mercoledì 29 aprile 2026

29 Aprile 1984: Inter - Juventus

É il 29 Aprile 1984 ed Inter e Juventus si sfidano nella tredicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1983-84 allo 'Stadio Giuseppe Meazza - San Siro'  di Milano.

É una Juventus piena di stelle di calibro mondiale quello che sfida un Inter che lotta per le posizioni di vertice del campionato in corso. Sará una stagione trionfale questa per i nostri beniamini a strisce bianconere. Se in Campionato arriverá l'ennessimo Scudetto (é il 21esimo), in Europa si festeggia la prima (ed unica) affermazione in Coppa delle Coppe

Dall'altre parte i neroazzurri termineranno la stagione al quarto posto ad otto punti di distacco dalla Juventus Campione d'Italia.


Buona Visione! 





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Stagione 1983-1984 - Campionato di Serie A - 13 ritorno
Milano - Stadio Giuseppe Meazza
domenica 29 aprile 1984 ore 16:00 
INTER-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Cabrini 24, Platini 37, Altobelli rigore 45

INTER: Zenga, Ferri R. (Marini 56), Collovati, Bini, Bagni, Baresi G., Muller, Pasinato, Altobelli, Sabato, Serena A. 
A disposizione: Recchi, Meazza L., Beccalossi, Muraro
Allenatore: Luigi Radice

JUVENTUS: Tacconi, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, (c) Scirea, Vignola, Prandelli, Rossi P. (Caricola 69), Platini, Boniek
A disposizione: Bodini, Furino, Tavola, Penzo
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Agnolin L.
AMMONIZIONI: Tacconi, Gentile (Juventus); Sabato, Pasinato (Inter)




Gran primo tempo dei bianconeri, l'Inter insegue bene ma non riesce a recuperare
La partenza sprint arma della Juve
Un palleggio di Vignola trasformato in rete da una cannonata di Cabrini e un delizioso tocco di Platini hanno frastornato i nerazzurri, che soltanto su rigore dubbio di Altobelli hanno dimezzato le distanze 
Nella ripresa vano assalto al bunker protetto da un grande Tacconi

MILANO Juventus, ad un passo dal trionfo. Voleva un punto, ne ha preso due a S. Siro dove non vinceva da sette anni laureandosi virtualmente campione d'Italia.  
L'apoteosi del 21' scudetto é solo rimandata a domenica prossima, in casa con l'Avellino. E stato però, questo quinto successo in trasferta, soffertissimo, costruito ablimente in contropiede nel primo tempo, con due gol-capolavoro di Cabrini e Platini. Due acuti alla Scala del calcio che avevano strappato in sincera ammirazione della folla e del presidente Interista Pellegrini, seduto in tribuna d'onore accanto al suo giolello Rummenigge.  
Quando la partita sembrava chiusa, un rigore concesso con molta severita da Agnolin per un fallo di Gentile su Altobelli (il difensore juventino scivolando, ha sbilanciato l'avversario con il gomito) e trasformato dallo stesso Spillo al 45' ha riacceso le speranze di un'Inter in salute, tonica, orgogliosa, che non ci stava a perdere l'autobus Uefa.
E così, dopo aver premuto a lungo, l'Inter ha letteralmente messo al muro la Juventus nella ripresa Fort-Tacconi. Lui ha resistito all'assedio che ha fruttato ai nerazzurri 14 corner ed anche 8 palle-gol. Il vento gelido, diventato un alleato della Juventus che con il caldo avrebbe potuto accusare la battaglia con il Manchester United, disturbava le traiettorie del pallone 
Ma la Juventus aveva in Tacconi, autore di due parate-gol su Serena (67) e Muller (87) un baluardo insuperabile, in Scirea un libero che benché claudicante: stroncava stoicamente ogni incursione con la collaborazione di una squadra compatta in cui tutti erano disposti a sacrificarsi. L'area juventina ribolliva di mischie. 
Il muro bianconero resisteva sino al termine malgrado l'accerchiamento. Ormai la Juventus aveva messo in banca due reti d'oro. La prima al 25. Platini, che aveva traccheggiato in posizione arretrata per risucchiare Bagni smorzarne, in campo largo, la carica agonistica. Imbeccava Vignola sul limite dell'area. Il piccolo Platini si esibiva in tre palleggi aerei e poi armava il sinistro di Cabrini che, dal vertice, esplodeva un missile che forse leggermente deviato da Bini, si infilava diagonalmente accanto al palo. Zenga, impotente, prendeva atto come il pubblico.
La Juventus, ripetendo la prestazione intelligente di mercoledì, conteneva le folate nerazzurre e affondava I colpi di rimessa. Rossi, che trovava l'ottimo Collovati a sbarrargli il passo, faceva da civetta lavorando gli inserimenti di Boniek e Platini. 
E, dopo un'incornata di Serena, che dirottava di poco sopra la traversa un cross di Bagni, la Juventus sfiorava tl raddoppio (32). Platini apriva per Rossi che centrava per la testa di Boniek: Il polacco spinto platealmente da Ferri mancava l'impatto con il pallone, reclamando invano il rigore. Agnolin ammoniva poi Pasinato (in precedenza eга toccato a Gentile, che adesso rischia la squalifica, e piú tardi Tacconi e Sabato) e lasciava correre.
Il 2-0, meritato, arrivava al 37. Una respinta di Bini finiva a Rossi che toccava a Bonini. Palla a Bontek e perfetto assist per Platini che di destro, dolcemente, accarezzava di esterno depositando con precisione millimetrica nell'angolo sulla sinistra di Zenga. Un gol astuto, alla Sivori, il ventesimo in campionato del fuoriclasse francese che non segnava dal 18 marzo scorso a Verona. 
Il gol era accusato dall'Inter che poteva subire il terzo al 42' se Prandelli, su traversone di Rossi, fosse stato piú preciso nella conclusione di testa. Ad una manciata di secondi dall'intervallo, su un centro apparentemente innocuo di Bagni e difficilmente controllabile per Altobelli, Gentile spostava l'avversario con il braccio e Agnolin indicava il dischetto. L'arbitro avrebbe dovuto usare la stessa fiscalitá anche sul precedente fallo di Ferri ai danni di Boniek ma non l'aveva fatto. Le proteste dei bianconeri non cambiavano la decisione e Altobelli insaccava rimettendo in discussione partita e risultato. 
Il margine di vantaggio consentiva alla Juventus di ripresentarsi ancora baldanzosa e di reagire rabbiosamente. Al 52' Platini offriva a Vignola un bel pallone ma Zenga opponeva i pugni alla sua botta di sinistro, violenta e centrale. 
Con Marini che ha preso il posto dell'infortunato Ferri (56) l'Inter piazzava Baresi su Boniek. Marini si occupava di Prandelli che s'era prodigato per non far rimpiangere Tardelli, un'assenza importante che é stata assorbita dal collettivo. 
Confermando il suo momento di forma atletica, l'Inter aggrediva la Juventus che al 68' aggiungeva un difensore in piú, Caricola in luogo di Rossi. Platini diventava centravanti, fiancheggiando Boniek, e procurava a Zenga, su punizione, l'ultimo brivido. 
Gli altri erano tutti per la Juventus e non solo di freddo, e il risultato che la riporta in perfetta media inglese e le consente di conservare 4 punti sulla Roma, non camblava piú

Bruno Bernardi




SCUDETTO/JUVENTUS SEMPRE PIÙ 21
Karl-Heinz Rummenigge, spettatore a San Siro, ha rivisto in maglia bianconera i diavoli che l'avevano mortificato a Madrid nella finale del Mundial. Ma per molti il platonico duello con l'Inter ha anticipato il vertice '85
Il giorno della zebra

IL 30 APRILE è dunque, quasi ufficialmente, «The day after»: il giorno dopo. Lo scudetto che già aveva individuato da alcune settimane con una certa esattezza la propria direzione prende definitivamente l'autostrada per Torino e va a posarsi, per la ventunesima volta, sulle maglie della Juventus. Dal giallorosso, ovvero dal tecnicolor, il campionato ritorna al bianco e nero nel breve volgere di dodici mesi. Abbiamo la sensazione che l'avvenimento verrà preso, sotto la Mole, con maggiore compostezza di quanto non accadde nella Capitale come lo scorso anno. Ma a Torino sono ormai abituati alla gloria: a Roma invece, in pace e in guerra ci si arriva sempre con cicli più lenti. D'altra parte è lo stesso valore dimostrato dalla squadra di Liedholm (valore confermato stupendamente in Coppa) a rendere più vero, più meritato, più importante questo ennesimo trionfo juventino. Sono due squadre, Roma e Juve, che comprendono in sé più che l'antologia, la storia contemporanea del calcio italiano. Esprimendo con diverse mentalità due modi di essere grandi. E non è detto che il modo apparentemente più antico, quello pragmatico di Trapattoni, non sia ancora e sempre il più attuale. In fondo è giusto che la squadra bianconera abbia celebrato la sua festa a San Siro: un po' perché San Siro resta sempre uno dei più grandi «teatri» del mondo dei piedi, un po' perché se San Siro tenne a battesimo il primo grande volo europeo delle nostre squadre negli anni Sessanta, la Juve non può che essere la più degna erede di questi fasti. Fasti a lungo sopiti ed ora, meritatamente, riproposti dalle due attuali capitali del calcio italiano.

FIAT-DAY. Quello di domenica è davvero stato un magnifico Fiatday a tutti i livelli. Perché non solo la Juve ha cucito sul proprio petto (qualcuno dice con una stagione di ritardo... grazie al Mundial) quel benedetto ventunesimo scudetto sulla cui strada era inciampata l'anno scorso, ma qualche migliaio di chilometri più a nord un'altra affiliata della «Agnelli holding», la signora Ferrari, ha rimesso il naso in Europa e nel mondo, trionfando con Michele Alboreto. Ovvero, col Platini della Nazionale rossa. L'accostamento non è casuale: da anni ormai la Ferrari e la Juventus rappresentano «l'Italia che vince». Non per nulla, pochi giorni fa, Giampiero Boniperti ci diceva che il consenso verso queste due grandi entità sportive sarebbe totale il giorno in cui, sulla Ferrari, venisse messa la... zebra al posto del Cavallino
(«in fondo - ci ha spiegato per rendere più "accettabile" questa sua spregiudicata proposta - anche il commendator Ferrari è un appassionatissimo tifoso juventino»).

PATRIMONIO. Se Alboreto per vincere a Zolder, ha corso con grinta e intelligenza, la Juve per vincere a San Siro, ha... invece usato esattamente le stesse armi (che evidentemente costituiscono un pregiatissimo patrimonio aziendale). Trapattoni ha prima fatto sfogare e contenuto l'Inter, poi l'ha trafitta con eleganza e cinismo, limitandosi nel secondo tempo ad amministrare quel doratissimo vantaggio conseguito con il minimo sforzo. Proprio come ha fatto Alboreto in Belgio nei confronti di Warwick e soci, modellando la gara così come nemmeno un grandissimo stratega avrebbe potuto concepire. E l'Inter, lo si sappia, non è stata certo meno pericolosa o meno competitiva della Renault: ha avuto il solo torto di trovarsi davanti a una squadra dalle idee come al solito terribilmente chiare. Karl Heinz Rummenigge, che era sceso da Monaco per spiare futuri compagni e futuri avversari, se ne è tornato a casa pensando che ci sarà molto, ma molto, da lavorare per scalzare da un qualsiasi tipo di vertice quei demoniacci che aveva già incontrato con la maglia azzurra e che ora lo hanno di nuovo spaventato con la divisa a strisce. A strisce come i carcerati: ma la Juve, si sa, è un'eterna prigioniera della sua sete di vittorie. Domenica a San Siro comunque (e prima ancora mercoledì contro il Manchester) s'è fatta una bella bevuta ristoratrice, che dovrebbe lenire per un po' di tempo la sua golosità e la sua arsura.

PREPOTENZA. Forse Rummenigge non avrebbe potuto scegliere una partita più significativa per il suo debutto italiano. Almeno come spettatore. Ha capito infatti, il biondone, quanto sia sottile la prepotenza
, segue juventina sul campionato. Così sottile da poter metter in affanno e difficoltà una squadra che, sul campo, non le si dimostra affatto inferiore. L'Inter, domenica ha corso (corso con la... c minuscola, purtroppo per i suoi ricordi e purtroppo per la sua attuale fame di genialità), la Juve, invece, ha vinto. L'Inter ha costruito e sprecato con Müller: la Juve ha distillato e concretizzato con Platini. L'Inter è andata avanti a strappi e senza lucidità: la Juve ha freddamente messo in moto da prima la sua trazione posteriore (Cabrini) e poi il suo turbo a trazione anteriore (Platini). E a quel punto, anche Karl Heinz, imperatore della Bassa Germania e futuro principe dell'Alta Italia, ha capito che ci sarebbe stato poco da sperare in quell'impari duello. Il cuore, difficilmente, le spunta contro la ragione, e la Juve, in questo momento, è la ragione applicata al calcio.

ANTICIPO. Ernesto Pellegrini, neopresidente interista, affrontava per la prima volta il suo cliente (cliente per parte... di ritiro) Giampiero Boniperti. Voleva strappargli, assieme alla tranquillità-scudetto, quei due punti che avrebbero potuto significare l'ingresso quasi sicuro in zona Uefa (e negli spogliatoi, a fine partita, è stato lapidato: 
«Contro il Verona dichiarato a muso duro glielo due punti». 
Stavolta, comunque, non ce l'ha fatta. Per ora, Boniperti, può ancora dunque dirgli (calcisticamente parlando) «ragazzo, lasciami lavorare». Ma forse non ha completamente torto chi ha ipotizzato che il quasi platonico Inter-Juve di domenica abbia in qualche modo anticipato lo scontro scudetto del prossimo anno. Pellegrini ci spera, Rummenigge ne è sicuro, purché resti Altobelli. Boniperti no. Viola fa gli scongiuri, Pontello chiama il banco, Verona reclama i diritti della provincia, il Torino (licenzia) e scalpita. L'Italia del pallone si sta facendo sempre più grande: è giusto che lo scudetto diventi una torta da mordere in tanti.

Marino Bartoletti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1984 nr.18




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28 Aprile 2002: Juventus - Brescia

È il 28 aprile 2002 Juventus Brescia si sfidano nella sedicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Serie A di Calcio 2001-02 allo StadioDelle Alpi' di Torino.

È una stagione col finale col botto questa per i campioni bianconeri. Iniziata così così nel finale, i nostri eroi stanno girando a mille. La vetta sí avvicina e sí avvicina anche il 5 maggio, ultima giornata di campionato. Tutto il resto è Storia

Dall'altra parte c'è un Brescia che deve vincere il suo 'scudetto personale' - salvezza risicata ma fondamentale!


Buona Visione! 




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Stagione 2001-2002 - Campionato di Serie A - 16 ritorno
Torino - Stadio Delle Alpi
domenica 28 aprile 2002 ore 15:00 
JUVENTUS-BRESCIA 5-0
MARCATORI: Trezeguet 8, Del Piero 71, Trezeguet 76, Del Piero 80, Trezeguet 89

JUVENTUS: Buffon, Thuram L., Ferrara C., Iuliano, Montero P., Nedved, Tacchinardi (Tudor 33), Davids (Paramatti 81), (c) Del Piero, Zalayeta (Zambrotta 46), Trezeguet
A disposizione: Carini, Zenoni, Birindelli, Amoruso
Allenatore: Marcello Lippi

BRESCIA: Castellazzi, Bonera, Calori, Mangone, Filippini A., Filippini E. (Baggio R. 66), Guardiola (Yllana 54), Sussi, Binotto, Toni (Tare 75), Bachini
A disposizione: Bacchin, Giunti, Schopp, Stankevicius
Allenatore: Carlo Mazzone

ARBITRO: Racalbuto
AMMONIZIONI: Montero P., Tudor (Juventus); Bonera, Filippini A., Sussi, Calori, Bonera 60 (Brescia)
ESPULSIONI: Allenatore Mazzone 9, Bonera 60 (Brescia)





BIANCONERI SI CONGEDANO DALLE ALPI CON UNA GOLEADA SUPERIORE A QUELLA CHE AVEVA INAUGURATO IL LORO CAMPIONATO CONTRO IL VENEZIA

Nel segno di Del Piero una Juve a forza 5 travolge il Brescia 
Premiato il coraggio di Lippi che impiega Zalayeta al fianco di David 
Alex nel ruolo di rifinitore in tandem con Nedved. Espulso Mazzone 

TORINO La vittoria più corposa del campionato rischia anche di essere la più inutile. Tuttavia, nel congedo da Torino con il Brescia, come nel giorno in cui si presentò (era fine agosto) contro il Venezia (4-0), la Juventus ha offerto cinque gol e spettacolo, un'esibizione di potenza che non ha saputo ripetere spesso altrimenti lo scudetto avrebbe già un padrone; a 90' dalla fine, la Juve può soprattutto rammaricarsi con se stessa se si trova a inseguire l'Inter e non le sta davanti, come la sua maggiore qualità le avrebbe consentito. Ieri Lippi ha trovato il coraggio di cambiare per non rischiare la battuta d'arresto; ha giocato la carta dei due attaccanti, dando fiducia a Zalayeta dopo la gestazione brillante in Coppa Italia, con Del Piero e Nedved a sorreggerli. Una mossa che in Spagna o in Inghilterra sarebbe normale ma che ai nostri allenatori appare sempre un azzardo. 

Alla 33ª partita di campionato, la 52a nella stagione, la Juve è arrivata finalmente a esporre il proprio potenziale d'attacco, costringendo Del Piero al ruolo che ci sembra più suo, rifinitore, anche se defilato sulla fascia sinistra come nel primo anno della Juve lippiana, quando faceva da terza punta del tridente con Vialli e Ravanelli. Non hanno compiuto sfracelli i bianconeri nel primo tempo ed il risultato è lievitato quando, nella ripresa, l'ingresso di Zambrotta ha restituito alla squadra il volto consueto e l'espulsione di Bonera le ha dato il vantaggio di un uomo in più. Ma era forte il segnale di quella squadra schierata con Zalayeta e Trezeguet davanti. Del Piero e Nedved esterni a completare il trapezio offensivo. Il Brescia lo ha ricevuto. Lo ha patito. 

Dopo due minuti la Juve era già in rete con una conclusione di Zalayeta che soltanto il guardalinee Di Mauro giudicava in fuorigioco. E all'5' il gol di Trezeguet, di testa, sul calcio d'angolo di Del Piero (contestato da Mazzone, che veniva espulso), esorcizzava il pericolo più grave, quello di non schiodare la difesa bresciana e percorrere la partita in affanno. L'attenzione si spostava su San Siro, senza troppe illusioni neppure dopo il pareggio di Matuzalem, eppure con la certezza che l'ultima parola sul primo posto non è ancora stata detta. L'invasione bianconera di Udine è il progetto di una settimana che ne ricorda altre degli ultimi due anni, ma, chissà perché, con la sensazione che la Juve questa volta possa riprendersi quanto le sfuggì nelle stagioni di Ancelotti. Lippi ha dato una scossa. Il gruppo che avevamo visto a Piacenza domenica scorsa, salvato dall'invenzione estemporanea di Nedved, si sarebbe attorcigliato su se stesso anche questa volta. 
Se non hai qualità sulle fasce, se la speranza del tuo gioco deve fondarsi sui piedi inadeguati delle seconde e terze linee, non serve avere qualche fuoriclasse né Trezeguet, il goleador più prolifico dai tempi di Omar Sivori, pure lui un oriundo argentino.
 
Ieri dall'esterno partivano le iniziative di gente che pure quando non è al massimo sa offrire una palla precisa, un cross non banale e comunque allarga la difesa. Davids e Tacchinardi, finché l'infortunio non l'ha levato di mezzo, non dovevano preoccuparsi di innescare il gioco, bastava che distruggessero le trame bresciane. Dietro, la difesa era inedita e sicura, anche se Thuram e Monterò dovevano fare gli esterni perché la Juve ha difensori centrali in abbondanza (quando Tudor ha sostituito Tacchinardi ce n'erano in campo addirittura cinque) e pare che l'anno prossimo voglia aggiungerci Stam. 

Il Brescia, in svantaggio, si proiettava in avanti e controllava la palla, senza colpire mai con decisione. Toni, bel giocatore finché non si affaccia vicino alla porta, era consumato dall'esperienza di Ferrara, Altro non c'era, mentre la Juve arrivava comunque a colpire un palo con luliano e a impegnare Castellazzi con Nedved. Zalayeta non trovava gli spazi che gli aveva concesso il Parma, qualche sua fuga verticale creava scompiglio ma nell'intervallo Lippi decideva che il più era fatto. Bisognava tornare ai vecchi equilìbri. E mentre il Brescia attendeva a far entrare Baggio, l'espulsione di Bonera (seconda ammonizione per un fallo su Del Piero) ne comprometteva la rimonta. Il Codino entrava al 21', sull' 1-0, e assisteva dopo cinque inutili minuti all' esplosione juventina. Del Piero segnava con una punizione da 25 metri che beffava Castellazzi, poi lui stesso e Trezeguet, completavano l'opera sugli assist di Nedved, Davids e Tudor a difesa aperta. 
La fiammella bresciana si era spenta, quella juventina resta accesa per una settimana.

Marco Ansaldo

Nedved serve assist 
Baggio non sì vede 
Thuram sente l'aria dei Mondiali, un super Ferrara annulla Toni 

BUFFON 6. Una parata a terra su Binotto nel primo tempo e la sua domenica finisce lì. 

THURAM 7. Confermata la sensazione delle ultime gare: il profumo di Mondiale gli fa non bene, ma benissimo. Spinge e annulla quel che resta di Bachini. 

FERRARA 7. Senza la tripletta di Trezeguet avrebbe meritato il premio di migliore in campo. Sta concludendo alla grande un campionato che avrebbe dovuto riservargli soltanto una parte da comprimario. Se Toni non esiste il merito è suo. 

IULIANO 6,5. A parte una scena alla Gianni e Pinotto con Buffon, fa il pretoriano difensivo senza alcun problema particolare. Anche nel momento in cui il Brescia spinge prima di dimettersi in blocco dalla partita. 

MONTERO 6. Bravo a sacrificarsi in una posizione che non gli è consona. L'ultima apparizione da esterno sinistro si perde nella notte dei tempi, Lippi lo utilizza in quel ruolo per avere più copertura. Ma nel primo tempo il Brescia trova spesso disco verde da quella parte. Zalayeta arma segreta nella formazione con quattro attaccanti Lippi ridisegna i ruoli e dà la sua impronta a questo successo 

NEDVED 7. Assist man per Trezeguet, gioca molto decentrato a destra nello schieramento rischiatutto ideato a sorpresa da Lippi. Gli si può perdonare qualche cross di troppo sbagliato. 

TACCHINARDI 6. La sua partita dura mezz'ora. Poi lo blocca una botta alla coscia 
(dal 33' pt Tudor 7: manda in gol Trezeguet, si conferma bravo anche nel ruolo di centrocampista). 

DAVIDS 7. Si iscrive nell'elenco dei rifinitori offrendo a Del Piero la palla del quarto gol. Solita grinta, quando entra Baggio va a marcarlo a uomo 
(dal 35'st Paramatti sv) 

DEL PIERO 7. L'inizio non è dei migliori, poi decolla. La punizione è un pezzo di bravura diverso dal solito: niente tiro a girare, ma botta secca che trova impreparato Castellazzi. Splendido anche il 4o gol juventino. 

TREZEGUET 7.5. Sale sul trono dei goleador con una grande tripletta. Difficile trovare nuovi aggettivi per questo campione che ha il gol nel sangue. 

ZALAYETA 6. E' l'arma segreta di Lippi. Marcello sfrutta la sua grande condizione e nei primi minuti è lui che semina scompiglio nelle file bresciane 
(dal 1 ' st Zambrotta 6,5: va a sinistra, fa con profitto il porta borracce).
 
LIPPI 7. Rischia tutto con quattro attaccanti, poi ridisegna la squadra. Su questa vittoria c'è netta la sua impronta. 

Fabio Vergnano
articoli tratti da: La Stampa 29 aprile 2002





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lunedì 27 aprile 2026

27 Aprile 1986: Lecce - Juventus

È il 27 aprile 1986 e Lecce Juventus si sfidano nella quindicesima (ed ultima) giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1985-86 allo Stadio 'Via del Mare' di Lecce.

La Juventus con questi due punti vince il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo sugli ultimi spiccoli di splendore di 'LeRoi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve prima di trasferirsi all'Inter) i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven Goran Eriksson vincendo 'in volata' lo Scudetto. 

Il Lecce dal canto suo chiude un deludentissimo campionato salutando la Serie A, ma però avrà la 'colpa' di avere 'regalato' lo Scudetto ai bianconeri dopo aver sbancato l'Olimpico di Roma e battendo gli uomini di Sven Goran Eriksson.

Buona Visione! 


 

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Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 15 ritorno
Lecce - Stadio Via del Mare
domenica 27 aprile 1986 ore 15:30 
LECCE-JUVENTUS 2-3
MARCATORI: Mauro 69, Miceli 73, Cabrini 79, Serena A. 85, Di Chiara A. 86

LECCE: Negretti, Vanoli, Danova, Enzo, Di Chiara S. (Causio 59), Miceli, Raise, Barbas, Pasculli, Nobile, Di Chiara A. 
A disposizione: Pionetti, Colombo G., Paciocco, Rizzo
Allenatore: Eugenio Fascetti

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, (c) Scirea (Pioli 82), Mauro, Laudrup, Serena A., Platini, Briaschi (Pin 55)
A disposizione: Bodini, Caricola, Pacione
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Agnolin L.
AMMONIZIONI: Serena A., Mauro 12, Brio 23 (Juventus)




Tre gol bianconeri a Lecce hanno scandito il successo che ha tolto le ultime ansie
Firmato Mauro Cabrini Serena
La partita sembrava avviata verso uno zero a zero faticoso per la Juve, piuttosto nervosa (ammoniti Mauro e Brio) e impegnata duramente dalla formazione di Fascetti Poi negli ultimi venti minuti la tripletta liberatrice alla quale i padroni di casa si opponevano con furore facendo 1-1 con Miceli e risalendo a 2-3 con Di Chiara

LECCE Juventus Miss Italia '85-86. Dopo la Coppa Intercontinentale conquistata a Tokyo a dicembre è arrivato lo scudetto n.22. E settimo per Scirea, il sesto per Cabrini, il quarto per Brio, il terzo per Bonini, il secondo per Platini, Tacconi, Favero, Caricola e Bodini, il primo per Mauro, Laudrup, Serena, Briaschi, Pin, Pacione e Pioli. Uno scudetto sofferto e dunque più bello, vinto sul filo di lana dopo una stagione ricca di impegni ad alto livello.

A Lecce la Juve ha sofferto per oltre un'ora contro una squadra che, dopo l'incredibile exploit sulla Roma all'Olimpico, voleva congedarsi in bellezza dalla serie A. E c'e riuscita in pieno pur perdendo (3-2); va in serie B, salvo recuperi per la vicenda del calcio-scommesse a testa alta dopo aver impegnato allo spasimo i neo-campioni d'Italia che hanno avuto problemi a controllare le folate di rimessa di Nobile, Pasculli e Alberto Di Chiara.
Era una Juventus comprensibilmente tesa, a volte persino affannata. Il tridente determinava uno sbilanciamento e una specie di frattura fra le punte e il centrocampo dove Platini, non al meglio della forma, riusciva solo raramente a rifornire Briaschi, Serena e Laudrup peraltro poco disposti a smarcamenti rapidi, piuttosto statici per il considerevole sbalzo di temperatura fra Torino e Lecce che tagliava loro le gambe.

Sul tabellone luminoso dopo appena due minuti, era comparso il risultato di Como (1-0 per i lariani sulla Roma) che avrebbe dovuto sbloccare psicologicamente la Juventus consentendole di giocare sul velluto. Ma la posta in palio era troppo importante, il Lecce non era disposto a fare alcuna concessione e non avendo niente da perdere ma tutto da guadagnare sul piano dell'immagine, giostrava in scioltezza e sembrava avere una marcia in più nel clima estivo. Serena, in apertura di gara, non aveva sfruttato un bell'assist su punizione di Platini indirizzando sui pugni di Negretti da posizione angolata. Dopo questa palla-gol, la Juventus appariva impacciata e nervosa. Mauro (12) si lasciava andare ad un brutto fallo di reazione scalciando da terra, Nobile e Agnolin non infieriva limitandosi ad ammonire lo juventino.
Il gioco era frammentario. La Juventus perdeva palle giocabili sulla trequarti campo favorendo il contropiede dei giallorossi di Fascetti (ancora confinato in tribuna e sostituito in panchina da Neri. Il Lecce reclamava per un fallo di mano in area di Bonini al 20 che era chiaramente involontario e l'arbitro sorvolava al grido di 
"Venduto, venduto" 
Decisione impeccabile quella di Agnolin che al 23 ammoniva Brio per una gomitata in faccia a Pasculli. Anche Brio, come Mauro, aveva trasceso rischiando di prendere la via degli spogliatoi in anticipo. Un momento davvero critico per i bianconeri che si scuotevano al 27. Ancora Platini metteva un bel pallone sul piede di Laudrup il quale, in posizione di tiro, indugiava e pol peccava di altruismo servendo quasi sul fondo Briaschi il cui diagonale sorvolava lo specchio della porta e si perdeva in fallo laterale.

Era un'altra ghiotta occasione fallita dai bianconeri. che rischiavano un minuto dopo di trovarsi in svantaggio. Su una mischia Brio pasticciava, non trovava più il pallone che era vicino ai suoi piedi, ma Alberto Di Chiara, ben servito da Barbas, non riusciva ad approfittarne. Sul finire del tempo Platini commetteva qualche errore elementare, davvero insolito per un fuoriclasse del suo livello, ma zoppicava e si vedeva che non era nelle migliori condizioni. Una Juventus bruttina ma ugualmente incitata a gran voce da un pubblico per due terzi di fede bianconera.
Nella ripresa, dopo un brivido procurato da un violento sinistro di Raise. Trapattoni decideva (56') di togliere Briaschi, ormai a corto di carburante, inserendo un centro-campista in più, Pin. La squadra appariva più equilibrata e più incisiva. Al 58' su una combinazione Mauro-Platini. Serena mancava di un soffio il gol tirando sul portiere. Poi il Lecce inseriva l'ex juventino Causio al posto di Stefano Di Chiara per tentare di vincere la partita. Platini mancava una buona opportunità. Serena finiva sul cartellino giallo di Agnolin per proteste.

Al 69 arrivava il gol liberatore, il primo dei cinque realizzati in soli diciassette minuti. Serena veniva bloccata fuori area da Miceli. L'arbitro fischiava una punizione in favore della Juventus che Platini calibrava per il destro di Mauro la cui volée, da fuori area, si insaccava a fil di palo, forse leggermente deviata da un avversario. Un gol da incorniciare. Ma la festa dei bianconeri era di breve durata poiché al 73, su corner di Causio, Miceli di testa infilava Tacconi con una beffarda parabola.

Tutto da rifare, mentre il risultato di Como era invariato e dava ossigeno alle speranze della Juventus. Pol al 79 il 2-1. Una punizione di Mauro da destra trovava pronti Serena e Cabrini all'appuntamento. L'attaccante mancava la palla, il terzino con una rovesciata di sinistro schiacciava alle spalle di Negretti. Ormai era fatta. Trapattoni inseriva ancora Pioli al posto di Scirea e all'85' arrivava la terza rete. Platini lanciava Laudrup che si involava sulla sinistra, vedeva Serena smarcato in posizione-gol, lo serviva alla perfezione e il centravanti piazzava il punto-scudetto. Era l'undicesima rete per Serena. Il Lecce non ancora domo riusciva ad accorciare le distanze all'86'. Su cross di Causio, testa di Pasculli sul palo e tocco decisivo di Alberto Di Chiara. Era l'ultima ernozione, poi cominciava la grande festa bianconera.

Bruno Bernardi





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