È il 6 ottobre 1985 e Juventus ed Atalanta si sfidano nella quinta giornata del girone di andata del Campionato di Calcio di Serie A 1985-86 allo Stadio 'Comunale' di Torino.
La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo gli ultimi spicchi di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve, prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven-Göran Eriksson, vincendo 'in volata' lo Scudetto. I Giallorossi saranno protagonisti tanto di una rimonta inaspettata quanto di una rovinosa caduta nella penultima gara di campionato in casa contro la già retrocesso Lecce.
Dall'altra parte c'è Atalanta che disputa un campionato dignitoso e finisce la propria corsa tricolore a metà classifica.
Buona Visione!
Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 5ª andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 6 ottobre 1985 ore 15.00
JUVENTUS-ATALANTA 2-0
MARCATORI: Serena A. 4, Laudrup 69
JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Mauro (Pin 77), Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup (Pacione 83)
Allenatore: Giovanni Trapattoni
ATALANTA: Piotti, Osti, Gentile, Prandelli, Soldà, Perico, Stroemberg, Limido (Valoti 72), Magrin, Donadoni, Cantarutti
Allenatore: Nedo Sonetti
ARBITRO: Bianciardi
Platini riposa? Ci pensano Serena e Laudrup Platini riposa?
Il francese gioca al piccolo trotto
Ma il centravanti al 4' con uno dei suoi colpi di testa e il danese al 69' con un'azione personale imbraglieranno un'ostica Atalanta
Tra gli ospiti emergono il portiere Piotti e StrombergTORINO — La testa di Serena e un'invenzione di Laudrup spingono la Juventus in alto. Poco importa se Platini protrae questo singolare periodo di 'cassintegrazione', se Manfredonia e Bonini danno alla loro partita un'interpretazione meno brillante del solito, se lo spettacolo latita nella circostanza o se l'iniziativa concessa all'Atalanta superi, talvolta, il limite di guardia.
La Juventus del rinnovamento va avanti come una formica, senza distrazioni, con l'aria di chi pensa più all'arrosto che al fumo. I numeri, che nel calcio sono in fondo ciò che conta, danno perfettamente ragione a Trapattoni, il quale da ieri sera guarda i concorrenti diretti da una posizione ancor più privilegiata. L'Atalanta, che spende nell'arco di novanta minuti un'illimitata quantità di energie per raccogliere soltanto due proiezioni offensive di Donadoni e di Stromberg (in entrambe le occasioni, 1' e 50', Tacconi è davvero bravo ad opporsi), è subito gelata dallo stacco tempestivo di Serena.
Sono appena trascorsi quattro minuti. Quanto basta per verificare l'esattezza di certe previsioni della vigilia. Sonetti, evidentemente, ha dato istruzioni precise. Per togliere l'iniziativa alla Juventus nei punti dove lo schema è concepito, aggredisce con soffocanti raddoppi di marcatura i centrocampisti avversari.
Insomma, l'ammucchiata prevista sembra il tema dominante del pomeriggio. Ed è facile intuire una gara di sofferenze o almeno di disagi per i bianconeri. Ma ecco al 4' uscire dal cilindro della Juventus il giochetto elementare ma efficace, conosciuto ma puntualmente efficiente.
Cabrini rimette al centro un traversone teso, Scirea fa velo più o meno volontariamente, poi sbuca la testina di Serena e Piotti è battuto. Tutto lascia supporre che tale disgelo induca l'Atalanta ad orientare altrimenti il metodo operativo. Invece Sonetti non cambia musica, ed ogni suo uomo si mette praticamente alle costole dei bianconeri, i quali non possono usufruire, come vorrebbero, di ipotetici spazi. Serena si muove molto e con molta diligenza; Laudrup vive momenti difficili per la determinazione, ai limiti del lecito, di Osti; Platini si occupa di portare in giro il bravo Prandelli e di cucire con umiltà il gioco. Mauro è costretto spesso a convergere e in un palo di circostanze costringe Piotti a respingere un suo destraccio (15') ed a tremare per una conclusione a lato del 21'.
Per trovare un tentativo in porta bisogna successivamente attendere il 41' quando Cabrini di testa (lo schema tradizionale è ripetuto con la variante dell'esecutore) costringe Piotti ad aprire le ... ali. La partita, ingarbugliata come una matassa ingarbugliata, non è facile per la Juventus.
L'Atalanta corre come se avesse due anime, colma ogni settore del campo e non concede respiro. Donadoni e Stromberg, atleta gagliardo e generoso, tentano anche sortite offensive. Ed è proprio dello svedese (50') l'affondo conclusosi con bell'intervento di Tacconi. In simili condizioni è difficile costruire gioco per Manfredonia e Bonini, ai quali è riservato anche l'onere di assistere gli attenti Favero, Sclrea e Brio. È arduo per Serena e Laudrup vedere lo specchio della porta, anche se la pressione bianconera porta il centravanti a caricare il sinistro al 58', con palla finita a lato di un nulla. È arduo anche perché Gentile e Osti non si concedono distrazioni, nonostante la giornata no dell'emozionato Soldà.
Platini forse avverte il momento difficile e si porta due volte al tiro: al 65' con ottimo stop di petto e gran destro su punizione respinto al 73' da Piotti. Dal 70' in poi la Juventus concede forse troppa iniziativa all'avversario, un po' di lentezza nel disimpegno, che non è agevole, si intende, troppi i passaggi sbagliati. Cabrini prova a spingere la squadra in avanti, ma i nerazzurri paiono triplicarsi, spinti da una vitalità straordinaria. Ma nulla più di una vitalità. Premono perfino, ma non trovano spiragli. C'è chi pensa, però, che può scapparci una fortuita giocata che metta in ginocchio Tacconi.
Ma in agguato c'è Laudrup, un danese tanto elegante quanto efficace. Riesce al 69' a superare Soldà e Osti con una stupenda progressione in slalom ed a lasciare di sasso Piotti con un destro forte e ben calibrato sul primo palo. Una prodezza che vale 7 in pagella. Lo stadio ha un sussulto, un premio all'esecuzione più spettacolare della partita. La Juventus vince con merito, è solida, «corta», non perde mai la testa ,non ha concesso contropiede.
Sonetti dice che gli sta bene il 2-0. E tutti vissero felici e contenti.
Angelo Caroli
tratto da: La Stampa 7 ottobre 1985














































