglia di strafare. 

ANTONIO CABRINI (29 presenze, 5 gol, voto 7,5) Non è riuscito ad eguagliare i 7 centri del campionato precedente, ma come terzino cannoniere si è espresso sovente sui livelli del 78, la stagione che al Mundial lo consacrò campione di razza. E' maturato sul piano tattico. 

GIUSEPPE FURINO (27 presenze, voto 8) Gli anni passano (ne compirà 36 il 5 luglio prossimo), ma «Furia» non si placa. Ancora una volta è stato il fulcro del centrocampo, tra i più redditizi per agonismo, tenuta, esperienza. Un «playmaker» da combattimento. 

SERGIO BRIO (29 presenze, 1 gol, voto 8) Da gigante (troppo) buono a stopper ruggente. «Miracolato» dopo la delicatissima operazione al ginocchio sinistro, ha smentito coloro che non lo ritenevano «da Juventus», fermando quasi tutti i suoi diretti avversari e partecipando attivamente, sui calci piazzati e sui corners, alle offensive. Un'arma tattica in più. 

GAETANO SCIREA (30 presenze, 5 gol, voto 7,5) Mai era andato così spesso a bersaglio in un campionato, a conferma della sua polivalenza. Il «libero» con licenza di segnare ha però sempre presidiato, con intelligenza e interventi puntualità retroguardia. 

DOMENICO MAROCCHINO (29 presenze, 1 gol, voto 7) Per la prima volta titolare di partenza, il vercellese ha dimostrato dì poter reggere un intero campionato, sia pure con alti e bassi, ma nonostante l'elevato numero di partite disputate s'è rivelato meno incisivo a rete che nel due anni precedenti, anche se è cresciuto alla distanza. 

MARCO TARDELLI (22 presenze, 3 gol, voto 7) Noie muscolari gli hanno imposto qualche «stop» che ha influito sul suo rendimento. Tuttavia ha dato un buon contributo, anche se non eccezionale, per l'agonismo, la vitalità e la mentalità vincente che mai gli è venuta meno. 

GIUSEPPE GALDERISI ( 16 presenze, 6 gol, voto 7,5 ) Lanciato in mischia, l'esordiente «Nanu» ha avuto un periodo... gigantesco in cui non solo non ha fatto rimpiangere Bettega, ma è stato definito «Galderossi» o il «piccolo Maradona». Poi è un po'calato, 'denunciando qualche ingenuità dovuta all'età acerba. In lui c'è la stoffa, il talento. E' molto più d'una promessa. 

LIAM BRADY (29 presenze, 5 gol, voto 7) Un campionato con pochi acuti. Ha risentito della mancanza di Bettega che, per il suo tipo di gioco, era un grosso punto di riferimento, e anche di quella, sporadica, di una «spalla» come Tardelli. Dall'irlandese era lecito aspettarsi dì più, anche se il suo apporto è stato valido (e il suo rigore decisivo). 

PIETRO PAOLO VIRDIS (30 presenze, 9 gol, voto 7,5) Doveva essere un rincalzo di lusso, viceversa s'è riconquistato subito il posto e l'ha difeso con risultati soddisfacenti, anche se ha cambiato ruolo e «partner» e se ha avuto delle pause. Solo in B, col Cagliari, aveva segnato di più (18 reti): è il capocannoniere bianconero. 

MASSIMO BONINI (18 presenze, 1 gol, voto 7) Per essere alla sua prima stagione in Serie A, ha giocato moltissimo (14 gli spezzoni). S'è confermato un «jolly» importante, sostituendo Furino, Tardelli, Brady e fungendo anche da ala tattica. Gli manca un pizzico di personalità per completarsi. 

PIETRO FANNA 19 presenze, 1 gol, voto 6,5 ) Era un torneo in cui avrebbe dovuto «sfondare» definitivamente, invece ha compiuto qualche passo indietro mantenendosi al di sotto delle sue possibilità, deludendo chi credeva in lui e perdendo il posto di titolare che s'era conquistato faticosamente nella stagione '80-'81. Ha giocato interamente solo 5 partite. Il tiro che ha provocato il rigore-scudetto non lo riscatta del tutto. 

CLAUDIO PRANDELLI (8 presenze, voto 6) Se la pubalgia non l'avesse bloccato, sicuramente questo centrocampista «tuttofare» avrebbe collezionato qualche gettone in più. Merita, comunque, la sufficienza per essersi tenuto pronto (prima dell'infortunio) alle chiamate. 

ROBERTO BETTEGA (7 presenze, 5 gol, voto 8) Era lanciatissimo, capocannoniere, quando Munaron gli rovinò sul ginocchio sinistro che il professor Pizzetti gli ha ricostruito. Sperava di tornare in squadra nel finale, ma non c'è riuscito. Malgrado il valore di Galderisi, la classe di Bobby-gol sarebbe servita. 

CARLO OSTI (6 presenze, voto 6,5) Non è facile mantenersi in forma sapendo di avere pochissime probabilità di giocare. Il suo merito è proprio quello di non aver mai tradito la fiducia di Trapattoni quando l'allenatore l'ha inserito in prima squadra. 

PAOLO ROSSI (3 presenze, 1 gol, voto 7 ) Due anni di assenza per squalifica, un ritorno brillante, poi l'inevitabile enpasse in attesa di riprendere piena confidenza con il clima agonistico. A Catanzaro si è avvicinato alla forma migliore. Non gli si poteva chiedere di più. 

ROBERTO TAVOLA (3 presenze, voto 6) Impostato anche da terzino smistro, ha avuto rarissime occasioni per mettersi in luce, ma ha raccolto qualche scampolo di gloria. 

LUCIANO BODINI (nessuna presenza) Ha scaldato, per il quarto campionato consecutivo, la panchina. L'ombra discreta, silenziosa del sempiterno Zoff. 

GIOVANNI TRAPATTONI (voto 8) Nonostante la perdita di Bettega ed altre assenze di rilievo, il tecnico ha sempre trovato soluzioni alternative (Galderisi e Bonini in particolare) in una «rosa» peraltro assai valida. Oltre ad aver impostato un'ottima preparazione, dosando le forze, ha avuto il grosso merito di tenere la squadra nella giusta tensione che, dopo la conquista del 19° scudetto, rischiava di avere... cadute. Tatticamente la Juventus, sfortunata in Coppa dei Campioni, ha svolto il gioco più moderno.

Bruno Bernardi




Nel giorno del commiato, Liam Brady regala alla Juventus il ventesimo scudetto. Si risolve cosi, a un quarto d'ora dalla fine del campionato, l'aspro duello con la Fiorentina, mentre Milan e Bologna (17 titoli in due) finiscono in B
Juventi 

E LIAM BRADY ad appuntare la seconda stella sul petto pluridecorato della Vecchia Signora. Il piccolo irlandese conclude la sua avventura bianconera con due scudetti su due, prima di lasciare spazio ai suoi illustri eredi, Platini e Boniek, che si vedono offerta su un piatto d'argento una Coppa dei Campioni presumibilmente ricca di prospettive. La domenica più intensa del calcio italiano si chiude mescolando come da copione vicende tristi e liete. Non ci sono code, la suggestiva ipotesi dello spareggio si sbriciola sul braccio di Celestini che ferma, davanti alla linea, il tiro di Fanna; o magari, sul gol che Mattei annulla a Graziani, in Cagliari-Fiorentina. Avevo anticipato, la scorsa settimana, la sensazione che non ci sarebbe stato il giudizio di Dio conclusivo, fra le due grandi protagoniste: per sommo gaudio di Bearzot, che ne avrebbe visti sconvolti i suoi già precari programmi mondiali. In coda, retrocede per la prima volta il Bologna, in 73 anni di onorata milizia calcistica e può solo consolarsi con il nome fascinoso del suo compagno di viaggio, quel Milan cui non è servita l'estrema ribellione di Cesena. A ben guardare, è una prima volta anche per il Milan: la prima, recente caduta, era stata decretata da vicende extrasportive, non dal campo. Si salvano all'ultimo tuffo Cagliari e Genoa, compagini titolate anch'esse. In ogni caso, la prossima serie B avrà illustrissimo pedigrée, con tre formazionı (Milan, Bologna, Lazio) in altri tempi campioni d'Italia. La gioia e il terrore si sono rincorsi sul filo, il calcio minuto per minuto avrà frantumato tutti i record di indice d'ascolto. Eppure, mi sembra di cogliere un palpabile senso di delusione. Doveva essere la giornata di tutti gli sfracelli, clamorosi sovvertimenti di situazioni, crolli e resurrezioni senza un attimo di respiro. E capitato che la doppia sfida-scudetto ha partorito un solo gol, su rigore, dopo recite ferreamente ancorate al lo zero a zero di partenza. E sul fondo? Certo, fra Napoli, Ascoli e Cesena la suspense si è inseguita fra ripetute altalene di punteggio. Ma alla fine tutto è rimasto esattamente com'era. Novanta minuti praticamente inutili, Cagliari e Genoa hanno strappato il punto che li metteva al riparo da tutte le insidie. Così è mancato il miracolo a innescare l'ultimo thrilling, ma può anche essere una morale. A decidere il destino di una stagione è la regolarità di rendimento, non l'estrema impennata della disperazione. Il discorso vale soprattutto per il Milan: otto punti nelle ultime cinque partite, di cui tre fuori casa. La sua condanna, però, se l'era firmata prima.

JUVENTUS. Il diciannovesimo scudetto le fu a lungo contestato per quel gol annullato a Turone nella sfida con la Roma. Il ventesimo sigillo solleverà altre polemiche per il rigore negato al Catanzaro. E fatale, per chi resta costantemente ai vertici, essere esposti alle intemperie: e per chi si aggancia agli episodi, il campionato offre una così variopinta casistica da legittimare tutte le ipotesi, anche le più ardite. Resta la realtà di questa squadra inossidabile, dai nervi d'acciaio, che emerge quando lo stress congela le iniziative e paralizza i riflessi. Quest'anno ha avuto le sue disgrazie: quali e quante non è il caso di riesumare, tanto più che ognuno ha la sua parte di guai da lamentare. Ma è certo che un Bettega nella strepitosa forma di inizio stagione avrebbe dato altra cadenza alla fuga d'avvio. E avrebbe, se non altro, evitato quella dispersione di scelte, prima di arrivare al coraggioso lancio di Galderisi, i cui gol hanno risolto tanti problemi. Resta un dato di fatto. La Juventus, che aveva avuto un girone di andata contraddittorio (formidabile partenza, accentuata flessione con tre sconfitte in cinque partite, vigorosa ripresa), nel ritorno ha totalizzato venticinque punti, con dieci vittorie e cinque pareggi. È una caratteristica dei sistemi di Trapattoni, un allenatore che gode di fama sicuramente inferiore ai meriti, portare la propria squadra al massimo rendimento nella fase decisiva. È stata questa la carta vincente, al di là delle suggestioni legate alle prodezze individuali.

FIORENTINA. Un'eccezionale antagonista è risultata comunque la squadra viola, che De Sisti ha plasmato a propria immagine e somiglianza. Straordinaria regolarità di rendimento, ventidue punti all'andata e ventitré al ritorno, impostazione tattica estremamente realista, secondo i canoni del miglior calcio all' italiana (in senso buono, dico). La perdita prima di Antognoni e poi di Pecci è stata compensata da un collettivo di prim'ordine, nel quale hanno trovato momenti di gloria preziosissimi gregari come Miani e folgoranti rivelazioni come Daniele Massaro. Non hanno sempre corrisposto alle attese le due punte, Bertoni e Graziani, in grado peraltro di assicurare una decente quotagol. Il sogno dello spareggio si è dissolto a Cagliari: nel confronto diretto la Fiorentina avrebbe avuto notevoli chances, essendosi rivelata sempre ostacolo arduo per la Juve, grazie alla propria dote di trovare la giusta contraría in chiave tattica. Con un leader come Passarella, l'assalto sarà tentato di nuovo il prossimo anno. Non credo che la Fiorentina sia destinata a rivelarsi una meteora e anche la super-Juve europea dei Boniek, Rossi e Platini dovrà tenerne conto.

ROMA. Il posto-Uefa è giunto a confortare parzialmente una stagione che ben altri traguardi aveva promesso, specie dopo la vittoria sul campo della Juve (settima di andata). Il diritto alla Coppa europea e il primato di Pruzzo nella graduatoria cannonieri (secondo consecutivo): ecco i soli segni tangibili rimasti a illustrare l'opera di Liedholm. Anche nel caso della Roma defezioni importanti (dolorosissima quella di Ancelotti, la cui fondamentale importanza nella manovra collettiva si è compiutamente avvertita quando il ragazzo è uscito di scena) e momenti sfortunati. Ma pure preoccupanti sintomi di cedimento psicologico, come se la maturità a lottare costantemente per il primato non fosse stata del tutto assimilata.

MILAN. Tonfo clamoroso, se si pensa alle ambizioni di partenza. Una campagna estiva molto promettente e dispendiosa, il tecnico sulla cresta dell'onda, uno straniero di grande affidamento in zona gol. Poi,
tutto si è sbriciolato all'improvviso. Radice ha avuto le sue brave colpe, i dirigenti anche, il cambio alla presidenza e in panchina non ha dato frutti, malgrado quella folle corsa finale. Il Milan ha avuto la possibilità di salvarsi quando il calendario gli ha offerto una serie di partite accessibili. Fra i tre impegni casalinghi con Catanzaro, Ascoli e Roma e la trasferta sul campo del già condannato Como, il Milan ha raccolto un punto in tutto! Qui si è condannato alla retrocessione, i successivi miracoli in serie hanno soltanto alimentato illusioni impossibili. È il verdetto più sconcertante del campionato perché non v'è dubbio che sul piano tecnico la squadra vantasse un potenziale da classifica medio-alta. Così, si può soltanto pensare alle discordie interne, alle piccole congiure, allo sfalda mento moralé. Per rispetto alle tradizioni del grande Milan, eviteremo di citare la vittoria nella Mitropa Cup come consolazione stagionale.

BOLOGNA. Evento storico. D'accordo, una prima volta c'è in tutte le cose. Ma settantatré anni di calcio al massimo livello non si cancellano facilmente. Il Bologna ha scontato errori antichi e nuovi. A differenza del Milan, si è presentato al via con un organico modesto, frutto di cessioni avventate e di acquisti sbagliati. Anche la scelta dell'allenatore non è risultata felicissima. Difficile identificare la causa precisa della condanna. Il giovane Liguori aveva tentato di rappattumare i cocci, dopo il crollo di Cesena, impostando tutto sulla sapienza tattica di Colomba. L'infortunio, a Napoli, dell'uomo-guida ha fatto precipitare definitivamente la situazione, dopo un'effimera schiarita. A Bologna si erano abituati al puntuale miracolo in extremis, ma a scherzare col fuoco si finisce inevitabilmente per bruciarsi.

ASCOLI. È finita subito alle spalle del Napoli, prima di una indomita schiera di provinciali. Il suo elogio finisce così col comprendere quello destinato al Cesena miracolato da Renatone Lucchi o al Catanzaro spumeggiante di Bruno Pace, all' Avellino e all'Udinese, terminate in logico calando, ma dopo aver centrato con ampio e meritorio anticipo il traguardo della salvezza. È stato anche il campionato delle provinciali, quello che ha condannato due squadre di blasone come Milan e Bologna (diciassette scudetti in due). L'Ascoli, più delle ammirevoli compagne di viaggio, ha avuto cuore e costanza di tirare sino in fondo a tutta andatura. Nel suo gioco concreto e realistico, privo di fronzoli ma non di pretese, si è riscontrata la mano di Carlo Mazzone, eccellente uomo di calcio, specialista in restauri disperati, capace come nessun altro di spremere recondite risorse da un materiale non di primissima scelta. Se nel nostro football va di moda il bianconero, il merito non è soltanto della Juve.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1982 nr.20





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sabato 2 maggio 2026

2 Maggio 1982: Udinese - Juventus

È il 2 maggio 1982 ed Udinese e Juventus si sfidano nella tredicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio Friuli di Udine.

A fine campionato la Juventus conquisterà la sua Seconda Stella da appuntare sul petto. Dopo un lunghissimo testa a testa con la Fiorentina allenata da Giancarlo De Sisti, la spunta all'ultima giornata grazie ad una vittoria esterna a Catanzaro con un rigore del partente Liam Brady

Dall'altra parte c'è l'Udinese allenata da Enzo Ferrari che ottiene una difficile salvezza all'ultima giornata.

Buona Visione! 



udinese




Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 13 ritorno
Udine - Stadio Friuli
domenica 2 maggio 1982 ore 16:00 
UDINESE-JUVENTUS 1-5
MARCATORI: Miano 2, Marocchino 30, Cabrini 36, Rossi P. 49, Cabrini 85, Virdis 90

UDINESE: Borin, Galparoli, Tesser, Gerolin (Pin L. 65), Cattaneo, Orlando, Causio, Bacchin, Miano (De Giorgis 59), Orazi, Muraro. 
A disposizione: Cortiula, Pancheri, Cinello. 
Allenatore: Enzo Ferrari

JUVENTUS: Zoff, Osti, Cabrini, (c) Furino (Tavola 85), Brio, Scirea, Marocchino, Tardelli, Rossi P. (Bonini 70), Brady, Virdis. 
A disposizione: Bodini, Fanna, Bettega R. 
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: D'Elia




Ha giocato 71 minuti confermando di essere ancora un grande campione
Paolo Rossi, la classe di sempre

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
UDINE Aveva segnato l'ultima rete in serie A proprio a Udine il 27 gennaio '80, un gol decisivo per il successo del Perugia (2-1). Paolo Rossi ha perso due anni per squalifica, non il vizio del gol. Nella cinquina della Juventus c'è anche il suo sigillo, quello del 3-1, che ha messo definitivamente in ginocchio I friulani, con un'incornata perfetta per scelta di tempo ed esecuzione. 
Ma il gol è soprattutto importante per lui, per Rossi, che si è scrollato di dosso le ruggini fisiche e mentali accumulate in 734 giorni d'attesa per questo 2 maggio '82 che, probabilmente, ha sancito lo scudetto numero venti della Juve. 
Gol a parte, Rossi ha anche fornito il calibrato cross dal quale è scaturito il 2-1 di Cabrini ed è apparso recuperato. Ha stentato, in avvio, ad entrare in partita. Ma era nel preventivi, un po' per l'emozione, un po' perché Galparo1i lo marcava stretto, con Orlando pronto ad intervenire in seconda battuta. 
Poi, con la crescita della squadra, Rossi ha rotto il fiato, s'è scollato dal suo avversario, riabituandosi al clima agonistico (il ritmo lo troverà giocando), sfoderando lampi di classe genuina, non corrosa dalla lunga assenza: 71 minuti, una prova più che confortante che ha strappato il sorriso anche a Bearzot.

Bruno Bernandi





Alle quattro della sera «Pablito» è sceso nell'arena di Udine per dimostrare non solo agli altri ma anche a se stesso che i due anni di ingiusto esilio dai campi di gioco l'hanno restituito integro alla Juventus e alla Nazionale

olé

UDINE E così, in un «Friuli» da festa grande come soltanto la provincia sa fare nelle grandi occasioni, Paolo Rossi è tornato ufficialmente in campo e, nel giro di un quarto d' ora (giusto il tempo di scrollarsi di dosso il magone del suo nome scandito dall'altoparlante, assaporare ad occhi chiusi la dolcezza degli applausi subito mitigata dalla marcatura di Galparoli e mettere a fil di palo un traversone di Scirea) ha saputo esorcizzare i fantasmi del suo «male oscuro»: quelli, cioé, che gli hanno tenuto costantemente compagnia dal 18 maggio di due anni fa, quando la Commissione Disciplinare lo incolpò di aver alterato il risultato di Avellino-Perugia e le sue due reti - lui che proprio nella fiammata di un gol ha identificato il perno della sua realizzazione di uomo si trasformarono in spietate accusatrici e come un assurdo boomerang gli procurarono tre anni di squalifica, poi ridotti a due in appello. Ecco, da allora Paolo Rossi uscì in punta di piedi e a testa china dalla bella favola iniziata ai Mondiali argentini del 1978 quando divenne «Pablito» per tutti ed entrò invece in una dimensione inquietante che lui stesso, ragazzo di provincia trasformatosi soltanto superficialmente in metropolitano, visse malamente come un'odissea in cui la speranza di una riabilitazione spesso promessa ma mai concessa si stemprava inevitabilmente nella delusione (niente amichevoli né partite di beneficienza, niente di niente insomma) eppoi la delusione scadeva nella rabbia di sentirsi un emarginato. O peggio ancora, quasi un clandestino di se stesso. 

"Ufficialmente mi dicevo che tutto sarebbe passato", 

ricordava sabato scorso con l'umiltà dei campioni autentici che forse proprio nella paura di un insuccesso finiscono per trovare al contrario la molla principale del loro successo, 

"ma in realtà in questi due anni mi sono sentito quasi una controfigura di me stesso. Era come guardarmi in una fotografia scattata chissà quando e non riconoscermi. E in quei giorni soltanto con la rabbia riuscivo a giustificare i miei allenamenti che finivano per diventare interminabili perché non si concretizzavano mai in una vera partita. Con la rabbia, quindi, ma anche con l'orgoglio di un uomo comune che non vuole sentirsi emarginato".

LA VIGILIA. In altre parole, Paolo Rossi ha vissuto per due anni un processo mentale inverso a quello che lo consacrò ufficialmente campione prima a Vicenza e poi a Perugia. Allora furono giorni esaltanti: grazie a lui, una provinciale teneva testa alle grandi, un'intera squadra giocava per i suoi gol e Farina si permise il lusso di negarlo alla Juventus. Durante la squalifica, invece, Rossi ha dovuto ripartire da zero, ricostruirsi e soprattutto ritrovarsi. E seppure con fatica, ha saputo tenere duro trovando l'alchimia giusta in una ricetta fatta di un po' di tutto: rabbia, stupore, forse anche vergogna, e speranza. Ma principalmente ha trovato la Juventus e gli juventini. E con umiltà, a Torino, l'uomo si è autoescluso dal personaggio diventando perfino la riserva «pro tempore» di Giuseppe Galderisi un diciannovenne della squadra Primavera. 

"E stato soltanto grazie alla Juventus", 

ha ripetuto fino ad oggi con ostinazione, quasi fosse una specie di training autogeno, 

"se in questo periodo la mia vita non è cambiata. E stato vivendo assieme ai miei compagni di squadra che mi sono fatto una ragione di quanto mi è successo e sono riuscito a ipotizzare perfino una vita normale con un diploma di ragioneria al posto di una maglia azzurra e sposarmi con Simonetta". 

Giorni e mesi difficili, dunque, soprattutto intimamente. Poi il rimpianto ossessionante del pallone pronto a lacerarlo ogni domenica pomeriggio, in uno stillicidio di interviste provocatorie e di promesse rubate e subito smentite unicamente per pudore il giorno dopo. E al solito ritornello di una Juventus e di una Nazionale in attesa dei suoi miracoli. 

"Lo so che la gente da me pretenderà molto ", 

si difendeva fino a ieri ,

"ma io ho imparato la lezione e mi sento soltanto uno dei tanti. Adesso mi basta sapere che posso finalmente ritornare in uno stadio a testa alta perché la mia condanna è finita. Per quanto riguarda, invece, il mio ruolo di calciatore sono il primo ad avere paura: dopo due anni, il più scettico verso Paolo Rossi sono proprio io". 

Il tutto detto sempre sottovoce, con il ricordo costante dei giorni bui, dell'umiliazione e con un rimpianto che spesso finiva per stemprarsi nell'emarginazione. Ma evitando sempre con orgoglio di cadere nel facile compromesso del vittimismo e del perdono.

L'ESORDIO. In questa altalena, dunque, Paolo Rossi ha esaurito il suo conto alla rovescia alle quattro di domenica pomeriggio ed ha affrontato la sua tesi di laurea. Principalmente per laurearsi contro le sue paure e l'odissea detta all'inizio ma in verità Udine, al suo ingresso in campo era tutta con lui e il prologo ha visto quarantamila spettatori applaudire il suo ritorno ufficiale. Il presidente Mazza (che per l'occasione ha dimenticato le sue grane sindacali) e il sindaco Candolini (democristiano e proprietario delle distillerie omonime) hanno dato il «la» e lui, piccolo grande uomo, li ha ringraziati alla sua maniera. Giocando di nuovo come sapeva giocare Pablito: forse ha ripensato alle promesse fatte in mattinata per telefono alla moglie Simonetta dal ritiro di Tricesimo, forese ha riassunto i discorsi notturni fatti con Tardelli che divideva con lui la camera 211 dell'Hotel Boschetti, forse ha cercato tra i quarantamila i genitori e il fratello Rossano (che da ragazzo tentò pure lui l'avventura calcistica nella Primavera della Juventus, ai tempi in cui Italo Allodi era un dipendente di Boniperti) venuti da Prato, poi è scattata la metamorfosi del campione di ieri e dopo alcune indecisioni (grazie a lui, Galparoli ha fatto un figurone) ha servito a Cabrini il pallone del 2-1 e nella ripresa, erano passati appena due minuti di gioco, è venuto il gol liberatorio. Una punizione di Brady che spiove davanti a Borin e pare destinata alla testa di Tardelli, lui che spinge via il compagno con egoismo disperato ed è la rete attesa (e provata tante volte in solitudine col replay della memoria) da 735 giorni. Un' eternità. Un colpo di testa, cioè, che per lui 

«...vale una vita, anzi di più». 

E nella sua corsa verso i popolari c'era tutto questo. 

"E stato come se fossi nato in quel momento", 

ha spiegato 

"dopo non sapevo neppure io cosa stavo facendo. In quel momento non vi erano tifosi juventini o udinesi, ma soltanto gente che mi applaudiva di nuovo". 

In altre parole, è stata la fine di un incubo. E l'applauso che ha accompagnato il suo scatto verso le gradinate ha spiegato una volta di più che la sua paura era anche la nostra.

IN DEFINITIVA, il «Friuli» ha vissuto il suo giorno più lungo: iniziato con rabbia il sabato pomeriggio quando si è dovuto ricoprire in brevissimo tempo uno slogan del Movimento Autonomo Friuliano («No alle servirtù militari», firmato Mandi che sta per «Mano di Dio») contro l' eccessivo impegno militare della regione (circa un terzo dell'esercito italiano è infatti di stanza nel Friuli), è terminato con la soddisfazione di Enzo Bearzot che ha fatto da contraltare a quella di Paolo Rossi. Al momento del suo gol, come in un crescendo rossiniano, Bearzot è stato infatti il primo ad alzarsi in piedi ed applaudire il suo eroe ritrovato, 

«Pablito ha superato la prova a pieni voti ", 

ha ammesso il Citi,

"dimostrando di essere un campione ma soprattutto ha fatto vedere di essere un uomo: ha saputo tenere duro nel momento più brutto della sua carriera e questa è una prerogativa dei grandi calciatori". 

Ma Paolo Rossi non ha sentito l'elogio di Bearzot: lui aveva chiesto a Trapattoni di essere sostituito a poco meno di mezz'ora dal fischio finale dell'arbitro D'Elia e stava preparandosi a partire per Vicenza. Simonetta lo aspettava al ristorante «Il Pozzo» per rivivere, loro due soltanto, i momenti antichi e nuovi del loro primo incontro, del loro matrimonio e della loro vittoria sulla vita. Quella più difficile ma soprattutto quella vissuta per intero con una dignità e una professionalità ammirevoli.

Claudio Sabattini
tratto dal Guerin Sportivo anno 1982 nr.18





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Le cose non si erano messe bene per la Vecchia Signora, che dopo due minuti aveva dovuto subire il gol del giovane Miano. Poi però ci ha pensato subito Marocchino a rimettere in equilibrio il risultato (nelle foto l'azione del gol a la gioia) e quando poco dopo su cross di Rossi Cabrini ha infilato di sinistro la porta difesa da Borin si è capito che la Juventus avrebbe portato via l'intera posta dal «Friuli». Infatti, dopo il 3-1 siglato da «Pablito», ancora Cabrini e poi Virdis hanno arrotondato il punteggio, che forse punisce eccessivamente i friulani ma di sicuro dice quanto sia in forma in questo momento la squadra di Trapattoni. In attesa, ovviamente, di vedere all'opera Boniek e Platini! - Guerin Sportivo anno 1982 nr.18

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