È il 21 ottobre 2000 e Milan e Juventus si sfidano nella terza giornata del girone di andata del campionato di calcio di Serie A 2000-01 allo Stadio 'Giuseppe Meazza' di San Siro a Milano.
La Juventus, guidata in panchina da Carlo Ancelotti, sta sfidando la Roma di Fabio Capello per la conquista dello Scudetto. Alla fine però sarà solo un amarissimo secondo posto per i bianconeri.
Dall'altra parte c'è un Milan in una fase di transizione, che concluderà il campionato al sesto posto.
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Campionato di Serie A 2000-2001 - 3 andata Milano - Stadio Giuseppe Meazza Sabato 21 ottobre 2000 ore 20.30 MILAN-JUVENTUS 2-2 MARCATORI: Ambrosini 59, Shevchenko 60, Trezeguet 67, Conte A. 90+1
JUVENTUS: Van der Sar, Tudor, Zanchi, Iuliano, Pessotto (Birindelli 69), Tacchinardi (Conte A. 66), Davids, Bachini, Zidane, Inzaghi, Del Piero (Trezeguet 65) Allenatore: Carlo Ancelotti
ARBITRO: Braschi
Fantastico Zidane in regia Davids è il solito gladiatore Boban dà ragione a Berlusconi Le Pagelle
MILAN
ABBIATI 6. Salva la porta in uscita su Inzaghi, soffre nell'assalto finale della Juve. ROQUE JUNIOR 5,5. Beniamino dei tifosi, vigila sulla fascia destra menando chi gli capita. COSTACURTA 6. Nervi tesi con Davids, che definì la mela marcia del Milan. A volte lo salva soltanto l'esperienza. MALDINI 6. Un gradino al di sopra rispetto alla sfida con il Barcellona. Dopo Rivaldo, controlla Del Piero e soffre di meno. GATTUSO 6. Duella con Bachini, ma non nega qualche pedata a Davids. Sulla fascia spinge. ALBERTINI 6,5. Nel grigiore del centrocampo rossonero, è quello con le idee più chiare. Perfetta la punizione che propizia il vantaggio milanista. AMBROSINI 6,5. E' stanco, tuttavia tiene il campo e realizza il gol del vantaggio. GUGLIELMINPIETRO 4,5. Rileva Coco, si capisce perchè resti spesso nelle retrovie. Pessotto ha sempre via libera (dal 1'st Coco 6: subito in evidenza con una capocciata da campione). BOBAN 6,5. Mossa a sopresa di Zaccheroni, vive di lampi in un primo tempo quasi inguardabile. Ma alla lunga non tradisce il «nemico» Zaccheroni. Trova l'acuto sul finire del primo tempo colpendo di testa il palo, innesca Shevchenko nell'azione del raddoppio, (dal 31 ' st Giunti sv). BIERHOFF 5. Se possìbile meno brillante del mercoleddi Coppa. Non morde, non incide. SHEVCHENKO 6. Anonimo per tutto il primo tempo, ma comunque più reattivo del tedesco che gli sta a fianco. Però se gli lasci un metro è letale. Vedi il gol del raddoppio.
JUVENTUS VAN DER SAR 6. Un paio di uscite da brivido, ma per sua fortuna l'attacco del Milan si astiene. Bravissimo nella ripresa sul colpo di testa di Coco. TUDOR 6. Sicuro su Bierhoff, dà a Inzaghi un'invitante pallagol, invece di cercare il tiro vincente. Poi si distrae dando via libera a Shevchenko. ZANCHI 6. Prima partita di un certo spessore. Gioca con autorità, non si limita a distruggere, ma rilancia l'azione IULIANO 6. I pochi sussulti milanisti lo lasciano indifferente. Puntuale nelle chiusure. PESSOTTO 6. Guly gli offre spazi invitanti, ne approfitta svolgendo un compito prezioso, (dal 24'st Birindelli 6,5: prezioso nel trivellare la difesa rossonera nel secondo tempo). TACCHINARDI 6. Se la Juve ha spesso la meglio a centrocampo io deve anche alle sue iniziative, (dal 2l'st Conte 6,5: protagonista del meritato pareggio). DAVIDS 6,5. Quando vede le maglie rossonere, gli scatta dentro qualcosa. Rissa con Gattuso e poi Costacurta. Guida la rimonta. BACHINI 6. Spesso sottovalutato, è la copia di Pessotto per come si sacrifica in aiuto alla squadra. ZIDANE 7,5. Batte tutti nel possesso di palla, in lucidità, in voglia di cercare la vittoria. Zaccheroni disubbidisce a Berlusconi e lo marca comunque a zona. Assist divino per Trezegol. DEL PIERO 5. Come il trucco di Silvan: c'è ma non si vede. Tanti errori costellano una partita in cui da capitano avrebbe dovuto dare il buon esempio (dal 20'st Trezeguet 6,5: riaccende subito la sfida con un gol d'autore). INZAGHI 5,5. Le due occasioni del primo tempo sono sue. In entrambi i casi è bravo e poco fortunato. Sparisce nella ripresa.
È il 21 ottobre 1998 ed Athletic Bilbao e Juventus si sfidano nella terza giornata del girone di qualificazione della UEFA Champions League 1998-99 allo Stadio San Mamésdi Bilbao (Spagna).
In casa bianconera sta per avvenire una clamorosa 'rivoluzione'. Il grande Marcello Lippi poco dopo questa partita rassegnerà le dimissioni da allenatore ed al suo posto arriverà il giovane e rivoluzionario Carlo Ancelotti. Dopo l'iniziale scetticismodei tifosi, la squadra sembra aver intrapreso la giusta via. Però alla fine sarà solo un deludentissimo settimo posto che varrà solo l'accesso per l'europa verso la Coppa Intertoto.
Dall'altra parte c'è l'Athletic che, fiero del suo orgoglio basco, è sempre un ostacolo ostico da superare.
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Stagione 1998-1999 - Champions League - 3ª giornata Bilbao - Estadio San Mamés mercoledì 21 ottobre 1998 ore 20:45 ATHLETIC BILBAO-JUVENTUS 0-0
ATHLETIC BILBAO: Etxeberria I.; Lacruz, Carlos Garcia, Alkorta (Rios 5), Larrazabal; Imaz, Urrutia (Jorge Perez 86), Guerrero (Ezquerro 58), Alkiza; Etxeberria J., Urzaiz A disposizione: Valencia de la Serna, Felipe, Ferreira, Lasa Allenatore: Luis Fernández
JUVENTUS: Peruzzi; Birindelli, Tudor, Montero P.; Di Livio, Deschamps, Davids (Tacchinardi 77), Pessotto G. (Iuliano 29); Zidane; Inzaghi, (c) Del Piero (Fonseca 81) A disposizione: Rampulla, Mirkovic, Conte A., Perrotta. Allenatore: Marcello Lippi
Del Piero, il genio riposa E Inzaghi sbaglia un pallone d'oro BILBAO DAL NOSTRO INVIATO
Un Peruzzi in versione Superman salva la Juventus che soffre e viene abbandonata dai suoi attaccanti. Partita, comunque, piena di tensioni sia in campo sia fuori con incidenti sugli spalti, nella curva occupata dai tifosi bianconeri, nell'intervallo e carica della polizia.
PERUZZI 7,5. Si fa notare subito per il maglione color carota, ma soprattutto per un'uscita tempestiva sui piedi di Exteberria (19' pt) degna di un campione qual è. Bis nel finale su botta in mischia di Urzaiz.
BIRINDELLI 6. Non è la sua serata. Soffre Urzaiz, commette fin dall'avvio una serie di errori abbastanza insoliti per lui. Nel secondo tempo passa sul versante sinistro e migliora.
TUDOR 6. Ogni tanto vengono a galla i limiti dettati dall'inesperienza. Due «lisci» nel primo tempo mettono i brividi a tutta la difesa. Poi si risolveva.
MONTERO 7. La Juve patisce la partenza a tutta birra del Bilbao, e lui, come un po' tutta la retroguardia, si trova a fronteggiare le incursioni dei baschi cui il centrocampo non riesce a mettere un freno in prima battuta. I guai maggiori quando Lippi adotta per pochi minuti la difesa a tre. Ma c'è da chiedersi cosa succederebbe se non ci fosse nei momenti cruciali.
PESSOTTO 5. Ritorna in servizio dopo l'infortunio con la Nazionale. La sua partita di grande patimento dura mezzora, Lippi lo sacrifica per motivi tattici: in quella posizione era quasi inutile alla causa e lasciava via libera a Exteberria.
(Dal 29' pt Iuliano 6,5. Al debutto dopo oltre un mese di stop e pronto a sbrogliare qualche intricata situazione con il piglio di chi è da tempo un perno della difesa).
DI LIVIO 6,5. Parte nella consueta posizione di esterno destro, poi viene riciclato a sinistra nella zona in cui la Juve lascia troppi varchi agli avversari. Nella ripresa Lippi lo riporta a destra a conferma di come la partita fosse per la Juve più difficile da interpretare di un libro in aramaico.
DESCHAMPS 6,5. A pochi passi da casa, il basco di Francia vive una serata di grande sofferenza e non riesce a ripetere la prestazione eccellente di Vicenza. Ma tiene bene la posizione e con i minuti cresce di tono.
DAVIDS 6,5. Un assist per Inzaghi è il suo primo squillo di una partita in cui prima di tutto deve arrangiarsi a cercare di tenere lontano il pericolo da Peruzzi. Si esalta nel clima infuocato, offre un apporto di assoluta concretezza.
(Dal 31° secondo tempo Tacchinardi sv).
ZIDANE 6. Cambia la scena, resta il solito Zizou. Un primo tempo con poca polpa, spesso in balia dell'avversario, mai in grado di esprimere uno spunto vincente. Ripresa di maggior sostanza.
INZAGHI 5,5. Ha la palla del vantaggio dopo un quarto d'ora, ma la mira è sbagliata. Partita delicata per tutta la Juve, molto problematica per il suo centravanti che resta spesso abbandonato e ha pochissime occasioni per colpire. E sbaglia quando potrebbe segnare. Ma almeno ci prova.
DEL PIERO 5. Poco o nulla da segnalare nel primo tempo se si esclude una magia da fuoriclasse per sinarcare Zidane. Per il resto ha gli stessi problemi di Inzaghi e non dà segnali di vita.
(Dal 36'st Fonseca sv).
Fabio Vergnano
La Champions League sorride ai nerazzurri, mentre a Bilbao i bianconeri strappano un pari che può rivelarsi prezioso Peruzzi tiene la Juve in Europa. Le sue parate decisive stoppano l'assalto basco
BILBAO DAL NOSTRO INVIATO Il terzo pareggio che la Juventus strappa in Champions League tiene aperto il sentiero che porta ai quarti di finale, anche in virtù della vittoria che il Rosenborg coglie a spese del Galatasaray, spodestandolo, così, del primo posto. Poteva perdere, la Juve di Bilbao, ma anche vincere. Marcello Lippi l'ha corretta in corsa, rimediando a un assetto iniziale che faceva acqua soprattutto nel settore di Pessotto. Con Iuliano, la squadra è parsa meno vulnerabile. I campioni d'Italia hanno ricavato poco da Inzaghi, Del Piero e Zidane, accerchiati dagli indiavolati avversari. Per un tempo, meglio i baschi di Fernandez. Nella ripresa, Juve più attenta e disinvolta. Athletic, Athletic. La storia rumoreggia sulle gradinate. In campo, ci si batte a muso duro, ma senza sotterfugi, un inchino a ogni botta. L'arbitro non fischia mai. La Juventus giochicchia per un quarto d'ora, quanto basta a Davids per spalancare l'area a Inzaghi, il cui tiro, dalla lunetta, avrebbe giustificato ben altra mira. Già privi di Javi Gonzalez, Larrainzar e José Mari, i baschi perdono anche Alkorta, al posto del quale viene precettato il mastodontico Bios. Piano piano, l'Athletic guadagna metri, circonda e ammutolisce con il pressing Inzaghi, Del Piero, Zidane, costringe Di Livio e Pessotto, soprattutto lui, a tribolati rammendi, obbliga Birindelli, Tudor e Monterò a disimpegni così febbrili che, spesso, diventano munizioni per chi attacca. L'Athletic pigia a tavoletta. La Juventus ne soffre le improvvise folate, anche per via di quella grottesca difesa a tre che sboccia verso l'ir, senza sollevare Deschamps dal navigare fra Scilla e Cariddi, fra Guerrero e Alkiza. Il pressing dei baschi è furia a comando. Al 19', un errore di Del Piero propizia un contropiede che, attraverso Imaz e Urzaiz, porta J. Etxeberria a tu per tu con Peruzzi. Ci vorrebbe un miracolo: Peruzzi lo compie. A Zidane non riesce di accendere la luce. La Juve rincula, aggredita a centro- campo, scoperta sulle fasce. L'assedio lo rompe un'iniziativa di Del Piero, che Deschamps, infiltratosi sino al limite, non sfrutta. Può succedere di tutto, a forza di lasciarsi risucchiare, e difatti, al 28', un'omissione di Tudor, su punizione di Guerrero, procura la più ghiotta delle occasioni: Lacruz, tutto solo, la sciupa di testa. Corre ai ripari, Lippi. Fuori Pessotto, infilzato dalla baionetta di J. Etxeberria, e dentro Iuliano. Tre centrali, con ai fianchi Birindelli (destra-sinistra) e Di Livio (destra-sinistra-destra-sinistra), a proposito di idee chiare). Blindata la Maginot, i campioni d'Italia possono, così, uscire dal bunker: 36', sventola di Davids, a rischio di autogol; 38', punizione di Del Piero, carambola su Birindelli, brivido; 42', da Deschamps a Inzaghi, in bocca al portiere. Scaramucce nel covo dei tifosi juventini e cariche della polizia introducono la ripresa. L'Athletic cerca d'increspare le acque, di aizzare il ritmo contro una Juve non più in palese affanno, ora che Lippi l'ha ridisegnata, e sempre reattiva: prova ne sia lo spericolato avvitamento in forza del quale, al 9', I.Etxeberria sfila dalle chiome di Del Piero una parabola arguta dell'inossidabile Di Livio. Fernandez richiama Guerrero, così così, e sfodera un'altra punta, Ezquerro. Adesso è la Juve a recuperare campo e personalità: al 14', Inzaghi-Deschamps, applausi per tutto, il movimento, il tiro, la parata. Tre angoli sprigionano altrettante bolge a casa Peruzzi. Ma al 22', è Zidane a smarcare Inzaghi: I. Etxeberria gli piomba sui piedi, rubandogli il tempo. Quando scocca la mezz'ora, gli dei pilotano fra i guanti di Peruzzi, annaspante sulla linea, una strepitosa girata di Urzaiz. Tacchinardi avvicenda un Davids forse esausto, sicuramente fra i più generosi. Molto si agita, Inzaghi, tanto da essere ammonito, allorché il guardalinee Knudsen gli annulla u gol-partita, al 33', ma il fuorigioco era netto. Fonseca dà il cambio a Del Piero. La Juve ribatte colpo su colpo. Graffiata, morde. Il finale, però, è tutto Athletic, con Alkiza che, sfrecciando ai cento all'ora, impegna strenuamente Peruzzi. E così la partita, ardente e corretta, approda al risultato più equo.
Roberto Beccantini brani tratti da La Stampa del 22 ottobre 1998
La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccoli di splendore di 'Le Roi'Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza proprio la Roma di Sven Eriksson, che vince 'in volata' lo Scudetto.
I Giallorossi saranno protagonisti tanto di una rimonta inaspettata quanto di una rovinosa caduta nella penultima gara di campionato in casa contro la già retrocessa Lecce.
Buona Visione!
Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 10ª andata Torino - Stadio Comunale Domenica 10 novembre 1985 ore 14.30 JUVENTUS-ROMA 3-1 MARCATORI: Mauro 10, Pruzzo rigore 37, Laudrup 58, Serena A. 70
JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Pioli, Scirea, Mauro (Bonetti I. 84), Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup Allenatore: Giovanni Trapattoni
«Vittoria normale» per i bianconeri, mentre i giallorossi accettano la sconfitta e fanno autocritica Trap: «La risposta che mi attendevo» Serena «Mi mancava un gol così» Boniek: «Noi ingenui ma loro troppo forti»
TORINO — A partita finita succede di tutto, grida, urli, cariche, i tifosi beceri che vorrebbero mettere in atto qualsiasi tragedia: ma l'allenatore della Juventus sembra — ed è — estraneo a tutto questo. Si dice sempre che bisognerebbe svelenire le partite, ed ecco che Giovanni Trapattoni lo fa con naturalezza:
"Si è vista una buona partita, mi pare. Penso che Roma e Juventus abbiano divertito il pubblico."
Hanno divertito anche lei?
«Diciamo che la prestazione dei miei giocatori è stata positiva, e questa è l'unica cosa che mi riguarda. Era una partita per noi molto importante dopo il mercoledì di Coppa: la Juventus è stata all'altezza della situazione.
La Juventus ha vinto con sorprendente disinvoltura. Quale aspetto le è piaciuto di più?
«Direi che bisogna sottolineare un particolare che io giudico molto importante: sono contento del tipo di risposta che mi hanno dato i giocatori. Con il campionato torniamo ad essere liberi e sbloccati: siamo, insomma, quelli che eravamo all'inizio.
D'altra parte, non sembra che abbiate avuto problemi; vi siete mossi sempre con autorità…
« Torno al mercoledì di Coppa e dico che i miei ragazzi ci tenevano molto alla qualificazione. Ci sono riusciti, ma era importante vedere come avrebbero risposto al campionato: una risposta eccezionale, ecco perché sono particolarmente soddisfatto."
Risposta positiva dal campionato, ammesso che qualcosa non funzionasse al massimo. Adesso le cose vanno nuovamente nel migliore dei modi.
«Noi andiamo avanti per la nostra strada. Ripeto che non mi interessa tanto il risultato quanto il tipo di risposta che mi hanno dato i miei giocatori: ho visto gente piena di entusiasmo."
Platini? «Abbiamo rivisto il Platini che conosciamo: ha ripreso quella fiducia che ha sempre avuto in me, in particolare all'inizio del campionato. Comunque, direi che oggi possiamo essere soddisfatti del tipo di spinta che ha la Juventus. Inoltre, non dimentichiamo che abbiamo guadagnato un punto in classifica e ricordiamo anche che il secondo tempo di oggi ha dimostrato la bontà della nostra condizione. La Juventus è tornata quella che era.
BEPPE BRACCO
L'uno-due di Aldo Serena, con il colpo di tacco della terza rete bianconera, è riuscito anche ieri a far passare in secondo piano il primo acuto in campionato di Massimo Mauro ed il ritorno al gol di Michael Laudrup. È proprio la sua stagione: ha raggiunto Rummenigge in testa alla classifica dei cannonieri del torneo, ha segnato come Bettega dieci anni fa a Milano. E come Bettega ha dimostrato di essere forte non solo dalla cintola in giù e con la cintola (vedi gol nel derby) ma anche nei colpi più imprevedibili, il tacco, appunto, finezza che fino a ieri non sembrava poter far parte del suo repertorio.
«Mi mancava una rete di questo tipo — spiega Aldo negli spogliatoi — non l'avevo mai segnata. Potevo deviare il pallone di piatto; è stato un gesto istintivo. Poco prima ho avuto un'altra occasione, ma qualcuno mi ha allungato la sfera da dietro facendomi perdere il tempo utile per battere Tancredi.».
"Trapattoni ci aveva chiesto di accentuare questo tipo di scambi davanti all'area; pensiamo di averlo accontentato."
Parla al plurale Laudrup, come Serena aveva fatto nel ringraziare Mauro per lo splendido assist sul suo gol. L'ex Udinese ha lasciato in anticipo gli spogliatoi; non sappiamo come ha reagito al primo gol in maglia bianconera.
Senz'altro felici sono Platini e Manfredonia. Il primo ha avuto degli splendidi spunti, ha offerto la palla gol a Mauro e ha scodellato all'ala il pallone da cui è scaturita la rete di Serena. Come Laudrup, che mercoledì affronterà Brady in Eire-Danimarca, partita importantissima non per la qualificazione ma per ottenere «punteggi» in vista della composizione dei gironi del campionato europeo, Platini sarà domani sera in ritiro con i francesi che devono giocare sabato contro la Jugoslavia.
«Mi fa piacere che Trapattoni sia contento della mia partita — dice l'asso francese — anch'io sono felice per me: del resto non so se gioco bene o no, io gioco come so. Con Boniek non ho parlato; non ci parlavamo quando stavamo insieme; avremmo dovuto parlarci adesso che lui non è più bianconero? A parte gli scherzi, naturalmente, il polacco è stato il migliore della Roma: ma non ha vinto Piatini su Boniek; è la Juve ad aver battuto i giallorossi. Francia-Jugoslavia? Forse parlo io di Polonia-Italia? Perché volete sapere della nazionale francese»?
E si siede su una poltroncina per aspettare Boniek, che puntualmente arriva poco dopo. Un abbraccio e i due escono insieme, e insieme vanno a cena, per trascorrere alcune ore in relax parlando magari di Francia-Jugoslavia e di Polonia-Italia prima ancora e più ancora del campionato.
Manfredonia:
«Ci tenevo a questa gara. Sono felice perché abbiamo battuto una grande Roma, non perché da ex laziale ho vinto con la Roma; quello è il passato. Adesso posso solo constatare che questo successo è il terzo su quattro grandi squadre incontrate; abbiamo smentito chi ci voleva forti solo con le formazioni meno accreditate. Fra quindici giorni giocheremo a Milano con l'Inter partendo da una posizione comoda, ma ci batteremo per vincere, statene certi, perché cinque punti di vantaggio per noi non significano ancora nulla."
C'è ancora tempo per registrare questa bella frase di Cabrini:
«Ho colpito con la mano il cross di Conti che ha provocato il rigore. Al massimo si può discutere sulla volontarietà, ma il mio parere non ha alcun valore; ritengo valida soltanto la decisione dell'arbitro che, ricordiamolo, ha pochi secondi a disposizione per fischiare o meno. Non alimentiamo polemiche."
IN COPERTINA - Campione d'Europa, regina d'Italia.
Amata dal popolo, contestata dai critici. La Signora e l'Avvocato: il fascino della vittoria o l'arroganza del potere? Vediamo
Perche´Odiono la Juve.
IN QUESTO PAESE di santi, poeti, navigatori e condottieri ormai destinati alle rievocazioni a ventiquattro pollici per il recupero di una patria grandezza ormai cancellata dalle (male) azioni dei contemporanei, non nascono più i Leo Longanesi (1905-1957) che istruivano i giovani giornalisti a scrivere elegante e chiaro, alla polemica corrosiva ma intelligente, alla faziosità sostenuta dall'ironia. Oggi, i cosiddetti opinion-maker sono proprio come Leo li ha fotografati, quarant'anni fa:
«Non ho idee in questo momento, ho soltanto antipatie.
E quando potrebbero - costoro - dedicarsi con maggior frutto per i propri scritti alla rilettura del Craxi-pensiero (Arafat uguale a Mazzini); al fenomeno delle Madonne che appaiono disinvolte suonando e cantando (vedi ad esempio quella di Oliveto Citra, in Campania) come invidiose dell'omonima americana, all'anagrafe Veronica Louise Ciccone; alla subito strumentalizzata rivolta dei giovani dell'Ottantacinque, scesi in strada per contestare le scuole-latrine ricevute in eredità dai compagni del Sessantotto (molti dei quali seggono oggi in Parlamento); alla condanna all'ergastolo di un giovane teppista inglese sul quale si è scatenata l'ignobile vendetta di tanti benpensanti che armano di verdetti crudeli la giustizia impotente a realizzare il viver civile: ecco, invece, i nostri opinion-maker (sportivi e non sportivi) dedicarsi alla Juventus non tanto squadra ma espressione della FIAT, al suo potere (arrogante), al suo fascino (perverso), alla sua capacità di vincere (truffaldina), al suo dominio (pernicio-so) sul campionato, al suo Padrone (corruttore), ai suoi arbitri (corrotti). Sempre Longanesi, citando Grimm, suggeriva agli italiani paurosi e opportunisti:
«Signori, parliamo dell'elefante: è la sola bestia di una certa importanza di cui si possa parlare, in questi tempi, senza pericolo».
Ed ecco perché definiremo quella appena trascorsa «la settimana dell'elefante», ovvero della zebra: la settimana della Juventus.
MERCOLEDÌ 6 novembre, a Torino, in occasione del match di ritorno del secondo turno di Coppa dei Campioni fra Juventus e Verona, l'antipatia dei più (ma diciamo pure l'odio) nei confronti della squadra bianconera, nota anche come Madama (cioè maîtresse), o Signora Omicidi, è esplosa incontenibile sulle pagine dei quotidiani d'Italia, completando un quadro già abbondantemente abbozzato in otto giornate di campionato sfociate nell'attesissima e benedetta sconfitta di Napoli. L'altra domenica, al San Paolo, il bellissimo gol di Diego Maradona aveva dato fiato alle trombe di «quella metà degli italiani» che tifano contro la Juventus, critici compresi: l'evento era attesissimo, preparato da un grido di dolore che si leva dalla Penisola puntualmente almeno da quindici anni, da quando cioè il presidente Giampiero Boniperti - la Juventus ha vinto otto scudetti, perdendone altri per un'inezia. Il grido è una parola d'ordine:
«Fermate la Juventus, sta uccidendo il campionato.
Quest'anno stava uccidendolo più che mai, avendo ripetuto la serie miracolosa di otto vittorie su otto partite come nel campionato 1930-31. Quest'anno, oltretutto, veniva dall'avere vinto una Coppa dei Campioni nel sangue dell'Heysel, evento dai più considerato «scandaloso», anche se gli juventini più intelligenti - dei quali è alfiere Michel Platini - avevano subito precisato:
"Abbiamo giocato per evitare nuove tragedie, abbiamo giocato con la morte nel cuore, ci è capitato di vincere e alla fine abbiamo dedicato questa Coppa inseguita per decenni alla tanta gente che era venuta fino a Bruxelles per vederci vincere e a quelli che non hanno potuto partecipare alla festa finale perché non c'erano più".
Si trattò, allora, certo, di una mancanza di gusto; ma quando Gianni Agnelli si presentò a difendere quell'amara conquista, fu invece accusato di arroganza. Tutto quello che fa Madama Juventus piace alla maggioranza degli italiani (le inchieste Doxa sono lì a testimoniarlo), ma dispiace alla maggioranza dei critici. Se la Juventus perde anche ingiustamente, è motivo d'allegria; se vince, le prefiche inondano di lacrime il «caro estinto» (ovvero il campionato); se poi la vittoria è frutto di irregolarità, questa non viene tollerata con sorrisetti furbeschi così come capita ad altre squadre: no, per la Juve tutti diventano implacabili quanto ridicoli Zeffirelli, senza neppur tentare di capire, di approfondire, di provare la buona fede o l'inganno.
QUANDO WURTZ, un arbitro notoriamente incapace e per sua ammissione «turbato» dall'evento calcistico a porte chiuse, nega al Verona il rigore del possibile pareggio e comunque lo danneggia, son pochi quelli che prima di gridare alla truffa, alla rapina, allo scandalo si chiedono se tutto ciò sia frutto di insipienza piuttosto che di malafede. C'è la Juve di mezzo? È una truffa. Così, in occasione della partita che doveva più di altre ricordare i tragici avvenimenti dell'Heysel e i buoni propositi del dopo-Bruxelles, si leva un'indecorosa gazzarra sostenuta da opinion-maker surriscaldati e da addetti ai lavori incoscienti. Non nego il buon diritto di Osvaldo Bagnoli alla protesta contro Wurtz, trovo di pessimo gusto - e pericolose - le sue sparate nello spogliatoio: di pessimo gusto perché condite di naturale volgarità, pericolose perché scaturite da una voce abitualmente sommessa non per viltà ma per correttezza e sportività; già in passato a onor del vero Bagnoli si era rivelato un esperto di dietrologia, ma quel suo far la guerra alle ombre era parso un episodico scatto di nervi se non un'abile manovra tattica; l'Osvaldo Furioso esibitosi a Torino ci ha lasciato allibiti: lo credevamo un maestro di misura, un esperto di calcio cui sono noti vizi e virtù del gioco «più bello del mondo» comprese le debolezze arbitrali. Nella furia polemica, Bagnoli non si è scatenato solo contro Wurtz (il vero «ladro»), ma contro la Juventus. E le sue parole, il giorno dopo, diventavano titoli strillati a tutta pagina: un insulto destinato a suscitare nella parte più violenta e beata del tifo juventino quella reazione smodata e vigliacca di cui avrebbe poi fatto le spese la domenica il presidente della Roma, Dino Viola, picchiato e insultato dalla marmaglia nutrita col pane dell'odio. Juve ladra: ha ragione Michel Platini, se il calcio è questo, non merita di sopravvivere. Juve ladra: ha ragione Agnelli, se tutti coloro che non sanno perdere devono sempre scaricarsi la coscienza accusando gli arbitri, la domenica è meglio andare a far festa altrove. Non si, nonostante ve si dica che siano i motivi - "governo ladro": il regime impone il silenzio. È di moda gridare "Juve ladra". D'accordo: parliamo dell'elefante.
POI È VENUTA la domenica, e dalle labbra di un onestissimo Bruno Conti abbiamo appreso che
"La Juve è troppo forte, è una gran bella squadra.
Tale da meritare non solo il primato in classifica (con quattro punti di distacco sul Milan, secondo) ma anche un posto nella Coppa dei Campioni che riprenderà a primavera e forse tanti posti nella Nazionale che a Messico, nell'estate dell'86, difenderà il titolo mondiale conquistato in Spagna nell'82. Quel titolo che fu di un'Italia sola, non di mezza Italia, anche se sotto la maglia azzurra c'erano tanti juventini: grandi giocatori o grandi ladri?
Italo Cucci
tratto dal Guerin Sportivo anno 1985 n.46
Mauro apre le marcature contro la Roma sfruttando un assist di Platini su calcio di punizione
Contro questo Milan (imbattuto in Serie A), perfettamente guidato in panchina da Fabio Capello, è difficile ottenere più di un secondo posto nella Classifica Finale del massimo campionato italiano. Così una Juventus ancora debole ma tanto volenterosa riesce nel suo scopo iniziale!
Dall'altra parte c'è un Napoli che disputa un campionato d'alta classifica e finisce la propria corsa italica in un rassicurante quarto posto.
Buona Visione!
Stagione 1991-1992 - Campionato di Serie A - 7 andata Napoli - Stadio San Paolo domenica 20 ottobre 1991 ore 14:30 NAPOLI-JUVENTUS 0-1 MARCATORI: De Agostini 45+2
NAPOLI: Galli G., Ferrara, Francini, De Agostini S. (Pusceddu 46), Alemao, Blanc, Corradini, De Napoli (Filardi 82), Careca, Zola, Padovano
A disposizione: Sansonetti, Tarantino, Elia
Allenatore: Claudio Ranieri
JUVENTUS: (c) Tacconi, Carrera M., De Agostini (Luppi 72), Reuter, Kohler, Julio César, Marocchi, Galia, Schillaci, Baggio R. (Corini 52), Casiraghi
A disposizione: Peruzzi, Alessio, Di Canio
Allenatore: Giovanni Trapattoni
ARBITRO: Amendolia AMMONIZIONI: Kohler 36, Schillaci 63, Julio Cesar 79 (Juventus); Careca 58 (Napoli)
IL CASO/I BIANCONERI RIPRENDONO LA MARCIA JUVENTUSIASMANTE Con la vittoria di Napoli, gli uomini di Trapattoni salgono al primo posto in compagnia del Milan. Che, però, deve recuperare una partita.
NAPOLI. Gira e rigira, il punto è sempre lo stesso: sono davvero Milan e Juve, di nuovo coppia di testa della classifica, le regine del campionato? La risposta della settima giornata è all'apparenza categorica: dovunque è pianto e stridore di pareggi, a Genova addirittura i campioni della Samp si piantano davanti all'Atalanta, i due punti, in casa e fuori, restano prerogativa di Milan e Juve, uniche grandi in grado di onorare degnamente i pronostici. I loro successi su Parma e Napoli, squadre fino a quel punto imbattute, appaiono in effetti particolarmente pesanti. Insomma, il tormentone estivo, con l'area scudetto estesa nelle previsioni come una piazza d'armi, starebbe sbriciolandosi contro la realtà, che vede gli uomini di Capello e Trapattoni destinati a monopolizzare la lotta per il titolo. Arrigo Sacchi avrebbe dunque un serbatoio privilegiato cui attingere per non trovarsi senza carburante. Ma è davvero tutto così scontato? La manciata di punti che raggruma oltre la metà delle protagoniste nella parte alta della classifica giustifica più d'un dubbio. E allora è proprio nel contrastato processo di... beatificazione di Milan e Juve, anche in chiave azzurra, che il campionato celebra il suo «caso».
C'è chi ha cambiato strada e adesso si trova a metà del guado, mentre affiorano a pelo d'acqua le fauci spalancate di dubbi e polemiche. C'è chi ha cambiato già il manico e chi medita su come «tagliare» uno o più stranieri senza ferire più di tanto il buon senso. E poi ci sono Capello e Trapattoni, ovvero la forza dei nervi distesi. Partono da punti di vista diametralmente opposti; l'uno pretende lo spettacolo, secondo coattiva filosofia societaria, l'altro è afflitto dalla fame e sa che solo i risultati sono in grado di placare certi appetiti robusti. L'importante però, per Milan e Juve, è che entrambi sanno cosa vogliono e soprattutto come ottenerlo. Superate le voci rossonere su «squali» e croati, i terzetti stranieri non sono assolutamente in discussione, mentre appare sempre più evidente la ricchezza dei relativi organici. Un esempio di giornata? Al Milan manca Rijkaard e va in campo un certo Ancelotti. La Juve deve fare a meno di Baggio nella ripresa ed entra Corini, leaderino naturale in odore d'azzurro.
Dice: mamma mia, che Juve sparagnina, un gol e via. Questo Trap ha fatto del cinismo una religione. Lui, l'interessato, risponde a tono. Prima di Napoli-Juve, fa notare che tutti incensavano Ranieri senza sognarsi di bollarlo come difensivista anche se gioca con un terzino Corradini all'ala destra; poi, dopo il successo, finge di inalberarsi:
«Altro che un gol e via!» digrigna; «Abbiamo giocato partite in cui potevamo vincere sette a zero!».
La battuta è di quelle da incorniciare: perché nel frattempo è sceso in campo al San Paolo rinunciando a un tornante di ruolo (Di Canio o Alessio) per appiccicare a Zola il francobollo Galia. Ma con quella difesa-monstre può fare ciò che vuole. E cioè bloccare l'avversario e sfruttarne gli errori per riempire il proprio carniere. Fateci caso: dopo sette giornate anche la Juve di Maifredi aveva dieci punti in classifica: eppure tutti la discutevano. Mentre adesso la Juve del Trap mette solo una gran paura addosso all'intera concorrenza.
Certi moviolisti da tivù si dotano dell'ingombrante attrezzatura di Reinhold Messner e partono alla conquista degli specchi. Il fallo di Carrera su Padovano in area di rigore era penalty, perché l'intervento (classico) «palla o piede» non può essere assolto. Ferlaino ha promesso tuoni e fulmini, per una decisione arbitrale che sicuramente ha messo a soqquadro la partita. Però, se Amendolia dovrebbe piangere, Ranieri non ride. Il suo Napoli è apparso vistosamente carente nella costruzione del gioco: Zola è grande, ma avrebbe bisogno di un supporto adeguato, specie sulla fascia destra. Se manca Crippa è notte, perché al calo di quantità nessuno sa contrapporre un pizzico di qualità in più.
Arrigo Sacchi si è concesso un «vernissage» azzurro a Napoli. Per un fanatico del bel gioco come lui, è inevitabile pensare a un testa o croce tecnico-tattica tra Baggio e Zola. Non ha rilasciato alcuna dichiarazione, ma quello che gli è passato per la testa possiamo facilmente intuirlo. Lo juventino non era al massimo della condizione fisica (tanto che ha dovuto lasciare anzitempo); il successore di Diego era ugualmente in situazione complicata, dovendo gestire il proprio patrimonio di classe e personalità in una squadra chiaramente non in giornata. Bene: il sardo ha vinto alla grande, confermando doti di palleggio e fulminanti intuizioni in verticale che ne fanno l'autentico uomo nuovo del calcio italiano. Anziché scomparire in una partita soffocata dai controlli spietati, è emerso come un piccolo gigante, fiammeggiando oltretutto anche nel finale, a dimostrazione di una tenuta fisica che la taglia ridotta non lascerebbe supporre. Il de profundis per il Milan di Sacchi era stato nelle prime giornate perfino accorato. Poi, a poco a poco, la squadra di Capello ha preso a crescere prepotentemente, estraendo di nuovo gli artigli del gioco e di mostrando in aggiunta una concretezza nuova. Anche i rossoneri hanno gli stessi punti dell'anno scorso, ma con un paio di dettagli non trascurabili: devono recuperare una partita e sono rimasti l'unica compagine imbattuta del torneo, mentre allora avevano già perso una volta, per di più a San Siro (con la Sampdoria). Ecco: il Milan di Capello sembra più capace di tradurre in gol i ricami del bel gioco. Ergo: attenti alla Juve, sì, ma occhio a non sottovalutare questo gran Milan.
DECIDE L DE AGOSTINI NAPOLI JUVENTUS 0-1
IL MIGLIORE: L. DE AGOSTINI 7,5
Un gol strepitoso, con quella imparabile bomba da fuori area. Però anche un costante contributo di idee e cross sulla fascia sinistra. La vera chiave del gioco juventino.
IL PEGGIORE: PADOVANO 5
Avrebbe potuto decidere la partita, per il fallo da rigore subito che Amendolia ha ignorato. Però se il Napoli ha giocato male è anche colpa sua.
Carlo F. Chiesa brani tratti dal Guerin Sportivo anno 1991 n.43