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venerdì 31 luglio 2026

6 Marzo 1991: Liegi - Juventus

É il 6 Marzo 1991 e Liegi (Belgio) Juventus  si sfidano nella gara di andata dei Quarti di Finale della Coppa delle Coppe 1990-91 allo Stadio 'Gilles Magnée' di Liegi.

La Juventus tenta di riapproparsi dello scettro di squadra 'piú forte della penisola' con una nuova dirigenza tecnica affidata ad un allenatore del famigerato 'calcio champagne' Luigi Maifredi. Dopo un inizio di campionato incoraggiante i bianconeri naufragano tra caterve di gol presi ed addirittura a fine campionato si trovano fuori dalle Coppe Europee dopo 27anni.

In Europa la Vecchia Signora si fa valere almeno fino alle semifinali della Coppa delle Coppe. Li infatti trova i blaugrana del Barcellona e si deve arrendere non senza combattere peró.

Buona Visione!

 

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Stagione 1990-1991 - Coppa delle Coppe - Quarti, andata
Liegi - Stadio Gilles Magnée
Mercoledì 6 marzo 1991 ore 20:30
LIEGI-JUVENTUS 1-3
MARCATORI: Wegria autorete 32, Baggio R. 43, Julio Cesar 48, Houben 82

LIEGI: Munaron, Wegria, Waseige, Houben, De Sart, Machiels (Giusto 46), Boffin (Foguenne 62), Quain, Krncevic, Ernes, Malbasa
Allenatore: Robert Waseige

JUVENTUS: Tacconi, Luppi, Julio Cesar, Corini, De Marchi (Napoli N. 46), De Agostini, Haessler, Marocchi (Alessio 69), Casiraghi, Baggio R., Fortunato D.
Allenatore: Luigi Maifredi

ARBITRO: Schmidhuber (Germania Ovest)





LA LEGGE DEL LIEGI
Per la stampa belga è la delusione stagionale. Perduto il treno dello scudetto, può rifarsi solo in Coppa. 
"Ogni anno facciamo una vittima illustre", osserva il difensore Giusto. "Potrebbe toccare alla Juve".

La conclusione del girone di andata di un campionato da invariabilmente luogo ad un primo bilancio. In dicembre, qua si tutti i quotidiani e i periodici sportivi belgi hanno condotto la loro inchiesta sull'argomento. Una delle domande ricorrenti in questi servizi riguarda la squadra più deludente. E interessante constatare che, a parte il nome del St. Trond, il più menzionato è quello del Royal Football Club Liegi. Quasi tutti gli osservatori si attendevano molto di più dai detentori della Coppa nazionale. 

Si parlava di un probabile inserimento nella lotta per un posto in Europa, ma, a metà del cammino, bisogna riconoscere che gli uomini di Robert Waseige sono ben lontani dall'obiettivo. Le ambizioni del "Great Old" (il Grande Vecchio, così chiamato per l'antichità del club, che l'anno prossimo festeggerà il secolo di vita) sono svanite: rimane solo la Coppa, nella quale i rossoblù dovranno vedersela con il Lokeren a livello di quarti di finale. E poi c'e la Coppa delle Coppe, naturalmente: ma, a parte qualche sognatore, nessuno crede a un exploit contro la Juventus. Come spiegare la stagione grigia della squadra? Il primo fat-tore è la campagna acquisti-vendite dell'estate scorsa. I dirigenti del Liegi non hanno mai potuto contare su mezzi finanziari particolarmente robusti. Obbligati a fare di necessità virtù, hanno sempre condotto scelte oculate, badando al sodo e senza la pretesa di condurre operazioni spettacolari. L'estate scorsa, si sono registrati solo due movimenti: la partenza di Houart e l'arrivo di Edi Krncevic dal Mulhouse. In teoria, il bomber australiano, con il suo formidabile gioco di testa, doveva essere l'anello mancante di un complesso che lamentava la scarsa capacità di tradurre in gol la mole di gioco svolta. Assistito da due ali pure quali Luc Ernés e Nebosja Malbasa, l'ex punta dell'Anderlecht sembrava nelle condizioni migliori per segnare a raffica. Le cose sono andate in modo ben diverso: in tutto il girone di andata, Krncevic non aveva realizzato nemmeno un gol in campionato, e solo due erano state le reti in Coppa. Il longilineo attaccante sembra un altro giocatore, rispetto a quello irresistibile di due anni or sono. Colpa del soggiorno in Alsazia? Dei soldi «facili» guadagnati con il Mulhouse? Difficile rispondere. In ogni caso, ad appena 30 anni, non lo si può considerare un giocatore finito. E poi bisogna ammettere che il Liegi ha fatto ben poco per facilitare l'ambientamento del suo nuovo giocatore. Edi ha do vuto vivere in albergo per quattro mesi, in attesa che il club gli trovasse un alloggio adeguato; e, anche se non l'ha mai detto apertamente, non ha gradito affatto. Ora la situazione si è risolta e l'australiano ha riacquistato il buon umore e sogna il riscatto proprio nel doppio match di marzo con la Juventus. Ma c'è chi teme che sia troppo tardi per correggere il tiro di una stagione storta. Perché una punta faccia gol, infatti, occorre un organizzatore del gioco che il Liegi non possiede. La società aveva sperato che il ruolo potesse essere ricoperto dal jugoslavo Cvijan Milosevic, prelevato l'anno scorso dallo Sloboda Tulsa. Ma le aspettative del tecnico Waseige sono andate deluse, proprio come era accaduto la stagione precedente nei riguardi dell'olandese Angelo Nijskens. E cosi, visto che l'ex speranza Jean-Marie Houben segna il passo e Didier Quain ama giostrare in posizione arretrata, il Liegi si trova a giocare senza un vero punto di riferimento. I risultati sono eloquenti: i rossoblù non hanno vinto una sola partita esterna e hanno parzialmente smentito la fama di squadra irresistibile in casa; inoltre, la difesa non è più impenetrabile come una volta. Sono significativi anche i risultati mode-sti contro squadre di livello medio-basso: sconfitte con Courtrai (2-0), Gand (1-0) e Waregem (1-0), pareggi con St. Trond (1-1), Cercle Bruges (1-1) e Ekeren (2-2). Il Liegi sembra risvegliarsi solo nelle grandi occasioni: vedi il 2-2 esterno con lo Standard e il clamoroso 4-2 interno con l'Anderlecht.

Come si spiega tanta discontinuità? Alcuni chiamano in causa l'immutabilità della rosa. Gente come De Sart, Giusto, Habrant, Wégria, Quain, Boffin, Ernes, Varga e Malbasa rispondeva all'appello anche due anni or sono, mentre Robert Waseige guida i rossoblù da ben otto anni (un record). A lui si deve l'inserimento del Great Old fra le grandi, con diverse stagioni in Europa e la prima Coppa nazionale nella storia del club. Ora che la situazione è meno brillante, c'è chi parla di stanchezza all'interno del gruppo: dopo tanti anni insieme, certe motivazioni si sono forse affievolite, anche se Waseige non vuol sentir parlare di usura del proprio ascendente. Preferisce osservare che qualche giocatore non ha più la maglietta inzuppata di sudore al termine delle partite. Un males psicologico, dunque, un eccesso di confidenza che non dovrebbe ripetersi nelle due partite con la Juventus.

Chi sono, in definitiva, gli avversari di Baggio e compagni? In porta c'è l'eterno Jacques Munaron (34 anni), giocatore di grande esperienza internazionale. Faceva parte dell'Anderlecht che climinó la Juventus dalla Coppacampioni 1981-82 e ha... giustificato il prezzo del suo cartellino con una grande partita contro il Rapid Vienna (un rigore decisivo parato) l'anno scorso. Davanti a lui, Waseige dovrebbe schierare una difesa composta da cinque uomini. Bernard Wégria é titolare indiscusso nel ruolo di laterale destro. Tecnicamente e tatticamente attrezzato, non esita a proiettarsi in avanti ogni volta che ne ha l'occasione. Per le posizioni di marcatori centrali si candidano Moreno Giusto e Bernard Habrant: un mastino il primo, che sembra essere l'interlocutore naturale di Schillaci, più tecnico e portato ad alternare il controllo dell'avversario con l'impostazione, il secondo. A fronte di un duello senza esclusione di colpi (Giusto-Schillaci), se ne annuncia uno più tattico fra Baggio e Habrant. Quest'ultimo è il secondo stopper e si distingue per la visione del gioco. Dietro i due centrali agisce Jean-François De Sart, uomo d'ordine difensivo: contrasta e rilancia con grande eleganza, esibendo talvolta una potenza di tiro considerevole. Sulla fascia sinistra, Waseige deve scegliere tra Vincent Machiels e Danny Boffin, a seconda dell'impostazione più o meno offensiva che intende dare alla squadra. A centrocampo, Frédéric Waseige (il figlio del tecnico) e Didier Quain occupano generalmente una posizione arretrata: a loro toccherà il compito di reggere l'urto della manovra juventina. In regia, come si è detto, manca un vero direttore delle operazioni: ci provano Houben oppure Milošević. Sul fronte d'attacco, la scelta è fra tre uomini: Luc Ernés, che preferisce la fascia destra; Edi Krncevic, centravanti puro; e Nebosja Malbasa, ala sinistra o punta più avanzata. A Torino, con ogni probabilità, solo uno dei tre sarà lanciato nella mischia. E chiaro che, individualmente e collettivamente, i rossoblù appaiono di molto inferiori alla Juventus. I giocatori, però, sono fiduciosi. Giusto ama ricordare che due anni fa, prima di inchinarsi alla stessa Juve, il Liegi aveva eliminato il Benefica.

"Ogni anno facciamo una vittima illustre», osserva il piú italiano della squadra. Questa volta potrebbe toccare alla Juventus."




WASEIGE, MAI ESONERATO IN 18 ANNI
RECORD DEL FONDO

E veramente difficile trovare una persona più legata a Liegi di Robert Waseige. L'allenatore dei rossoblù è in effetti nato nella Città ardente il 26 agosto 1939 ed è li che è sbocciato. Vero ragazzo di Rocourt (dove abita tuttora, a meno di un chilometro dallo stadio dello F. C. Liegi) fu del tutto ovvio che si affiliasse al club locale. Firmò dunque la sua tessera di socio nel 1948 per poi salire, uno ad uno, gli scalini che portavano alla prima squadra. Terzino destro naturale, Waseige dovette fronteggiare la concorrenza spietata di Yves Baré, il miglior difensore destro del Belgio de gli anni Sessanta dopo Georges Heyelens, titolare dell'Anderlecht. Sbarrato quasi sempre da... Baré, Waseige si decise a tentare la sorte a Bruxelles: nel Racing White (attualmente diventato RWDM dopo la fusione con il Daring), dove ha giocato dal 1962 al 1971. L'anno successivo Waseige fece il suo debutto nella corporazione degli allenatori. A Winterslag, nel Limburgo belga, in quattro anni, spinse un modesto club dalla terza alla prima divisione. Approdato di colpo alla notorietà, ecco che nel 1976 lo Standard andò a bussare alla sua porta. Pur con mezzi limitati, Waseige riuscì sempre a restare tra i grandi ma senza ottenere successi di grande prestigio. Dopo tre anni eccolo di ritorno a Winterslag dove rimane fino al 1981, quando va a giocarsi la sua carta a Lokeren, dove si ferma fino al 1983 cogliendo un bel quarto posto nel 1982. Per la prima volta nella sua carriera dispone di una rosa di qualità con il danese Preben Larsen Elkjaer, l'islandese Arnor Gudjohnsen e i due polacchi Lato e Lubanski come stelle. Nel 1983 Waseige completa il cerchio ritornando alla squadra del suo esordio, ma questa volta come allenatore. Oggi, otto anni dopo, quell'uomo presiede ancora ai destini dei rossoblù e, in un momento in cui il carosello degli allenatori gira a tutto vapore nella maggior parte dei paesi, il fatto è abbastanza raro da meritare la citazione. Robert Waseige ha fatto di un club anonimo una delle societá più in vista del calcio belga. Se in occasione del suo esordio alla testa della squadra dovette accontentarsi di un modesto dodicesimo posto, in seguito ha salito a grandi passi la scala della notorietà, per esempio terminando terzo nel 1984-85 e nel 1988-89. Grazie al lavoro di Waseige il «Grande Vecchio» ha ritrovato l'Europa nel 1985-86, circa vent'anni dopo l'ultima apparizione sul palcoscenico continentale (nel 1967-68 i rossoblù raggiunsero il secondo turno della Coppa delle Fiere, poi diventata Coppa Uefa, incontrando il Dundee). 

Durante questi ultimi anni il Liegi è sempre stato nel giro delle coppe, ma alla sua bacheca mancava ancora un vero trofeo. L'obiettivo è stato infine centrato alla fine della stagione scorsa con la vittoria nella Coppa del Belgio ottenuta battendo per 2-1 il Germinal Ekeren. L'ultimo vero successo risaliva al 1953, quando i rossoblù ottennero il loro ultimo scudetto. Qualificato ai quarti sia in Coppa Uefa che nella coppa nazionale, il Liegi marca tuttavia il passo in campionato. Per il secondo anno consecutivo il suo ruolino di marcia è incostante: gli exploit contro le grandi sono seguiti da incomprensibili disfatte di fronte alle seconde scelte. Ce n'è abbastanza affinché qualcuno si interroghi sull'avvenire di Robert Waseige a Rocourt. Sotto contratto ancora per una stagione e mezza, tutto lascia però credere che arriverà comunque alla fine del suo mandato. 

In 18 anni di carriera come allenatore, Waseige é riuscito nell'impresa unica di non essere mai stato licenziato, arrivando sempre alla scadenza dei suoi contratti: ci sarebbe da stupirsi se ora accadesse il contrario. Quale che possa essere il suo avvenire a Rocourt, si può essere certi che Waseige non resterà mai a corto di offerte. Stimato sia dai francofoni che dai fiamminghi per la sua indubbia competenza, molti vedono in lui l'unico possibile erede di Guy Thys alla guida della Nazionale belga. Non ci sarebbe da stupirsi se i «Diavoli Rossi» affrontassero le qualificazioni al Mondiale 1994 con lui alla guida.

Bruno Govers
brani tratti dal Guerin Sportivo anno 1991 n.8




LE PAGELLE BIANCONERE
Baggio e Julio Cesar, sette con lode 
Da sottolineare anche la prova di Luppi, De Agostini e Marocchi 
DAL NOSTRO INVIATO 
Julio Cesar, baluardo insuperabile anche ieri sera nel match di Coppa a Liegi 
Baggio ha segnato contro il Liegi la sua nona rete bianconera in Coppa 

Tacconi 6: era sceso in campo debilitalo dalla febbre (38,5°), ma ha parato il parabile. I belgi l'hanno graziato due volte, sul 3-0, poi Houbon con un gran destro al volo ha interrotto l'imbattibilità del portiere che, in Europa, durava da 803'. 

Luppi 6,5: in uno schema di rimessa, si è proiettato spesso a briglia sciolta nei corridoi liberi. Da una sua incursione è scaturito il cross dal fondo che, dopo i colpi di lesta di Casiraghi e Baggio e il tiro di Marocchi, ha sbloccato il risultato su autogol di Wegria. 

Julio Cesar 7: imperioso e autorevole ha bloccato Krncevic, una sua vecchia conoscenza con il quale aveva un conto in sospeso per due gol incassati nel Montpellier contro il Mulhouse. Con una bomba quasi da fondo campo ha siglato il 3-0, secondo eurogol stagionale. 

Corini 6: in un centrocampo più protetto e irrobustito, ha svolto il suo compito con umiltà e dedizione, senza strafare. Con un pizzico di fortuna avrebbe potuto segnare il quarto gol. 

De Marchi 6: ha presidiato la sua zona mantenendo le equidistanze con Julio Cesar, senza concedere grosse palle-gol agli avversari. Dopo l'intervallo, per una botta alla mandibola, ha lasciato il posto a 

Napoli (6) che ha trovato una Juventus rilassata ed esposta ai contrattacchi del Liegi con qualche brivido di troppo, e non di l'ebbro, per Tacconi. 

De Agostini 6,5: con la squadra più raccolta ma pronta a distendersi nei varchi, è apparso rigenerato, pronto a sganciarsi, a crossare e concludere: un suo bolide, sugli sviluppi di una punizione, ha sfiorato il montante. 

Fortunato 6: ha ripagato la fiducia di Maifredi puntellando il centrocampo con un lavoro oscuro ma redditizio. Se la squadra non si allunga, tutti i reparti soffrono meno e rendono di più. E anche le punte.

Haessler 6: utilizzato come tornante, ruolo che si confà alle sue caratteristiche, ha vivacizzato la manovra, cercando anche il gol da media distanza senza ricadere nel vizio del dribbling che, in spazi ristretti, lo penalizza. 

Marocchi 6,5: da un suo tiro, deviato con la gamba da Wegria, è iniziata la riscossa della Juventus. E' apparso in chiaro progresso, più lucido nella distribuzione del gioco non dovendo sfiancarsi a rincorrere avversari di altri. Maifredi l'ha fatto rifiatare negli ultimi 20' sostituendolo con 

Alessio (sv). 

Casiraghi 6: un lottatore cui manca un pizzico di fortuna per tornare ai migliori livelli. Già all'Olimpico con la Lazio era andato vicinissimo al gol. Ieri ci ha riprovato, a volte peccando anche un po' di egoismo. Ma la forma é vicina. 

Baggio 7: forse il miglior Baggio di Coppa delle Coppe edizione export. Era ora. Un gol raffinato e tante giocate di classe. In crescita sul piano fisico e agendo da seconda punta, come nelle notti magiche mondiali, in spazi più ampi, ha potuto far brillare il suo talento.

Piercarlo Alfonsetti
tratto da: La Stampa 7 marzo 1991




IN EUROPA È UN'ALTRA JUVE

Com'è andata: Si chiama Europa il balsamo per le ferite interne juventine, ed è un linimento efficace per le piaghe causate alla squadra bianconera dal campionato. Medico involontario, il modesto Liegi. La Juve, con un centrocampista in più al posto di Schillaci, è rimasta guardinga per una mezz'ora, poi ha affondato i colpi: prima con Marocchi, che ha scagliato un bolide dal limite dell'area deviato in rete da Wegria. Quindi, a due minuti dal riposo, con un «numero» di Baggio in giravolta. Alla ripresa delle ostilità Julio César ha addormentato la gara con una rasoiata laterale.

L'uomo-chiave: È giusto citare Julio Cesar.

Prospettive: Qualificazione certa, a meno di un harakiri collettivo.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1991 n.11






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martedì 21 novembre 2023

23 Novembre 1988: FC Liegi - Juventus

È il 23 Novembre 1988 ed FC Liegi (Belgio) e Juventus si sfidano nella gara di andata degli Ottavi di finale della Coppa UEFA 1988-89 allo Stadio 'Gilles Magnée' di Liegi (Belgio). .

È una Juventus che cerca di costruire una squadra ancora scossa dal addio di 'Le Roi' Michel Platini e dai fallimenti di Ian Rush e del tecnico Rino Marchesi. Guidati in panchina dalla leggenda Dino Zoff, i bianconeri raggiungono un quarto posto in campionato che dovrebbe rappresentare un buon viatico per il futuro. 

Dall'altra parte c'è un FC Liegi meteora del calcio europeo di quegl'anni - tanta grinta e forza ma per i rossoblu non ci sarà speranza contro la Juve.

Buona Visione! 




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Stagione 1988-1989 - Coppa UEFA - Ottavi, andata
Liegi - Stadio Gilles Magnée
Mercoledì 23 novembre 1988 ore 18:45
FC LIEGI-JUVENTUS 0-1
MARCATORI: Altobelli 18

FC LIEGI: Stojic, Wegria, Quaranta, Houben (Giusto 34), Habrant, De Sart, Ernes, Quain (Boffin 71), Varga, Vaut, Malbasa
Allenatore: Robert Waseige

JUVENTUS: Tacconi, Favero, De Agostini, Cabrini, Brio, Tricella, Galia, Rui Barros, Altobelli, Mauro (Magrin 56), Laudrup
Allenatore: Dino Zoff

ARBITRO: Valentine (Scozia)





L'AVVERSARIA DELLA JUVENTUS/LIEGI
VARIABILE DIPENDENTE

Capace di adeguarsi ad ogni situazione tattica, la formazione di Robert Waseige è la più imprevedibile del calcio belga

Quando il sorteggio decreto nel Benfica l'avversario del secondo turn per il Liegi, erano pochissimi a pensare che i rossoblù si sarebbero salvati. L'unico a credere fermamente nelle possibilitá di una qualificazione era Robert Waseige, 49 anni, tecnico della squadra. Tatticamente smaliziato, l'uomo ama le battaglie che appaiono disperate e le affronta disponendo i suoi uomini in modo da togliere spazio agli avversari. Un approccio realistico, che i detrattori preferiscono definire cinico e difensivo a oltranza. Il primo esempio che viene alla mente è quello del settembre scorso, quando il Liegi affronto la proibitiva trasferta di Bruxelles contro l'Anderlecht: i difensori di Waseige costruirono una specie di linea Maginot che rendeva quasi impossibile giocare a calcio in modo accettabile. In quell'occasione, la stampa pronunció una condanna unanime, ma l'onestà vuole che si ricordi come in altre circostanze il Liegi abbia dato dimostrazioni di gioco spettacolare contro avversari temibili, quali il Bruges o il Malines. In fondo, la squadra è la traduzione fedele delle idee espresse dal tecnico: 

"Quando non si può vincere, bisogna badare a non prenderle". 

Ecco il motivo di un camaleontismo che fa del Liegi una squadra imprevedibile, capace di cambiare fisionomia a seconda delle circostanze. A parte questo, la forza della squadra sta nel collettivo, più ancora del Malines, il Liegi appare la formazione belga nella quale il talento individuale si esprime meglio al servizio degli altri. I giocatori suppliscono con l'impegno alle carenze tecniche, e il doppio confronto con il Benfica lo dimostra. In svantaggio dopo pochi minuti dell'andata al Rocourt, gli uomini di Waseige hanno imposto al match un ritmo forsennato, trovando i due gol della speranza. Nel ritorno, hanno saputo mantenere il vantaggio grazie a una disposizione tattica perfetta, capitalizzando il gol di Malbasa in apertura.

Ma sarebbe riduttivo parlare del Liegi solo in termini di compattezza e prestanza atletica. I giocatori che compongono la squadra sanno farsi valere anche per le loro qualitá individuali. Il portiere Stojic, ex nazionale jugoslavo, abbina la sicurezza alla semplicità. Wegria, il laterale destro, é collocabile immediata mente dietro a Gerets e Grün nella scala dei valori nazionali. Habrant e Giusto sono marcatori implacabili e eseguono con diligenza le direttive del libero de Sart, l'uomo più dotato tecnicamente del reparto arretrato. Sulla sinistra agisce Quaranta, di origine italiana come Giusto, un fluidificante moderno che ama sganciarsi ma non dimentica la copertura. A centrocampo, il cervello é Veyt, il braccio è l'infaticabile Ernès, l'uomo dell'ultimo passaggio è Houben e Quain è un altro cursore dalle doti atletiche straordinarie. Sul fronte avanzato, ci sono gli jugoslavi Varga e Malbasa, che si intendono a meraviglia e sanno come porre problemi difficili alle difese avversarie. L'estate scorsa, il Liegi si è mosso pochissimo sul mercato. L'unico arrivo importante riguarda Jean-Marc Bosman, dallo Standard. L'opinione di Was Waseige è che l'affare migliore sia stato quello di tenere lo jugoslavo Varga, oggetto di interessamento da parte di molte squadre dopo due stagioni impeccabili. Il doppio confronto con la Juventus non spaventa Veyt e compagni, che una volta di più non hanno nulla da perdere. Il Liegi non vince nulla dal 1953, anno del suo quinto scudetto. André Marchandise, presidente del club e imprenditore di successo, non lesina investimenti alla ricerca di obiettivi ambiziosi, e l'appuntamento con i bianconeri rappresenta una verifica importante anche al di là del risultato.


VEYT, IL SUCCESSO A FINE CARRIERA
RISARCIMENTO DANNY

Danny Veyt non appartiene certamente alla categoria dei calciatori precoci. Si può dire che la sua carriera «vera» sia iniziata solo a 30 anni compiuti, malgrado le qualità fossero evidenti fin dai primi passi nei tornei giovanili. Il fatto è che, al momento opportuno, nessuno dei grandi club belgi ha potuto o voluto spendere la cifra rischiesta dal St. Niklaas per il suo cartellino. Veyt è stato costretto a vivere questa situazione, nell'anonimato della serie cadetta, fino a poche stagioni or sono. Aveva iniziato nel St. Amands, società minore che lo ha poi ceduto al Boom. Di qui, è passato al St. Niklaas, esprimendosi sempre su livelli interessanti di gioco e di rendimento. La stampa e gli addetti ai lavori si trovarono ben presto concordi nel predirgli un avvenire da protagonista in un grande club. In realtà, Danny arrivò alla Prima Divisione solo dopo il trasferimento al Waregem. Ne divenne il regista, ispirandone i momenti di gioco migliori e distinguendosi in particolare contro il Milan, nella Coppa Uefa 1985-86. Il Waregem approdó in semifinale, e Veyt partecipó alla spedizione della Nazionale in Messico. Un anno più tardi, Robert Waseige individuò in Danny la possibile soluzione ai problemi di centrocampo del suo Liegi dopo il trasferimento di Thans al Lens. Il primo anno non è stato facile: molti parlavano già di un acquisto sbagliato, poi all'inizio della stagione in corso è tornato ai suoi livelli migliori, andando anche in gol con una certa frequenza. E stato anche richiamato in Nazionale, e ha dichiarato che prendere il posto di Ceulemans a 32 anni è stata la soddisfazione più grande della sua vita. Ma sarebbe più corretto dire che si tratta di un risarcimento tardivo e inadeguato per una carriera che non è stata fortunata come meritava.

Bruno Govers
brani tratti dal Guerin Sportivo anno 1988 n.47




La presenza a Liegi del terzino «mondiale» ha avuto un effetto galvanizzante per il settore difensivo. 
La  partitissima di Altobelli e l'importanza di Mauro 

Liegi-Juventus: Barros in azione nell'area dei belgi Con Cabrini Juventus Si è rivisto il contropiede e una squadra attenta e impegnata a sprecare pochissimo. Tacconi ha finalmente trascorsolo' di tranquillità piace di più

DAL NOSTRO INVIATO LIEGI • Attenti a quei tre. Altobelli, Cabrini e Mauro hanno rilanciato a Liegi la Juventus ex colabrodo. La squadra vista in campo ieri sera non ha nulla in comune con quella travolta in maniera rocamboleca dal Napoli e non solo, sia chiaro per merito di un trio di campioni che al momento opportuno hanno saputo illuminare il gioco con lampi di classe notevoli. Tutta la Juve ha dimostrato di aver superato lo choc di una sconfitta umiliante ma, Altobelli a parte, sono stati gli uomini che in campionato non trovano spazio a rilanciare le ambizioni europee della squadra di Zoff. 

Tutti e tre comunque avevano più di un motivo per dimostrare che in questa Juve per loro c'è e ci potrebbe essere ancora spazio. Prendiamo Altobelli. E' bastata una frase di Zoff per mettere il centravanti tra 1 possibili candidati ad una più o meno immediata sostituzione. E Spillo ha risposto con una prova da campione, segnando con la rabbia che solo un vero goleador possiede la sua trentottesima rete europea, ma soprattutto rendendosi prezioso nei momenti in cui era utile tenere la palla lontana da Tacconi. Pochissimi errori, spunti che hanno riportato alla memoria l'Altobelli mundial, il centravanti ha favorito l'inserimento dei compagni di centrocampo «congelando» la palla nei momenti in cui il Liegi sembrava in grado di prendere il sopravvento. Alla fine una sola battuta polemica: 

"Mi faceva ridere il fatto che qualcuno mettesse in dubbio la mia presenza». 

Anche Mauro avrebbe più di un motivo per rendere difficile la vita a Zoff, ma preferisce non creare altri problemi. Dall'inizio della stagione è l'uomo di coppa ed anche ieri sera finché è rimasto in campo prima di uscire per una distorsione alla caviglia, ha svolto in maniera perfetta la consueta parte di regista. In questo momento Mauro è forse il più grosso problema per Zoff. L'euro Juve funziona meglio di quella di campionato, anche se non è tutto merito di Mauro, ma anche di una serie di avversari non irresistibili. E' chiaro comunque che Mauro paga colpe non sue ed è più che comprensibile il malumore di un giocatore che all'inizio di stagione (prima dell'arrivo di Zavarov, cioè) era un titolare inamovibile della Juve targata Zoff. E poi c'è Cabrini, l'unico che già la scorsa estate aveva la certezza di aver perso il posto di titolare. Cabrini ieri sera ha disputato una partita carica di orgoglio, mettendo tutta la sua esperienza e la sua umiltà di grande campione al servizio della Juventus. Se il Liegi è stato ridimensionato senza troppi problemi, gran parte del merito è anche di Cabrini, la cui presenza in campo ha avuto soprattutto un effetto galvanizzante su tutti i compagni di reparto. Quello che non ha gli ha concesso il fisico, gli ha permesso il grande mestiere, cosi abbiamo rivisto un Cabrini formato gigante, un vero trascinatore, che ha riportato tutti indietro nel tempo, quando la Juventus, Signora d'Europa, disputava in trasferta partite altrettanto autoritarie

Attorno a quei tre si è stretta una squadra di nuovo attenta e disposta a sprecare pochissimo. Solo nel secondo tempo il Liegi è riuscito a creare qualche problema alla squadra di Zoff, ma senza che Tacconi dovesse correre 1 soliti pericoli e soprattuto senza che la Juventus dovesse rinunciare all'arma del contropiede, che ha spesso, inchiodato i rossoblu, impedendo loro di osare quanto avrebbero voluto. Ora la Juve toma alla realtà non sempre felice del campionato. E toma soprattutto alla formula-Zavarov. Il problema sarà di trovare anche con lo «zar» in campo gli equilibri migliori. Ed in questo senso la partita di ieri sera potrebbe essere utile per indicare a Zoff la giusta strada da seguire. 

Fabio Vergnano
tratto da: La Stampa 24 Novembre 1988




CABRINI, SOVRANO DI LIEGI

La Juventus ha recuperato al Jules George in una sera umida e nebbiosa le sue risorse di cooperativa e con un gioco di fiammante impegno concatenato secondo la migliore tradizione del calcio all'italiana ha contropiede manovrato della più bell'acqua piegato il ruvido compatto collettivo del Liegi, secondo il suo allenatore Robert Waseige in nefasta serata. Secondo noi, è successo nulla di strabiliante, tranne che la Juve è tutt'altra cosa dalla narcisistica squadra fatta a pezzi dal Napule. Nella circostanza, come avevamo modestamente suggerito, Dinosauro Zoff recupera Cabrini e avanza De Agostini in assenza di Marocchi. Forse meno brillante che con l'ex bolognese, ma più determinata e «cattiva» la squadra ha giocato con disinvoltura ed ardire, andando a segnare al 18' con Altobelli un gol da vetrina. C'era Mauro ed è rimasto in campo circa un'ora. Mauro non è... Mauro, con tutti i fumismi che l'erba del vicino così verde soprattutto per i padroni che regolano il mondo, richiama. Ha dimostrato di saper velocizzare sul piano tattico, come si era già visto a Seul ed un suo incantevole servizio ha scatenato Laudrup e consentito ad Altobelli di siglare il suo 38. eurogol. Uscito Mauro, è entrato Magrin, per un assetto tattico responsabile e concreto finalmente. Siamo lieti di scrivere che la Juventus ha ripreso la strada all'insegna del gioco di gruppo e ci auguriamo che non torni a guardarsi allo specchio, sprecando le sue grandi qualità. Non possiamo chiudere questo codicillo critico, senza un riferimento preciso allo stopper Brio, dato per finito dai soloni (televisivi) da tavolino. Brio non è finito, le sue risorse sono ancora notevoli. La Juve, è vero, ha anche in Bruno un forte difensore. Sta a Zoff coprire adeguatamente la squadra. È stato il più grande portiere del mondo, non crediamo proprio che debba faticare molto a farsi capire. Il match (d'andata) di Liegi ha dunque restituito alla Juve il suo ruolo di squadrone. È bastato che gli uomini si calassero nel gioco con umiltà. E stato Cabrini carismatico e forse determinante sotto l'aspetto morale. Cabrini è tutt'altro che finito o con le gambe chiocce come si è scritto da parte di quei soliti. Ha giocato con la grinta e il lampo del suo stile di fuoriclasse. Ha annichilito l'ala Ernes, un giovanotto di belle speranze ed indicato a De Agostini che può essere più utile comunque e dovunque da centrocampista.

Vladimiro Caminiti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1998 n.48




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maglie