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domenica 11 ottobre 2026

11 Ottobre 1981: Juventus - Cagliari

È l'11 ottobre 1981 e Juventus e Cagliari si sfidano nella quinta giornata del girone di andata  del Campionato di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

A fine campionato la Juventus conquisterà la sua seconda stella da appuntare sul petto. Dopo un lunghissimo testa a testa con la Fiorentina allenata da Giancarlo De Sisti, la spunta all'ultima giornata grazie ad una vittoria esterna a Catanzaro con un rigore del partente Liam Brady. 

Dall'altra parte c'è il Cagliari allenato da Paolo Carosi , che ottiene la difficile salvezza all'ultima giornata.

Buona Visione!



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Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 5 andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 11 ottobre 1981 ore 15.00
JUVENTUS-CAGLIARI 1-0
MARCATORI: Bettega R. 87

JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini (Bonini 73), Furino, Brio, Scirea, Marocchino, Tardelli, Bettega R., Brady, Virdis
Allenatore: Giovanni Trapattoni

CAGLIARI: Corti, Lamagni, Azzali, Restelli, Baldizzone, Brugnera, Bellini, Quagliozzi, Selvaggi, Osellame (Gattelli 59), Piras
Allenatore: Paolo Carosi

ARBITRO: Pieri C.





I bianconeri hanno avuto bisogno della complicità del portiere ospite per battere il Cagliari
Bettega « salva » la Juve e ringrazia Corti 
Gigi Riva «È stata una beffa» 


TORINO — Ancora una vittima, la quinta, ma ieri la «Signora Omicidi» ha avuto bisogno di un complice, il portiere avversario, per dare il colpo di grazia a Cagliari. Quando mancavano meno di quattro minuti alla fine e i 40 mila spettatori (con una folta rappresentanza sarda in curva Maratona) erano ormai rassegnati ad un pareggio in bianco, la Juventus piazzava il micidiale colpo del «k.o.» Brady recuperava un pallone nella tre quarti di campo rossoblu, Piras toccava invo lontariàmente a Scirea che serviva Virdis; «assist» di testa per Bettega che in palleggio di destro scavalcava Baldizzone, entrava in area e, in controbalzo di sinistro, sparava in porta: Corti, che s'aspettava la botta violenta, era già librato in volo e, anziché respingere di pugno, tentava la presa lasciandosi sfuggire la sfera che carambolava in rete, Un mezzo regalo, un'autentica beffa per il Cagliari anche se Bettega aveva compiuto un capolavoro di destrezza. 

E così le speranze di mezza Italia calcistica, quella che non tifa in bianconero, andavano deluse dopo 86 minuti in cui i campioni d'Italia, disturbati dal forte vento, ma privi della solita feroce determinazione, non erano riusciti a sbloccare il risultato pur sfiorando il gol con Tardelli (due volte), con Bettega, Brady e ancora con Bettega, Virdis e Scirea in una furibonda mischia. Sembrava che la squadra di Trapattoni, più che deconcentrata, fosse in riserva di quel supercarburante che le aveva consentito di mantenere un ritmo eccezionale sia nelle precedenti partite di campionato sia nella doppia sfida con il Celtic. Alcuni uomini giravano a basso regime. E, soprattutto, non effettuavano quel lavoro ai fianchi che, con un Cagliari arroccato, era indispensabile. Il febbricitante Cabrini, in giornata no, non solo non garantiva l'abituale spinta sulla fascia laterale sinistra ma, con due errori, propiziava altrettanti contropiede pericolosissimi per il Cagliari cui Zoff, uscendo, tempestivamente su Quagliozzi (37'), e Tardelli, liberando in «extremis» su Piras (62'), ponevano rimedio. Cabrini veniva poi sostituito da Bonini ad un quarto d'ora dalla fine. Sull'altro versante mancava Gentile (peraltro ottima la sua prestazione come marcatore) che era impegnato su Selvaggi al quale non faceva la benché minima concessione ma, a scanso di sorprese, preferiva restare nella sua zona. 

Sul fronte opposto l'unico a portare palloni a fondo campo era Marocchino che si batteva gagliardamente malgrado fosse convalescente da uno stiramento muscolare (poi riacutizzatosi al punto da impedirgli di rispondere alla convocazione nella «Under 21» per Belgrado) e saltava spesso Azzali: l'azione era però prevedibile e, quando partiva il traversone, la difesa del Cagliari e Corti erano ormai piazzati. 

Lo scirocco, pur cambiando spesso direzione, danneggiava più la Juventus, costretta ad attaccare, che il Cagliari. Ne risentiva Brady, che non riusciva a dosare i lanci. L'asso irlandese era l'unico, per la sua capacità di dribblare In spàzi ristretti, a poter sorprendere centralmente il «pacchetto» di retroguardia cagliaritano, tuttavia non affondava quasi mai i colpi, in una sola occasione Brady, che aveva sofferto il marcamento asfissiante di Osellame (che rientrava al posto dello squalificato Marchetti e nell'ultima mezz'ora era sostituito dal vivacissimo Gattelli), aveva sferrato un fendente di sinistro (57'), respinto da Corti e ribattuto sul fondo da Scirea. 

Il Cagliari, ordinato, umile e concentratissimo, aveva nel centrocampo il suo punto di forza. Bellini dava filo da torcere a Furino che, reduce da una contrattura, appariva un po' frenato. Restelli arginava e impostava con bravura, sebbene fosse opposto a Tardelli, che aveva sprazzi di qualità e sbavature. Tardelli aveva chiamato Corti (5') ad una difficile deviazione in angolo, su passaggio di Virdis, poi si era «mangiato» un'incredibile occasione, ad un passo dalla linea bianca (17') su cross di Scirea e uscita a vuoto del portiere: il pallone, colpito dall'alto in basso e sfiorato da Azzali, s'impennava oltre la traversa. Ma Tardelli aveva anche il merito, come s'è scritto, di impedire due volte a Piras di andare a bersaglio. 

Insomma, una Juventus con una marcia in meno e con Virdis emozionato al cospetto della sua vecchia squadra e francobollato con attenzione da Lamagni che ne conosce alla perfezione il repertorio. Ciononostante, Virdis metteva lo zampino nell'azione del gol di Bettega. Il capocannoniere del campionato, che continua ad accusare disturbi di origine pubalgica, teneva comunque in costante allarme il Cagliari. Al 16', su combinazione Marocchino-Brio, incornava, a lato di poco: un altro suo colpo di testa su centro di Gentile; finiva abbondantemente fuori (65'), poi non riusciva ad agganciare un pallone sotto porta, tra una selva di gambe, ma la sua classe gli consentiva il lampo dal quale scaturiva la prodezza decisiva. 

Bettega deve ringraziare l'errore di Corti, ma il modo con cui ha superato Baldizzone e la sua perentoria conclusione restano il «numero» migliore di una partita molto corretta (ammoniti: Bellini, Marocchino e Brugnera non per falli) ma piuttosto modesta sul piano dello spettacolo, che poteva chiudersi tranquillamente in parità. Ieri la capolista ha avuto la conferma che i rilassamenti sono vietati e che nessun avversario va sottovalutato, anche se il suo passo, alla luce dei 10 punti in classifica, sembra per il momento inarrestabile. 

Bruno Bernardi
tratto da: La Stampa 12 ottobre 1981

 




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domenica 4 ottobre 2026

4 Ottobre 1981: Milan - Juventus

É il 4 Ottobre 1981 e Milan e Juventus si sfidano nella quarta giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio 'San Siro - Giuseppe Meazza' di Milano.

A fine campionato la Juventus conqusiterá la sua Seconda Stella da appuntare sul petto. Dopo un lunghissimo testa a testa con la Fiorentina allenata da Giancarlo DeSisti, la spunta all'ultima giornata grazie ad una vittoria esterna a Catanzaro con un rigore del partente Liam Brady. 

Dall'altra parte c'é il Milan allenato prima da Gigi Radice, poi da Italo Galbiati che non riesce a salvarsi da una clamorosa retrocessione sul campo.

Buona Visione!



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Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 4 andata
Milano - Stadio Giuseppe Meazza
Domenica 4 ottobre 1981 ore 15.00
MILAN-JUVENTUS 0-1
MARCATORI: Virdis 66


MILAN: Piotti, Tassotti, Maldera, Battistini S., Collovati (Antonelli 68), Baresi F., Buriani, Novellino, Jordan, Moro (Cuoghi 46), Romano
Allenatore: Luigi Radice


JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, Furino (Prandelli 55), Brio, Scirea, Marocchino (Bonini 52), Tardelli, Bettega, Brady, Virdis
Allenatore: Giovanni Trapattoni


ARBITRO: D'Elia




 
Ma quanti sono i Pietro Paolo?

Normale partitella infrasettimanale, ovvero salutare galoppo di allenamento per distendere i muscoli contratti dallo sforzo contro il Celtic, respirare un poco di salubre aria milanese, seconda soltanto, come inquinamento, à quella di Glasgow, e prepararsi sènza troppo impegno al derby imminente. Uomo del giorno, prevedibile, Pietro Paolo Virdis, ovvero «Dall'ago al milione», ovvero «Dalla polvere all'altare», ovvero «Da pecoraio a bombardiere».  
Diceva Napoleone che ogni soldato aveva il bastone da maresciallo nello zaino. Virdis dimostra di avere, nel povero tascapane del guardiano di mandrie, quale lo si credeva due anni addietro, le cartucce al fulmicotone. La sua vera storia è questa. 
La madre di Virdis ha avuto due gemelli: Pietro e Paolo. Precisi identici, solo che uno, con gli anni, si rivelò una schiappa e servì a bidonare la Juve. La seconda volta è arrivato invece il gemello giusto quello che sa giocare. Nel frattempo, con qualche pasticcio all'anagrafe, tutti e due sono diventati Pietro e Paolo. Adesso la Juve deve solo stare attenta, per esempio marchiando a fuoco con la figura di una zebra e la firma di Boniperti la natica sinistra del Pietro Paolo che le serve, in modo da evitare che, questi, quando andrà in licenza in Sardegna, non venga poi sostituito con quell'altro. Adesso dobbiamo aggiungere che fino a ieri, nonostante la prova ciclopica con il Celtic, non eravamo tanto convinti che la classifica del campionato fosse veritiera, dato che i bianconeri avevano avuto un trio di incontri facilotti: Cesena, Avellino, Como. Ora non più: legnare il Milan (che non aveva mai subito un gol) in casa sua e con quel chiaro predominio, è cosa che fa aprire il cuore Mettiamoci nel numero anche «quelli là», i cugini color vino barbera Siamo curiosi di vedere che cosa faranno.. Chiudersi in area? Ohibò. Attaccare a perdifiato? Arci-ohibò. Juventini, fratelli, popolo mio: la squadra che vince sempre non c'è mai stata, però però... la nostra ci va. vicino. , 





Le pagelle: il confronto tra lo scozzese e Brio vinto dal bianconero 
Jordan, grande assente in campo 

Milan 
PIOTTI — Sempre attento, ingannato dai difensori sul gol di Virdis. 
TASSOTTI — Prima Bettega poi Marocchino, quindi a spingere la squadra in avanti; grande impegno, ma sa fare ancora meglio. 
MALDERA — E' tornato in forma. Un po' a disagio quando Radice l'ha spostato più avanti, ma magnifico per temperamento e grinta. 
BATTISTINI — Si è divertito di più a centrocampo, ma è stato valido anche come marcatore di Bettega. Una sicurezza. 
COLLOVATI — Meno brillante del solito, ma Virdis con i suoi passettini è difficile da domare. 
F. BARESI — Una gara generosa, utili proiezioni offensive, deciso in difesa. 
BURIANI — Sempre prezioso, a lungo ha costretto Cabrini ad arginare le sue avanzate. 
NOVELLINO — Grande combattività e palleggi pregevoli malgrado la marcatura di Gentile. Sa anche essere calmo, e cosi si fa apprezzare di più. 
JORDAN — Se non sta bene, come dice, è giustificato, ma ha trovato spazio (il poco che Brio gli ha lasciato) solo per pochi colpi di testa. 
MORO — Buona tecnica, ma passo lento, sostituito dopo 45 minuti. 
CUOGHI — Combattivo, tenace, pronto al tiro. Piace a Radice, e non a torto. 
ROMANO — Una delle sicurezze del Milan, gran ritmo e piedi buoni. 
ANTONELLI — Finalmente l'esordio nel Milan '81-82, ma solo negli ultimi venti minuti. Poco per «entrare» nella partita. 

Juventus 
ZOFF — Poco impegnato, ma sempre sicuro (ancora più difficile, con alle spalle un pubblico così turbolento). 
GENTILE — Un po' appannato, si è salvato con la grinta (ammonito) nell'acre duello con Novellino. 
CABRINI — Valida spinta, ma troppo spazio concesso a Buriani nel primo tempo. 
FURINO — E' rimasto in zona (anche per «coprire» Scirea) rendendosi utile, ma senza spiccare come nelle ultime gare. 
BRIO — Se Jordan ha deluso, gran parte del merito è delio stopper, che ha vinto il maggior numero dei duelli. 
SCIREA — Ha riacquistato brillantezza ed autorità, lo ha dimostrato con efficaci inserimenti in avanti. 
MAROCCHINO — Magnifico per slancio, coraggio, intraprendenza; il migliore dei bianconeri nel primo tempo. 
TARDELLI — In netto crescendo di condizione, la squadra ne ha tratto beneficio. 
BETTEGA — Encomiabile come pivot, difendendo palloni e facendo da spalla ai compagni con grande lucidità; 
BRADY — Prima più arretrato, poi in avanti dopo l'ingresso di Bonini al posto di Marocchino. Sempre in palla, e nel finale anche grintoso secondo necessità. 
VIRDIS — Momenti di pausa, ma sempre puntuale al momento delle conclusioni. Suo il gol, merito suo i ' pericoli per Piotti. 
BONINI — Prezioso per combattività e senso tattico, è andato tre volte a cercare il gol con decisione. 
PRANDELLI — Lineare ed efficace come sempre, malgrado la lunga assenza dal clima delle partite. 

ARBITRO D'ELIA — E' bravo, ma rovina tutto con la troppa teatralità. 

brani tratti da: La Stampa 5 ottobre 1981





IN COPERTINA
Per la fantastica Juventus una settimana trionfale. Dal Celtic al Milan, dalla Coppa al campionato, due fondamentali vittorie siglate dal ragazzo sardo che sta prendendosi tutte le rivincite. E adesso sul quadrante bianconero è scattata l'operazione...
Onda Virdis

DAL CELTIC al Milan, dalla grande Coppa al campionato, è scattata in casa bianconera l'operazione « Onda Virdis ». E' il ragazzo sardo a siglare la trionfale doppietta. Un suo fantastico gol accende il mercoledi sera gli entusiasmi di uno stadio impazzito e trascina Madama alla rimonta sugli scozzesi, chiusi a salvaguardia del vantaggio di Glasgow. E la domenica, in una cornice da fiaba, nell'arena di San Siro stipata e rutilante, è ancora Pietro Paolo a spezzare l'equilibrio di una partita certo meno bella, ma ugualmente intensa, tatticamente giocata al meglio dai due amici-rivali, Radice e Trapattoni, e che proprio Virdis strappa dalla mortificante conclusione dello zero a zero, con una zampata morbida e mortifera. Non è soltanto il calcio a un pallone che "Schizzo" Tardelli ha rimesso in gioco con una sensazionale prodezza atletica: è il calcio a un passato ancora vicino, fatto di umiliazioni e di ripudi, di una vendetta covata in silenzio e perfezionata con pazienza.

BONIPERTI. Boniperti non l'ha visto, a quell'ora per antica consuetudine il Giampiero è già da un pezzo fuori dello stadio, a soffrire con l'autoradio. Eppure la rivincita di Virdis è anche la sua. Andò in Sardegna, ricordate?, a convincere il ragazzo, riluttante ad abbandonare la sua isola, fosse pure per la dorata destinazione Juventus. Spese sino all'ultimo spicciolo la sua accattivante diplomazia, si piegò come per nessun altro giocatore ha mai fatto, lui presidente di un club che tutti pongono in cima ai propri sogni proibiti, il punto d'arrivo ideale di ogni carriera. E figurarsi sorrisetti ironici, dopo. Valeva proprio la pena, i soldi e il resto. Virdis trascinava per l'ostile Torino il fantasma del giocatore che aveva infiammato Cagliari, facendo balenare il mito rinnovato di Gigi Riva. Virdis sbagliava le cose più elementari, in un'orgia di fischi e di imprecazioni. Bell'affare, la Juve. Due miliardi spesi così gridavano proprio vendetta. Persino Gianni Agnelli canzonava garbatamente il presidente Giampiero, una volta gli disse in tribuna: 
"Quel gol che ha sbagliato oggi Virdis, l'avrei segnato anch'io", 
arrotando nobilmente le erre. Virdis passava da una disgrazia all'altra. Il ritorno a Cagliari, più che come un'improbabile operazione-recupero, fu visto come una restituzione al mittente. Vuoto a perdere.

LA MAGIA. E invece la magia dell'isola compì il miracolo. Sotto le
cure pazienti di Tiddia, che lo dosava in parsimoniose staffette per graduarne il recupero, Virdis ritrovò la propria dimensione tecnica. Quella psicologica non l'aveva perduta mai. Duro, orgoglioso, ha sempre rifiutato la condanna, né se n'è fatto un complesso. Gli restava dentro l'ansia di far rimangiare certi verdetti impietosi, certe stroncature brucianti. Per questo il nuovo viaggio verso Torino, che altri avrebbero scongiurato in mille maniere, lo trovò entusiasta e sicuro. Andava a prendersi le sue rivincite, con calma, senza fretta, ma inesorabilmente. Com'è nel costume della sua gente. Partiva con il ruolo di riserva, Trapattoni si era già bruciato una volta e intendeva andare sul sicuro. Aveva davanti a sé Fanna, nel presente; Fanna e Rossi, nel prossimo futuro. Fanna aveva impiegato tempo e sudore a rimuovere l'ostacolo Causio; il posto appena conquistato non l'avrebbe ceduto facilmente. Ma Virdis non era più il ragazzo buttato incautamente nelle fauci della città matrigna. Era un uomo maturo che aveva fatto l'esame di coscienza, che aveva chiesto la rivincita sicuro di non fallire. Spiega: 
«Non do agli altri, per quanto accaduto quattro anni fa. Principalmente avevo sbagliato io. Adesso sono un uomo sereno, consapevole. Coi compagni non nego di aver avuto, in passato, delle incomprensioni. Ma ho dimenticato tutto, adesso il dialogo è facile, problemi non ci sono e non ce ne saranno ».

COPPITALIA. La Coppitalia è stata il suo trampolino di lancio. Trapattoni è un allenatore moderno e flessibile. Sa mutare le proprie convinzioni, non si chiude gli occhi davanti all'evidenza e ha l'onestà di non nutrire preconcetti. Questo nuovo Virdis dava alla Juve qualcosa di più del pur ammirevole Fanna. Più concretezza, soprattutto, più inesorabilità in zona-gol. E poi Pietro-Paolo aveva trovato l'ideale sintonia con Bettega, che è sempre il deus ex machina delle situazioni bianconere, non nel senso del padrino, per carità, ma proprio sotto il profilo tecnico. Bettega può incantare tutti, come quando realizza lo stupendo gol al Celtic, oppure apparire ai superficiali lento e appannato. In ogni caso determina il gioco e detta la manovra, col suo sublime senso tattico. Bettega e Virdis chiudevano mirabilmente la diagonale d'attacco, sulle iniziative irresistibili di Marocchino, il cavallo pazzo delle fasce laterali. Così Virdis si è guadagnato la promozione sul campo e l'ha onorata, in campionato, con due gol vincenti, ad Avellino e a Milano. Le due conquiste esterne della Signora sono nate sui suoi gol e in mezzo c'è stato l'acuto contro il Celtic, quella miracolosa progressione in slalom, degna di un attaccante di razza, potente e guidato dalla giusta intuizione.

RADICE. L'ultima vittima di Pietro Paolo Virdis è stato Radice e la cosa ha un risvolto sentimentale. Radice, nel suo anno di Cagliari, fu conquistato da quel ragazzotto nerissimo di capelli, dallo sguardo fiero e dal gioco nobile. Lo lanciò in pianta stabile, cercò poi in tutti i modi di portarselo dietro al Torino, che pure aveva allora Pulici e Graziani in pieno splendore. Per dire della fiducia. Ricorda, Gigi: 
«Virdis aveva allora diciassette anni, ma già portava impresse le stimmate del super. Forte con entrambi i piedi, eccellente nel gioco di testa e moralmente convinto di sé, capace di prendere rischi e iniziative. Non poteva sbagliare. Anche quando ha avuto quei momenti neri, quando pareva perduto per il grande calcio, non ho mai dubitato che sarebbe riuscito a riemergere». 
Virdis ammette: 
«Radice è uno dei pochi che ha sempre parlato bene di me. Per questo, e per l'importanza che ebbe sui miei inizi di carriera, gli debbo molto». 
Proprio Radice gli è toccato giustiziare, nell'arena di San Siro. Ma questo è il calcio, ci mancherebbe. 

ROSSI. Ora non è il caso di amareggiare il momento magico di Virdis, ricordandogli brutalmente che, in fondo, egli sta scaldando il posto che sarà di Paolo Rossi, ai primi di maggio (salvo condoni). Oltreché di cattivo gusto, il rilievo sarebbe probabilmente inesatto. Diciamo, per cominciare, che proprio un Virdis di questa dimensione è uno stimolo continuo per Pablito a non addormentarsi sulle glorie passate. Ma poi, Virdis è in perenne evoluzione tecnica, mica fa solo i gol, triangola, prepara i varchi, scambia perfettamente di prima intenzione, è insomma un giocatore completo destinato a migliorare ancora. Che proprio lui debba essere immolato al ritorno del figliol prodigo non è affatto scontato. Non vuol sentire parlare del passato, perché tormentarlo col futuro? Lasciamogli godere il presente, se c'è uno che ne ha diritto è proprio lui, questo Virdis risuscitato contro tutto e contro tutti, questo Virdis che ha vinto le sue battaglie con silenziosa pazienza, questo Virdis che guida la galoppata della Vecchia Signora con gol puntuali e travolgenti. L'onda Virdis, appunto.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1981 nr.41






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Il Milan cerca invano di mettere in difficoltà la Juve adottando un ritmo molto sostenuto e chiedendo ai propri giovani un elevato impegno agonistico. Neppure il rientro di Jordan risolve i suoi problemi offensivi (in quattro partite ha segnato soltanto un gol e su autorete!) perché lo scozzese resta isolato in avanti e sui palloni alti subisce la statura e la decisione di Brio. La Juventus si limita ad amministrare il gioco con molta autorità e nella ripresa centra l' « en plein » con Virdis, che sfrutta una prodezza atletica di Tardelli, in chiara ripresa. Lo stadio di San Siro, ricolmo e vibrante di tifo, saluta così la quarta consecutiva vittoria dei bianconeri


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sabato 16 maggio 2026

16 Maggio 1982: Catanzaro - Juventus

É il 16 Maggio 1982 e Catanzaro e Juventus si sfidano nella quindicesima (ed ultima) giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio 'Comunale' di Catanzaro.

Con questi due punti i nostri eroi conquisteranno il ventesimo scudetto della Vecchia Signora. Il tutto dopo una lotta lunga, difficoltosa (e con strascichi polemici incredibili). Infatti in classifica lo squadrone bianconero stacca di un solo punto i rivali della Fiorentina. Compare così la seconda stella sulle maglie bianconere. 

La forza della squadra bianconera é indiscutibile! Tant'é che gran parte dell'undici titolare della Juve sará protagonista (pochi mesi dopo) della conquista della Coppa del Mondo con la Nazionale Italiana ai Mondiali di calcio di Spagna '82.

Buona Visione!



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Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 15 ritorno
Catanzaro - Stadio Comunale
domenica 16 maggio 1982 ore 16:00
CATANZARO-JUVENTUS 0-1
MARCATORI: Brady rigore 75

CATANZARO: Zaninelli, Celestini, Salvadori, Boscolo (Cascione 46), Santarini, Peccenini, Mauro, Braglia, Borghi, Sabato, Bivi (Palese 71)
A disposizione: Bertolini, Cardinali, Nastase
Allenatore: Bruno Pace

JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, (c) Furino, Brio, Scirea, Marocchino (Bonini 85), Tardelli, Rossi P., Brady, Virdis (Fanna 53)
A disposizione: Bodini, Osti, Galderisi
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Pieri C.
AMMONIZIONI: Gentile (Juventus); Braglia (Catanzaro)




La seconda stella è il regalo d'addio alla Juventus dell'irlandese, freddo esecutore del rigore che ha battuto il Catanzaro 
La mano di Celestini, il sinistro di Brady 
Nessun dubbio sull'illecita parata del terzino calabrese sul tiro di Fanna, a un quarto d'ora dalla fine
I bianconeri hanno dominato la partita e costruito numerose palle gol, colpendo due pali
Polemiche per l'intervento in area di Brio su Borghi al 36' 

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE 
CATANZARO — Sulla roulette dello scudetto la pallina s'è fermata sul numero 20, pari, «passe», bianconero. Su rigore trasformato, con rara freddezza, dal «ripudiato» (per cause di forza maggiore) Liam Brady al 75', la Juventus, campione d'Italia uscente, si è aggiudicata la storica doppia stella. Alla Fiorentina, fermata a Cagliari, l'onore delle armi, ma la Juventus anche a Catanzaro ha confermato di essere la più forte.

Una vittoria di... rigore, non tanto perché arrivata dal dischetto, quanto per la superiorità dimostrata dalla squadra di Trapattoni contro un avversario che niente ha concesso sul piano dell'impegno agonistico. Anche i calabresi recriminano per un penalty non concesso da Pieri al 36' del primo tempo. Mauro da destra lanciava Borghi che, in area, entrava in collisione con Brio e finiva a terra. Lo stopper aveva allargato il braccio destro, dando l'impressione di trattenere l'avversario: forse gli estremi del rigore c'erano, ma l'arbitro era di diverso avviso. Un episodio, comunque, da moviola. 

Nessun dubbio, viceversa, su quello che ha deciso l'incontro e il campionato. L'azione è scaturita da un caparbio spunto di Brady, che era salito in cattedra nella ripresa con grande autorità. L'irlandese serviva Marocchino, che si produceva in uno scatto poderoso e centrava per Rossi, il quale di testa girava sul palo; la sfera tornava in mischia e Fanna (subentrato a Virdis dal 52') tirava due volte a rete: sulla seconda il terzino Celestini intercettava, quasi sulla linea, col braccio allargato. Pieri questa volta fischiava la massima punizione, fra l'esultanza del giocatori bianconeri. 

Contemporaneamente dalla curva Ovest — dove campeggiava un bandierone della Fiorentina insieme con quelli giallorossi e da dovè, prima dell'inizio, s'era alzato in cielo uno striscione viola con un grosso scudetto, sollevato da palloncini — partiva un fitto lancio di oggetti vari. Brady piazzava il pallone sul dischetto ed aspettava che la buriana si calmasse. Sulle sue spalle calava improvvisamente una enorme responsabilità, la più «pesante» ma anche la più esaltante nei due anni vincenti trascorsi in Italia. Poi il tiro: una finta, un sinistro basso, angolatissimo e imparabile, sulla destra del bravo Zaninelli. I pugni al cielo, Brady finiva soffocato dagli abbracci dei compagni. E mentre le migliaia di tifosi juventini esultavano, un'altra bottiglia di plastica colpiva il braccio di un guardalinee: un gesto che costerà una multa salata al Catanzaro. 

La partita finiva praticamente dopo il rigore, con la Juventus che amministrava abilmente il risultato, controllando senza affanno i calabresi che producevano l'ultimo forcing alla ricerca del pareggio. Bonini all'84' dava il cambio a Marocchino, che era stato fra i migliori, lottando con lucida determinazione, al pari di un grande Brady e di Tardelli che, dopo la «suspense» dei giorni scorsi, aveva deciso di giocare dopo un ultimo provino. 

Proprio a Tardelli erano capitate le tre occasioni più limpide. La prima al 7'. Scirea si sganciava in profondità e serviva Virdis, che toccava a Rossi, il quale fintava splendidamente per Tardelli: grande destro a fil di traversa che Zaninelli, con un balzo, alzava in corner. Sembrava quasi il replay della parata di Castellini, sullo stesso Tardelli, domenica scorsa. La seconda al 47'. Sulla punizione di Gentile, Tardelli si smarcava sotto porta e di testa, con Zaninelll fuori causa, incocciava la parte superiore della traversa. La terza al 54': un servizio di Brady scavalcava la difesa, ma Tardelli, da favorevole posizione, sprecava. 

Il generoso e sfortunato Tardelli non era il solo a sfiorare il gol. Ci avevano provato anche Virdis (14'), che di testa appoggiava a lato; Rossi (22' e 44'), ma Zaninelli non si lasciava superare; Brio (69'), che di testa anticipava il portiere di un soffio, ma il pallone si perdeva sul fondo; Fanna (70'), con un tiro deviato in corner in extremis. Sull'1-0 ancora Rossi, con una bella azione sulla sinistra, scodellava un pallone diabolico dal fondo campo sotto la traversa, ma Zaninelli, con prontezza di riflessi, deviava in calcio d'angolo.

Tutto questo, al di là delle polemiche che ha sollevato e solleverà il sospètto rigore di Brio, conferma che il successo juventino di ieri è legittimo, anche se il Catanzaro ha fatto in pieno la sua parte alla ricerca di un risultato di prestigio. I calabresi erano tranqullli, senza problemi di clasiffica dopo l'ottimo campionato, mentre la Juventus si giocava tutto. 

Mauro, il «gioiello» di Pace, era attivissimo e costringeva Cabrini, sceso in campo con un'iniezione antidolorifica al piede destro, a faticare. Bivi, il cannoniere del Catanzaro, era invece bloccato da un Gentile attentissimo e attivo negli appoggi, mentre Brio non solo controllava bene Borghi, ma si portava sotto, come faceva spesso Scirea, alla ricerca del gol. Quando il «libero» si sganciava, Furino presidiava magnificamente la zona difensiva, al punto che Zoff doveva svolgere un lavoro di ordinaria amministrazione, senza pericoli di rilievo tranne una folgore di Cascione (subentrato a Boscolo dopo l'intervallo), che sorvolava la sbarra trasversale al 51'. 

Una gara sostanzialmente corretta, priva di falli cattivi anche se tiratissima, disputata in un clima abbastanza teso sugli spalti più che in canili Pieri estraeva il cartellino giallo soltanto due volte, per ammonire Braglia (proteste) e Gentile. La Juventus ha avuto anche il merito di mantenere sempre la calma, malgrado il gol tardasse ad arrivare, grazie alla sua vasta esperienza, all'abitudine a vincere certe battaglie. Calma che lo stesso Rossi ha dimostrato di aver assimilato, nonostante non avesse mai vinto niente in precedenza. 

«Pablito» è apparso in crescendo, per nulla turbato da quanto era accaduto all'aeroporto di Sant'Eufemia alla vigilia, e ha dato un il concreto apporto a questa partita decisiva. 

Bruno Bernardi


Le pagelle di un anno da Zoff a Trapattoni 

DINO ZOFF (30 presenze, voto 7,5) E' il portiere meno battuto, grazie anche alla difesa, della serie A e mai in 10 campionati con la Juve aveva subito così poche reti. Nonostante i suoi 40 anni, è riuscito ad avere un rendimento costante. Classe, fisico, piú mestiere: questa là formula magica di «San Dino» che ha scoperto l'elisir di lunga durata. 

CLAUDIO GENTILE (27 presenze, 2 gol, voto 7,5) Una roccia che, talvolta, s'è trasformata in... pietra preziosa. I suoi costanti progressi tecnici lo classificano tra i più forti difensori d'Europa, forse del mondo, a patto che non smarrisca l'umiltà e non si lasci tentare dalla voglia di strafare. 

ANTONIO CABRINI (29 presenze, 5 gol, voto 7,5) Non è riuscito ad eguagliare i 7 centri del campionato precedente, ma come terzino cannoniere si è espresso sovente sui livelli del 78, la stagione che al Mundial lo consacrò campione di razza. E' maturato sul piano tattico. 

GIUSEPPE FURINO (27 presenze, voto 8) Gli anni passano (ne compirà 36 il 5 luglio prossimo), ma «Furia» non si placa. Ancora una volta è stato il fulcro del centrocampo, tra i più redditizi per agonismo, tenuta, esperienza. Un «playmaker» da combattimento. 

SERGIO BRIO (29 presenze, 1 gol, voto 8) Da gigante (troppo) buono a stopper ruggente. «Miracolato» dopo la delicatissima operazione al ginocchio sinistro, ha smentito coloro che non lo ritenevano «da Juventus», fermando quasi tutti i suoi diretti avversari e partecipando attivamente, sui calci piazzati e sui corners, alle offensive. Un'arma tattica in più. 

GAETANO SCIREA (30 presenze, 5 gol, voto 7,5) Mai era andato così spesso a bersaglio in un campionato, a conferma della sua polivalenza. Il «libero» con licenza di segnare ha però sempre presidiato, con intelligenza e interventi puntualità retroguardia. 

DOMENICO MAROCCHINO (29 presenze, 1 gol, voto 7) Per la prima volta titolare di partenza, il vercellese ha dimostrato dì poter reggere un intero campionato, sia pure con alti e bassi, ma nonostante l'elevato numero di partite disputate s'è rivelato meno incisivo a rete che nel due anni precedenti, anche se è cresciuto alla distanza. 

MARCO TARDELLI (22 presenze, 3 gol, voto 7) Noie muscolari gli hanno imposto qualche «stop» che ha influito sul suo rendimento. Tuttavia ha dato un buon contributo, anche se non eccezionale, per l'agonismo, la vitalità e la mentalità vincente che mai gli è venuta meno. 

GIUSEPPE GALDERISI ( 16 presenze, 6 gol, voto 7,5 ) Lanciato in mischia, l'esordiente «Nanu» ha avuto un periodo... gigantesco in cui non solo non ha fatto rimpiangere Bettega, ma è stato definito «Galderossi» o il «piccolo Maradona». Poi è un po'calato, 'denunciando qualche ingenuità dovuta all'età acerba. In lui c'è la stoffa, il talento. E' molto più d'una promessa. 

LIAM BRADY (29 presenze, 5 gol, voto 7) Un campionato con pochi acuti. Ha risentito della mancanza di Bettega che, per il suo tipo di gioco, era un grosso punto di riferimento, e anche di quella, sporadica, di una «spalla» come Tardelli. Dall'irlandese era lecito aspettarsi dì più, anche se il suo apporto è stato valido (e il suo rigore decisivo). 

PIETRO PAOLO VIRDIS (30 presenze, 9 gol, voto 7,5) Doveva essere un rincalzo di lusso, viceversa s'è riconquistato subito il posto e l'ha difeso con risultati soddisfacenti, anche se ha cambiato ruolo e «partner» e se ha avuto delle pause. Solo in B, col Cagliari, aveva segnato di più (18 reti): è il capocannoniere bianconero. 

MASSIMO BONINI (18 presenze, 1 gol, voto 7) Per essere alla sua prima stagione in Serie A, ha giocato moltissimo (14 gli spezzoni). S'è confermato un «jolly» importante, sostituendo Furino, Tardelli, Brady e fungendo anche da ala tattica. Gli manca un pizzico di personalità per completarsi. 

PIETRO FANNA 19 presenze, 1 gol, voto 6,5 ) Era un torneo in cui avrebbe dovuto «sfondare» definitivamente, invece ha compiuto qualche passo indietro mantenendosi al di sotto delle sue possibilità, deludendo chi credeva in lui e perdendo il posto di titolare che s'era conquistato faticosamente nella stagione '80-'81. Ha giocato interamente solo 5 partite. Il tiro che ha provocato il rigore-scudetto non lo riscatta del tutto. 

CLAUDIO PRANDELLI (8 presenze, voto 6) Se la pubalgia non l'avesse bloccato, sicuramente questo centrocampista «tuttofare» avrebbe collezionato qualche gettone in più. Merita, comunque, la sufficienza per essersi tenuto pronto (prima dell'infortunio) alle chiamate. 

ROBERTO BETTEGA (7 presenze, 5 gol, voto 8) Era lanciatissimo, capocannoniere, quando Munaron gli rovinò sul ginocchio sinistro che il professor Pizzetti gli ha ricostruito. Sperava di tornare in squadra nel finale, ma non c'è riuscito. Malgrado il valore di Galderisi, la classe di Bobby-gol sarebbe servita. 

CARLO OSTI (6 presenze, voto 6,5) Non è facile mantenersi in forma sapendo di avere pochissime probabilità di giocare. Il suo merito è proprio quello di non aver mai tradito la fiducia di Trapattoni quando l'allenatore l'ha inserito in prima squadra. 

PAOLO ROSSI (3 presenze, 1 gol, voto 7 ) Due anni di assenza per squalifica, un ritorno brillante, poi l'inevitabile enpasse in attesa di riprendere piena confidenza con il clima agonistico. A Catanzaro si è avvicinato alla forma migliore. Non gli si poteva chiedere di più. 

ROBERTO TAVOLA (3 presenze, voto 6) Impostato anche da terzino smistro, ha avuto rarissime occasioni per mettersi in luce, ma ha raccolto qualche scampolo di gloria. 

LUCIANO BODINI (nessuna presenza) Ha scaldato, per il quarto campionato consecutivo, la panchina. L'ombra discreta, silenziosa del sempiterno Zoff. 

GIOVANNI TRAPATTONI (voto 8) Nonostante la perdita di Bettega ed altre assenze di rilievo, il tecnico ha sempre trovato soluzioni alternative (Galderisi e Bonini in particolare) in una «rosa» peraltro assai valida. Oltre ad aver impostato un'ottima preparazione, dosando le forze, ha avuto il grosso merito di tenere la squadra nella giusta tensione che, dopo la conquista del 19° scudetto, rischiava di avere... cadute. Tatticamente la Juventus, sfortunata in Coppa dei Campioni, ha svolto il gioco più moderno.

Bruno Bernardi




Nel giorno del commiato, Liam Brady regala alla Juventus il ventesimo scudetto. Si risolve cosi, a un quarto d'ora dalla fine del campionato, l'aspro duello con la Fiorentina, mentre Milan e Bologna (17 titoli in due) finiscono in B
Juventi 

E LIAM BRADY ad appuntare la seconda stella sul petto pluridecorato della Vecchia Signora. Il piccolo irlandese conclude la sua avventura bianconera con due scudetti su due, prima di lasciare spazio ai suoi illustri eredi, Platini e Boniek, che si vedono offerta su un piatto d'argento una Coppa dei Campioni presumibilmente ricca di prospettive. La domenica più intensa del calcio italiano si chiude mescolando come da copione vicende tristi e liete. Non ci sono code, la suggestiva ipotesi dello spareggio si sbriciola sul braccio di Celestini che ferma, davanti alla linea, il tiro di Fanna; o magari, sul gol che Mattei annulla a Graziani, in Cagliari-Fiorentina. Avevo anticipato, la scorsa settimana, la sensazione che non ci sarebbe stato il giudizio di Dio conclusivo, fra le due grandi protagoniste: per sommo gaudio di Bearzot, che ne avrebbe visti sconvolti i suoi già precari programmi mondiali. In coda, retrocede per la prima volta il Bologna, in 73 anni di onorata milizia calcistica e può solo consolarsi con il nome fascinoso del suo compagno di viaggio, quel Milan cui non è servita l'estrema ribellione di Cesena. A ben guardare, è una prima volta anche per il Milan: la prima, recente caduta, era stata decretata da vicende extrasportive, non dal campo. Si salvano all'ultimo tuffo Cagliari e Genoa, compagini titolate anch'esse. In ogni caso, la prossima serie B avrà illustrissimo pedigrée, con tre formazionı (Milan, Bologna, Lazio) in altri tempi campioni d'Italia. La gioia e il terrore si sono rincorsi sul filo, il calcio minuto per minuto avrà frantumato tutti i record di indice d'ascolto. Eppure, mi sembra di cogliere un palpabile senso di delusione. Doveva essere la giornata di tutti gli sfracelli, clamorosi sovvertimenti di situazioni, crolli e resurrezioni senza un attimo di respiro. E capitato che la doppia sfida-scudetto ha partorito un solo gol, su rigore, dopo recite ferreamente ancorate al lo zero a zero di partenza. E sul fondo? Certo, fra Napoli, Ascoli e Cesena la suspense si è inseguita fra ripetute altalene di punteggio. Ma alla fine tutto è rimasto esattamente com'era. Novanta minuti praticamente inutili, Cagliari e Genoa hanno strappato il punto che li metteva al riparo da tutte le insidie. Così è mancato il miracolo a innescare l'ultimo thrilling, ma può anche essere una morale. A decidere il destino di una stagione è la regolarità di rendimento, non l'estrema impennata della disperazione. Il discorso vale soprattutto per il Milan: otto punti nelle ultime cinque partite, di cui tre fuori casa. La sua condanna, però, se l'era firmata prima.

JUVENTUS. Il diciannovesimo scudetto le fu a lungo contestato per quel gol annullato a Turone nella sfida con la Roma. Il ventesimo sigillo solleverà altre polemiche per il rigore negato al Catanzaro. E fatale, per chi resta costantemente ai vertici, essere esposti alle intemperie: e per chi si aggancia agli episodi, il campionato offre una così variopinta casistica da legittimare tutte le ipotesi, anche le più ardite. Resta la realtà di questa squadra inossidabile, dai nervi d'acciaio, che emerge quando lo stress congela le iniziative e paralizza i riflessi. Quest'anno ha avuto le sue disgrazie: quali e quante non è il caso di riesumare, tanto più che ognuno ha la sua parte di guai da lamentare. Ma è certo che un Bettega nella strepitosa forma di inizio stagione avrebbe dato altra cadenza alla fuga d'avvio. E avrebbe, se non altro, evitato quella dispersione di scelte, prima di arrivare al coraggioso lancio di Galderisi, i cui gol hanno risolto tanti problemi. Resta un dato di fatto. La Juventus, che aveva avuto un girone di andata contraddittorio (formidabile partenza, accentuata flessione con tre sconfitte in cinque partite, vigorosa ripresa), nel ritorno ha totalizzato venticinque punti, con dieci vittorie e cinque pareggi. È una caratteristica dei sistemi di Trapattoni, un allenatore che gode di fama sicuramente inferiore ai meriti, portare la propria squadra al massimo rendimento nella fase decisiva. È stata questa la carta vincente, al di là delle suggestioni legate alle prodezze individuali.

FIORENTINA. Un'eccezionale antagonista è risultata comunque la squadra viola, che De Sisti ha plasmato a propria immagine e somiglianza. Straordinaria regolarità di rendimento, ventidue punti all'andata e ventitré al ritorno, impostazione tattica estremamente realista, secondo i canoni del miglior calcio all' italiana (in senso buono, dico). La perdita prima di Antognoni e poi di Pecci è stata compensata da un collettivo di prim'ordine, nel quale hanno trovato momenti di gloria preziosissimi gregari come Miani e folgoranti rivelazioni come Daniele Massaro. Non hanno sempre corrisposto alle attese le due punte, Bertoni e Graziani, in grado peraltro di assicurare una decente quotagol. Il sogno dello spareggio si è dissolto a Cagliari: nel confronto diretto la Fiorentina avrebbe avuto notevoli chances, essendosi rivelata sempre ostacolo arduo per la Juve, grazie alla propria dote di trovare la giusta contraría in chiave tattica. Con un leader come Passarella, l'assalto sarà tentato di nuovo il prossimo anno. Non credo che la Fiorentina sia destinata a rivelarsi una meteora e anche la super-Juve europea dei Boniek, Rossi e Platini dovrà tenerne conto.

ROMA. Il posto-Uefa è giunto a confortare parzialmente una stagione che ben altri traguardi aveva promesso, specie dopo la vittoria sul campo della Juve (settima di andata). Il diritto alla Coppa europea e il primato di Pruzzo nella graduatoria cannonieri (secondo consecutivo): ecco i soli segni tangibili rimasti a illustrare l'opera di Liedholm. Anche nel caso della Roma defezioni importanti (dolorosissima quella di Ancelotti, la cui fondamentale importanza nella manovra collettiva si è compiutamente avvertita quando il ragazzo è uscito di scena) e momenti sfortunati. Ma pure preoccupanti sintomi di cedimento psicologico, come se la maturità a lottare costantemente per il primato non fosse stata del tutto assimilata.

MILAN. Tonfo clamoroso, se si pensa alle ambizioni di partenza. Una campagna estiva molto promettente e dispendiosa, il tecnico sulla cresta dell'onda, uno straniero di grande affidamento in zona gol. Poi,
tutto si è sbriciolato all'improvviso. Radice ha avuto le sue brave colpe, i dirigenti anche, il cambio alla presidenza e in panchina non ha dato frutti, malgrado quella folle corsa finale. Il Milan ha avuto la possibilità di salvarsi quando il calendario gli ha offerto una serie di partite accessibili. Fra i tre impegni casalinghi con Catanzaro, Ascoli e Roma e la trasferta sul campo del già condannato Como, il Milan ha raccolto un punto in tutto! Qui si è condannato alla retrocessione, i successivi miracoli in serie hanno soltanto alimentato illusioni impossibili. È il verdetto più sconcertante del campionato perché non v'è dubbio che sul piano tecnico la squadra vantasse un potenziale da classifica medio-alta. Così, si può soltanto pensare alle discordie interne, alle piccole congiure, allo sfalda mento moralé. Per rispetto alle tradizioni del grande Milan, eviteremo di citare la vittoria nella Mitropa Cup come consolazione stagionale.

BOLOGNA. Evento storico. D'accordo, una prima volta c'è in tutte le cose. Ma settantatré anni di calcio al massimo livello non si cancellano facilmente. Il Bologna ha scontato errori antichi e nuovi. A differenza del Milan, si è presentato al via con un organico modesto, frutto di cessioni avventate e di acquisti sbagliati. Anche la scelta dell'allenatore non è risultata felicissima. Difficile identificare la causa precisa della condanna. Il giovane Liguori aveva tentato di rappattumare i cocci, dopo il crollo di Cesena, impostando tutto sulla sapienza tattica di Colomba. L'infortunio, a Napoli, dell'uomo-guida ha fatto precipitare definitivamente la situazione, dopo un'effimera schiarita. A Bologna si erano abituati al puntuale miracolo in extremis, ma a scherzare col fuoco si finisce inevitabilmente per bruciarsi.

ASCOLI. È finita subito alle spalle del Napoli, prima di una indomita schiera di provinciali. Il suo elogio finisce così col comprendere quello destinato al Cesena miracolato da Renatone Lucchi o al Catanzaro spumeggiante di Bruno Pace, all' Avellino e all'Udinese, terminate in logico calando, ma dopo aver centrato con ampio e meritorio anticipo il traguardo della salvezza. È stato anche il campionato delle provinciali, quello che ha condannato due squadre di blasone come Milan e Bologna (diciassette scudetti in due). L'Ascoli, più delle ammirevoli compagne di viaggio, ha avuto cuore e costanza di tirare sino in fondo a tutta andatura. Nel suo gioco concreto e realistico, privo di fronzoli ma non di pretese, si è riscontrata la mano di Carlo Mazzone, eccellente uomo di calcio, specialista in restauri disperati, capace come nessun altro di spremere recondite risorse da un materiale non di primissima scelta. Se nel nostro football va di moda il bianconero, il merito non è soltanto della Juve.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1982 nr.20





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