sabato 17 ottobre 2026

17 Ottobre 1993: Juventus - Atalanta

È il 17 ottobre 1993 e Juventus ed Atalanta si sfidano nell'ottava giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1993-94 allo Stadio 'Delle Alpi'  di Torino.

La Juve, allenata in panchina da Giovanni Trapattoni e trascinata in campo da un Roberto Baggio nel suo momento più splendente, si appresta a piazzarsi al secondo posto del massimo campionato calcistico. Davanti c'è l'inarrivabile Milan di Fabio Capello che 'ammazza' il campionato fin dall'inizio. 

Dall'altra parte ci sono i bergamaschi che nonostante l'impegno non riescono ad evitare una dolorosa retrocessione in Serie B.

Buona Visione! 



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Stagione 1993-1994 
Campionato di Serie A - 8 andata
Torino - Stadio Delle Alpi
domenica 17 ottobre 1993 ore 15:00
JUVENTUS-ATALANTA 2-1
MARCATORI: Baggio R. rigore 56, Moeller 60, Ganz 70

JUVENTUS: Peruzzi, Torricelli, Marocchi, Baggio D., Kohler, Porrini, Di Livio (Francesconi 75), Conte A., Ravanelli, (c) Baggio R. (Galia 88), Moeller 
A disposizione: Rampulla, Baldini, Del Piero. 
Allenatore: Giovanni Trapattoni

A disposizione: Pinato, Codispoti, Scapolo
Allenatore: Francesco Guidolin

ARBITRO: Rodomonti
AMMONIZIONI: Kohler 82 (Juventus); Ganz 44 (Atalanta)




La Juve fatica contro un'Atalanta chiusa a riccio, poi si rilassa e rischia nel finale 
La signora corre sul filo del rigore 
Tre parate decisive di Peruzzi 

TORINO. Sant'Angelo Peruzzi ha garantito due soffertissimi punti alla Signora, sventando il pareggio con tre grandi parate nell'ultimo quarto d'ora. Quando Rodomonti ha chiuso il match al 94', la folla ha potuto tirare il fiato mentre i bianconeri esultavano per una vittoria importantissima sull'Atalanta che Guidolin aveva schierato con il realismo tattico di chi ha l'acqua alla gola. Una Juventus da infarto che, dopo le belle partite, è vittima di una strana sindrome: la caduta di tensione. Si «siede» contro avversari alla sua portata. Vedi la Cremonese, la Reggiana, il Lecce e il Venezia. 

A volte le capita nel primo tempo, per poi trasformarsi, camaleontisticamente, nella ripresa. Altre nell'arco dell'intera partita, anche a risultato acquisito. Come ieri. Eppure s'era trovata in vantaggio di due gol firmati da Roberto Baggio, su rigore inesistente, concesso da Rodomonti a compensazione di altri due falli sospetti sui quali l'arbitro aveva sorvolato in precedenza, e da Andy Moeller. Poi si è rilassata. Ganz ne ha approfittato per ridurre le distanze e la Juventus ha remato e tremato per il resto della gara. 

Come spiegare il fenomeno? Forse è un problema psicologico che si aggiunge alle importanti assenze di Fortunato, Julio Cesar e Vialli, e alle fatiche infrasettimanali dei due Baggio e dei tedeschi, Kohler e Moeller, nelle rispettive Nazionali. Dino Baggio ha giocato con mezza unghia dell'alluce destro, reso insensibile da un'iniezione antidolorifica. Attenuanti generiche che non giustificano certi passaggi sbagliati a centrocampo e nei sedici metri, né qualche amnesia difensiva. Una Juventus inguardabile per 45' anche se l'Atalanta, alla faccia del calcio-spettacolo proiettato nel Duemila, si è trincerata con tanto di libero (Montero) e marcamenti ravvicinati vecchia maniera, specie su Robi Baggio, il pericolo pubblico numero 1 ingabbiato da Magoni quando arretrava e da Pavan quando avanzava. 

Un misto uomo-zona anche per Ravanelli e Moeller. La mancanza di spazi e l'inevitabile sbilanciamento accentuavano le pecche ed i limiti di una difesa improvvisata che veniva presa d'infilata, al primo contropiede, da Ganz. Il bomber sbagliava clamorosamente il possibile 1-0. Ma al di là del grosso pericolo, la manovra offensiva era prevedibile, banale. Poche idee, niente gioco, niente gol. 

Il rigore che sbloccava il risultato era un autentico regalo dell'arbitro poiché Tresoldi aveva toccato prima il pallone e poi la gamba di Di Livio. Ma, seguendo la deprecata legge della compensazione, rendeva giustizia ad una Juve che di rigori (veri) ne aveva già reclamati un paio su Di Livio e Robi Baggio. E il Divin Codino, dal dischetto, non falliva il 57° gol, festeggiando la centesima presenza in bianconero in campionato con lo storico, e un po' irriguardoso, sorpasso a Giampiero Boniperti, fermo a 56 come Guglielmo Gabetto nella classifica dei centenari. Non falliva neppure Moeller, su punizione di Robi Baggio, il colpo di testa del raddoppio che lo portava, temporaneamente, ad essere il leader dei cannonieri. Tutto finito? Macché! Guidolin toglieva Minaudo e inseriva il prode Orlandini che diventava... furioso. 

E per la Juve erano dolori. Ganz riacciuffava Moeller al comando della graduatoria dei tiratori scelti, ribattendo, con un destro ravvicinato, palo-rete, una fiondata di Alemao non trattenuta da Peruzzi. Già abbiamo sottolineato le tre parate decisive del portiere bianconero. Dobbiamo aggiungere l'ottima prestazione di Conte che ha recuperato una quantità impressionante di palloni persi dai compagni. E la generosità di Di Livio, che si sta confermando un acquisto utile, ha avuto il suo peso sul successo. Ma la mentalità, se si vuole puntare allo scudetto, deve cambiare. La concentrazione è indispensabile, sempre. Nel calcio, però, conta anche la fortuna e ieri la Juve l'ha avuta dalla sua parte. Una tantum. 




LE PAGELLE 
Conte implacabile, ne ha per tutti 
Provvidenziali i suoi recuperi, migliore in campo 
PERUZZI 7. Respinge da parte sua le recenti critiche. Nel primo tempo viene graziato da Ganz, che poi lo trafigge nella ripresa, ma nega all'Atalanta, con tre paratissime, il pareggio. 
TORRICELLI 5,5. Fa lo stopper su Ganz e gli concede due pallegol, una fallita e l'altra trasformata. È più redditizio e meno spaesato quando gioca sull'out. 
MAROCCHI 5,5. Torna titolare come terzino sinistro, ruolo nel quale si esprime con meno efficacia. Nell'ultimo quarto d'ora va a centrocampo. 
D. BAGGIO 5,5. Sbaglia un disimpegno elementare nei pressi della panchina bianconera e, a Trapattoni che lo riprende, indica l'alluce destro malconcio. È la sua attenuante. 
KOHLER 6. Libero d'emergenza, ha un avvio di ambientamento e si fa saltare da Ganz che non sfrutta l'occasione. Poi «piede a ferro da stiro» prende confidenza con il vecchio ruolo. 
PORRINI 6. Il forfait dell'influenzato Rambaudi lo obbliga a rincorrere Perrone. E, pur finendo fuori dalla zona di sua competenza, limita i danni. 
DI LIVIO 6. Mette alla frusta Tresoldi e si procura, con la benevolenza dell'arbitro, il rigore che sblocca il risultato. Ma ne aveva reclamato uno in precedenza, a ragione e senza avere soddisfazione. 
(75' Francesconi sv. Debutta in A in un quarto d'ora di fuoco. 
CONTE 7. È senza dubbio il migliore in campo, insieme con Peruzzi. Provvidenziali i suoi innumerevoli recuperi, in spaccata, in anticipo, su Alemao e su chiunque gli capiti a tiro. 
RAVANELLI 5,5. Una prova anonima, grigia come i suoi capelli, con rari spunti incisivi. 
R. BAGGIO 6,5. Magoni lo fa magonare, come Pavan, ma si rifà con gli interessi su rigore, firmando un gol per lui storico, e con la punizione che Moeller traduce nel 2-0. 
(89' Galia sv). 
MOELLER 6. Merita la sufficienza per il bel gol di testa. Per il resto non fa pesare sulla partita tutto il suo talento. 
FERRON 5,5. Inattivo per 45', nulla può sul rigore di Baggiouno, ma resta impalato sull'incornata di Moeller. 
PAVAN 6. Si alterna tra Ravanelli e Baggiouno e lo fa con determinazione concedendo poco o niente ai due attaccanti. 
TRESOLDI 5. Impunito su due falli sospetti e castigato per un intervento regolare. Tanto va la gatta al lardo... 
BIGLIARDI 5,5. Protetto alle spalle, si sente più sicuro, ma sulla punizione di Baggiouno, si fa bruciare da Moeller. 
ALEMAO 6. Il vecchio Cangaceiro si batte ancora come un leone anche se trova un Conte che fa altrettanto. 
MONTERO 6. Stando qualche metro più arretrato, dà maggior solidità ad una difesa troppo allegra nelle ultime partite. 
MAGONI 5,5. Toglie il respiro a Baggiouno quando il fantasista arretra e compie falli spesso tollerati da Rodomonti. 
SAUZEE 6,5. Il francese è un eccellente tiratore, ma Peruzzi gli para il possibile 2-2 su una tremenda punizione al 94'. 
GANZ 6. Ha sulla coscienza una facile occasione sprecata sullo 0-0 ma non perdona la seconda volta, anche se il gol è utile solo a lui, per restare capocannoniere con Moeller. 
PERRONE 6. Si becca un beffardo tunnel da Di Livi ma anche la sufficienza per una gara tirata. 
(82' Pisani sv). 
MINAUDO 5,5. Non crea problemi particolari a Marocchi. 
(66' Orlandini 6. Il suo ingresso dà spinta all'Atalanta.

L'arbitro RODOMONTI 6. Ogni tre falli un rigore. Ma più che questa regola da oratorio, segue quella della compensazione

Bruno Bernardi 
brani tratti da: La Stampa 18 ottobre 1993


 

 

La partita. Sulla vittoria della Juve incombe il sospetto del rigore che ha sbloccato il risultato: l'intervento di Tresoldi su Di Livio è parso sul pallone. Per il resto, la Juve ha giocato male, senza ritmo e idee, mentre l'Atalanta è apparsa contratta e timorosa.

La frase celebre. Percassi: «È stata una vera e propria ladrata. Abbiamo giocato contro dodici avversari. È la terza volta che Rodomonti penalizza l'Atalanta. Chiedo una sola cosa: di non rivederlo mai più».

tratto da "Il Film del Campionato"
del Guerin Sportivo anno 1993 n.41








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venerdì 16 ottobre 2026

30 Dicembre 1990: Milan - Juventus

Attraverso YouTube vi facciamo gustare un'altra chicca storica di questa giornata odierna. È il 30 dicembre 1990 e Milan e Juventus si sfidano nella quattordicesima giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1990-91 allo Stadio 'San Siro - Giuseppe Meazza' di Milano.

La Juventus tenta di riappropriarsi dello scettro di squadra 'più forte della penisola' con una nuova dirigenza tecnica affidata ad un allenatore del famigerato 'calcio champagne', Luigi Maifredi. Dopo un inizio di campionato incoraggiante, i bianconeri naufragano tra caterve di gol presi ed addirittura a fine campionato si trovano fuori dalle Coppe Europee dopo 27 anni. 

Dall'altra parte i rossoneri disputano un ottimo campionato e finiscono sul secondo gradino del podio.

Buona Visione!





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Stagione 1990-1991 - Campionato di Serie A - 14 andata
Milano - Stadio Giuseppe Meazza
domenica 30 dicembre 1990 ore 14:30 
MILAN-JUVENTUS 2-0
MARCATORI: Ancelotti 46, Gullit 55

MILAN: Pazzagli, Tassotti, Carobbi, Carbone A., Costacurta, Baresi F., Donadoni (Stroppa 89), Rijkaard, Massaro, Gullit (Agostini 85), Ancelotti
A disposizione: Rossi S., Galli F., Gaudenzi
Allenatore: Arrigo Sacchi

JUVENTUS: (c) Tacconi, Bonetti D. (Alessio 67), Luppi, Corini, De Marchi, De Agostini, Haessler, Marocchi, Schillaci, Baggio R., Di Canio (Galia 81)
A disposizione: Bonaiuti, Napoli N., Fortunato D. 
Allenatore: Luigi Maifredi

ARBITRO: Beschin
AMMONIZIONI: Corini 18 (Juventus)





I ROSSONERI TRAVOLGONO MADAMA
AL DIAVOLO LA JUVE

Una vittoria della squadra campione del mondo non dovrebbe fare notizia. Eppure, ogni successo del Milan viene accompagnato da (meritatissimi) squilli di tromba. Possono mancare Van Basten, o Gullit, o Donadoni, o Maldini, o Ancelotti (o molti di questi tutti insieme), però lo spettacolo viene sempre onorato. In altre parole, cambiano i fattori ma non il risultato.

Col tempo, infatti, il Diavolo ha imparato a fare le pentole e pure i coperchi: pressing, gioco di prima, schemi meravigliosamente mandati a memoria. E, a condire la raffinata delicatessen sacchiana, tanti solisti di prima qualità, ognuno in grado di risolvere a modo suo la partita. E questa la forza del Milan: ragazzi del coro che seguono scrupolosamente lo spartito senza disdegnare l'acuto personale.

Prendete Gullit. Dopo il calvario, Ruud era quasi tornato ai consueti livelli: gli mancava, forse, un pizzico di fortuna per tradurre in moneta sonante (gol) i consistenti investimenti fatti sotto forma di volontà e potenza atletica. In attesa di chiudere i conti con la dea bendata (quasi cieca, a giudicare dai tranelli che gli ha teso) Gullit si è messo ordinatamente al servizio dei compagni senza strafare, senza peccare d'orgoglio. E adesso il campione può finalmente passare alla cassa per ritirare la meritata gloria.

Ma, come detto, non si vive di solo Gullit. Lo squadrone rossonero fa leva sulla lucidità di Rijkaard, sulla baldanzosa danza del giovane (e colpevolmente trascurato a certi livelli) Costacurta, sulla concretezza di Ancelotti, sulla voglia di riscatto di Donadoni, sulla gagliardia di Baresi, sulla sicurezza di Tassotti: con simili premesse, nessun traguardo può essere fuori dalla portata milanista.

Anche se in vetta alla classifica spuntano le corna del diavolo, sarebbe un delitto trascurare la Juventus. Madama ha cambiato tanto, sottoponendosi a un restyling che merita di essere seguito con interesse e con tanta pazienza. Certo, le magagne difensive ci sono, come evidenziato dagli «infortuni» occorsi contro Cagliari e Milan. Però queste magagne non devono far dimenticare i primi venti minuti di gran gioco mostrato al «Meazza», su un campo che penalizza i finisseur, esalta i fondisti e fa maledire il Mondiale.

Hässler si danna l'anima, è il genio di una lampada che funziona a intermittenza. Baggio è quello di sempre: immenso, quando è in palla; inutile, quando la vena si essicca, come gli è capitato recentemente. In difesa, poi, i nodi vengono impietosamente al pettine. All'inizio gli sberleffi erano per Julio Caesar, ma c'è da pensare più al colore della pelle che non a effettive carenze tecniche. Adesso la croce è sulle spalle di De Marchi e Luppi, giovanotti di belle speranze che Maifredi ha voluto portare con sé da Bologna. Ma il processo alla Juve non può essere così sommario e deve tener conto di un'attenuante: il nuovo tecnico sta lavorando per fare della nuova Signora una squadra che sappia giocare a memoria, che possa tenere in mano le redini dell'incontro dal primo all'ultimo minuto. Una squadra ironia della sorte come il Milan...

E al buon Gigi, troppo schietto per essere diplomati-co, non si può certo imputare anche il clamoroso calo di Schillaci, travolto da un inso-lito destino azzurro: sull'altare la scorsa estate, nella polvere a pochi mesi di distanza. Coraggio, Totò: solo chi cade può risorgere. O almeno è questo che la Juventus si augura.

Marco Montanari
tratto dal Guerin Sportivo anno 1991 n.1




Il gol. 46': Lunga rimessa laterale di Massaro. La difesa juventina ribatte, Ancelotti colpisce il pallone in volo e indovina l'incrocio dei pali. 54': Rijkaard trova il corridoio giusto per lanciare Gullit che batte Tacconi.

Cosa funziona. Tutto, nonostante le assenze di Van Basten, Maldini ed Evani. Ma nel Milan, come era già noto, più dei singoli è importante il gioco. E che gioco...

Cosa non funziona. Forse è inutile sottolinearlo, però ancora una volta a uscire sconfitto è stato il campo. Il metodo «Cesare Ragazzi» (ovvero il graduale ricambio delle zolle) è solo un generoso tentativo per rimediare a un incredibile pasticcio.

Cosa c'è da fare. Per vincere lo scudetto, i rossoneri dovrebbero sperare in una lunghissima squalifica di «Meazza»: se potessero giocare tutte le partite a Milanello, non avrebbero rivali.

Cosa funziona. La Juventus ha affrontato da gran Signora il match, sciorinando nei primi venti minuti un gioco brillante e mai banale. Poi, alla distanza, la vena di Hässler non è bastata per mettere in soggezione il Milan. Corini si conferma regista dalle notevoli doti, anche se costretto ad agire in posizione molto arretrata. Ma quando davanti c'è un certo Baggio, bisogna ovviamente adeguarsi...

Cosa non funziona. Madama accusa paurosi sbandamenti difensivi e le incertezze di un paio di elementi (De Marchi e Luppi) rischiano di mandare in barca pure Tacconi.

Cosa c'è da fare. Chiedere scusa a Julio Cesar: evidentemente non era colpa sua se la Juventus faceva acqua in difesa. Poi bisognerà aspettare il rientro di Casiraghi e sperare che Schillaci ritrovi se stesso.





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16 Ottobre 1994: Foggia - Juventus

È il 16 ottobre 1994 e Foggia e Juventus si sfidano nella prima giornata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1994-95  allo Stadio 'Pino Zaccheria' di Foggia.

La Juventus, dopo anni di magra, si appresta a vincere il suo ventitreesimo scudetto con il nuovo allenatore Marcello Lippi. 

Il Brescia, dal canto suo, vive un campionato deludente, finisce in terz'ultima posizione e saluta a malincuore la Serie A.

Buona Visione!




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Stagione 1994-1995 - Campionato di Serie A - 6ª andata
Foggia - Stadio Pino Zaccheria
domenica 16 ottobre 1994 ore 15:00
FOGGIA-JUVENTUS 2-0
MARCATORI: Bresciani 39, Bresciani 76

FOGGIA: Mancini, Padalino, Bucaro, Nicoli, Di Biagio, Caini (Di Bari 81), Bresciani, Bressan, Biagioni, De Vincenzo, Mandelli (Sciacca 75)
A disposizione: Brunner, Parisi, Amoruso Lu. 
Allenatore: Enrico Catuzzi

JUVENTUS: Peruzzi, Ferrara C., Jarni, Fusi, Kohler, Paulo Sousa (Tacchinardi 63), Di Livio, Conte A., Vialli, (c) Baggio R., Marocchi (Ravanelli 46)
A disposizione: Rampulla, Porrini, Del Piero
Allenatore: Marcello Lippi

ARBITRO: Cesari
RIGORI FALLITI: Biagioni 83 (Foggia)
AMMONIZIONI: Baggio R., Jarni (Juventus); Bressan, Mancini (Foggia)





I temi della domenica
Torna il Divin Codino e Madama si pianta. Che sia diventata allergica a Baggio e... Ravanelli-dipendente?
I perché di tre crac

Scopertasi adulta e autosufficiente in assenza del suo fuori classe universale, Roberto Baggio, la Juve mostra un'insospettabile crisi di rigetto nei confronti del Divin Codino, che torna. Sicché si pone un altro quesito, ai limiti del grottesco: questa Juventus è forse diventata Ravanelli-dipendente?

Gradirei che non si equivocasse. Credo che Ravanelli goda di una considerazione decisamente inferiore ai meriti. Molti lo hanno scoperto solo dopo la cinquina di Coppa, evento chiaramente fuori dalla norma. Ravanelli è giocatore di sostanza, dotato dell'umiltà e dell'entusiasmo necessari per andare a battersi in trincea, là dove volano i colpi proibiti, onde creare varchi e opportunità ai compagni più blasonati. Nel gioco delle coppie, che ha divertito la critica ed esaltato nei sondaggi la superficialità e l'incompetenza dei più, Ravanelli era il sacrificato d'obbligo. Baggio non si discute, Del Piero è il futuro, Vialli è il figliol prodigo che prima o poi tornerà fra noi. Penna Bianca se ne stia in panchina e ringrazi.

E invece, senza lo spadone di Ravanelli, i fini dicitori e gli eleganti fiorettisti perdono l'incisività. Questa di Lippi è, in fondo, una Juventus proletaria. Il tentativo di nobilitarla con sangue straniero è andato ancora una volta fallito. Deschamps prima ha deluso e poi si è rotto, Paulo Sousa è a costante mezzo servizio e, detto fra noi, sin qui non ha fornito una ragione che sia una per preferirlo a Tacchi-nardi. Anzi. Squadra votata alla lotta e al sacrificio regge finché tutti tirano la carretta. Così, la qualità finisce quasi per nuocerle. Prima o poi, fra l'altro, andrà chiarito l'equivoco Vialli. A Foggia, Ma-dama (anche maltrattata dall'arbitro) ha mostrato tutte le crepe che un sapiente maquillage aveva sin qui coperto. E Ravanelli part-time non è bastato.

Baggio non si discute, Del Piero è il futuro, Vialli è il figliol prodigo che prima o poi tornerà fra noi. Penna Bianca se ne stia in panchina e ringrazi.

E invece, senza lo spadone di Ravanelli, i fini dicitori e gli eleganti fiorettisti perdono l'incisività. Questa di Lippi è, in fondo, una Juventus proletaria. Il tentativo di nobilitarla con sangue straniero è andato ancora una volta fallito. Deschamps prima ha deluso e poi si è rotto, Paulo Sousa è a costante mezzo servizio e, detto fra noi, sin qui non ha fornito una ragione che una per preferirlo a Tacchi-nardi. Anzi. Squadra votata alla lotta e al sacrificio regge finché tutti tirano la carretta. Così, la qualità finisce quasi per nuocerle. Prima o poi, fra l'altro, andrà chiarito l'equivoco Vialli. A Foggia, Ma-dama (anche maltrattata dall'arbitro) ha mostrato tutte le crepe che un sapiente maquillage aveva sin qui coperto. E Ravanelli part-time non è bastato.

Adalberto Bortolotti




E ora chiamiamola Catuzzilandia

La Juve, colpita sul finire del primo tempo da Bresciani, va a fondo nella ripresa. Abulica, immobile, la squadra di Lippi non si ritrova mai e la prima sconfitta stagionale potrebbe essere più pesante se Biagioni non sbagliasse il rigore del 3-0. Il Foggia, invece, corre che è un piacere, gioca a memoria e nella prova superlativa emergono su tutti Di Biagio e Bresciani, osservati speciali anche loro insieme a Roby Baggio, da un Arrigo Sacchi che lascia lo Zaccheria dopo il raddoppio di Bresciani.

tratto da "Il Film del Campionato"
del Guerin Sportivo anno 1994 n.42




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16 Ottobre 1988: Juventus - Cesena

È il 16 ottobre 1988 e Juventus e Cesena si sfidano nella seconda giornata del Girone di Andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1988-89 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

È ancora una Juventus in pieno alto mare in questa stagione. Dopo l'abbandono di Michel Platini, la squadra (affidata a Rino Marchesi) non riesce a trovare la solita quadratura. Alla fine di questo campionato i bianconeri si piazzeranno in sesta posizione e dopo un emozionante spareggio contro il Torino acciufferanno il piazzamento UEFA per i capelli. 

Dall'altra parte c'è un Cesena che termina il campionato in un soddisfacente (e tranquillo) nono posto.

Buona Visione!



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Stagione 1988-1989 - Campionato di Serie A - 2ª andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 16 ottobre 1988 ore 14.30
JUVENTUS-CESENA 2-2
MARCATORI: Zavarov 27, Domini 35, De Agostini rigore 41, Cuttone 81

JUVENTUS: Tacconi, Bruno, De Agostini, Galia, Brio, Tricella, Marocchi, Rui Barros, Altobelli, Zavarov, Laudrup
Allenatore: Dino Zoff

CESENA: Rossi S., Cuttone, Limido (Traini 79), Bordin, Calcaterra, Jozic, Agostini (Flamigni 90), Leoni, Piraccini, Domini, Holmqvist
Allenatore: Albertino Bigon

ARBITRO: Longhi



«Mezzo Zavarov, non sono contento» 

TORINO — 

Zavarov ha indicato ieri due Zavarov, per il suo esordio torinese in campionato: quello bello del primo tempo, con un gol, quello brutto del secondo tempo, con la sparizione dal gioco.

«Ho giocato forte metà partita, non mi sono piaciuto nell'altra metà», 

Ha detto con la voce di Tatiana l'interprete. Poi, invitato a emettere qualche sillaba in italiano, di fronte alla domanda se si sente deluso dalla partita della Juventus con Zavarov, dal pareggio con il Cesena, ha detto «sì», proprio «sì» e non «da». Quindi si è cimentato in un «io avrei voluto…» e si è fermato lì, di nuovo l'interprete e lui che, mentre lei parlava, la guardava come un ventriloquo guarda il suo pupazzo. 

Ieri ci siamo sentiti, osservando durante il match Zavarov secondo per secondo, nella parte dei bird-watchers inglesi (o dei «nostrani» della Lipu), quei magnifici matti che spiano gli uccelli e che sono provvisti, oltre che di binocoli, di alcuni dati per la migliore interpretazione dei voli, ma che al tempo stesso sono zavorrati di un bel po' di mistero, il gusto vero del loro lavoro. Grosso modo potremmo essere d'accordo con Zavarov nei giudizi su Zavarov, non fosse che lui ci è parso somlonissimo, gattonissimo, legittimamente bugiardello. Siccome ad esempio ci ha detto di non avere sofferto il caldo, come possiamo credere a tutto il resto, visto che faceva un caldo boia e che testimoni oculari ci hanno raccontato di lui accasciato e preoccupato nell'intervallo, mentre era in corso la sua trasformazione da bipede implume a pozza di sudore lì sul pavimento dello spogliatoio? 

E quando gli abbiamo fatto notare, sulla scorta peraltro di precise parole di Yuri Viboraov, giornalista sovietico da cinque anni in Italia per la sua televisione e ieri a Torino per filmare il calciatore, che lui deve essere stanco, perché finito un campionato ne ha subito cominciato un altro, ha detto che sì, è stanco, ma che non deve riposare né allenarsi di meno, perché la forma si tiene faticando. Poi non ha parlato male dei difensori avversari, non ha parlato male dell'arbitro 

"un essere umano che ha fatto il suo dovere e che comunque ha il diritto di sbagliare" 

E qualcosa poteva pure dire su Leoni e Domini e Lorighi. Indecifrabile, misterioso, affascinante. Se fosse una donna, sarebbero tutti aggettivi positivi. Trattandosi di un calciatore, ci sia permessa qualche riserva. 

Ieri lo avremmo voluto più polemico, magari, criticando se del caso sé stesso, ma intanto allargando il discorso critico alla squadra sua ed a quella avversaria. E invece la delusione, quella detta con il «sì» in italiano a precisa domanda, 

«Nasce dalle occasioni che abbiamo buttato via, dalle cose bellissime che abbiamo fatto senza però arrivare al gol." 

Forte anche il sospetto che l'interprete sappia troppo bene l'italiano e ci offra il giocatore convenzionalmente. Quando lui ha cominciato a dire: 

"Scusa, io domani arrivo a Kiev..." 

Lei ha raccolto il passaggio ed ha detto: - Sacha vuole dirvi che domani lui parte per Kiev, dunque adesso deve andare a casa a riposare in vista del duro impegno che lo attende con la Nazionale del suo Paese. 

E lui topogigiescamente a fare cenno di sì con la testa ad una lunga frase italiana che teoricamente non avrebbe dovuto capire. E infatti non la capiva, ma sapeva che c'era chi per lui stava recitando il congedo concordato. Ha detto Vibornov: 

"Dategli qualche mese di tempo, imparerà la lingua e non dovrà più avere paura dei giornalisti italiani." 

Ha detto anche:

"Dategli un'altra Juventus, e vedrete che giocatore è. Mi pare che ora come ora la squadra stenta a riconoscergli la leadership, che non tutti vogliano Sacha al centro del gioco: eppure è lì che lui deve stare». 

Non abbiamo fatto in tempo a proporre a Zavarov—che secondo noi è un grosso giocatore del nostro campionato, sia ben chiaro — questo concetto. Ci è stato detto che domani arriva..., che voleva soprattutto dire che dovevamo partire noi.

Gian P. Ormezzano 
tratto da: La Stampa 17 ottobre 1988

 



L'anno scorso era finito a... botti, con Dario Sanguin tramortito da un petardo e con la vittoria juventina trasformata nel 2 a 0 per i romagnoli. Quest'anno le due compagini hanno dato vita a un incontro altrettanto pirotecnico, ma (per fortuna) soltanto sul piano dell'agonismo e dell'impegno. Due volte in vantaggio la Juve (con uno splendido acuto di Zavarov e un rigore di De Agostini), due volte in rimonta il Cesena. I bianconeri di Zoff, al termine dell'incontro, hanno recriminato su due gol annullati per motivi più o meno «misteriosi»: e Alessandro Altobelli, forse, ha pagato la psicosi da «manomorta» esplosa dopo il primo turno.

tratto dal Guerin Sportivo anno 1988 n.42






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