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martedì 25 febbraio 2025

25 Febbraio 2017: Juventus - Empoli

Grazie al Canale Youtube Ufficiale della Serie A TIM vi offriamo questo gustoso amarcord della data odierna. É il 25 Febbraio 2017 e Juventus ed Empoli si sfidano nella settima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 2016-17 allo 'Juventus Stadium' di Torino.

I Bianconeri con al timone Massimiliano Allegri partono in pole position per vincere l'ennesimo campionato. Ed infatti arriva il sesto consecutivo ed il terzo sulla panchina juventina per l'allenatore livornese.

Dall'altra parte ci sono i biancoazzurri toscani che disputano una stagione a due faccie. Mentre nel girone di andata gli empolesi si impongono come una squadra da metá classifica, in quello di ritorno non saranno all'altezza delle altre squadre involute nella zona retrocessione. Infatti si fanno raggiungere e superare dal Crotone che, incredibilmente, gli beffa un posto in Serie A.

Buona Visione!



juventus


Stagione 2016-17
Campionato di Serie A - 7a giornata - Girone di Ritorno
Torino - Juventus Stadium
Sabato 25 Febbraio 2017 ore 20.45
JUVENTUS-EMPOLI 2-0
MARCATORI: pt 42' Tévez; st 49' Pereyra
JUVENTUS (3-5-2): Buffon; Barzagli, Bonucci, Ogbonna; Lichtsteiner, Sturaro (33' st Pereyra), Padoin, Vidal (41' st Pepe), Evra; Llorente (22' st Morata), Tévez
A disposizione: Matri, Chiellini, Storari, De Ceglie, Rubinho, Marrone, Vitale
Allenatore: Massimiliano Allegri
EMPOLI (4-3-1-2): Sepe; Hysaj, Rugani, Barba, Silva Duarte; Vecino, Valdifiori, Croce (29' st Zielinski); Saponara; Pucciarelli (33' st Verdi), Maccarone (28' st Mchedlidze)
A disposizione: Tavano, Pugliesi, Bassi, Tonelli, Signorelli, Laurini, Brillante, Somma, Diousse
Allenatore: Maurizio Sarri
ARBITRO: Giacomelli
AMMONITI: Tévez, Silva Duarte, Saponara, Barzagli



Come all'andata, i bianconeri faticano per un tempo contro i toscani poi risolvono la sfida con un uno-due in 13': apre il croato, con la decisiva collaborazione di Skorupski, chiude i conti il brasiliano. La Roma torna momentaneamente a -10
TORINO - Con il minimo sforzo la Juve sbriga la pratica Empoli e aggiunge un altro tassello al lastricato che la sta conducendo verso il 6° scudetto di fila. Pur senza impressionare, la squadra di Allegri si conferma una macchina perfetta: 9/a vittoria consecutiva (11/a allo Stadium) tra coppe e campionato, 30/a davanti al proprio pubblico in serie A. Numeri impressionanti che da soli spiegano perché in Italia i bianconeri sono senza rivali. Curiosamente è stata una partita molto simile all'andata. La Juve ha sofferto un tempo l'accorto schieramento della squadra di Martusciello ma poi, una volta in vantaggio, ha camminato sul velluto chiudendo immediatamente i conti.
ALLEGRI VARA IL 4-3-3 - In vista dell'imminente semifinale di coppa Italia con il Napoli, Allegri ha cambiato 6 uomini nella squadra scesa in campo ad Oporto inserendo Neto, Dani Alves, Bonucci, Rugani, Marchisio e Sturaro al posto di Buffon, Lichtsteiner, Barzagli, Chiellini, dell'indisponibile Khedira e di Dybala. Non solo: ha cambiato anche modulo proponendo il 4-3-3 con Marchisio regista e il duo Sturaro-Mandzukic a completare la catena di sinistra. Martusciello ha risposto cambiando due pedine nella squadra sconfitta dalla Lazio: fuori Croce e Maccarone, dentro Mauri e Marilungo.
JUVE BLOCCATA NEL PRIMO TEMPO - La Juve ha sciupato subito un paio di occasioni con Higuain e Mandzukic e si è un po' fermata, pensando di andare comunque incontro a una facile passeggiata. Invece col passare dei minuti l'Empoli, mai disordinato, si è chiuso meglio e ha costretto i bianconeri a faticare per trovare varchi. Non riuscendo a sfruttare le fasce, la Juve ha cercato di sorprendere gli azzurri con i tagli dalla trequarti per l'inserimento di Mandzukic. Ma il croato non ha trovato il guizzo giusto per colpire. La migliore occasione l'ha sciupata al 31' perdendo l'attimo giusto per la battuta a rete dopo aver saltato anche Skorupski in uscita.
UN AUTOGOL SPIANA LA STRADA ALLA JUVE - Malgrado l'inatteso 0-0 all'intervallo, la Juve non si è spazientita e, nella ripresa, dopo aver fatto le prove generali con un altro duetto sull'asse Mandzukic-Higuain, è passata (52'), anche con un pizzico di buona sorte: l'ennesimo cross dalla destra, stavolta di Cuadrado, ha pescato in mezzo Mandzukic che di testa ha colpito prima la traversa e poi il petto di Skorupski che, da terra, si è sfortunatamente infilato il pallone nella propria porta.
ALEX SANDRO CHIUDE I CONTI - La Juve si è scrollata di dosso ogni timore e al 65' ha definitivamente chiuso i conti con Alex Sandro che, smarcato in area da Dani Alves, ha segnato una rete da grande attaccante con un bel sinistro in girata dopo una bella difesa del pallone spalle alla porta. La partita è finita qui. Anche perché l'Empoli si è rassegnato e la Juve non si è ostinata con cattiveria alla ricerca del 3-0. L'occasione migliore l'ha avuta nel finale il subentrato Dybala che ha sfiorato il secondo palo con un sinistro a giro dal limite. Ma con Napoli, Porto e Milan all'orizzonte, è bene che il gol lo tenga in serbo per uno dei prossimi importanti impegni.




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Miralem

Higuain

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Dani Alves

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sabato 8 febbraio 2025

8 Febbraio 1987: Juventus - Empoli

È l'8 febbraio 1987 e Juventus e Empoli si sfidano nella terza giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1986-87 allo Stadio Comunale di Torino.

La Juventus è Campione d'Italia in carica mentre l'Empoli annaspa nelle posizioni di retrovia. A fine campionato i bianconeri piemontesi saranno secondi dietro al Napoli (per la prima volta scudettato) mentre i toscani finiranno al quart'ultimo posto salvandosi così dalla retrocessione in Serie B

Buona Visione!


juventus



Stagione 1986-1987 - Campionato di Serie A - 3 ritorno
Torino - Stadio Comunale
Domenica 8 febbraio 1987 ore 15:00
JUVENTUS-EMPOLI 3-0
MARCATORI: Serena A. 3, Serena A. 6, Cabrini 78

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini (Soldà 72), Brio, Scirea, Mauro (Briaschi 79), Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup
Allenatore: Rino Marchesi

EMPOLI: Drago, Vertova, Gelain, Della Scala, Lucci, Brambati, Calonaci (Baiano 56), Urbano (Carboni 79), Ekström, Della Monica, Cotroneo
Allenatore: Gaetano Salvemini

ARBITRO: Mattei




Juve-Empoli/ Commento
Dalle Magie di Platini nascono Gol

Michel Platini non ha segnato, ma è stato il protagonista del 3-0 sull'Empoli. Sono ormai 1071 minuti che il fuoriclasse francese non trova il gol: ieri, però, ha propiziato quelli di Serena, con un corner alla Junior e un lancio alla Platini, e l'ultimo di Cabrini sia pure favorito dall'errore del portiere Drago. Giocando in posizione pla avanzata, a stretto contatto con Serena e Laudrup, oltre agli assist ha cercato il bersaglio anche da fuori area per dimostrare che il suo destro è ancora in grado di piazzare colpi da ko. Per il resto, c'è da augurarsi che Platini (come l'ottimo Mauro) si mantenga sugli stessi livelli sino al termine della stagione. Da qualche settimana la sua forma è in crescendo.

Ieri ha anche ritrovato il gusto del gioco, presto ritroverà anche il gol. Peccato che solo a sprazzi sia stato assecondato dal resto della squadra che, sul 2-0, s'è un po' adagiata annoiando il pubblico che pregustava il festival del goi dopo il fulmineo uno-due di Serena. E l'Empoli, con le sgroppate di Ekstroem e gli inserimenti di Urbano, ha capito l'antifona creando qualche problema all'attento Tacconi.

A centrocampo tornava Bonini, ma, a prescindere dal suo contributo dinamico, ha difettato di precisione nel passaggio. Combattivo come sempre ma meno lucido è apparso Manfredonia e la manovra, sale fasce laterali, ha perso fluidità. In compenso, Platini è di nuovo. Platini e Serena, dopo i pali di Brescia ed Avellino, hanno firmato la prima doppletta della stagione e si portano a quota 4, come Manfredonia, capocannoniere bianconero. All'appello manca Laudrup, talento alla ricerca di se stesso. Il rendimento del danese continua a suscitare perplessità.

L'ex granata Brambati lo ha spesso fermato fallosamente (ed è stato anche l'unico ammonito di una gara corretta), ma Michelino non riesce più a sfoderare il cambio di marcia che era la sua miglior prerogativa. Quella di ieri poteva essere in partita della sua riscossa, invece ha deluso, lasciandosi tradire dalla voglia di strafare, anziché cercare gli scambi con i compagni per evitare i corpi a corpo con Brambati, il Briegol del Filadelfia. 

Marchesi fa bene, comunque, a dare fiducia a Laudrup: sa che può far compiere un ulteriore salto di qualità al gioco della Juventus che non ha deposto le armi nella rincorsa al Napoli.

Bruno Bernardi
tratto da: La Stampa 9 febbraio 1987





IL TEMA/LA NON-CRISI DI PLATINI
HA ARRETRATO DI VENTI METRI LA ZONA OPERATIVA. ENTRA SOLO A TRATTI NELL'AREA DI RIGORE. SEGNA POCHISSIMO. L'ESPRESSIONE DI UN PROCEDIMENTO FISIOLOGICO NATURALE E IL VIZIO DELL'ULTIMO PASSAGGIO
IL GENIO L'ASSIST

NEL TRE A ZERO all'Empoli ci sono tre suoi assist (anche se il primo, a favorire Serena, è venuto dalla bandierina): c'è la conferma di un Platini diverso, certamente meno bello. Un Platini che magari non esalta più le folle come un tempo, ma che riesce comunque a rendersi utile alla causa juventina. Chi ne amava la vecchia versione, non accetta la nuova. Chi, pur di poterlo mostrare bianconero si accontenta, lo osserva con curiosità mista a speranza (di ritrovarlo cannoniere anche occasionale). Un Platini nuovo, dunque, in questa Juve che non vuole e non può mollare. Marchesi si augura che possa valere quanto il precedente, quello conosciuto dai più. Quello brillante. Angelo Caroli ci spiega l'evoluzione tattica del fuoriclasse francese.

PER GIOVANNI Agnelli, Michel Platini è come un bicchiere di champagne. Un vizio. Come lo era Omar Sivori. L'Avvocato ha dimostrato sempre uno spiccato senso estetico e spesso ha fatto cadere le proprie scelte calcistiche su campioni che appagassero soprattutto il palato. Umberto Agnelli, che fu presidente juventino dal '56 al '62, preferiva invece avere in squadra giocatori pieni di creatività, ma che si piegassero anche alle ragioni pratiche del collettivo. Un giorno, dopo una mortificante sconfitta, Umberto Agnelli disse a Omar: 

"Il fuoriclasse è chi gioca sempre bene e qualche volta benissimo." 

L'angelo dalla faccia sporca ricorda spesso quella frase arguta, che gli è rimasta attaccata come un tatuaggio. Ma fino a che punto è possibile un paragone fra Michel e Omar? Ogni frutto appartiene alla propria epoca e va conservato in essa, senza sconfinamenti, suggestivi finché si vuole, ma poco attendibili. Al massimo, si può dire che si tratta di talenti diversi. Platini è figlio dei nostri tempi, sintesi di una professionalità esasperata, più completo di quanto fosse l'italo-argentino, un computer in cui inserisce i dati necessari con la velocità della luce per poi fornire, con analoga rapidità, gli elaborati richiesti. Dilungarci su Michel sarebbe ozioso, i tifosi lo hanno conosciuto ed ammirato attraverso la storia di quattro campionati. Il dettaglio più sbalorditivo è la facilità intuitiva con cui trova, sempre, la soluzione ottimale. La completezza del repertorio gli fornisce alternative inesauribili, ma il suo segreto è quello di utilizzare la più vantaggiosa.

METAMORFOSICome tutti i grandi giocatori polivalenti, inclini sia a costruire sia a finalizzare lo schema, con il trascorrere degli anni Platini ha arretrato di una ventina di metri la zona operativa. Realizza meno gol ed entra solo a tratti nell'area di rigore, dove il gioco acquista un fascino speciale. È capitato a Boniperti, a Sandro Mazzola, a Bettega. Il francese, dunque, è solo l'espressione di un procedimento fisiologico molto naturale. Una metamorfosi che induce il pubblico ad una cinica ipercritica, come se avesse già dimenticato le prodezze regalate da Michel nelle stagioni migliori. Il pubblico, del resto, sta a quello che gli offre il presente, ed ha ragione, poiché paga per quello che vede. Quando appenderà le scarpe al chiodo, Platini sarà ricordato soprattutto per le immagini più belle, per i gol, le genialità, gli assist, il dominio del gioco attraverso la tecnica. Proprio come oggi si ricorda l'inimitabile e diabolico talento di Omar. Platini, molto spesso, non appare simpatico. Il senso dello humour è ben altra cosa. E dimostra una mal celata presunzione, un atteggiamento comprensibile che è in stretta relazione con la grandezza del calciatore. Questa è l'opinione più diffusa, che non intendiamo mettere in discussione. Però Michel non è un «furbo» come si sostiene con un luogo comune abusato. Piuttosto è un uomo estremamente intelligente e colto, che non sa gestire con i mass-media un agevole rapporto di lavoro. La furbizia gli avrebbe ispirato una maggiore disponibilità, a costo di fare violenza al proprio carattere schivo e riservato. Un collega spesso dice: 

«Michel è soprattutto timido, bisognoso di tutelare la propria privacy». 

E su questo tema si sviluppa nell'asso francese il conflitto più evidente: ha scelto uno sport che dà popolarità, e che, nel suo caso, lo pone di continuo sotto la luce violenta dei riflettori. Sivori era una calciatore fenomenale ed un fenomeno di simpatia. Certamente più simpatico del francese. Omar era estroverso e disponibile, però alla prima critica si adirava, come un bambino al quale avessero tolto le caramelle sotto gli occhi. Si trattava però di fulmini a ciel sereno e i tuoni avevano, il più delle volte, la durata di un giorno. I tempi sono cambiati, il giornalismo scandisce ritmi diversi e più frequenti, e non si può stabilire come Sivori avrebbe reagito, venticinque anni fa, alla richiesta di una intervista quotidiana.

BLACK OUT. Un giorno, la Juventus si preparava ad affrontare l'Haka di Valkeakoski sul campo neutro di Strasburgo (la Finlandia era coperta di neve), ci rivolgemmo a Platini per un'intervista. Eravamo un gruppo di inviati italiani. Michel non volle trattare nemmeno l'argomento più innocente eppure l'impegno era tutt'altro che trascendentale, non ritenne di aggiungere nulla ad un telegrafico «no comment». Lo accompagnammo dallo spogliatoio dello stadio dove la squadra si era allenata fino all'albergo, cinquecento metri di percorso, con la speranza che cambiasse idea. Sembrava che un gruppo di assistenti scortassero, passo per passo, il primario di un Ospedale. Il silenzioso interlocutore non uscì dal riserbo. Fu un atteggiamento irritante, antipatico. Non abbiamo mai capito cosa si nascondesse dietro a quel momentaneo black-out, se fosse il turbamento per il ritorno in Francia, in Alsazia oltretutto (Michel è nato in Lorena), o l'improbabile emozione alla vigilia di un match di Coppa delle Coppe. Aveva comunque presentato male la propria immagine. Perciò dissentiamo da chi lo definisce, un po' troppo semplicisticamente, «un furbo». Michel Platini è un oculatissimo uomo d'affari. Ha intuizioni brillanti e acume. Si dice che i suoi introiti ammontino ad una cifra molto vicina ai dieci miliardi di lire annue. La furbizia non basterebbe a costruire un impero del genere. Qui entrano in gioco proprietà mentali più raffinate, come il senso delle scelte, l'immediatezza nelle decisioni e un tempismo misurato che lo ha portato a rifiutare una trattativa vantaggiosa per mantenere la parola data ad altri. Un eccellente manager, un immenso calciatore, questo è Michel Platini, che noi collochiamo fra i cinque più grandi campioni visti in un campo di calcio.

Angelo Caroli
tratto dal Guerin Sportivo anno 1987 n.7




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venerdì 31 gennaio 2025

31 gennaio 1988: Juventus - Empoli

É il 31 Gennaio 1988 e Juventus Empoli si sfidano nella Seconda Giornata del Girone di Ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1987-88 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

É ancora una Juventus in pieno alto mare in questa stagione. Dopo l'abbandono di Michel Platini, la squadra (affidata a Rino Marchesi) non riesce a trovare la solita quadratura. Alla fine di questo campionato i bianconeri si piazzeranno in sesta posizione e dopo un emozionante spareggio contro il Torino acciufferanno il piazzamento UEFA per i capelli. Dall'altra parte c'é un Empoli che dopo un insperata salvezza la stagione precedente non riesce stavolta nell'intento e saluta la Serie A.

Buona Visione!

 

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Campionato di Serie A 1987-1988 - 2 ritorno
Torino - Stadio Comunale
Domenica 31 gennaio 1988 ore 15.00
JUVENTUS-EMPOLI 4-0
MARCATORI: Brio 2, Magrin 16, Rush rigore 60, Magrin 66

JUVENTUS: Tacconi, Favero (Napoli 46), Bruno, Bonini, Brio, Tricella, Mauro, Magrin, Rush, De Agostini, Buso (Alessio 62)
Allenatore : Rino Marchesi

EMPOLI: Drago, Vertova, Pasciullo (Di Francesco 70), Della Scala, Lucci, Brambati, Urbano, Cucchi, Ekstroem, Della Monica, Mazzarri (Caccia 62)
Allenatore : Gaetano Salvemini

ARBITRO: Sguizzato



Il libero bianconero ha superato il suo momento difficile 
Tricella: «È ora di rivincite» 
Bonini: «Finalmente siamo riusciti a controllare una partita dopo essere andati in vantaggio» 
- Favero, infortunato, dovrà stare a riposo per una decina di giorni 

TORINO — Sono Bonini e Tricella i bianconeri che disegnano con maggiore precisione la giornata juventina. Dice il centrocampista: 

«Finalmente abbiamo imparato a tenere in mano la partita, a controllare il vantaggio, cosa che, non, era accaduta con la Sampdoria, a Firenze e a Como. Questo miglioramento è più importante della vittoria. A centrocampo la zona ha funzionato, abbiamo imposto il gioco, senza mai subirlo". 

Aggiunge il libero, occupandosi del suo settore: 

"Niente gol al passivo: che bello. Forse siamo sulla buona strada anche in difesa". I due affrontano poi il tema personale. Bonini è polemico: 

"Non so giudicarmi. Forse sono stato bravino, forse sono andato male. Posso soltanto dire che gioco cosi da sempre (piccola frecciata a chi lo considera finito). Adesso stiamo attenti al Pescara, domenica non sarà come in Coppa Italia". 

Tricella sintetizza, invece, la sua stagione fin qui giocata in bianconero: 

«Avevo cominciato bene, poi sono andato in crisi a causa di problemi fisici, ora sto meglio e spero di prendermi qualche rivincita. La Juve oggi è stata discreta, anche se molti diranno che l'Empoli ci ha aiutati a fare bella figuro". 

Sfila Tacconi e questa volta è di pochissime parole: 

«Siamo stati bravi e fortunati, neppure un pallone del càvolo alle mie spalle. Il piccolo episodio del rigore dimostra che fra di noi c'è amicizia. Restando uniti potremo fare ancora molto. Il Napoli? Ci ripenseremo il prossimo anno, ormai è lanciatissimo". 

De Agostini non è in sintonia con il portiere. Per lui la Juve non potrà più bloccare la «lepre» partenopea, ma gli altri «cacciatori» non devono arrendersi: 

"Il campionato sarà aperto sino al termine. Milan, Roma e Sampdoria sono ancora in corsa". 

Nella Juve felice, un solo volto rabbuiato. E' quello di Favero che rischia uno stop di dieci giorni per uno stiramento alla coscia sinistra.

Dario Cresta-Dina
tratto da: La Stampa 1 febbraio 1988




IL TEMA/LA JUVE IN RIPRESA
In campionato non vinceva dal 29 novembre, quando sempre l'ex atalantino affossò l'Ascoli. Il poker all'Empoli la ricarica. E domenica va a Pescara...

Ora che bussa alla porta il Pescara, con la discrezione delle vittime designate, la Juve potrebbe anche far risuonare i suoi squilli di rivolta. Ian Rush leviga in silenzio i contorni di una possibile giornata da leone, si appresta ai probabili fasti dell'Adriatico come al banchetto d'una festa luccicante d'appetiti: contro gli abruzzesi, tra campionato e Coppa Italia, il gallese ha già segnato sette volte e gli auspici sorridono favorevoli: ora o mai più. La Juve che non vinceva in campionato dal 29 novembre (quando Magrin sotterrò l'Ascoli al Comunale) si propone dunque al lusso d'un pronostico affabile: tanto che il suo campionato potrebbe perfino prendere d'un tratto, se venisse doppiata la scorpacciata con l'Empoli, una piega nuova, meno stemperata tra le fibre anonime della classifica. In palio, un piazzamento Uefa ancora tutto da conquistare e i brandelli della perduta credibilità. Questa Juve più giù che su, con undici punti di ritardo rispetto al Napoli e appena otto di vantaggio sull'Avellino penultimo, si guarda allo specchio. È la Juve che abbiamo imparato oramai a conoscere: una squadra che vince solo per eccezione, che attraversa il campionato con vele spesso ammosciate, che riga la piatta superficie della graduatoria d'una traccia fin troppo rapida a scomparire. La Juve accoccolata sul banco degli accusati sin dall'inizio di questa stagione grama, percorsa tutta alla rovescio, nella goffa ricerca d'una formula che in qualche modo corrispondesse gli sforzi e compiacesse il blasone. Questa Juve che ha maramaldeggiato sull'Empoli ora pone un'ipoteca inattesa sul prosieguo del campionato: che potrebbe rinvenire in una parziale riabilitazione bianconera gli stimoli per un recupero d'interesse. Ma può questa Juve sovvertire gli astri sgarbati, riscuotere la stagione dal suo ostinato torpore, restituire la vita a un piatto fin qui irrimediabilmente sciapo? Accusa e difesa si affrontano agguerrite, in un processo che parte dalla quaterna contro l'Empoli e si dispone a scandagliare il futuro.

Per il pubblico ministero il compito che sembra fin troppo facile: uscita da una campagna di mercato finanziariamente massiccia (quattordici miliardi e mezzo di passivo), arricchita sensibilmente nella quantità, se non nella qualità complessiva, la squadra è sfuggita di mano al tecnico fin dal primo momento. A Marchesi, uomo del dubbio per eccellenza, aduso a macerarsi in silenzi che il filo di fumo del suo immancabile sigaro dice roventi, si imponevano scelte ardue, complicate, decisive: trovare una collocazione per De Agostini accanto al suo "modello" Cabrini; inserire in prima squadra il nuovo Alessio, troppo poco attaccante per non somigliare a Laudrup e abbastanza ala da sgomitare con Mauro; gestire la pletora dei terzini, appesantita da Bruno e Napoli; consegnare a un erede le chiavi del gioco manovrate per anni da sua maestà Platini; infine, confezionare per lo sfondatore Rush un involucro di manovra nuovo fiammante, adatto alle sue caratteristiche tutte britanniche, poco fumo di palleggio e molto arrosto di concreta presenza sotto rete. Quando la stagione ha preso a esigere il conto, non una scadenza è stata onorata: De Agostini è rimasto a galla solo grazie a una classe e a uno spirito agonistico formidabili, ma l'esperienza come inter-no nulla ha aggiunto al suo pedigree né ha regalato alla squadra scossoni fondamentali di gioco; la difesa non si è giovata dei nuovi arrivati, scontando al contrario il logoramento di Favero e Brio senza che un successore sia riuscito a imporsi a durevole attenzione; il dualismo Mauro-Alessio ha avvinto la squadra a una pesante palla al piede, sortendo come esito la quasi scontata perdita del primo (visibilmente scorato e quasi esaltato nella sua tendenza al vittimismo) e il perdurare delle perplessità sull'effettivo valore del secondo; a centrocampo l'assenza di un regista ha condizionato la manovra, disperdendola in mille rivoli di casualità e nulla ricavando dai disordina-ti esperimenti condotti via via con Magrin, lo stesso Mauro e il reprobo Vignola; all'apice della manovra, proprio Ian Rush ha finito col pagare per tutti: già di per sé alle prese con un ambientamento non felice sul piano psicologico, il gallese si è ritrovato a scontare fino alle estreme conseguenze l'incapacità della squadra di realizzarsi in positivi schemi di gioco, restando isolato e disarmato di fronte alle soluzioni più elementari. Così gli appuntamenti sono saltati via via nel corso della stagione per una Juve perennemente in ritardo, in debito di personalità, per la prima volta dopo tanti anni priva di difese e perfino di orgoglio. Alla radice di tanti dubbi irrisolti, dei mille gomitoli rimasti arruffati, l'indecisione di Marchesi, la ritrosia alle scelte definitive di un tecnico tanto abile sulla panchina di squadre di media caratura (alla guida delle quali è capace persino di miracoli, come quello realizzato a Como) quanto impotente di fronte agli obiettivi di vertice, alle prospettive che pretendono il rischio e quel pizzico di spavalderia che probabilmente manca al suo carattere di grande e inflessibile ragionatore.

Di fronte a una requisitoria così invadente, che spazio resta per una difesa non soltanto velleitaria? Pollice verso, verrebbe da suggerire, e saluti alla... corte fino alla Juve prossima ventura. Quella che probabilmente (diciamo al novanta per cento) avrà un tecnico straniero e punterà su un nuovo rivoluzionamento dei quadri. Eppure, non è forse inutile ricordare quanto ingrato sia stato il compito imposto a Marchesi: a ben guardare, proprio la ridondanza del materiale messogli a disposizione prova che questa stagione avrebbe dovuto proporsi come meramente interlocutoria, di verifica degli effettivi valori, come d'altronde aveva lucidamente previsto Agnelli l'estate scorsa, destando lo scandalo dei benpensanti e degli stessi protagonisti in bianconero. Come poteva questa Juve-ginepraio vincere subito? Marchesi vi si è gettato a corpo morto, districandosi al meglio: cioè offrendo a tutti un'opportunità e scremando alla fine i migliori con impietosa determinazione. Purtroppo una tale necessità di sperimentare, colludendo vistosamente con la sfortuna e con una qualità complessiva rivelatasi alla prova dei fatti tutt'altro che eccelsa, ha imposto pesanti pedaggi: la precoce oce eliminazione dall'Europa, l'ancor più rapida esclusione dalla lotta per lo scudetto. Tuttavia, proprio il sonante successo sull'Empoli, dopo quello d'un soffio mancato a Como, restituisce l'immagine di una Juve in progresso, che va sgravandosi di molte incertezze e recuperando la condizione psicologica indispensabile per restituire in extremis un senso alla stagione. La Coppa Italia offre prospettive incoraggianti, un deciso crescendo in campionato, favorito dal calendario, può garantire agevolmente il traguardo minimo del piazzamento-Uefa. In fondo, anche l'anno scorso l'escala-tion nel girone di ritorno consenti un secondo posto finale del tutto inatteso dagli scettici a oltranza. Marchesi, da uomo intelligente, ha compreso con amarezza che probabilmente i frutti del suo lavoro ingrato saranno raccolti e goduti dal suo successore: per questo punta a tagliare ancora qualche traguardo di prestigio prima di abbandonare anzitempo l'esperienza juventina. Dileggiato dal tifo, accusato senza pietà dalla critica, sta dimostrando una saldezza di nervi che rappresenta probabilmente il patrimonio più prezioso su cui può ora contare la squadra. Il lancio definitivo del giovanissimo Buso, che si sta profilando decisamente in queste giornate, può rappresentare il suo capolavoro. Assoluzione o condanna, dunque? Sarà il campionato a decidere: per conto nostro, non ci sentiamo di negare un minimo di fiducia alle possibilità di Madama. Il campionato in grigio, che pare aver esaurito i propri motivi di interesse al vertice, attende a braccia aperte la signora in bianconero. Un sussulto di nobiltà, conveniamone, non potrebbe che giovare alla sua salute estetica.

Carlo F. Chiesa
tratto dal Guerin Sportivo anno 1988 n.5




DA BRUTTO ANATROCCOLO A PLATINI PER UN GIORNO
IL MOSTRO MARINO

È lui la pietra dello scandalo. L'usurpatore. Il brutto anatroccolo del post-Platini. Il simbolo, addirittura, della decadenza bianconera. Contro questa cartapesta di accuse Marino Magrin esplode un paio di siluri mortiferi e affossa l'Empoli: prima trafigge Drago con una sciabolata rasoterra, poi grida al cielo la sua rabbia inventando una punizione da oltre trenta metri che ricalca proprio le straordinarie prodezze balistiche del Grande assente. E così sia. Marino Magrin raggiunge quota cinque nella graduatoria cannonieri, e si ferma unicamente perché sul dischetto davanti a Drago viene spedito Ian Rush, il gallese col serbatoio a secco e il morale bisognoso di propellente. Marino Magrin, soprattutto, dà un calcio alle critiche di una stagione sgarbata, si protesta a modo suo innocente, reclama la comprensione che fin qui gli è stata tenacemente negata. Di proporsi come l'erede di Michel il grande, in fondo, fondo, lui non si è mai sognato: così come non ha mai preteso di ambire gli stessi vertici attinti dal francese. Era arrivato alla Juve in punta di piedi, dispiegando anche fuori dal campo la sua personalità sommessa, la sua grinta inta di centrocampista sottovoce, di alacre ragionatore del gioco, di artista dei calci piazzati. Non è mai stato un regista autentico, se non nei tempi antichi di Montebelluna e soprattutto di Mantova, in Cl; si è sempre proposto invece come un interno di ottime doti, provvisto del lancio in verticale e del tiro a rete capaci di indirizzare la partita, ma non del colpo di genio del fuoriclasse. Così, in tutta umiltà, si è messo al servizio di una squadra che però era a sua volta abituata a mettersi al servizio di un Genio assoluto, e nient'altro attendeva che il successore. Su questo equivoco, subito esploso nei risultati e nella classifica, si è giocata la stagione avara dell'improbabile profeta venuto da Bergamo. La frattura che ne è conseguita con i compagni non ha fatto che appesantire psicologicamente la sua posizione. Delusi di non potersi più affidare alla bacchetta magica del grande risolutore, istintivamente propensi a imputare gran parte delle titubanze della manovra alla mancanza di un regista, i colleghi in bianconero non potevano che individuare in lui l'uomo-no, l'intoppo dell'ingranaggio, il primo colpevole. Le prove a rotazione di Marchesi, che lo hanno surrogato via via con Mauro o con Vignola, non hanno fatto, curiosamente, che accentuare l'impressione, puntando il dito accusatore su colui che il mercato aveva investito del ruolo del francese. Sia pure oltre la cortina della solidarietà di squadra, Magrin non poteva che cogliere questo palpabile clima di sfiducia, subirne le trafitture, sentirsi prigioniero d'un fantasma incancellabile: eppure il suo carattere di veneto tenace, forgiato dal lavoro e dalle conquiste sofferte (da ragazzo si guadagnava da vivere come falegname) lo ha portato a rispondere ai colpi con i colpi, scacciando la tentazione della polemica e limitandosi a rimettersi alla macchina ogni volta che il tecnico, deluso dalle alternative, gli ha concesso rinnovata fiducia. Nella superba prestazione contro l'Empoli, che lo ha visto finalmente giostrare con compiti non più sovrastanti ma semplicemente realistici, stanno i connotati più autentici del "vero" Magrin: il centrocampista tessitore, l'implacabile giustiziere dei calci piazzati, l'anima nascosta di una Juve che rassegnandosi alfine a non poter più recuperare certi lussi può restituirsi ad una accettabile dimensione di alta classifica. Forse, le prodezze di Magrin indurranno qualche compagno a riconoscere anche le proprie, di colpe. Certamente daranno a questa Juve la spinta giusta per tornare finalmente a galla. Un piccolo miracolo per un piccolo Platini. Anzi, per un grande, finalmente grande Magrin.

Carlo F. Chiesa
tratto dal Guerin Sportivo anno 1988 n.5 




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