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mercoledì 5 novembre 2025

18 Maggio 1977: Athletic Bilbao - Juventus

É il 18 Maggio 1977 ed Athletic Bilbao e Juventus si sfidano nella gara di ritorno della finale dellla Coppa UEFA 1976-77 allo Stadio 'San Mames' di Bilbao (Spagna).

In Italia é un campionato dominato dalle squadre piemontesi. Con Torino e Juventus 'abbracciate' in un appassionante testa a testa fino a fine campionato. Alla fine trionferanno i bianconeri per un solo punto in un duello entrato nella storia. 

In Europa si cerca intensamente la prima coppa!. Infatti questa arriva nella 'Cattedrale' di 'San Mames' dopo un aspra battaglia persa (ma la regola dei gol in trasferta premia i bianconeri).

Ripercorriamo in questo post la seconda sfida di quella storica finale. Qui potete riassaporare la gara di andata.

Buona Visione!  



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Stagione 1976-1977 - Coppa UEFA - Finale, ritorno
Bilbao - Stadio San Mames
mercoledì 18 maggio 1977 ore 19:00 
ATHLETIC BILBAO-JUVENTUS 2-1
MARCATORI: Bettega R. 7, Irureta 12, Carlos 78

ATHLETIC BILBAO: Iribar, Lasa (Carlos 64), Escalza, Villar, Guisasola, Alexanco, Dani, Irureta, Amorrortu, Churruca, Rojo J.F. 
A disposizione: Zaldua, Onaederra, Madariaga, Rojo J.A. 
Allenatore: Luis María "Koldo" Aguirre

JUVENTUS: Zoff, Cuccureddu, Gentile, (c) Furino, Morini, Scirea, Causio, Tardelli, Boninsegna (Spinosi 60), Benetti R., Bettega R. 
A disposizione: Alessandrelli, Cabrini, Marchetti A., Gori S. 
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Linemayr (Austria)
AMMONIZIONI: Benetti R. 63, Tardelli 70, Gentile 87 (Juventus)


 

LE PAGELLE DEI BIANCONERI 
BETTEGA IL MIGLIORE 

ZOFF — Serata drammatica per lui. Con gli assembramenti che si sono creati nei suoi pressi non ha potuto vivere una partita tranquilla. Gli è toccato saltare spesso in groppa a grappoli di colleghi e avversari, subendo cariche e rinviando il pallone come meglio poteva. E' stato bravo su un sinistro scagliatogli da Churruca nel primo tempo e su un tentativo molto ardito di Rojo I al 24' della ripresa. E' stata, la sua, una partita all'altezza della situazione, e comunque largamente sopra la sufficienza. 

CUCCUREDDU — Ha badato, come tutti del resto, a limitare la pericolosità del diretto avversario, Rojo I. Ha disputato 90 minuti puliti e ordinati. Gli è mancato un po' di fuoco e la possibilità di inserirsi avanti, in appoggio al centrocampo e all'attacco. Poiché il suo avversario cambiava spesso posizione con diagonali attraversamenti del campo, ha speso molte energie. Anch'egli ha patito il gioco alto, soprattutto quando in area si creavano mischie confuse. 

GENTILE — Attaccato come un francobollo a Dani, non ha potuto esprimersi nelle consuete galoppate sulla zona laterale sinistra. Occupato a difendersi, stimolato dalla verve di Dani, non ha mai smarrito la concentrazione. E' stato ingannato dal terreno viscido quando ha sbucciato nei primo tempo il pallone sul quale successivamente è scivolato Bettega, e del quale ha approfittato Villar per rimettere al centro, sul sinistro di Churruca. Come tutti i difensori, ha sofferto un po' H movimento del suo diretto avversario sull'arco d'attacco. 

FURINO — fra i migliori in campo. Ha coperto la sua zona con lucida applicazione, ha chiuso il settore sinistro quando Lasa si proiettava in avanti o quando Villar suggeriva inversioni di gioco. Ha lottato dal primo all'ultimo minuto, galvanizzando i compagni, facendo sentire la sua presenza ovunque, chiedendo a se stesso uno straordinario impegno. Anche nel gioco di testa ha tentato di far sentire il peso della propria esperienza. 

MORINI — Risucchiato in zone neutre da Amorrortu, qualche volta è apparso a disagio. In area ha lottato con i denti, irriducibile su ogni palla. Il gioco dei baschi non gli si addiceva molto. Spesso lo abbiamo comunque visto sospingersi in avanti, nel tentativo di dare all'azione juventina un maggior respiro. Certo che non è a lui che si devono chiedere squisitezze tecniche o congelamenti di gioco. 

SCIREA — Ha cominciato con molta calma, poi è stato contagiato dalla frenesia generale. Quando l'avversario imposta le offensive con scambi corti, è difficile uscire in copertura. Lui lo ha fatto bene. Ha mantenuto una certa misura « sporcando », causa il terreno viscido, un paio di palloni. Ha chiuso con maggiore sicurezza e con più decisione, concedendosi rare libertà di stile. 

CAUSIO — Capace di ispirazioni imprevedibili, spesso è caduto in assenteismi inspiegabili. Ha corso molto e a vuoto, è vero, preso in mezzo dal vortice « basco », però da lui si pretende ben altro. Quante volte avrebbe potuto, infatti, « congelare » il gioco in virtù della sua tecnica individuale? Invece è incorso in grosse ingenuità. Non sì è però mai disanimato e ha finito le fasi della partita con puntiglio.

TARDELLI — Sacrificato su Churruca (come avvenne a Manchester contro Kidd), raramente ha offerto il suo contributo in fase di spinta. Impegnato innanzitutto a ridurre al minimo la pericolosità del diretto avversario, ha svolto un oscuro lavoro, che non lo ha svilito, anche se lo ha limitato molto. 

BONINSEGNA — Soltanto al 7' della ripresa è riuscito a liberarsi della guardia attenta e spietata dell'avversario. Non esistevano le premesse perché Bonimba potesse fare bella figura, isolato com'era. Però ci è parso meno concentrato e combattivo del consueto. 

BENETTI — Insieme con Furino e Bettega ha cercato di amministrare il pallone con calma e raziocinio. Non è entrato nel vivo di azioni determinanti, ma ha fatto valere tutto il peso del suo vigore atletico e della sua forza d'urto. Come i colleghi, a volte ha « ballato » in mezzo al tourbillon basco. 

BETTEGA — Il migliore. A parte il gol realizzato con sicurezza e tempismo, l'ala juventina ha fornito l'ennesima prova di intelligenza. Bravo sia in copertura sia in zona di impostazione. Buoni i suoi tocchi, il suo tenere la palla per frammentare il gioco avversario. E bravo nel portarsi al limite dell'area di Zoff, quando il Bilbao usava l'arma del cross. 

SPINOSI — Entrato nella ripresa, cioè nel clima caldo del match, vi si è adattato. Buoni i suoi interventi di testa. Il gol di Carlos? Bravo Carlos.

Angelo Caroli 




Nella Catedral di Bilbao, la Juventus ha finalmente centrato I'UEFA prima vittoria di una rincorsa internazionale che durava da ottant'anni. La grande occasione sfuggita contro Ferencvaros, Leeds e Ajax è stata centrata in Spagna.
ArribaGiuve!

BILBAO La Juventus di Furino e Bettega è migliore di quella di Charles e Sivori, che pure è passata alla leggenda? La Juventus dei grandi stranieri non era mai riuscita a vincere una coppa. I bianconeri del 1977 hanno rotto l'incantesimo. Giampiero Boniperti ha vinto la sua prima coppa internazionale da presidente. Alla fine della partita, quando è piombato sul prato del "San Ma-mes", sembrava impazzito dalla gioia. Era più stressato dei giocatori, stravolto dall'emozione, continuava a baciare la grande coppa e gridava felice ai ragazzi: è la prima, è la prima! Nemmeno a Bilbao Boniperti ha visto la partita sino alla fine. Il gol di Carlos l'ha sentito in un bar, mescolato con i tifosi baschi. Ha chiesto una bottiglia di cognac e ha resistito sino alla fine. Poi è tornato allo stadio, e ha abbracciato tutti. Trapattoni ha giurato che sono stati i dodici minuti più lunghi della sua vita, ma sono stati dodici minuti tremendi per tutti. 
"Dopo aver scaraventato via il pallone dalla rete, Zoff mi ha chiesto l'ora. Gli ho indicato con le mani che mancavano ancora dodici minuti. Ha fatto un gesto di disperazione, non pensava di resistere sino alla fine. Poi man mano gli facevo segno che minuti passavano e il più grande portiere di tutti i tempi ha ritrovato il sorriso. L'arbitro austriaco Linemayr, forse per accontentare i tifosi del Bilbao che avevano chiesto invano almeno due rigori, sembrava che prolungasse il recupero all'infinito. Ma poi è arrivato il fischio finale a liberarci tutti da quest'incubo." 
LO RICONOSCIAMO senza falsi pudori: quando è in ballo il prestigio della patria, sia pure di quella calcistica, perdiamo l'obiettività, diventiamo tutti tifosi. Nella capitale della Biscaglia, la Juventus rappresentava l'Italia, anche in tribuna stampa ci siamo sentiti tutti bianconeri. Per vivere di più la partita, avevo abbandonato il palco riservato alla prensa, mi ero messo a tracolla una Nikon ed ero andato a piazzarmi dietro la porta di Zoff. Tutti hanno elogiato il meraviglioso pubblico basco. E il "Giornale" di Montanelli ne ha addirittura approfittato per darci una lezione di civiltà scrivendo:
«Evidentemente quella basca è gente che non si perde in demagogie e in chiassate fini a se stesse. Biscaglia non fa rima con l'Italia». 
Anche i supertifosi che seguono la Juventus dappertutto, da da Bertini a Servetti (che hanno il record delle trasferte), dai fratelli Gazzera, ai coniugi Agnesi, da Perroquet alla Stakanovista Fiorella di Pescara, mi hanno riferito di aver potuto fare il tifo indisturbati. É alla fine della partita si sono scambiati i gagliardetti con i tifosi avversari. Anch'io mi sono portato a casa una bandiera con l'ikurina (il vessillo dell'autonomia basca) ma perché un non meglio identificato tifoso dell'Atlhetic aveva cercato di piantarmela in testa. Una bottiglia di latte mi ha centrato in pieno, mi hanno tirato anche un panino e Zoff ha ricevuto pure un ombrello. E' vero che più di un tifoso mi ha invitato a bere il vino dalla Bota che mi veniva offerta dalle sbarre e ho dovuto bere perché sennò lo avrebbero considerata un'offesa, però la nostra dose di insulti ce la siamo presa anche al San Mames come in ogni parte del mondo. Quando dai segni che facevo a Zoff hanno capito che non ero basco, l'insulto più gentile che ho ricevuto è stato «ico de puta». Alle mie spalle sentivo che gli italiani venivano definiti "tutti maricones" cioè froci. Hanno urlato mafia e addirittura "Al Capone". Per diffamare l'arbitro hanno tirato in ballo Agnelli, che pure dovrebbe essere osannato dagli spagnoli per via della Seat. Quindi, andiamoci piano con l'esaltazione di questi concittadini della Pasionaria, diciamo piuttosto che tutto il mondo è paese e che anche a Bilbao si trovano le persone civili e i mascalzoni. 
E' SICURAMENTE vero che Bilbao non sembra nemmeno in Spagna e i tifosi pretendono pure che si dica Athletic per ricordare l'origine inglese. Il grido di guerra è 
«Alabì, alebà, Athletic ganarà». 
L'hanno gridato per novanta minuti, ma non è servito a nulla, perché la Juventus si è dimostrata più forte, e anche più furba. Dicevo che Bilbao rappresenta l'altra parte della Spagna e se parlate con Josè Anguel Iribar, il portiere che è un po' l'emblema del calciatore politicamente impegnato, vi spiega che i baschi vogliono l'autonomia perché sono stufi di mantenere gli altri spagnoli. Nella Biscaglia si lavora sodo: c'è il porto, ci sono le industrie e le miniere. A Madrid c'è la burocrazia, a Barcellona e a Valencia c'è il folklore. Qui nella Biscaglia tutto viene interpretato in chiave politica. In ogni palazzo c'è almeno una bandiera rossa con la croce verde di Santander, e la scritta Amnistia e il festoncino a lutto. Anche se in questo periodo la Vizcaya è paralizzata dagli scioperi e dalle barricate (ma rispetto a quello che succede in Italia è roba da ridere) hanno voluto fare a tutti i costi la partita anche per affidare il loro messaggio alla Eurovisione. Si può dire che pure la Juventus è stata strumentalizzata contro il Franchismo. Si attendono le elezioni del 15 giugno con la certezza che qualcosa cambierà anche se molto è già cambiato da quando Juan Carlos di Borbone ha preso l'eredità del Caudillo. Ma a Barcellona, a Valencia, a Cordoba, a Malaga, difficilmente sentite aneliti di libertà. Si pensa al flamenco e alla sangria, basta una paella e una corrida per far felice una famiglia. "El pais vasco", il popolo basco, invece cerca di costruire un mondo migliore, se ne infischia dei ballerini e dei toreri, era sicuro che la vittoria di Coppa Uefa avrebbe contribuito alla causa del separatismo. L'Athletic di Bilbao non ha mai cercato di imitare il Barcellona e il Real Madrid che spendono patrimoni di pesetas per comprare i fuoriclasse dell'Olanda e della Germania. L'Athletic è orgoglioso della sua autarchia, tutti i giocatori provengono dalla provincia basca e quindi Iribar e compagni hanno lottato contro la Juventus anche sotto questa spinta politica. Hanno lottato sino alla fine, ma non ce l'hanno fatta. Cioè hanno vinto la battaglia ma hanno perso la guerra. Perché la Coppa Uefa si vince sommando i due risultati e la Juventus l'ha spuntata perché il gol segnato da Bettega al "San Mames" secondo il regolamento contava doppio. I giornali spagnoli, dalla "Marca" a «El Mundo Deportivo», hanno criticato la Juventus tirando in ballo il famigerato catenaccio e hanno sparato a zero sull'arbitro. Siccome ero piazzato proprio dietro la rete di Zoff, posso garantirvi che nell'area della Juventus non ci sono stati falli da rigore, e che semmai aveva da protestare Zoff perché Irureta quando ha segnato il gol del pareggio è partito in fuorigioco. Intendiamoci; magari un arbitro casalingo avrebbe trovato anche il pretesto per indicare il dischetto. Ma è logico che la finalissima venga affidata ad un super arbitro in grado di non lasciarsi influenzare dal fattore campo. 
A ONOR DEL VERO si sono lette critiche anche su certi giornali italiani. Il "Corriere della Sera" non ha dato la sufficienza né a Morini né a Boninsegna, dimenticando che lo stopper e il centravanti sono stati messi in difficoltà dalle caratteristiche dell'avversario e della tattica non dalle proprie deficienze. Boninsegna era spesso solo nell'area avversaria, perché Bettega, dopo aver segnato il gol della sicurezza, si è messo a fare il terzino, e Morini sembrava meno sicuro del solito perché Amorrortu lo trascinava fuori dell'area (quando Trapattoni ha fatto entrare Spinosi e ha cambiato le marcature si è rivisto il Morini gagliardo di sempre). La «Gazzetta dello Sport» non ha elargito neppure un sette, ma per lo meno ha promosso tutti. «Tuttosport», non contento di aver bocciato Morini e Boninsegna, ha dato cinque pure a Scirea. A proposito di Benetti, Giovanni Arpino ha parlato addirittura di "un fallo da zampata omicida" dimenticando tutte le botte che Benetti ha preso senza reagire. Noi pensiamo che quando si conquista un trofeo così prestigioso, non si deve andare a cercare il pelo nell'uovo. Tutti meritano un elogio, anche quelli che sono rimasti disciplinatamente in panchina e che all'occorrenza sono risultati preziosi (come Spinosi, ad esempio). E non si può giudicare questa prova della Juventus, ignorando che la partita con il Bilbao è arrivata dopo mesi di stress psicologico e di fatiche fisiche. Dopo tutto quello che ha speso durante l'anno non si poteva certo pretendere che il Mingherlino Tardelli corresse come un disperato anche a Bilbao. Siamo anche noi convinti che la Juventus ha giocato meglio a Manchester contro il "City" e contro lo «United». Ма а maggio le partite si vincono anche con i nervi, non solo con la tecnica. E se questo Athletic è arrivato alla finalissima, significa che i Bilbaini non sono poi sinonimi di pellegrini come si è letto da qualche parte. Senza contare appunto che per il Bilbao questa era anche una partita politica e quindi è stata giocata con un «Animus» particolare, mescolando Furino a Franco. 
SI FA PRESTO a dire quello che ha scritto Arpino e cioè che la Juventus ha sbagliato a non segnare il secondo gol dopo aver segnato il primo con Bettega, perché così l'Athletic sarebbe andato kappaò. L'allenatore del Bilbao, Aguirre, ha spiegato che quella mazzata di Bettega invece di demoralizzarli li ha spronati ancora di più. Il pressing degli spagnoli è dipeso dalla loro rabbia disperata non certo dalla tattica rinunciataria della Juven-tus. Comunque il catenaccio lo hanno visto solo i folli prevenuti non certo i critici obiettivi. Boniperti come calciatore aveva vinto cinque scudetti e due Coppe Italia. Come presidente è già arrivato a tre scudetti e una Coppa Uefa. Sullo slancio di que ste vittorie è deciso a battere tutti i record. Nessuno nella Juventus potrà fare più di lui. Boniperti oscurerà anche la fama di Agnelli.

Elio Domeniconi
tratto dal Guerin Sportivo anno 1977 nr.21



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Cos'hanno detto i giornali

LA CONQUISTA della Coppa UEFA da parte della Juve è stata salutata da due quotidiani, Stadio e Gazzetta, con lo stesso titolo a nove colonne in prima pagina: 
«Juve finalmente!» 
e questo è significativo dell'apprensione con cui i tifosi hanno seguito le vicende bianconere a Bilbao. Sulla rosea, Giorgio Mottana, nel servizio titolato 
«La Juve esce dalla trincea con la Coppa», 
scrive: 
«Finalmente la Juventus ha vinto una Coppa. La Coppa Uefa è sua, il primo sospiratissimo traguardo di una stagione... Quando una coppa si vince in queste condizioni, non è lecito sottilizzare... E' stata un capitolo quasi drammatico, che si è risolto felicemente».

SU "STADIO" Fausto Fortuzzi scrive: 
«La Juventus ha finalmente conquistato un titolo europeo... Faticosa conquista per la Juventus, si deve dire, perché l'Atletico Bilbao l'ha costretta ad un martellante lavoro in trincea, attaccandola praticamente dal primo all'ultimo minuto».
"Tuttosport" era andato a Bilbao con Pier Cesare Baretti e Roberto Beccantini. Sulla partita (titolo a tutta pagina «EuroJuventus»), il vicedirettore del quotidiano torinese scrive: 
"La stagione forse più strepitosa di tutta la storia bianconera ha trovato una prima gloriosa finalizzazione nella conquista di quella coppa europea che ancora mancava nel repertorio della pluridecorata società torinese... L'ultima prestazione dei bianconeri, purtroppo non è stata all'altezza dell'intero cammino bianconero in Coppa. Non si è vista la gloriosa Juventus che aveva eliminato i due Manchester né quella che aveva fatto fuori i sovietici del Donetz, né quella che aveva eliminato il Magdeburgo, né quella che aveva baldanzosamente travolto l'AEK ».
IL CORRIERE DELLA SERA, da parte sua, aveva mandato a Bilbao il suo big Gianni De Felice che, tra l'altro, ha scritto: 
"... Ora che il commovente capitan Furino stringe finalmente una Coppa quasi più grande di lui... ricordiamo il curioso caso di questa Juventus che non riuscì mai ad imporsi a livello europeo quando aveva nelle sue file celeberrimi furiclasse di fama internazionale ed è stata invece capace di centrare l'entusiasmante obiettivo di una coppa europea con uomini che sono stati soprattutto dei meravigliosi combattenti. E questa caratteristica, questa coraggiosa disponibilità alla battaglia, quasi tutti gli juventini l'hanno dimostrata anche nell'infernale "catino" del San Mames. L'hanno confermata lottando, stringendo i denti fino allo spasimo degli ultimi dodici minuti... Per la Juventus è stata una battaglia più che una partita". 
De Felice ha fatto anche le Pagelle: 8 per Furino e Benetti; 7 per Zoff, Cuccureddu, Gentile, Scirea e Bettega: 6 per Causio, Tardelli e Spinosi: 5 per Morini e Boninsegna. Piero Guida è andato a Bilbao per "Il Messaggero": 
"... tanto di basco alla Juve!" 
titola il quotidiano romano; e questa è la frase iniziale del servizio dell'inviato il quale più avanti scrive: 
"I torinesi non hanno disputato una grande partita, sicuri forse di aver risolto tutto dopo il gol iniziale di Bettega... La mossa di Trapattoni al quarto d'ora della ripresa ha forse rischiato di far saltare tutto: l'inserimento di Spinosi ha potenziato la difesa, ma ha messo le ali agli spagnoli... che hanno preso a martellare l'area italiana. Il gol di Carlos a undici minuti dalla fine ha messo in ginocchio la Juve, ma in ginocchio era già anche il Bilbao il cui gran correre aveva fruttato un solo gol, quello di Amarrorto."
IL "CORRIERE DELLO SPORT" era rappresentato dalla sua prima firma del calcio, Ezio De Cesari che, nel suo lungo servizio, sottolinea come 
" un solo gol all'attivo, alla vigilia del match di Bilbao, non garantiva la Juve da eventuali brutte sorprese. E i rischi sono stati, infatti, molti anche se alla fine, è venuta la Coppa che giustfica il titolo a tutta pagina Europea a 80 anni". 
«II Resto del Carlino» per finire. Oddone Nordio inizia così il suo servizio: 
«II Bilbao ha vinto una partita, la Juventus la Coppa Uefa. E' questo quello che conta... Già tre volte, in un lungo arco di anni, era giunta ad una finale ma sempre era stata battuta: prima con gli ungheresi del Ferencvaros, poi con gli inglesi del Leeds e infine con i grandi olandesi dell'Ajax. Questa sera finalmente la squadra di Boniperti ce l'ha fatta a vincere questo Trofeo ».
Guerin Sportivo anno 1977 nr.21



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domenica 25 maggio 2025

25 Maggio 1983: Amburgo - Juventus

É il 25 Maggio 1983 Amburgo Juventus si sfidano nella Finale (a gara unica) della Coppa dei Campioni 1982-83 allo 'Stadio Olympiakos Spyros (Spiridon) Louis' di Atene (Grecia).

I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra piú forte del mondo' avendo in rosa motli elementi della nazionale Italiana Campione del Mondo a Spagna 82, con l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zbigniew 'Zibi' Boniek

La vittoria finale in Coppa dei Campioni sembra 'una cosa dovuta' peró la paura di vincere in europa e un 'tiro della domenica' di Felix Magath fermano i campioni bianconeri ad Atene nella finalissima.

Buona Visione!



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Stagione 1982-1983 - Coppa dei Campioni - Finale
Atene, campo neutro - Olympiako Stadio Spyros (Spiridon) Louis
mercoledì 25 maggio 1983 ore 21:15 
AMBURGO-JUVENTUS 1-0
MARCATORI: Magath 9

AMBURGO: Stein, Kaltz, Wehmeyer, Jakobs, Hieronymus, Rolff, Milewski, Groh, Hrubesch, Magath, Bastrup (Von Heesen 55)
A disposizione: Hain, Schroeder, Djordjevic, Brefort
Allenatore: Ernst Happel

JUVENTUS: (c) Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega R., Tardelli, Rossi P. (Marocchino 56), Platini, Boniek
A disposizione: Bodini, Storgato, Furino, Galderisi
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Rainea (Romania)
AMMONIZIONI: Bonini 36, Cabrini 39 (Juventus); Rolff 35, Groh 39 (Amburgo)





Amburgo-Juventus 25 maggio 1983: 1-0. "...sembra una barzelletta. Felix ha fatto una finta, fatto saltare a vuoto Bettega e calciato un iper-tiro galattico, sotto l’incrocio dell’incolpevole Dino Zoff..."

Per me Amburgo - Juventus del 25 maggio 1983 non è finita. Perché è da quando ho 9 anni che sono ancora là ad aspettare, nella stanza di Michele, che qualcuno me lo dica, che è finita. Sono da Michele perché poco prima, sul divano, al gol dell’Amburgo, mi si è aperta per la prima volta, sul mio petto, una ferita, un malessere esistenziale, che non conoscevo e che da grande avrei riconosciuto (poi) col nome di angoscia. E così mi sono spostato. A far finta di guardare i suoi soldatini. Di cui non me ne frega una beata cippa. In realtà per allievare quello stato di angoscia. Perché? Perché perdere sarebbe incredibile. 

E pensare che d’incredibile nell’attesa c’era la convinzione di tutt’altro. C’era la certezza dei poteri soprannaturali della mia Juve. Equiparabile a quelle robe da botteghino che danno su Sky. Tipo Advergeers, Giustice League, X men. Un battaglione di campioni del mondo votati alla vittoria, con a capo un genio francese a cavallo di un agile destriero di origine polacca.  Incredibile poi era stata l’avventura. I nostri avevano sconfitto prima i temuti inglesi dell’Aston Villa, detentori del titolo (in differita su rai 2) e poi, in semifinale, il diavolo rosso comunista, quest’ultimo nelle profonde di un citta lontana e impronunciabile (Wids…Widss…no ja fò…Widwedg lodg… Widzew Lodz, ecco!).

Lo ammetto. Per me Bettega non era un giocatore di calcio. Per me Bettega era immortale! E poi stavo da Adriano, il papà di Michele, a vedere la partita coi grandi. Seduto, comodo, invitato. Con Michele che si era dileguato subito, annoiato, salvandomi dal tedio di rispondere “no!” ad ogni suo invito a conquistare gli inglesi, posizionati sul comodino, con l’assalto di rampanti soldatini tedeschi che avanzavano dalla scarpiera della sua camera.
Assaporavo il solito lieto fine. Solo che poi è successo che uno che di nome fa Felix (ti farà mica dei male uno con un nome del genere?) ha ricevuto la palla da destra. A passargliela è stato Groth. Che a sua volta l’ha intercettata da un risentito Kaltz. Il quale si è incavolato. Un tipo che sono convinto si chiami così per via dei calzini arrotolati alle caviglie. E si sono mandati a quel paese. E sembra una barzelletta. E Felix, ha fatto una finta, fatto saltare a vuoto Bettega, e calciato un iper-tiro galattico, supersonico, raggi beta, sotto l’incrocio dell’incolpevole Dino Zoff.

Squarcio. Non sto mica tanto bene, e non è dolore fisico. Reggo fino all’inizio della ripresa, non rimontiamo, non tiriamo. Cerco Michele. Lo raggiungo. Coi tedeschi (maledetti) agguantiamo sti addormentati di inglesi sul comodino. E ho l’udito così vigile, pronto a sentire ogni minimo rumore dal salotto, qualcosa che mi dica che la stiamo riprendendo, che sento tutti i grilli e le cicale del paese cantare in coro, Vamos a la playa.

….E trentasette anni dopo io sono ancora là, in quella stanza, con un soldatino in mano e Michele di fronte a me. Perché è impossibile. E’ ancora impossibile che finisca così. 

Lorenzo Cargnelutti 






Nella finale di Atene sfuma ancora il sogno europeo della Juve: vittoria tattica del mago Happel su Trapattoni
Patatrap

ATENE. Mai più nei Balcani! Non è aria per la Juve. Atene '83 come Belgrado '73: senel '93, per dire, si disputasse un'altra finale di Coppa dei Campioni in Albania, i bianconeri farebbero meglio a dare forfait. Purtroppo, mentre dieci anni fa la (in fondo prevedibile) sconfitta contro l'Ajax non fu altro che un piccolo inciampo che rinviava di pochi mesi il nuovo discorso «europeo», la disfatta di Atene ha costituito un vero e proprio danno ecologico per le ambizioni della Vecchia Signora. Allora (nel 1973) la squadra aveva già in tasca il «vaucher» di uno scudetto appena vinto che la riproiettava immediatamente in Coppa Campioni: adesso ha in mano uno sfratto che le durerà almeno due anni. Di resurrezione ai livelli sognati, insomma, si riparlerà - eventualmente nell'85. E non è detto che, a risorgere, sia questa stessa Juve. Anzi...

TRASLOCHI. Ormai lo sanno tutti. Il Capo, ad Atene, c'è rimasto malissimo. E quando il Capo ci resta male sono dolori. Agnelli non è come Fraizzoli. Se ti dice 
"la ringrazio per tutto quello che ha fatto per noi" è come se ti avesse già mandato a casa il camion della Gondrand. In Grecia s'era portato gli amici più cari: vicino a sé, per affetto e per scaramanzia aveva voluto Jas Gawronski che è una persona deliziosa e che, con quel nome polacco, fa sempre chic. A tutti aveva promesso champagne e caviale da servire nella notte, in una certa coppa, in un suo isolotto dell'Egeo. Ma lo champagne è rimasto in frigo: il caviale se lo sono mangiati i camerieri. La Coppa, beh, quella è stata svenduta a dei signori tedeschi che passavano da Atene senza ambizioni. Insomma, viste come sono andate le cose, esiste il terribile sospetto che qualcuno come si dice pagherà. In Galleria San Federico è stato visto girare un signore con la mannaia. Sulle colline di Torino, fra un mese, sarà possibile trovare due-tre villette sfitte.

SCACCHI. Il disastro dell'Egeo richiama immediatamente l'immagine di certe ire funeste che presero corpo, in passato, da quelle parti. Ecco: come si manifesterà l'ira funesta di Agnelli e Boniperti? Chi finirà (o è già finito) nella lista dei buoni e dei cattivi? Sarà un olocausto bianconero o si procederà per gradi? Si penserà al domani o come a questo punto è prevedibile - al «dopo-domani»: cioè all'allestimento di una squadra già competitiva sin dalla rentreé europea? Chi, secondo, la Sacra Famiglia Lambs (Agnelli) si è reso maggiormente responsabile della deludentissima in rapporto alle aspettative annata bianconera? Secondo alcuni la prima testa in bilico potrebbe essere quella di Giovanni Trapattoni. Il suo, è chiaro, è il ruolo più delicato e non solo in omaggio allo scontato concetto che il primo a pagare deve sempre essere l'allenatore. Noi, personalmente, siamo grandi estimatori del Trap, convinti ammiratori delle sue doti di grintoso psicologo. Proprio per questo, però, siamo rimasti male nel vederlo, a Atene, in balia tattica di un collega che, evidentemente, è più mago di lui. Insomma, per farla breve, se è vero - com'è vero che la finale di Coppa Campioni è stata una grandissima partita a scacchi, da una parte abbiamo visto Karpov e dall'altra il campione sociale della Scacchistica Cusano Milanino. Dice Trapattoni che non è stato lui a sbagliare, che l'hanno tradito gli alfieri e soprattutto i re. Ma il Capo gli crederà?

CONFINE. Trapattoni (che comunque la Juve deve solo ringraziare per il palmarès che le ha dato in sette anni) ha un grandissimo atout: o, se volete, un grandissimo scudo. Se proprio la Dirigenza volesse infierare su di lui, non si vede chi potrebbe prendere al suo posto. A Boniperti piacciono Castagner e Marchesi ma, impegni attuali di costoro a parte, chi ci dice che esista un tecnico italiano che sappia davvero fare meglio del Trap a livello internazionale? E se fosse questo, cioè il suo, il vero limite, il vero confine della nostra genialità tattica? Certo, se il gelido Hap-pel fosse sul mercato, Boniperti lo «acquisterebbe a scatola chiusa». Ma, come si sa, il calcio italiano ha riaperto solo le frontiere delle «braccia», non quelle delle «menti». E dunque bisogna arrangiarsi con quello che c'è. D'altra parte è anche vero che non è facile trovare uomini-Juve: né per il campo né per la panchina. La Sampdoria, o il Verona, o persino l'Inter sono squadre che possono essere migliorate e potenziate con una certa facilità: forse «solo» con dei soldi. Ma per rinforzare una Juve o, addirittura, per rinnovarla e rilanciarla non si può andare al supermercato: bisogna andare in boutique. 
ALLORI. Delle intenzioni di «mercato» bianconero si comincia ormai a sapere qualcosa: se non parecchio. A occhio e croce Boniperti non sembra avere quelle pericolose crisi di riconoscenza molesta che negli ultimi tempi hanno travolto Enzo Bearzot. In questo, vedrete, potrebbe essere molto «aiutato» da certi piccoli, ineleganti, episodi di arroganza esplosi durante l'anno. Mai, prima di questa stagione, c'era stato uno juventino che avevo osato puntare i piedi al momento dei reingaggio: mai giocatori s'erano adagiati tanto sugli allori, mai avevano scritto libri di dubbio giusto, mai avevano malinterpretato con pericolosa (per loro) spregiudicatezza il famoso stile Juve: che tutto concede ma che tutto proibisce. Mai, per la verità, erano diventati campioni del mondo. Ed è questo, secondo il cinico Boniperti, il vero peccato originale di tutta la stagione bianconera. Un «peccato», a dire il vero, che sarebbe molto bello commettere anche più spesso e sul cui altare noi sportivi siamo persino disposti a immolare qualche delusione (come, appunto, quella della mancata vittoria in Coppa). Ma il Presidentissimo che quando ne ha voglia - fa malissimo, non è un romantico: è un bianconero. A lui, dei cieli azzurri, non gliene frega proprio niente. 
AAA. Insomma, quella di Atene potrebbe persino essere stata l'ultima partita nella Juve di più gente del previsto. Ai nomi, ormai scontati di Bettega e Zoff, potrebbero aggiungersene anche altri che fino a pochi mesi fa era bestemmia porre in dubbio.
Lo stesso Tardelli, lo stesso Rossi, lo stesso Scirea, per non dire di Gentile e di Boniek, hanno ormai perduto la loro fama di intoccabili. Il secondo posto in campionato e la finale in Coppa dei Campioni (o, se vogliamo, la sconfitta in campionato e la sconfitta in Coppa dei Campioni) costituiscono un bilancio che tradisce le attese e i pronostici. Né la Coppa Italia, comunque vada a finire, potrebbe lenire la delusione. La Juve ha pagato spietatamente la legge della «tre A»: Aberdeen, Anderlecht e, naturalmente, Amburgo. Evidentemente il trittico di Coppa di quest'anno doveva richiamare gli annunci economici. Eravamo arrivati ad Atene dicendo fra noi: 
«Questa è una squadra troppo forte per il campionato italiano: è una squadra europea.» 
Evidentemente il destino dei giornalisti è quello di sbagliare i pronostici. Per odio o per amore.

GAFFES. Forse la vera grande «colpa» della Juve è stata quella di aver... vinto per troppi giorni la Coppa dei Campioni. Era scontata, era fatta, era palese. E invece la squadra biaconera è stata campione d'Europa «solo» fino al 25 maggio. E a quel punto la gente, gli italiani, i quarantamila meravigliosi tifosi che avevano seguito la squadra hanno preso in considerazione l'ipotesi che una partita di calcio specie una finale di quel genere può essere vinta persino dagli «altri». Mai come questa volta la troppa euforia ha fatto tanto male: avevano visto sventolare per Atene una bandiera con scritto «Juve Campione d'Europa». Erano state queste bandiere a farci venire i primi brividi. Scaramanzia italica dove sei finita? Non sapevano i tifosi juventini che certi loro colleghi milanisti hanno ancora riposto, in cantina, un vessillo con la stella e con scritto sopra «Milan Campione d'Italia 1972-73»? Non furono forse loro i primi a ridere di quella terribile gaffe? E a proposito di gaffe? Quanto ci può avere aiutato il ripetere e lo scrivere che Rainea è sempre stato un arbitro «amico dell'Italia»? Non c'è davvero venuto il dubbio che, proprio per questo, lo smaliziato fischietto rumeno fosse tenuto ed obbligato a dimostrare il contrario?

PROFESSORE. La notte di Atene è un ricordo lontano, quasi sfocato. Un ricordo fatto di rabbia, di impotenza, di scoperte, di crudeli realtà. Uno scoppiettare di flashback che vedono il miope Magath scor razzare indisturbato per il campo, il futuro professore di geografia Wehmeyer insegnarci che cosa sono le famose fasce laterali, balzi Stein, l'isterismo di Tardelli e Boniek che colpiscono i loro avversari, l'orgoglioso dore di Zoff, l'incredulità di Bettega, la rabbia di Brio 
(«Ma perché là davanti non si muovono?»), 
I segni del k.o sul viso di Trapattoni, Galderisi e Bodini che si alzano dalla panchina non per scaldarsi ma per mandare un po' più d'aiuto da parte del pubblico, l'illusione d'un rigore che avrebbe solo depistato la nostra inferiorità, l'atteggiamento altezzoso di Rossi all'uscita dal campo, la perplessità incredula di Platini, i 5.000 tifosi tedeschi che zittiscono uno stadio bianconero. Le lacrime dei tifosi italiani in un aeroporto e in una città simili a Caporetto. Ecco, forse quei ragazzi in campo non si sono ricordati abbastanza - come avrebbero dovuto dei loro meravigliosi fan. Ma ora è tutto finito. Juve - grazie lo stesso. Però...

Marino Bartoletti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.22



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