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venerdì 16 gennaio 2026

16 Gennaio 1985: Juventus - Liverpool

È il 16 gennaio 1985 e Juventus e Liverpool si sfidano nel finale di Super Coppa Europea UEFA allo Stadio 'Comunale' di Torino.

La Juventus è detentrice della (oramai defunta) Coppa delle Coppe mentre il Liverpool aveva battuto la Roma ai calci di rigore aggiudicandosi così l'ennesima Coppa dei Campioni. Allenatore bianconero ovviamente per quegl'anni Giovanni Trapattoni

La partita non si dovrebbe neanche giocare vista la copiosa nevicata che a un paio di giorni sta imbiancando Torino. Ma la buona volontà e le mani sode di un centinaio di addetti al campo, più tifosi, fanno sì che la partita si svolga regolarmente.

Buona Visione!


Juventus



Supercoppa Europea 1984-1985 – Finale
Torino, mercoledì 16 gennaio 1985
JUVENTUS-LIVERPOOL 2-0
MARCATORI: Boniek 40, Boniek 78

JUVENTUS: Bodini, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Briaschi, Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek
A disposizione: Tacconi, Caricola, Prandelli, Limido, Vignola
Allenatore: Giovanni Trapattoni

LIVERPOOL: Grobbelaar, Neal, Kennedy, Lawrenson (Gillespie 46), Nicol, Hansen, Walsh P., Whelan, Rush, McDonald, Wark.
A disposizione: Beglin, Bolder, Lee, Molby
Allenatore: Joe Fagan

ARBITRO: Pauly (Germania Ovest)
Ammonito: Hansen (L)


scirea

guerin


Due gol del polacco (40' e 78') propiziano la vittoria dei bianconeri - 
Eccellente la prova di Zbigniew - 
Grobbelaar nega a Briaschi la rete su di un ottimo colpo di testa alla fine del primo tempo -
Buone parate di Bodini 

TORINO — Il primo scivolone è stato di Scirea, il primo fallo di McDonald, il primo tiro di Platini, così si è iniziata la partita unica di Supercoppa fra Juventus e Liverpool, campo verde e bianco tutto intorno, pallone arancione, terreno viscido in superficie e gelato sotto, i giocatori costretti a correre in rapidi passetti, equilibrio instabile assai. Due marcature fisse. Favero su Walsh e Brio su Rush. Bonini abbastanza appiccicato a Wark e tutto il resto a zona, applicato dagli inglesi anche in fase difensiva. Lo scivolone di Scirea, su centro di McDonald al 3' per poco non è diventato un problema serio per la Juve, ma è stato lo stesso libero a rimediare in angolo, mentre il tiro di Platini, al 5' è stato splendido per coordinazione e scelta di tempo, destro tagliato da fuori su tocco di Rossi: per sfortuna del francese, tuttavia, è stato splendido anche il volo ad angelo di Grobbelaar che ha bloccato giusto all'incrocio dei pali. 

La Juventus, in questa fase, ha condotto il gioco con buona sicurezza anche se il Liverpool, tranquillo e ben disposto in campo, ha replicato colpo su colpo alle manovre per la verità più incisive dei bianconeri. Al 6' Rossi, ingannato dal terreno, ha perso il tempo del tiro e al 12' Favero ha calciato a lato in diagonale dopo aver vinto di forza due contrasti. Il Liverpool, all'8', aveva tentato inutilmente la via del gol con un destro alto di Nicol. Alle manovre più serrate dei bianconeri, i rossi del Liverpool hanno risposto al 23' con un altro tiro da fuori di Nicol, parato a terra da Bodini, ma è stata la Juventus a riprendere l'iniziativa e a creare un altro pericolo al 35': splendido tocco di Platini per Boniek, ma il polacco, sull'uscita di Grobbelaar, ha tentato un pallonetto deviato in angolo di testa da Neal. Il polacco si è però riscattato al 40' e la Juventus è andata in vantaggio: c'è stato un contrasto sulla tre-quarti fra Briaschi e Lawrenson, il pallone è schizzato verso la porta del Liverpool e Boniek è stato prontissimo a scattare e bravissimo ad infilare Grobbelaar con un sinistro basso in diagonale. 

Gli inglesi hanno protestato blandamente del resto, per un fuorigioco di Briaschi in avvio di azione anche se il guardialinee, in buona posizione, non ha rilevato alcuna posizione irregolare da parte dell'attaccante bianconero. Juventus in vantaggio. Liverpool subito in attacco e al 41' Rush, in mischia, ha calciato a fil di palo di sinistro. Gli inglesi, costretti al forcing, si sono leggermente sbilanciati e per poco non hanno incassato il secondo gol al 44', quando Rossi è fuggito in contropiede sulla destra ed ha crossato al centro un bel pallone invitante che Briaschi di testa ha depositato fra le braccia dell'agile portiere del Liverpool. 

Nell'intervallo andava sotto la doccia Lawrenson e in campo si presentava Gillespie. uno scozzese a sostituire un irlandese in questa specie di multinazionale del calcio che è il Liverpool. Ma non mutava di molto l'aspetto della partita, rossi alla ricerca del pari e bianconeri in contropiede. Al 55' Briaschi è partito tutto solo dalla linea di centrocampo, ha superato in dribbling Gillespie e dal limite ha calciato fuori di sinistro, un diagonale bello e sfortunato. Stesso tema un minuto più tardi, stavolta autore Boniek. Il Liverpool, malgrado la disposizione tattica più avanzata, è arrivato al tiro soltanto al 63', sinistro basso di Whelan di un metro buono a lato. 

In compenso la Juventus si è mangiata un altro gol al 64' quando Boniek, scattato in contropiede in sospetto fuorigioco, ha centrato il mucchio di neve all'esterno del campo anziché la porta di Grobbelaar. Tesa e vibrante fino a questo momento, la partita ha avuto nella fase centrale del secondo tempo un leggero calo di intensità. C'è stato un sinistro di Briaschi addosso ad un difensore (66'). ma il gioco si è svolto soprattutto a centrocampo dove il Liverpool, tutto sommato, appariva più a suo agio della Juventus, la quale, a sua volta, sbagliava qualche disimpegno di troppo. 

E così, al 75', gli inglesi hanno avuto l'occasione di pareggiare. Bonini nel tentativo di liberare ha messo il pallone sul piede di Whelan, ma è stato molto bravo Bodini a respingere in angolo col corpo il destro piatto. Nel calcio gli errori si pagano, e salati anche perché la Juventus ha avuto una reazione rabbiosa ed ha segnato quasi subito il gol del 2-0. Il gol della Supercoppa. Briaschi al 78' è fuggito a sinistra e ha crossato basso nell'area inglese dove Boniek, circondato da una muta di difensori, ha toccato scaltramente di sinistro nell'angolo basso e lontano dalle mani protese del portiere Grobbelaar. Ormai sconfitto senza possibilità di rimedio, il Liverpool ha tentato di riportarsi in avanti. Mancavano una manciata di minuti alla fine, ed il pubblico del Comunale, riscaldato nel cuore malgrado gelo e neve sugli spalti, già agitava le bandiere in segno di trionfo. All'84 gli evviva e gli ole si trasformavano in applausi di ammirazione quando Bodini, svelto come un gatto, volava a deviare un sinistro insidioso di Wark. 

Carlo Coscia
tratto da: La Stampa 17 gennaio 1985

 



cabrini



Il terzino e il centrocampista tra i migliori della Juventus 
FAVERO E BONINI, GREGARI UMILI MA PREZIOSI 
«NOI BENE GRAZIE Al COMPAGNI »  
Bonini, umile solo in apparenza, in realtà determinante nel gioco della Juventus. Boniek ha segnato i due gol, Platini ha inventato lanci che erano autentiche pitture, Tardelli è sembrato tornare ai tempi della Spagna. Ma altrettanto preziosi se non di più, anche se meno appariscenti, sono stati due uomini per cui ben pochi forse avrebbero pronosticato un traguardo importante come quello conseguito ieri sera: Bonini e Favero, praticamente l'incarnazione dell'umiltà. 
Nel gioco come nella vita è, l'ex avellinese: 
«Se giocano bene chi eventualmente non è all'altezza non viene neppure notato». 
Il compagno: 
«Sono contento ma preferirei la Coppa dei Campioni» 
Quindi, anche nel respingere i meritatissimi complimenti del dopo-partita. 
" Ho giocato una partita normalissima — si schermisce il biondo centrocampista sanmarinese —. Tutta la squadra ha giocato bene, io né bene né male." 
Addirittura vicino alla sfacciataggine Favero: 
"Quando in una squadra nove o dieci giocano benissimo, chi eventualmente gioca male non lo si nota più. fa anche lui bella figura." 
Poi, quasi a malincuore, è costretto ad ammettere: 
«Sì forse ho giocato abbastanza bene." 
Il difensore è stato praticamente perfetto: non una giocata concessa all'avversario, non un pallone sbagliato, non un appoggio fuori misura. Sullo stesso livello, anche se ovviamente con ruolo e quindi con compiti diversi, è stato Bonini che ha macinato chilometri su chilometri trovandosi sempre puntuale nell'appoggio ai compagni come nei contrasti sugli avversari. Molto del merito delle giocate di Platini o Tardelli o Boniek è suo. 
"Al contrario — spiega, stupendo tutti, il giovane mediano bianconero — se io ho potuto fare bella figura è stato per merito degli attaccanti. Gli inglesi, non avendo un libero fisso, finiscono per avere un centrocampista in più e i miei compagni dell'attacco si sono saputi sacrificare per evitare che noi difensori ci trovassimo in minoranza. Sono stati bravi loro nel fare il filtro, per noi si è trattato di ordinaria amministrazione." 
Favero fornisce una schietta spiegazione della franca partita disputata da lui e dai suoi compagni. 
"Qui non era come in campionato dove se si sbaglia una partita si ha il tempo di recuperare — dice — si doveva vincere per forza altrimenti era finita. Non si poteva sbagliare. La coscienza di questo, forse, ci ha dato un po' di concentrazione, di determinazione in più. Eravamo molto convinti fin dalla vigilia, quasi sicuri di farcela, direi."
Per entrambi la gioia è comunque grande. Forse ancora un po' più grande per Favero, un giocatore buono ma non eccelso che ormai da molti anni si manteneva in una decorosa mediocrità e che certamente non avrebbe mai osato sperare di arrivare a traguardi di tale livello. 
"Onestamente non avrei mai osato sperare neppure di venire alla Juventus — schiettamente riconosce —. Adesso che ci sono, però, ci sta bene anche la Supercoppa. Diciamo che... mi è capitato. Sono successi che uno non può prevedere, a me è andata bene." 
Sincerità per sincerità, anche Bonini si concede una confessione. 
"Sono contentissimo — dice — ma avrei preferito vincere la Coppa dei Campioni. Certo è una gran bella soddisfazione, visto che nessuna squadra italiana aveva mai vinto questa Supercoppa, ma quella dei campioni... Oltretutto, ammesso che si passino i quarti di finale e le semifinali, questa vittoria non deve nemmeno procurarci illusioni: a parte il fatto che ogni partita fa storia a sé, al Liverpool mancavano due uomini importanti." 
Favero è anche questa volta ancora più realista. 
«È stata una partita e basta. Sì, certamente nella carriera una vittoria così un po' conta, adesso per me l'importante è riuscire a giocare anche in campionato come ho giocato contro gli inglesi."
Giorgio Destefanis





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C'est si Boniek

TORINO. C'è da complimentarsi con la Juventus per motivi incrociati. Non soltanto la vittoria maturata alla distanza è conquistata con lo stile del polacco più intrepido della storia della pedata, un giocatore che ama le partite al diapason e che sembra fabbricato da madre natura per creare entusiasmi al diapason. Ma anche tutto ciò che lo ha preceduto, così da portare la Juventus, società teatragona agli scoramenti, a piegare il maltempo che imperversava su Torino, ripresentando lo stadio spalato dalla montagna di neve che si era ammucchiata sugli spalti; e il terreno di gioco in condizioni quasi buone. Miracoli del calcio, ma li definirei miracoli della buona volontà di un sodalizio esemplare. Un elogio a Boniperti, Giuliano, Secco, a tutti i funzionari della Juventus, mi sembra obbligatorio.

COMPASSO. Ho visto una Juve abbastanza in ordine nel suo gioco di compasso, attenta a non scoprire le retrovie, ma di più a manovrare per palle lunghe verticali sulla diagonale Briaschi-Boniek. Si può dire che Platini sia stato virtuoso al solito, soprattutto dopo la mezz'ora. Appariva infreddolito, come poco ispirato, ma d'improvviso ha recuperato i suoi estri, si è messo a dipingere traiettorie per le punte, tra le quali inarcava la schiena nei suoi allunghi proverbiali il polacco. Costui ha giocato anche per ribadire il suo diritto alla riconferma. Ha voluto essere addirittura maestoso. Nel fabbricare il primo gol; lancio ficcante di Platini, Briaschi non riesce a inserirsi, ma il polacco è già sulla palla, piazza in area e piazza il suo sinistro rabbioso, imparabile anche in conseguenza del piazzamento fin troppo originale di Bruce Grobbelaar. Direi che per questo portierone dallo scatto di pantera il piazzamento sia l'ultima cosa. Di lui si è ammirata, a conti fatti, soltanto una cosa, nell'occasione di questa Super-coppa: un'uscita di piede fin alla metà campo, con perfetto smistamento a Neal. Proprio Neal, per me, è stato tra i migliori e tra i più costruttivi. Ha cercato di sorprendere il bravo Bodini con un potente rasoterra. Ha giocato d'appoggio con tutta la sua antica bravura. Il Liverpool ha fatto la sua partita con le cadenze del suo gioco d'insieme. La squadra ha ribadito di avere un'azione d'intesa quasi insuperabile. Sembrano tutti uguali, ma in verità sono anche tutti abbastanza eclettici e sanno passare con enorme facilità dalla fase d'intercettamento a quella offensiva; difensori, centro-campisti e punte si scambiano, si alternano, si sussidiano e si completano. Il Liverpool ha cercato di opporre alla Juventus la sua organizzazione, la Juventus ha risposto con un capolavoro di partita italiana con i capolavori di Bonick, con la forza di Brio e di Favero.

SUPER ZIBI. Ritorniamo a Zibi. La sua partita ha avuto acuti trascendentali. Le insidie del terreno rendevano l'azione di Briaschi e Rossi un po' problematica. Briaschi, che di forza è ricco, è venuto su in crescendo, a differenza del compagno; il passaggio del secondo gol, un cross da sinistra ben piazzato, è stato proprio dell'ex genoano. Nel paesaggio di un match straordinariamente atletico, contro avversari micidiali sul fondo, è stato Boniek il dominatore. Ha confermato di possedere una grinta prodigiosa. Già, la grinta di Boniek, che è un carro armato dalle alte velocità. Potenza sgretolatrice. Difetterà di precisione, ma che affondi meravigliosi. Due gol ha segnato nella circostanza davvero più ardua, contro un Liverpool fisicamente maiuscolo, avrebbero tranquillamente potuto essere il doppio, in altre due occasioni non è riuscito a piazzarla bene, anche per sfortuna.

L'OPERAIO BRIO. Poi Brio... il leccese è un operaio specializzato, la definizione è sua. Mi ha detto alla fine: 
«Ho dovuto dedicarmi esclusivamente a Rush. Confermo che è il più forte di tutti. Ho fatto il mio dovere. Sono un operaio». 
Ne avessimo, nel calcio, di operai così. Intanto, Rush non s'è mai visto, come non si erano visti i vari Withe, Stapleton, Hrubesch. Brio non perdona. Sulle parabole è im-placabile e nel tackle è proprio l'allievo ideale di Morini, il suo seguito. E in una parola roccioso. Un altro operaio merita l'elogio schietto. Dico Luciano Favero, ha sfiorato il gol, giocando una partita portentosa per capacità di corsa e, udite udite, di piede. Proprio il vituperato Favero, che molti avrebbero voluto rimandare all'Avellino, ha fatto strabuzzare gli occhi in tribuna stampa. Una grandissima partita. Normale il rendimento degli altri. Bodini è un portiere vero. La sua agilità tra i pali è straordinaria. Tardelli attento, Scirea classico. Da Platini alcuni momenti splendidi soprattutto come regia.

IL LIVERPOOL. E veniamo al Liverpool. Ha forse giocato senza molto entusiasmo? Ha giocato alla sua maniera. La squadra è apparsa fortissima nella parte del contenimento, per l'occasione un po' povera da fantasia nella parte costruttiva. Non ha saputo mai sfruttare la fascia, andando a mettere in mezzo i suoi traversoni micidiali, è stato un bene per la Juventus, ma bisogna dire che è stata in parte la Juventus, con la sua partita altamente tattica (il Tardelli sulla fascia destra, il Bonini, il Favero, il Brio, il Cabrini protesse con gran cuore a recuperare se stesso) a rendergli dura la vita. La Juventus nel clima internazionale recupera il suo slancio, il suo canovaccio si fa d'improvviso squillante di note nuove. Nella circostanza, Briaschi e Rossi con il loro movimento alternativo hanno favorito gli inserimenti provvidi di Boniek. E questo Boniek è un giocatore basilare quando la partita è un fatto non solo tecnico, ma di più un fatto atletico. La mossa di Boniek ha dominato la partita valida per la Supercoppa, in una notte gelata ma anche stregata, con uno stadio pieno (53.384 spettatori paganti). Il calcio ha sconfitto il maltempo. La Juventus ha aggiunto un altro diadema alla sua collana. 

Vladimiro Caminiti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1985 n.4





Mercoledì 16 gennaio 1985 - SUPERCOPPA D'EUROPA
 
 
Un inedito trofeo viene ad arricchire la sontuosa bacheca del calcio italiano. Manco a dirlo, è la Juventus a catturarlo, dopo una straordinaria prova di efficienza che si esprime dapprima nella sconfitta delle difficoltà ambientali (proprio quando tutt'Italia è paralizzata dalla neve, carovane di tifo bianconero solcano trionfalmente la penisola e celebrano a Torino la granfesta di Madama), poi nella pacata, disarmante lezione di calcio inflitta a un Liverpool nient'affatto remissivo, come parte della critica, sbagliando, l'ha definito.
Chiarisco subito il concetto: questa Supercoppa, in sé, non è motivo di gran vanto. La sua vita travagliata lo dimostra: la si disputa per amore di incasso, talvolta sostituendo la squadra avente diritto, reperendo faticosamente le date in un calendario già saturo di impegni. La sua stessa legittimazione è dubbia: perché mai è riservata alle vincitrici della Coppa Campioni e della Coppa delle Coppe, tagliando fuori la
Coppa Uefa che è tecnicamente almeno altrettanto valida? È diventata importante, questa edizione, per il rango delle due squadre chiamate a contendersela, sicuramente, al momento attuale, le due più prestigiose rappresentanti del calcio europeo di club. E la Juventus ha vinto limpidamente, smascherando i limiti del Liverpool, che è formidabile macchina da calcio, ma ammalata di monotonia, quindi prevedibile e smontabile con lampeggianti improvvisazioni. Gli automatismi dei «reds» sono stati travolti dal geniaccio di Zbigniew Boniek, un polacco arrabbiato e incompreso, ma grandissimo. Boniek ha scaricato nella partita tutti i suoi livori. I vertici juventini non lo amano, mi ha sorpreso e deluso un'intervista televisiva di Umberto Agnelli assolutamente ingenerosa nei confronti del campione. Boniek si sente tollerato, nonché oppresso dall'ombra scomoda di Platini, che è il più forte e il più coccolato. Si rifà, il polacco, nelle grandi occasioni, com'era questa recita seguita dalle televisioni di mezzo mondo.
 
Io credo che una squadra come la Juventus, che ha mire internazionali, debba concedersi il lusso di un giocatore magari non sempre continuo, ma determinante, eccome, nelle occasioni più prestigiose. E poiché ho fiducia nell'intuito della gente, capisco come per Zibi, più ancora che per il divino e freddo francese, palpiti il cuore delle folle bianconere.
Adalberto Bortolotti 
tratto da: Guerin Sportivo anno 1985 n.4




cabrini

maglie


 




lunedì 8 dicembre 2025

8 Dicembre 1985: Argentinos Juniors - Juventus

É l' 8 Dicembre 1985 e la Juventus si trova allo Stadio 'Olimpico' di Tokyo in Giappone per tentare la scalata all'unica vetta del calcio mondiale ancora non conquistata. Si gioca Argentinos Juniors-Juventus valevole per la Coppa Intercontinentale 1985.

É una Juventus che dopo aver inanellato una serie di vittorie europea mai viste prima, parte favorita contro gli argentini che nononstante abbiano vinto per la prima volta la Coppa Libertadores, non sembrano possano impedire ai bianconeri un altra vittoria storica. Tant'é che i giocatori in rosso fanno la partita della vita ed unita ad una prestazione dell'arbitro al limite dello scandaloso, ed ad un giovanissimo Claudio Borghi, ne uscirá davvero una partita d'altri tempi. Una grande gara per un'altra data da ricordare.

Buona Visione! 

 

 

argentinos

 
 


Coppa Intercontinentale 1985-1986 - Finale
Tokyo, campo neutro - National Olympic Stadium
Domenica 8 dicembre 1985 ore 12.00
ARGENTINOS JUNIORS-JUVENTUS 2-2 - Dopo i calci di rigore (2-4)
MARCATORI: Ereros 55, Platini rigore 63, Castro 75, Laudrup 82
SEQUENZA CALCI DI RIGORE: Brio (gol), Olguin (gol), Cabrini (gol), Batista (parato), Serena A. (gol), Lopez (gol), Laudrup (parato), Pavoni (parato), Platini (gol)

ARGENTINOS JUNIORS (ARGENTINA): Vidallè, Villalba, Pavoni, Olguin, Domenech, Commisso (Corsi 86), Batista, Videla, Castro, Borghi, Ereros (Lopez 118)
Allenatore: José Yudica

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea (Pioli 65), Mauro (Briaschi 77), Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Roth (Germania Ovest)



La Juventus a Tokyo vince la Coppa Intercontinentale soltanto ai calci di rigore 
Col sigillo di Tacconi e Platini 
E infine anche Boniperti si entusiasma: «Fiabesco» 
I tempi regolamentari si erano chiusi in parità 2-2 - Gli argentini due volte in vantaggio con Ereros (55') e Castro (75') raggiunti prima da un rigore di Michel (63') e poi da Laudrup (88') - 
L'arbitro tedesco Roth ha annullato il gol del 2-0 agli argentini (Castro al 61') e poi una spettacolare rete del francese (67') - 
Dal dischetto decisive due parate del portiere bianconero e la freddezza del n. 10 nel tiro decisivo.

TOKYO-La Coppa persa nel 73 a Roma contro l'Independiente di Buenos Aires é finalmente nella mani della Juventus, alla fine di una partita-maratona che resterá nella storia dei due club, e del calcio internazionale. 

Centoventi minuti di gioco ed i rigori sono occorsi al bianconeri per aver ragione di un Argentinos Juniors davvero sorprendente per gioco corale, individualità, tenuta atletica. La squadra di Trapattoni sorpresa nella prima mezzora dall'avvio disinvolto dalle capacità di manovra degli avversari poteva peraltro andare in vantaggio giá all'ottavo minuto se l'ineffablie arbitro tedesco Roth non avesse permesso a Vallalba e Batista di stendere Laudrup in area. E' il primo momento da brivido, di una gara che di brividi ne ha offerti anche troppi prima del finale al tiro al bersaglio contre Vidalle e Tacconi. 

Riassumiamo questi brividi, sono tutta la partita. Juve calata di tono nella seconda parte del primo tempo, e segna in avvio di ripresa con Laudrup dopo una fuga peraltro inutile: il danese non poteva aver sentito nel frastuono dello Stadio Olimpico il fischio di Roth che avera rilevato un fallo di Serena. 

La gara continuava ad offrire scampoli da spettacolo, con triangolazioni larghe poggianti su Castro ed Ereros, con Borghi a completare il triangolo, e al 55' era lo stesso Ereros a portare i rossi in vantaggio con un pallonetto che scavalcava Tacconi, lancio profondo di Commisso, questi una copia ridotta (ma non tanto) di Maradona. La panchina sudamericana sobbalzava pochi minuti dopo quando un centre forte di Castro finiva sul braccio di Manfredonia accorso a chiudere (chiaramente un fallo involantario, ma il colpo per l' Argentinos era ancora piú duro al 61' quando l'arbitro annallava un gol di Castro in conclusione di una manovra volante Borghi-Ereros) per un fuoriglooo sul filo del rasoio. 
Si infortunava Belrea (distorsione) nel vano tentativo di opporsi a Borghi nella stessa azione, ma restava in campo ancora in tempo per partecipare al pareggio  di Platini su rigore, una botta forte e bassa, dopo un atterramento di Serena (lanciato stupendamente dal francese) ad opera del roccioso Olguin.

Usciva Scirea, entrava Pioli. Favero assumeva la posizione di libero con qualche fatica ma con la massima applicazione. Al 67' inutile capolavoro di Platini: il francese controllava un pallone inviato da Manfredonia, di testa, nel folto dell'area argentina, quindi calciava al volo di sinistro infilando l'angolo della porta di Vidalle. Roth indicava il dischetto, Batista e compagni to pressavano portandolo verso il guardalinee di Singapore ... bandierina alzata, aveva rilevato un fuorigioco fantasma di Serena. Di qui l'annullamento. I gol da antologia non placciono evidentemente all' arbitro tedesco: Rummenigge si ricorda ancora la sua vana rovesciata a segno contro i Rangers di Glasgow l'anno scorso a Milano.

Una rasoiata dell'ottimo Castro, una botta diagonale dalla destra, al 75, batteva Tacconi e pareva chiudere match. Ma veniva forte la forza di reazione della Juventus. La coppla straniera produceva il suo capolavoro a due minuti dal termine. Palla di Serena per Laudrup che chiamava all'uno-due Platini e riceveva la palla, al volo, oltre i difensori. Il danese si avventava, girava Vidalle resistendo al tentativo di aggancio da parte del portiere, ed in spaccata da fondo campo spazio vuoto per il tocco del pareggio.

Pol gli inutili supplementari fra glocatori stremati e preda di crampi, quindi i rigori. La Juve ha vinto la partita più bella e piú difficile della sua ormal lunga milizia nel calcio internazionale. Una Juventus che aveva iniziato come stordita, con centrocampisti e difensori disorientati dagli scambi avversari, dal loro gioco largo (Castro ed Ereros sulle fasce laterali, Borghi ad infilarsi spalleggiato dagli ottimi Videla e Commisso), con gli attaccanti in difficoltà. 

Dopo mezz'ora di sofferenze, si è cominciata a vedere la vera Juve. Maggior rapidità maggior movimento per sottrarsi al pressing a tuttocampo degli avversari, maggior attenzione nell'ostacolare Batista, perno del gioco argentino. I sudamericani non rallentavano, ma i bianconeri avevano camblato ritmo. Così, lottando e soffrendo, attraverso un'altalena di emozioni senza eguali, e maturato il sofferto e meritato pareggio, che al rigori e pol diventato trionfo.

BRUNO PERUCCA 




La Regina d'Italia e d'Europa ha fatto sua anche la Coppa Intercontinentale. E adesso ha proprio vinto tutto
JUVE
SIGNORA DEL MONDO

TOKYO. La Nostra Signora delle Coppe centra qui a Tokyo l'ultimo obiettivo, ammantando di perfida su-spense il suo ennesimo trionfo. I 62.000 giapponesini del Nacional Stadium vengono via via sottratti alla loro naturale e placida apatia da una recita di straordinaria intensità emotiva, oltreché agonistica. La partita muore e rinasce dieci volte, in una irrefrenabile girandola di gol validi e annullati, di rigori negati e concessi, di abbattimenti e di resurrezioni. La giocano allo spasimo per 120 minuti, per poi finire a contendersela nella folle kermesse dagli undici metri, due squadre formidabili. La Juventus inossidabile di tutte le vittorie, con la sua speculativa mentalità europea, la sue fiammate e i suoi pacati rallentamenti, la classe lampeggiante dei suoi solisti e l'applicazione proletaria dei suoi operai di retrovia; l'Argentinos emergente, grandiosa rivelazione internazionale, che ripropone il modulo antico del calcio platense, il morbido tocco dei suoi palleggiatori, l'estro, la creatività, il talento di un giovane fuoriclasse, Claudio Daniel Borghi, che accetto scommesse sarà una fulgida stella dei prossimi Mondiali messicani. Purtroppo, poiché la perfezione non è di questo mondo, ci sono anche un arbitro, il tedesco Roth, e soprattutto due guardalinee, giapponese l'uno, di Singapore l'altro, che agitano le loro bandierine come se stessero facendo allegre segnalazioni navali. Cosi capita un po' di tutto, anche se poi la dea che presiede al calcio riannoda i fili, sanziona la giusta parità e manda tutti alla lotteria dei calci di rigore. Che la Juve peschi il biglietto vincente è scontato: l'aveva detto anche il mago di San Remo.

PIOGGIA. I bianconeri erano arrivati a Tokyo portandosi dietro un vaticino espresso in gran segreto. Se la partita si fosse giocata sotto il sole, non ci sarebbe stato nulla da fare. Ma se fosse caduta la pioggia, per la Juve sarebbe arrivato il trionfo. Figuratevi i musi lunghi, quando, per i primi due giorni, Tokyo era inondata da un innaturale sole estivo e il fondo del Nationl Stadium, già arato dal football americano, appariva una sorta di crosta di marmo. Ma al sabato, d'improvviso, il cielo ha preso a lacrimare un'acqua sottile, protrattasi fino a domenica, poco prima dell'inizio della partita. Era l'atteso segno del destino, poi perfezionato da Tacconi con due miracolosi salvataggi contro i collaudati rigoristi dell'Argentinos.

IN SALITA. Eppure non era cominciata bene. Il tempo di prendere nota della bravura e dell'impudenza della giovane squadra argentina, lesta ad attaccare con sue scoppiettanti ali di ruolo (Castro ed Ereros) e col grandioso Borghi divagante a tutto campo per la disperazione di Brio, ed ecco la Juve proporre il primo velenoso affondo. Uno scambio con Mauro proietta Laudrup in area: sul danese uno sgambetto nitido, un rigore da cineteca. Macchè, Roth chiude gli occhi; avanti, e pedalare. A proposito, trafelato, arriva in tribuna Francesco Moser, reduce da un giro ciclistico dei giardini imperiali a far da guida a 80 amatori giapponesi. Per una volta juventino, il neroazzurro Francesco sarà portato via prima della fine dai suoi implacabili sponsor. La promozione non può attendere.

PLATINI. La folla aspetta e vuole Platini. Il francese la ripaga alla mezz'ora. Portentoso slalom fra gli argentini trasformati in birilli, diagonale conclusivo, fuori La due squadre ora si temono. Vanno al riposo sullo 0-0, ma l'impressione è che la partita possa accendersi da un momento all'altro. La ripresa, in effetti, sarà memorabile.

LAUDRUP. Quaranta secondi del secondo tempo. Assist di testa di Serena, guizza Laudrup oltre i difensori, il guardialinee fa segno che è tutto regolare. Laudrup aziona il suo dribbling micidiale sul portiere Vidallè, l'eroe della Libertadores. Va in porta col pallone il danese, ma brevissimo è il tripudio. Accorre Roth da metà campo, lui il fuorigioco l'ha visto e annulla. Platini è nervoso, l'Argentinos gioca un calcio esemplare. E passa in vantaggio. Gran lancio di Videla, Ereros trova il varco centrale, aspetta che si muova Tacconi, pallonetto morbido, 1-0. E dopo sette minuti può essere la fine. Borghi aziona un contropiede folgorante, Ereros rifinisce per Castro, che in corsa raddoppia. Splendido davvero. Ma Roth ha la coscienza poco tranquilla, annulla anche questo per cercare un'interiore serietà. Un minuto appena e Platini trova Serena, Olguin trattiene vistosamente lo scatto del bomber. Rigore e Platini pareggia. A volte una partita si gioca sul filo dei secondi, legata ad episodi ed interpretazioni. Esce Scirea: ne avrà per quindici giorni almeno, ha rimediato lo stiramento cercando di evitare il gol, poi annullato, di Castro. Favero retrocede a battitore libero, il giovane Pioli entra spavaldo in mischia.

DELITTO. Non riesco ad estraniarmi della cronaca, la partita è un terrificante botta e risposta. Platini, giusto al 23', confeziona un capolavoro raro. Stop aereo, cambio di piede, palla fiondata in fondo alla rete di Vidallè, attonito. Roth punta sul centro del campo, gli argentini di peso lo portano dal guardalinee giapponese, che ha mosso la sua bandierina dai colori nazionali, intravvedendo un fuori gioco di posizione di Serena. Questioni di centimetri, direbbe Viola. E ininfluente. Ma Roth annulla ancora, ed è un delitto, perché i gol del genere capitano una volta all'anno e andrebbero tutelati dal WWF. Facciamo i conti: la Juve ha già avuto due gol cancellati e un rigore negato. Platini sembra entrare in sciopero di protesta. L'Argentinos non aspetta altro. Il solito Borghi semina avversari in contropiede, assist per Castro, diagonale e gol. Manca un quarto d'ora e sembra il colpo di grazia, lo sparo alla nuca.

BRIASCHI. Toh, chi si rivede. Briaschi mancava al calcio dalla fatale notte di Bruxelles. Ricompare ora quando ormai si gioca di puro istinto, stroncati da fatiche ed emozioni. Ma c'è il biondo Laudrup che si sente in credito e va ad esigerlo a otto minuti dalla fine. Platini lo sguinzaglia a rete, il danese salta il portiere che gli afferra il piede. Rigore? Macchè, Laudrup mantiene l'equilibrio, raggiunge il pallone sul fondo, ha davanti a sé un varco utile di trentą centimetri, lo coglie di precisione. Prodezza pura, è il 2-2, la fine dell'incubo, l'inizio di un'altra storia più felice.

TACCONI. I supplementari sono un'inutile crudeltà inflitta a stenti fantasmi va-golanti sul campo. I rigori, ecco. Parte Brio, una folgo-re, replica Olguin, 1-1, poi Cabrini 2-1. Il barbuto Batista punta Tacconi: Tacconi gli carpisce la finta e para, Serena fa 3-1. Lopez 3-2. Ecco Laudrup, grande rincorsa, poi si ferma come spaurito. Un tiro di piatto, timido, Vidalle lo blocса. Pavoni ha la chance del pareggio. Sceglie la potenza. Spara un fendente a centro porta. Tacconi è là, mette i pugni, para ancora. È lui l'uomo partita. Il copione è perfetto. Spetta a Platini toccare al fin della licenza. Ci sono dubbi? Il francese spiazza crudelmente Vidallė. I giapponesi, riconoscenti, gli attribuiscono la Toyota in palio per il miglior giocatore della finale, un premio che si direbbe assegnato più al carisma che alla prestazione di questa domenica. Michel preferisce l'assegno di quindici milioni. Chissà, la Fiat potrebbe offendersi a morte a vedere un concor-rente in casa.

TATTICA. Juve grandissima perché messa di fronte a situazioni insolite: chi in Italia attacca con due ali pure? Cabrini ha dovuto fare la sentinella a Castro e quando è uscito Scirea le difficoltà sono aumentate ancora. Ma la Juve ha questa dote, riesce ad estrarre la carta giusta per tutti i giochi. Soffre, vacilla, ma non cade. Ha rimediato due momenti tragici: la forza del solista è anche questa. Laudrup, magari lo perdi di vista per un quarto d'ora ma poi inventa il gol da premio Oscar e rimette le cose a posto. Ora la Juve ha vinto proprio tutto. Coppa Uefa, delle Coppe, dei Campioni, Super Coppa, Intercontinentale. Questo trofeo sfuggiva all'Europa da dieci anni (ultima vittoria, nel 1976, del Bayern di Rummenigge). E Platini continua a fare incetta di trofei individuali. Davvero vuole mortificarsi nel Servette? Ci crederò quando sarà vero. Boniperti, mai visto cosi raggiante era scatenato: baciava tutti quelli che gli passavano a tiro. Forse era l'emozione, ormai dimenticata, di aver visto una partita fino in fondo (coi supplementari e i rigori, per giunta). Trapattoni misurato: 

«Hanno fatto loro il contropiede che contavamo di fare noi. Ma questa mia squadra ha un'anima immortale». 

Tutti a cantare meraviglie dell'Argentinos, anche Bettega telecronista per Canale 5. 

"Chi se l'aspettava tanto forte? Ma va bene così, la vittoria vale il doppio."

BORGHI. In effetti una grandissima finale anche per merito dei giovani talenti di Yudica. Borghi sogna l'Italia (che già gli ha fatto un piacere; comprando Pasculli lo ha promosso titolare: grazie al Lecce), ha ventun anni, un fisico perfetto, un repertorio completo tanta voglie e necessità di arrivare. Orfano di padre, ha sette fratelli che aspettano da lui un futuro migliore. Bravissime le due ali, specie Castro e il fine dicitore Videla, dal lancio sapiente. Rocciosa la difesa, centrata sul vecchio e vitalissimo Olguin. Un po' lento Batista, fulcro del gioco, secondo le nobili tradizioni di una scuola che non conosce declino. Credo che qualsiasi altra squadra europea sarebbe uscita stritolata. Madama ha saputo stringere i denti e risalire. Solo il Presidente Domingo Tesone, alla fine era infuriato con l'arbitro (che cosa avrebbe dovuto fare allora, Boniperti?). Gli altri accettavano, dolenti, il verdetto. Grandi scambi di complimenti, molta cavalleria, dopo la rude ma non sleale battaglia.

IL RITORNO. Poiché la vittoria è sempre un grande linimento, penso che la Juve non risentirà più che tanto di questo suo stress agonistico e ambientale. Più grave la perdita di Scirea che non ha cosi avuto la soddisfazione di ricevere la Coppa, (l'onore e i gradi di capitano sono passati a Cabrini). Al di là dei fatti contingenti, il mes-saggio che parte dal Giappone è però chiarissimo: la Juve non è ancora, non è mai stanca di vincere. Firmato: Boniperti, Trapattoni, Platini.

Adalberto Bortolotti



 

Ringraziamo la Juventus e il signor Berlusconi: il calcio italiano è vivissimo

Le Cassandre che vanno vaticinando la prossima fine del calcio italiano sono servite. Potremmo essere anche sull'orlo del precipizio o alla vigilia di chissà quale altro scandalo: ma quando si giocano partite come Juventus-Argentinos e si portano a casa trofei conquistati con tanta abnegazione, ogni più funesta previsione è destinata ad essere spazzata via dall'entusiasmo che dice oggi come nei giorni del Mundial : il calcio italiano è il più grande. Le immagini che la Rai ci ha negato e che Canale 5 ci ha regalato (grazie, Berlusconi, anche se la Lombardia non è casa mia) resteranno indelebili nella memoria dei veri appassionati di uno sport che sa risorgere sempre dalle proprie paure. Alla grande Juve, che ha meritato la nostra ammirazione dobbiamo un grazie e un augurio: quello di vincere questa volta con tutta la felicità possibile anche la Coppa dei Campioni.

Italo Cucci
brani tratti dal Guerin Sportivo anno 1985 n.50




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mercoledì 5 febbraio 2025

5 Febbraio 1997: Juventus - Paris St.Germain

É il 5 Febbraio 1997 e Juventus Paris Saint Germain si sfidano nella Gara di ritorno della Super Coppa Europea UEFA allo Stadio ‘La Favorita’ di Palermo.

É una Juventus Campione d’Europa in carica, con un parco giocatori da sogno ed un allenatore Marcello Lippi che non sbaglia una mossa. I parigini dopo aver vinto la scorsa Coppa delle Coppe sfidano i bianconeri per questa coppa, ma avendo preso una battosta da record in casa propria (1-6 !) sanno giá che l’impresa é piú che ardua.

La gara si gioca a Palermo in uno stadio tinto di bianconero.

Chi volesse rivedere anche la gara di andata cliccare QUI!

Buona Visione!


juventus

Supercoppa Europea 1996-1997
Finale, ritorno Palermo, Stadio La Favorita
Mercoledì 5 febbraio 1997
JUVENTUS-PARIS SAINT-GERMAIN 3-1
MARCATORI: Del Piero 36, Raì rigore 65, Del Piero 71, Vieri C. 90+2

JUVENTUS: Peruzzi, Torricelli (Porrini 72), Ferrara C., Montero, Pessotto, Di Livio, Tacchinardi (Lombardo 68), Zidane, Jugovic, Del Piero, Padovano (Vieri C. 68)
Allenatore: Marcello Lippi

PARIS SAINT-GERMAIN: Lama, Algerino, Le Guen, Domi, Kenedy, Raì, Guerin (Leroy 78), Cauet, Leonardo (Allou 81), Dely Valdes, Loko (Calenda 90+2)
Allenatore: Ricardo Gomes

ARBITRO: Muhmenthaler (Svizzera)



La Supercoppa europea ai bianconeri che battono ancora il Psg: doppietta-show del Talentino, poi Vieri
Juve, è Del Piero il tuo re di Coppa

Palermo - Era tutto tremendamente scontato, d'accordo, ma la cornice da favola che Palermo regala alla Juventus e alla sua Supercoppa d'Europa resterà a lungo nei nostri occhi, nel nostro cuore. Sulla torta servita al Parco dei Principi in forza di uno strabiliante 6- 1, la squadra di Marcello Lippi colloca due splendide ciliegine di Alessandro Del Piero, e, proprio alla fine, in pieno delirio, un vaporoso bigné di Vieri, e così l'evento fantasma diventa un vulcano di passione e uno scrigno miliardario a rischio zero.

Il trofeo che capitan Peruzzi riceve dalle mani di Johansson e Nizzola, ed espone al pubblico della Favorita, non sarà il più nobile, il più chic, il più esclusivo, ma costituisce pur sempre la decima coppa internazionale in cento anni di Juventus. Un'altra tappa, un altro motivo di orgoglio sincero e legittimo, l'ennesima passeggiata fra le stelle.

E una notte d'amore, alla quale il calcio fa da abatjour molto discreta. Lo scarto dell'andata e l'abbraccio di Palermo trasformano la partita in una accettabile accademia. Lo spettacolo è tutto sulle gradinate. In campo si vive di piccoli fuochi, di modiche emozioni. La Juve nuota nel miele della sua gente, il Paris Sg, che sa di averla fatta grossa, cerca di salvare almeno la faccia. Il ritmo è gradevole; il tifo, assordante. Comincia Ferrara, di testa, su azione Montero-Di Livio: Lama è li. Risponde Dely Valdes, su invito di Cauet: ci pensa Peruzzi, marziale.

Anche così, con in palio nulla all'infuori di una coppa già assegnata, le squadre onorano il pubblico. La concentrazione di Madama non può essere, umanamente, feroce. Ecco, per esempio, un pasticcio fra Ferrara e Peruzzi. I francesi tengono botta in difesa e centrocampo, Cauet, Leonardo e Rai imbucano stimolanti cartoline. Ogni avanzata di Zidane e Jugovic, ogni sgommata di Di Livio e Torricelli, è sottolineata da applausi. Al 30', pericolo: tacco di Rai, sciabolata di Loko, paratona di Peruzzi. In attacco, Del Piero e Padovano si agitano parecchio, ma Algerino, Le Guen, Domi e Kennedy offrono, per ora, una tenace resistenza. I tappi saltano al 36'. La Juventus sorprende gli avversari sul fianco destro: da Di Livio a Torricelli, palla dentro per Del Piero che, sul filo del fuorigioco, di destro controlla e di destro spazzola l'angolo più lontano. Tutto bello: l'azione, lo stop, il sigillo balistico. Precettato al posto di Deschamps, squalificato, Tacchinardi incanala il traffico con piglio autorevole. Zidane e Jugovic, loro, vanno a strappi. II Paris sfiora il pareggio al 39: Loko rosola Pessotto e serve Leonardo, la cui conclusione, pettinata dal cuore dell'area, scuote il palo alla destra di Peruzzi e tuba a lungo, capricciosa, con il gesso della linea fatale. La mobilità di Cauet e la sapienza di Leonardo impegnano strenuamente Torricelli e Di Livio. 

La ripresa si apre nel segno di Del Piero, per ben due volte in zona tiro. Peruzzi smanaccia un angolo velenoso di Leonardo. I parigini ci danno dentro. La Juve molla qualche metro e un po di adrenalina. Il pareggio sopraggiunge, ospite non gradito ma del tutto legittimo, al 20', quando Leonardo sguinzaglia Dely Valdes, lesto a profittare di un omerico pisolino di Montero e compagni. Peruzzi, uscitogli fra i piedi, lo pizzica quanto basta a completare la frittata. Rigore. Come all'andata, trasforma Rai.

Squadra di razza, la Juve si rifiuta di scendere a patti. Non lo merita la sua storia, lo rifiuta il popolo. Lippi richiama Tacchinardi e Padovano. Lombardo a destra, Vieri di punta (e Di Livio a sinistra). Alė. Scampoli di pressing furioso ristabiliscono le gerarchie. Nel servire Lama, Le Guen, trafelato, non si avvede di Del Piero. Alex è un falchetto. Il portiere ne smorza il tiro, con il corpo, ma non l'incornata, felice sintesi di perizia balistica e risorse atletiche. Porrini avvicenda Torricelli fra gli applausi. Pessotto scivola a destra, Montero a sinistra. Lombardo accende l'ennesimo falò di passione. L'onore di fissare il risultato tocca a Vieri, il ribelle: di testa, su parabola di Del Piero. 

La Signora lascia Palermo in carrozza, fra trentacinquemila cocchieri scatenati.

Roberto Beccantini
tratto da: La Stampa 6 febbraio 1997



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