É il 8 Maggio 1988 e Milan e Juventus si sfidano nella quattordicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1987-88 allo Stadio 'Giuseppe Meazza - San Siro' di Milano.
É ancora una Juventus in pieno alto mare in questa stagione. Dopo l'abbandono di Michel Platini, la squadra (affidata a Rino Marchesi) non riesce a trovare la solita quadratura. Alla fine di questo campionato i bianconeri si piazzeranno in sesta posizione e dopo un emozionante spareggio contro il Torino acciufferanno il piazzamento UEFA per i capelli. I rossoneri (allenati dal nuovo guru del calcio italiano Arrigo Sacchi) invece inseguono e superano il Napoli di Diego Armando Maradona in classifica e si aggiudicano lo Scudetto.
Buona Visione!
Milano - Stadio Giuseppe Meazza
domenica 8 maggio 1988 ore 16:00
MILAN-JUVENTUS 0-0
MILAN: Galli G., Tassotti, Maldini P., Colombo, Galli F., Costacurta, Donadoni (Van Basten 46), Ancelotti, Virdis (Massaro 77), Gullit, Evani
A disposizione: Nuciari, Mussi, Bortolazzi
Allenatore: Arrigo Sacchi
JUVENTUS: Tacconi, Bruno P., Cabrini, Tricella, Brio, (c) Scirea, Mauro, Laudrup (Alessio 87), Rush, De Agostini, Buso
A disposizione: Bodini, Vignola, Siroti, Lo Porto
Allenatore: Rino Marchesi
ARBITRO: Lanese
AMMONIZIONI: Scirea 46, Tacconi 66 (Juventus)
BRAVO SACCHI, NON ESAGERARE
COSTRETTA a far risultato anche nella partita più difficile dell'anno, la Juventus non ha temuto di schierarsi alla provinciale e, imbattuta, ha negato al Milan la gioia di consacrarsi campione il giorno stesso in cui si accomiatava dal suo pubblico grande e generoso. La battuta di arresto ha molto deluso Capitan Berlusconi e Arrigo Sacchi. In effetti, la partita che doveva essere dell'apoteosi è stata bruttata da un calcio senza gloria di idee e di emozioni. Un paio di acquazzoni accompagnati da grandine hanno cosparso il terreno di pozzanghere fatali al Milan, che non ha potuto estrinsecare il suo forcing, solitamente improntato a furente dinamismo. Come avevamo ritenuto giusto anticipare nella presentazione del mattino, la Juventus si è difesa gagliardamente. In certi momenti ha rinnovato le immagini non proprio entusiasmanti dei catenacci vecchia maniera. A la guerre comme à la guerre! Il pragmatico Rino Marchesi non ha badato a pregiudizi formali: ha preteso dai suoi che si battessero nei limiti di un lecito agonismo e alla fine ha avuto ragione. Azzeccata ogni giusta contraria (il rude Brio prima su Virdis e poi su Van Basten; Cabrini prima in centrocampo e poi su Virdis; Scirea libero con Tricella a oscillare, anch' egli libero, sull' avanterra della difesa; Bruno costantemente alle calcagna del piè-veloce Gullit), Marchesi e i suoi hanno lasciato imbattuti San Siro: non solo, ma se qualcuno mai li avesse tirati al cimento, con tutte le ragioni di questo mondo avrebbero potuto recriminare su un fallo da rigore ignorato dall'arbitro Lanese (17' del primo tempo: sgambetto di Costacurta ai danni di Buso arrivato ad accentrarsi in area). Non mi risulta che Marchesi si sia rifatto a quell'episodio: in fondo avrà riflettuto che Lanese non ha voluto di proposito intervenire in modo così drastico nell' andamento d' una partita decisiva per lo scudetto. Ha fatto bene Marchesi, e l'arbitro con lui.
L'esito della classicissima è stato affidato alle azioni dirette. Purtroppo, Colombo da una parte e Rush dall'altra - ma con maggiori colpe del milanista - hanno sciupato le sole due palle-gol create su azione nei 90' regolamentari. Due altre conclusioni degne del gol ha ottenuto di forza il magnifico Simba Gullit, però traendo spunto personalissimo da palloni casuali, nel corso di azioni confuse, anzi caotiche: sul forte sinistro scagliato da entro l' area si è superato Porthos Tacconi con fulmineo tuffo; e l' incornata, in verità non molto agevole, ha solo indotto la palla a spiovere sull' incrocio dei pali. Alla fine, chi abbia onestamente annotato il numero e la qualità delle azioni non ha potuto fare a meno di concludere che, nel primo tempo, la Juventus aveva attaccato persino più del Milan all' avvio; e che l'accanita difesa della sua porta le aveva consentito di chiudere meritatamente in pareggio senza gol. Come era umano prevedere, il forzato rinvio della festa per lo scudetto ha molto amareggiato Sacchi. Egli ha avuto il buon gusto di ammettere che il Milan, privo del suo insigne capitano, Baresi II, non aveva fornito una prestazione particolarmente ammirevole per la qualità del gioco; tuttavia, non ha resistito alla tentazione di bollare con infamia "il vecchio, obsoleto" gioco all' italiana della Juventus. "E c'è qualcuno a cui piace", avrebbe anche deplorato lo stratega di Fusignano: "Qualcuno che lo difende!". Sentendomi chiamato in causa a dispetto di certi amichevoli e confidenziali coups de tèlèphone, non posso a meno qui di stupire alla sdegnosa e permalosa ingenuità di Sacchi. Meritevolissimo esempio di conduzione tecnica e psicologica (non peranco tattica) alla sua prima folgorante apparizione nell' arengo del grande calcio nazionale, Righetto Sacchi ha decisamente ceduto al malumore nel deplorare un modulo che la stessa voglia di vincere (preceduta da quella di non perdere) ha via via imposto nel tempo ai nostri migliori tecnici. Il calcio all'italiana, peraltro superato in molte occasioni, è tipico delle squadre più deboli. Bada prima a non prenderne e poi, se va bene, a segnare. La grande Inter degli anni Sessanta ha esaltato con stile unico la difesa secondo principi che l' ineffabile Accaccone ha dovuto adottare in Italia, salvo poi farli propri a parole e spropositarli come prodotti (pensa te) dall' ècole franaise! Lo stesso Valcareggi è arrivato in finale al Messico, nei mondiali '70, con una squadra che forse non valeva il quinto posto.
Il favoloso Rocco aveva preparato la strada lanciando prima il Padova e poi il Milan. Chi ha superato il concetto strettamente italico di quel gioco sparagnino e spesso cinico è stato Enzo Bearzot, nel '78 e nel trionfale '82. Egli ha attuato e proposto una ragionevole contaminatio (o fusione) fra i pericolosi agi della zona e le rigidezze talvolta limitative del modulo all' italiana, sempre fondato sulla marcatura a uomo. Appena giunto a Milano, Righetto Sacchi ha cippato (tamquam passer) alle delizie della zona buscando malamente da Fiorentina ed Espanol: si è poi molto modificato in retrovia chiamando sempre i centrocampisti a proteggere i difensori: soprattutto, si è potuto avvalere di elementi devoti (al verbo societario, dico, ispirato da Berlusconi) e decisi a sacrificarsi senza ritegni nè morali nè fisici. Inoltre, ha potuto disporre di Simba Gullit, un mulattone olandese che ha la classe atletica di Juantorena e l' abilità presti-pedatoria di un campione autentico. Ha detto bene Marchesi: si fa la zona quando si può, non quando si vuole. Aggiungo io che già il Milan la fa sui generis, marcando anche l'uomo quando è necessario, e che profonde energie con tanto e continuo slancio da far paura. Il buon Sacchi negava che i suoi prodi potessero mai denunciare logorio psico-fisico: lo 0-0 di San Siro lo ha smentito nel giorno stesso in cui finiva di crollare il Napoli. Sul mancato cinismo e sull'inopinato pudore di Ottavio Bianchi diremo a tempo debito. Ci basta qui ricordare a Sacchi che i meriti del calcio all'italiana non possono venire negati perfino a dispetto delle apparenze. Quest'anno uno strapotente Milan ha imposto il proprio nerbo dinamico, non sempre un calcio da tramandare a imitatori ed a posteri. La chiusa polemica, a difesa di tanti che hanno visto crescere Sacchi, non impedisce però al cronista lombardo di invocare che si alzino le bandiere e i canti per il buon vecchio Milan campione d' Italia, per Sacchi che l'ha guidato, messo e tenuto in condizione, per capitan Berlusconi che ha risparmiato a suo tempo i soldini (!!!) per tanto acquisto. Si tenga ora il Milan questo suo meritato XI scudetto come noi ci teniamo le idee che riguardano il modulo più adatto agli italiani, agli argentini, ai chirghisi ed a chiunque abbia onesta coscienza dei propri limiti. Così sia.
Gianni Brera
tratto da: La Repubblica 10 maggio 1988









