È il primo anno di Antonio Conte come allenatore dei nostri eroi, ma nessuno può sognare quale sarà l'epilogo di questa stagione. Alla fine diventerà una marcia trionfale lunga trentotto partite, tutte senza l'onta della sconfitta. Dall'altra parte c'è l'Inter che chiude al sesto posto lontano anni luce dalla squadra campione d'Italia.
Buona Visione!
Stagione 2011-2012 - Campionato di Serie A - 10 ritorno Torino - Juventus Stadium Domenica 25 marzo 2012 ore 20:45 JUVENTUS-INTER 2-0 MARCATORI: Cáceres 57, Del Piero 71
JUVENTUS: Buffon, Cáceres, Barzagli, Chiellini, De Ceglie, Vidal, Pirlo, Marchisio C., Pepe (Bonucci 53), Matri (Del Piero 53), Vučinić (Quagliarella 74) Allenatore: Antonio Conte
La squadra di Conte vince 2-0 con le reti di Cáceres e Del Piero e si riporta a -4 dai rossoneri. Primo tempo equilibrato poi nella ripresa i bianconeri chiudono la partita
TORINO - La Juventus può davvero crederci. La vittoria sull'Inter, netta nel punteggio (2-0), un po' meno nello sviluppo complessivo della gara, è di quelle che vanno al di la delle distanze mantenute dal Milan capolista (4 punti). Arriva infatti contro la migliore versione stagionale dei nerazzurri, anche se lontana dagli standard abituali del club di Moratti, e poi rappresenta una svolta caratteriale importante. Non era facile, infatti, reggere alla notevolissima pressione settimanale, alle aspettative del pubblico, pronto con un'inequivocabile coreografia a rivendicare gli scudetti della discordia. Inoltre non è un caso che il successo venga sigillato proprio dagli uomini simbolo: Buffon tiene a galla la squadra nel momento più difficile, Del Piero chiude i giochi con il suo primo gol in questo campionato. Discreta comunque la prova dell'Inter: nerazzurri perfetti quando si trattata di aspettare ed andare in contropiede, spaesati e senza le energie necessarie quando si è trattato di inseguire
LA MOSSA POLI - Tatticamente, Ranieri la inizia meglio. Conte propone il tridente Pepe-Matri-Vucinic, mentre in difesa recupera Barzagli, al centro con Chiellini. Il tecnico nerazzurro se la gioca con il modulo che gli offre maggiori garanzie: un 4-4-2 attento in copertura sulle fasce a sostegno del tandem Milito-Forlan. La mossa più interessante, per limitare le giocate di Pirlo - compito perfettamente riuscito nel primo tempo - è piazzargli Poli alle costole. Altre situazioni tattiche interessanti: i duelli sulle corsie esterne. È probabilmente il miglior Maicon della stagione, quello che limita Vucinic e va ad insidiare un comunque attento De Ceglie.
BUFFON PARA TUTTO - Primo tempo equilibrato. La Juve esercita pressione maggiore, va a folate, ma a conti fatti non crea tantissimo. Le chance migliori ce le ha Matri, leggero nel colpo di testa ravvicinato che fa fare bella figura a Julio Cesar, impreciso nella girata all'altezza del dischetto del rigore. Tra i due portieri il più occupato è senza dubbio Buffon, anche perché l'Inter, particolarmente compatta tra i reparti e con una brillantezza atletica spesso latitante in stagione, prende spesso la porta. Milito (due volte) e Forlan (di testa) testano il portiere azzurro con conclusioni ravvicinate; Obi e Stankovic, invece, lo chiamano alla risposta con battute dalla distanza.
STRATEGIE TATTICHE, POI DEL PIERO - Nella ripresa grandi schermaglie sulle panchine. Conte aspetta poco, poi dà un cambio drastico al modulo: dentro Del Piero e Bonucci per Matri e Pepe, significa difesa a tre. Si era sullo 0-0; verrebbe da dire mossa azzeccata, anche se poi a ben vedere l'episodio, quasi immediato, che sblocca il risultato, arriva da palla ferma. Corner di Pirlo, Cáceres lasciato in beata solitudine, insacca di testa. Cambia anche Ranieri, passando al 4-3-1-2 con Forlan dietro Pazzini e Milito, ma quella dei nerazzurri diventa una coperta corta. Del Piero sale in cattedra: prima offre a Vučinić un assist che il montenegrino, solo davanti a Julio César, getta a mare, poi raddoppia con un diagonale perfetto su invito di Vidal. La gara finisce qui, e solo Maicon (strepitoso sulla linea su tocco di Quagliarella) e Julio Cesar, eccezionale su Chiellini, limitano un passivo più pesante.
I Bianconeri sembrano più concentrati sulla Coppa dei Campioni (coppa che vinceranno nella tragica notte del Heysel) e sono lontani dalla testa della classifica del campionato. In testa, invece, c'è sorprendentemente il Verona che dopo una cavalcata splendida vince il suo primo Scudetto.
Dall'altra parte c'è l'Inter che termina il campionato sull'ultimo gradino del podio con due punti in più dei nostri eroi.
Buona Visione!
Campionato di Serie A 1984-1985 - 8 ritorno Torino - Stadio Comunale Domenica 24 marzo 1985 ore 15.30 JUVENTUS-INTER 3-1 MARCATORI: Altobelli 38, Tardelli 40, Boniek 62, Briaschi 87
JUVENTUS: Bodini, Favero, Cabrini, Bonini (Pioli 89), Caricola, Scirea, Briaschi, Tardelli, Rossi P. (Vignola 42), Platini, Boniek Allenatore: Giovanni Trapattoni
Elogi del tecnico alle parate di Zenga Trap: «Vittoria per il prestigio»
TORINO - E così lo scudetto prende la strada di Verona. Trapattoni lo consegna direttamente a Bagnoli dopo la netta vittoria sull'Inter:
«Penso proprio che i giochi siano fatti», ammette, «anche se c'è ancora il Torino che non molla». Vediamo ora se nel derby riusciremo a fermare anche la macchina granata."
Intanto il Trap si gusta un successo che voleva ad ogni costo
"Lo 0-4 dell'andata non ci ha stimolato in maniera particolare - prosegue - volevamo una vittoria per il prestigio e per non perdere di vista la zona Uefa. Questi due punti ci servono intanto per affiancare il Milan e ci danno la possibilità di migliorare ancora la classifica nelle prossime sette partite."
Ma eccoci alla partita. Dice Trapattoni
"Nel primo tempo abbiamo avuto due-tre occasioni da gol buone, ma Zenga è sempre stato bravo. Nella ripresa il palo di Marini poteva cambiare le cose, ma la nostra vittoria non fa una grinza. Tranne venti minuti di abulia nel secondo tempo durante i quali sembrava non volessimo affondare, abbiamo poi preso il largo, favoriti anche dalla tattica dell'Inter, che non poteva accontentarsi del pareggio e ci ha dato spazio."
Trapattoni si è infuriato quando Bergamo non ha concesso il rigore per l'atterramento di Briaschi da parte di Ferri.
Spiega
"Dalla panchina è sempre difficile giudicare, ma la palla era lontana dai due».
Chiarisce poi l'impiego di Caricola in sostituzione di Brio
"Ho a disposizione valide alternative, da Pioli, a Prandelli, a Caricola appunto, che nella circostanza mi è sembrato il più adatto a marcare Altobelli, perché è il più veloce dei tre."
Forse ha pesato sulla scelta anche il ricordo della partita d'andata. Allora il vice Brio fu Prandelli.
IL CAMPIONATO / TORINO VINCE LA SFIDA CON MILANO La Juve strapazza l'Inter, il Toro beffa il Milan: dai bagliori del Comunale al buio di San Siro bianconeri e granata affondano i rivali, in una lotta di comprimari, col Verona già campione Damigelle d'onore
È STATA, a voler enfatizzare, una specie di danza vorticosa: con la Juve che vince e stravince il derby tra le grandi d'Europa, col Toro a espugnare Milano nell'altro tête-à-tête di vertice tra le due capitali d'industria. Un gran luccichio di lustrini, ma sì, un discreto sfolgorio di lamé e gioielli di famiglia: ma, a ben guardare, solo un raggrumarsi nemmeno troppo convinto di damigelle d'onore. Per il corteo nuziale del Verona, naturalmente, ormai impegnato a consumare con largo anticipo le sue prime nozze-scudetto.
ROVESCIO. Mentre i giallo-blù si divertivano a gozzovigliare al banchetto imbandito generosamente al Bentegodi dalla Cremonese (che continua a difendere gelosamente il suo inattaccabile en plein di sconfitte in trasferta), al Comunale di Torino le grandi di Coppa hanno cercato reciprocamente di farsi lo sgambetto, pur in una sfida priva dei clangori della lotta-scudetto. Al di là degli ottimismi di maniera, infatti, fondati sulla matematica intesa più o meno come un'opinione, l'Inter si è ormai liberata, al cospetto dell'evidenza, di ogni velleità di primato: il pesante distacco dal Verona, le stesse glorie europee che ammiccano con sempre maggiore intenzione dovrebbero aver dissuaso anche i sognatori più accaniti. Gli scontri tra Juve e Inter, però, hanno un sapore tutto particolare, come ferri incrociati su un blasone che non ammette defezioni d'impegno. Curiosamente, si è ripetuta, rovesciata, la situazione dell'andata: allora la Juve scese a San Siro imbaldanzita dalla scampagnata a suon di gol con il Grasshoppers, e venne brutalizzata dall'Inter formato Kalle, reduce dai robusti scrolloni del Rangers di Glasgow. Questa volta era Castagner a venire da una straripante abbuffata europea: per tentare di ribadire il concetto contro la Juve sconfitta a Praga, ha pensato bene di tornare, per l'ennesima volta, alla formazione «Cinque mulini» (cioè tutto podismo) che evidentemente predilige al limite dell'infatuazione. Fuori Causio e le possibili invenzioni dell'ex, dentro Sabato a far da argine e magari trampolino per un'improbabile operazione di riscossa. Così è finita che questa volta lo sfizio della goleada se l'è tolto chi era reduce da una debacle, sia pure platonica, in Coppa. Dall'altra parte, infatti, è bastato dare la scossa agli antichi ardori di Tardelli e soprattutto far rimbombare il tuono di Boniek, temporale polacco, per travolgere ogni residua, fragile illusione interista. Specchiate sul terreno del Comunale, invischiate nel gagliardo botta e risposta che ha rallegrato di emozioni la partita, Juve e Inter non hanno fatto, pur nell'esito opposto di risultato, che confermare se stesse: due squadre cui entro i confini nazionali è sempre mancato qualcosa, in questa stagione che continua per entrambe a brillare di scintille esclusivamente europee; due squadre ora col fiato corto, ora dagli ardori scoperchiati in faccia ad avversari e antiche e sempre nuove nobilità di stirpe. Due compagini, in definitiva, senza il passo-scudetto, ma forse con la misura giusta per i rapidi e brevi uno-due europei, come l'equa spartizione di posta nei due confronti diretti (entrambi conditi dallo stesso numero di gol) ha dimostrato. L'Inter ha realizzato una rete anche in trasferta, e in questo particolare, forse, per due entità che si misurano col metro di Coppa, sta la differenza di classifica che ancora le divide.
Carlo F. Chiesa tratto dal Guerin Sportivo anno 1985 n.13
AttraversoYoutube vi proponiamo un gustoso amarcord di questa data odierna. È l'8 settembre 1985 e Juventus ed Avellino si sfidano nellaprima giornatadelgirone di andatadelCampionato Italiano di Calcio di Serie A 1985-86 alloStadio 'Comunale' di Torino.
La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccoli di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven-Göran Eriksson vincendo 'in volata' lo Scudetto.
L'Avellino, dal canto suo, conquista una sofferta ma meritata salvezza.
Buona Visione!
Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 1ª andata Torino - Stadio Comunale domenica 8 settembre 1985 ore 16:00 JUVENTUS-AVELLINO 1-0 MARCATORI: Serena A. 52
JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Manfredonia, Brio, (c) Scirea, Mauro (Bonini 70), Pin (Pacione 46), Serena A., Platini, Laudrup A disposizione: Bodini, Pioli, Bonetti I. Allenatore: Giovanni Trapattoni
AVELLINO: Di Leo, Ferroni, Vullo, De Napoli, Amodio, Zandonà, Agostinelli (Boccafresca 68), Benedetti, Diaz, Colomba, Bertoni A disposizione: Coccia, Romano, Alessio, Galvani Allenatore: Robotti e Ivic
Nella Juventus si è notata una certa mancanza di coordinamento I PICCOLI PROBLEMI DI TRAPATTONI I mutamenti avvenuti in alcuni ruoli giustificano le inevitabili difficoltà di rodaggio. Anche Platini talvolta è a disagio. Tra i nuovi solo Manfredonia e Serena appaiono già inseriti
Giovanni Trapattoni, per ora, si accontenta dei due punti; accetta di affidarsi alla testa di Serena; gioca (nel secondo tempo) la carta dei due arieti (Pacione, spalla dell'Aldo), ma è chiaro che chiede di più alla sua Juventus in fatto di gioco. La squadra è cambiata in alcuni cardini, ed inevitabilmente ci sono difficoltà di rodaggio. Le amichevoli, persino la Coppa Italia, non bastano: è solo il clima di campionato a dare modo al tecnico e ai giocatori di fare le esperienze indispensabili. Dei nuovi, solo due ieri hanno mostrato di essersi calati perfettamente nel meccanismo bianconero '85-86. Manfredonia, il quale ha confermato di essere quanto mai prezioso nella propria metà campo e di possedere la versatilità necessaria (buon centrocampista offensivo, ma ottimo filtro davanti alla difesa in quel ruolo che Tardelli giudicava gli fosse un po' stretto), e Serena, il quale non solo ha segnato un gol dei suoi, ma nel finale ha eseguito alcuni ritorni difensivi che il pubblico ha giustamente sottolineato con applausi. Potrà sorprendere non trovare Laudrup nel gruppo dei già juventini, ma qui non si tratta certo di discutere le qualità del danese, autore di un primo tempo strepitoso contro l'Avellino per calare poi alla distanza (ha ammesso, con grande onestà, di essere andato in riserva dopo un'ora di gioco).
Il fatto è che sin dall'estate Trapattoni sognava una Juve che giocasse largo occupando tutto il fronte offensivo.
"Non cadremo più negli errori di attaccare finendo nel collo di un imbuto"
ci disse a Talamone nei giorni di vacanza. Se Laudrup si muove (benissimo, ripetiamo) accentrandosi, come se avesse compiti di mezz'ala, allora la Juve non raggiunge il gioco sognato dal suo tecnico. Contro gli Irpini, sono mancati i cross di Mauro dalla destra (l'ex Udinese deve ancora sveltire i suoi affondi) e non sono arrivati neppure quelli dalla sinistra, zona in cui Laudrup è andato pochissimo e Cabrini è arrivato troppo raramente (anche il suggerimento-gol per Serena non era un centro dal fondo, ma un lancio in diagonale).
Bene, questi sono i problemi che Trapattoni dovrà risolvere, e lo farà presto, senza dover aspettare il rientro, che sarà comunque utilissima, di Massimo Briaschi, ieri in tribuna e molto festeggiato dai tifosi. Meglio, sotto questo profilo, è andata con Pacione, seconda punta, perché l'ex atalantino ha saputo andare spesso sulla sinistra a fare l'ala, senza rinunciare a farsi vedere sotto rete, tanto che per eccesso di perfezionismo ha fallito un gol apparentemente facile, su lancio di Platini.
Il francese, ieri, ha giocato con grande impegno ma senza il consueto profitto. Forse anche Michel deve conoscere meglio i nuovi compagni, trovare gli schemi giusti. Il rientro a tempo pieno di Bonini dovrebbe offrirgli automaticamente un appoggio che ieri gli è mancato (non per colpa di Pin, autore di un buon esordio), e non può che migliorare il rapporto di lavoro fra Platini e le punte. Gli scambi con Briaschi, Rossi e Boniek avvenivano già a memoria per Michel. Quasi non doveva guardare; già sapeva dove i suoi lanci li avrebbero trovati. Adesso c'è da ripristinare questo rapporto con i nuovi. Solo questi piccoli e risolvibili (in fretta) problemi possono spiegare la fatica che la Juve ha incontrato ad andare in gol contro l'Avellino. Problemi di adattamento che investono anche la difesa (ma che, in definitiva, tutti gli allenatori di Serie A vorrebbero avere e che non sorprendono certo Trapattoni, il quale ha già in mente i correttivi necessari).
Bruno Perucca
La Juventus ancora in rodaggio doma l'Avellino con una potente capocciata del centravanti La testa di Serena vale 2 punti La rete decisiva al 53' con gli irpini in dieci per un infortunio ad Amodio, poi rientrato I bianconeri hanno faticato a lungo contro la serrata difesa degli ospiti Incertezze di Mauro, ottimo primo tempo di Laudrup calato alla distanza, prezioso Manfredonia Palle gol fallite da Pacione e Diaz
TORINO-La battaglia estiva per Serena ha dato i primi due punti alla Juventus. Una invenzione dell'atletico cannoniere, un colpo di testa del suoi che ha centrato il sette della porta irpina beffando Di Leo incautamente avanzato fuori dal pali, ha sbloccato all'ottavo minuto della ripresa una partita che la Juve stentava a vincere, offrendo per ora piú promesse (ma sono tante, e saranno mantenute) che realta.
Valido comunque l'Avellino sia nel primo tempo, quando si è dedicato ad un catenaccio all'antica ma senza troppe cattiverie, lasciando in avanti il bravissimo capitan Diaz a far ammattire Brio (differenza di peso, di scatto), che nel finale quando ha cercato il pareggio attaccando in forcing, obbligando Manfredonia a far ricorso a tutte le virtú antiche ma intatte di interditore e Bonini, entrato al momento giusto, ad impiegare la solita grinta.
Sicuramente la coppia Ivic-Robotti, alle prese con un materiale meno prezioso e più malleablie, ha vita più facile nel plasmare un Avellino da combattimento che Trapattoni, il quale ha il compito di amalagamare talenti che debbono ancora capirsi a fondo. L'allenatore bianconero non vuole parlare di squadra tipo sino a quando non sarà a disposizione anche Briaschi, e non ha torto. La manovra d'attacco bianconera non può vivere, pur se ieri il match è finito bene, sulle torri offensive, con un troppo semplicistico gioco fatto di palloni alti per la testa di Serena (e, nella ripresa, della coppia Serena-Pacione).
E volendo puntare sulla forza d'urto del suoi arieti, la Juventus deve trovare il modo di servirli meglio. Contro l'Avellino si sono visti pochissimi cross: anche quello del gol era un lancio dalla tre quarti campo che l'attaccante è stato bravissimo a deviare. Nel ruolo di rifornitore è mancato Mauro, lento nello scatto e nel dribbling tanto da superare ben raramente Vullo. E Laudrup, autore di giocate magnifiche per tutto il primo tempo e calato vistosamente nel secondo, si è mosso soprattutto in posizione accentrata.
La Juve ha così pagato per cinquanta minuti, contro l'Avellino votato al contenimento ed al contropiede, queste difficoltà tattiche che Trapattoni saprà sicuramente limare. Difficoltà aumentate dalla giornata normale di Platini, impegnato sempre ma raramente brillante. Non al possono dare colpe a Pin, che ha giocato il primo tempo nel ruolo di Bonini tenuto inizialmente a riposo. L'ex parmigiano al è mosso secondo consegne con ordine, ma anche con la logica titubanza di un giovane all'esordio in serie A fra tanti campioni.
Gli uomini di Ivic con marcature strette e attente hanno complicato la partita agil avversari. Zandoná libero (con qualche incertezza), Vullo addosso & Mauro, Amodio ottima guardia per Serena, l'autoritario De Napoli nella zona di Platini, Benedetti diligente (e valido sui palloni alti) nel seguire Laudrup. Agostinelli ottimo per un tempo, prima di finire la benzina. In avanti un Diaz mobilissimo per quanto isolato, ed Alessandro Bertoni, per quanto impreciso, pronto ad arrivargli al fianchi per alutario.
La squadra irpina ha subito la rete della sconfitta, all'8' della ripresa, quando era momentaneamente in dieci. Fuori dalla linea di fondo, a due metri dal fatale incrocio del pali dove Serena ha infilato il pallone lanciatogli da Cabrini dalla sinistra, Amodio (proprio il custode dell'autore del gol...) ha assistito alla capitolazione di Di Leo. Amodio era rimasto a terra nell'azione precedente, dopo uno scontro con Pacione, quando è rientrato non ha potuto che sorreggere l'inutile forcing del compagni.
Aperta da un tiro da lontano di Dias parato a terra da Tacconi, la partita offriva il primo motivo d'entusiasmo al tifosi bianconeri al 14' quando Mauro arrivava a deviare, senza fortuna, un centro di Laudrup (uno del pochissimi del danese) dalla sinistra. Dopo era Serena, due volte, a porgere di testa in tuffo palloni invitanti per compagni disattenti. Il contrattacco avellinese era pericoloso al 33' ma Bertoni calciava a lato. Sulla risposta, liberato da Laudrup, anche Platini abagliava la mira.
Al 37 un pasticciaccio della difesa blanconera non era sfruttato (due volte!) da Bertoni, poi era Diaz ad impegnare Tacconi in una respinta, ed a concedere allo stesso Bertoni un pallone invitante, battuto con forza ma a lato. Uno show di Laudrup chiudeva il primo tempo: il danese dalla metà campo andava al tiro con un affondo magnifico, Di Leo era pronto a deviare la conclusione a rete.
La Juve iniziava la ripresa con Pacione al posto di Pin e qualche complicazione per le marcature dell'Avellino. Due colpi di testa alti delle torri blanconere, quindi il gol di Serena. Al 23 Platini accettava di eseguire una delle giocate che considera sin troppo facili: stupendo lancio in drop di quaranta metri, palla docile davanti al liberissimo Pacione che cercava l'angolo lungo ma sbagliava la mira sia pure di poco.
Iniziava il serrate dell'Avellino, Tacconi rischiava al 25 smanacciando due palloni in mischia (Benedetti lo graziava ciccando il tiro dal limite), ma era bravo alla mezz'ora ad opporsi di piede ad una botta di Diaz liberato oltre difensori (dov'erano?) da un passaggio filtrante di Ferroni. Ancora Diaz a battersi coraggiosamente, e Manfredonia a far da baluardo.
Bruno Perucca brani tratti da 'La Stampa' del 9 settembre 1985