domenica 17 maggio 2026

17 Maggio 1995: Juventus - Parma

É il 17 Maggio 1995 Juventus Parma e si sfidano nella Finale di Ritorno della Coppa UEFA 1994-95  allo Stadio 'San Siro - Giuseppe Meazza' di Milano.

La Juventus dopo anni di magra si appresta a vincere il suo ventitreesimo scudetto con il nuovo allenatore Marcello Lippi. Il Parma dal canto suo contende ai bianconeri ben tre tornei in questa stagione. Persa quindi sia la lotta scudetto sia quella per la Coppa Italia, i gialloblu si fanno valere almeno sul palcoscenico europeo.

Vincono infatti la Coppa UEFA nel doppio confronto a Milano ed in Emilia.

Buona Visione!  



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Stagione 1994-1995 - Coppa UEFA - Finale, ritorno
Milano - Stadio Giuseppe Meazza
mercoledì 17 maggio 1995 ore 20:30 
JUVENTUS-PARMA 1-1
MARCATORI: Vialli 35, Baggio D. 53

JUVENTUS: Peruzzi, Ferrara C., Jarni, Torricelli, Porrini, Paulo Sousa, Di Livio (Carrera M. 82), Marocchi (Del Piero 75), Vialli, (c) Baggio R., Ravanelli
A disposizione: Rampulla, Fusi, Tognon
Allenatore: Marcello Lippi

PARMA: Bucci, Benarrivo (Mussi 46), Di Chiara (Castellini 81), Minotti, Susic, Fernando Couto, Fiore, Baggio D., Crippa, Zola, Asprilla
A disposizione: Galli G., Branca, Brolin
Allenatore: Nevio Scala

ARBITRO: Van der Wijngaert (Belgio)
AMMONIZIONI: Ravanelli 16, Vialli 43, Ferrara C. 63 (Juventus); Fernando Couto 2, Minotti 29, Crippa 47, Asprilla 72, Castellini 86 (Parma)




Robi: mancato il colpo da ko 
«Questa delusione ci darà la spinta per lo scudetto 
Perduto la terza finale da quando sono alla Juve. 
C'è amarezza, perchè nessuno era sceso in campo per divertirsi. Volevamo vincere, ci stavamo riuscendo, disgraziatamente ci è mancato il colpo del ko». 

L'ha assestato invece l'omonimo di Baggio, il Dino ex bianconero e ora anti-Juve per eccellenza. Tre gol per il Parma nelle sfide contro la Signora tra campionato e coppa. Tutti suoi. 
Dice Robi: 
«Bravo Dino, ha segnato reti importanti, è giusto che consideri molto sua questa Coppa. Ha ragione ad esultare, è la sua rivincita. Del resto lo conosco, è uno che non perdona quando ha l'opportunità di segnare. No, non ci ha tagliato le gambe, la sua rete. Certo, tutto è cambiato in campo. C'è stato nervosismo, c'è stata stanchezza, un calo evidente. Ma è normale. Queste sono le finali». 
Lui ne vuole disputare altre, a cominciare da quella di Champions League fra un anno. Nella Juve. diventare un sacrilegio. E anche una perdita di immagine, non solo di incassi se è vero come è vero che gli ultra sono pronti a non sottoscrivere abbonamenti senza il loro Robi. Gli applausi della gente bianconera alla fine sono stati per la Juve e anche per Robi. Sono stati per una squadra che si è battuta per 90' ispirata dal suo leader a tutto campo. Baggio si sente defraudato ma analizza con serenità l'esito della contesa: 
«Meritavamo di più. Il gol del 2-0 e la Coppa erano alla nostra portata. Ma il Parma è stato più abile a sfruttare l'unica occasione avuta. E' il calcio. Perdere la finale spiace soprattutto perchè vola via nel nulla un anno di sacrifici. Basta un particolare a decidere questo tipo di partite. Episodi: che non devono incidere sul morale, sulla grande stagione disputata. Perchè anche questi insuccessi aiutano a crescere e a cementare il gruppo. La delusione in Coppa ci darà la spinta giusta per trionfare domenica, a Torino, in campionato. 

 

"Abbiamo prezzo, dirigenti attenti. Roby = abbonamenti». 
E ancora: 
«Roby con Andrea nel cuore, firma, coppe, tricolore». 
Infine: 
«Lo gridiamo al mondo intero, Roby per sempre in bianconero».

Robi con la y finale, questa è la grafia dell'ultra. E la partita, che partita disputata. A lanciare, correre, crossare, servire palloni belli e importanti. Esultare con Vialli, disperarsi con Torricelli, anzi per Torricelli che poteva dare la Coppa. Ha «perso» la partita ma ha vinto un incontro più importante. Ha dimostrato che può esserci un domani nella Juve, per lui. Perchè senza Robi, togliete le virgole da uno degli striscioni, non ci sono coppe, non ci sono scudetti. Da qui a domenica forse non sarà il tempo adatto a mettere d'accordo società e giocatore. Ma è chiaro che, dopo ieri, le parti si devono essere per forza riavvicinate. Il distacco oggi sarebbe più duro, difficile da capire per chi, tra i tifosi, lo ama senza più contrasti, incondizionatamente. Rinunciare a questo Baggio rischia di 
«Meritavamo di più» 
E gli striscioni dei fans pretendono che rimanga 

Franco Badolato





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sabato 16 maggio 2026

16 Maggio 1982: Catanzaro - Juventus

É il 16 Maggio 1982 e Catanzaro e Juventus si sfidano nella quindicesima (ed ultima) giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio 'Comunale' di Catanzaro.

Con questi due punti i nostri eroi conquisteranno il ventesimo scudetto della Vecchia Signora. Il tutto dopo una lotta lunga, difficoltosa (e con strascichi polemici incredibili). Infatti in classifica lo squadrone bianconero stacca di un solo punto i rivali della Fiorentina. Compare così la seconda stella sulle maglie bianconere. 

La forza della squadra bianconera é indiscutibile! Tant'é che gran parte dell'undici titolare della Juve sará protagonista (pochi mesi dopo) della conquista della Coppa del Mondo con la Nazionale Italiana ai Mondiali di calcio di Spagna '82.

Buona Visione!



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Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 15 ritorno
Catanzaro - Stadio Comunale
domenica 16 maggio 1982 ore 16:00
CATANZARO-JUVENTUS 0-1
MARCATORI: Brady rigore 75

CATANZARO: Zaninelli, Celestini, Salvadori, Boscolo (Cascione 46), Santarini, Peccenini, Mauro, Braglia, Borghi, Sabato, Bivi (Palese 71)
A disposizione: Bertolini, Cardinali, Nastase
Allenatore: Bruno Pace

JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, (c) Furino, Brio, Scirea, Marocchino (Bonini 85), Tardelli, Rossi P., Brady, Virdis (Fanna 53)
A disposizione: Bodini, Osti, Galderisi
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Pieri C.
AMMONIZIONI: Gentile (Juventus); Braglia (Catanzaro)




La seconda stella è il regalo d'addio alla Juventus dell'irlandese, freddo esecutore del rigore che ha battuto il Catanzaro 
La mano di Celestini, il sinistro di Brady 
Nessun dubbio sull'illecita parata del terzino calabrese sul tiro di Fanna, a un quarto d'ora dalla fine
I bianconeri hanno dominato la partita e costruito numerose palle gol, colpendo due pali
Polemiche per l'intervento in area di Brio su Borghi al 36' 

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE 
CATANZARO — Sulla roulette dello scudetto la pallina s'è fermata sul numero 20, pari, «passe», bianconero. Su rigore trasformato, con rara freddezza, dal «ripudiato» (per cause di forza maggiore) Liam Brady al 75', la Juventus, campione d'Italia uscente, si è aggiudicata la storica doppia stella. Alla Fiorentina, fermata a Cagliari, l'onore delle armi, ma la Juventus anche a Catanzaro ha confermato di essere la più forte.

Una vittoria di... rigore, non tanto perché arrivata dal dischetto, quanto per la superiorità dimostrata dalla squadra di Trapattoni contro un avversario che niente ha concesso sul piano dell'impegno agonistico. Anche i calabresi recriminano per un penalty non concesso da Pieri al 36' del primo tempo. Mauro da destra lanciava Borghi che, in area, entrava in collisione con Brio e finiva a terra. Lo stopper aveva allargato il braccio destro, dando l'impressione di trattenere l'avversario: forse gli estremi del rigore c'erano, ma l'arbitro era di diverso avviso. Un episodio, comunque, da moviola. 

Nessun dubbio, viceversa, su quello che ha deciso l'incontro e il campionato. L'azione è scaturita da un caparbio spunto di Brady, che era salito in cattedra nella ripresa con grande autorità. L'irlandese serviva Marocchino, che si produceva in uno scatto poderoso e centrava per Rossi, il quale di testa girava sul palo; la sfera tornava in mischia e Fanna (subentrato a Virdis dal 52') tirava due volte a rete: sulla seconda il terzino Celestini intercettava, quasi sulla linea, col braccio allargato. Pieri questa volta fischiava la massima punizione, fra l'esultanza del giocatori bianconeri. 

Contemporaneamente dalla curva Ovest — dove campeggiava un bandierone della Fiorentina insieme con quelli giallorossi e da dovè, prima dell'inizio, s'era alzato in cielo uno striscione viola con un grosso scudetto, sollevato da palloncini — partiva un fitto lancio di oggetti vari. Brady piazzava il pallone sul dischetto ed aspettava che la buriana si calmasse. Sulle sue spalle calava improvvisamente una enorme responsabilità, la più «pesante» ma anche la più esaltante nei due anni vincenti trascorsi in Italia. Poi il tiro: una finta, un sinistro basso, angolatissimo e imparabile, sulla destra del bravo Zaninelli. I pugni al cielo, Brady finiva soffocato dagli abbracci dei compagni. E mentre le migliaia di tifosi juventini esultavano, un'altra bottiglia di plastica colpiva il braccio di un guardalinee: un gesto che costerà una multa salata al Catanzaro. 

La partita finiva praticamente dopo il rigore, con la Juventus che amministrava abilmente il risultato, controllando senza affanno i calabresi che producevano l'ultimo forcing alla ricerca del pareggio. Bonini all'84' dava il cambio a Marocchino, che era stato fra i migliori, lottando con lucida determinazione, al pari di un grande Brady e di Tardelli che, dopo la «suspense» dei giorni scorsi, aveva deciso di giocare dopo un ultimo provino. 

Proprio a Tardelli erano capitate le tre occasioni più limpide. La prima al 7'. Scirea si sganciava in profondità e serviva Virdis, che toccava a Rossi, il quale fintava splendidamente per Tardelli: grande destro a fil di traversa che Zaninelli, con un balzo, alzava in corner. Sembrava quasi il replay della parata di Castellini, sullo stesso Tardelli, domenica scorsa. La seconda al 47'. Sulla punizione di Gentile, Tardelli si smarcava sotto porta e di testa, con Zaninelll fuori causa, incocciava la parte superiore della traversa. La terza al 54': un servizio di Brady scavalcava la difesa, ma Tardelli, da favorevole posizione, sprecava. 

Il generoso e sfortunato Tardelli non era il solo a sfiorare il gol. Ci avevano provato anche Virdis (14'), che di testa appoggiava a lato; Rossi (22' e 44'), ma Zaninelli non si lasciava superare; Brio (69'), che di testa anticipava il portiere di un soffio, ma il pallone si perdeva sul fondo; Fanna (70'), con un tiro deviato in corner in extremis. Sull'1-0 ancora Rossi, con una bella azione sulla sinistra, scodellava un pallone diabolico dal fondo campo sotto la traversa, ma Zaninelli, con prontezza di riflessi, deviava in calcio d'angolo.

Tutto questo, al di là delle polemiche che ha sollevato e solleverà il sospètto rigore di Brio, conferma che il successo juventino di ieri è legittimo, anche se il Catanzaro ha fatto in pieno la sua parte alla ricerca di un risultato di prestigio. I calabresi erano tranqullli, senza problemi di clasiffica dopo l'ottimo campionato, mentre la Juventus si giocava tutto. 

Mauro, il «gioiello» di Pace, era attivissimo e costringeva Cabrini, sceso in campo con un'iniezione antidolorifica al piede destro, a faticare. Bivi, il cannoniere del Catanzaro, era invece bloccato da un Gentile attentissimo e attivo negli appoggi, mentre Brio non solo controllava bene Borghi, ma si portava sotto, come faceva spesso Scirea, alla ricerca del gol. Quando il «libero» si sganciava, Furino presidiava magnificamente la zona difensiva, al punto che Zoff doveva svolgere un lavoro di ordinaria amministrazione, senza pericoli di rilievo tranne una folgore di Cascione (subentrato a Boscolo dopo l'intervallo), che sorvolava la sbarra trasversale al 51'. 

Una gara sostanzialmente corretta, priva di falli cattivi anche se tiratissima, disputata in un clima abbastanza teso sugli spalti più che in canili Pieri estraeva il cartellino giallo soltanto due volte, per ammonire Braglia (proteste) e Gentile. La Juventus ha avuto anche il merito di mantenere sempre la calma, malgrado il gol tardasse ad arrivare, grazie alla sua vasta esperienza, all'abitudine a vincere certe battaglie. Calma che lo stesso Rossi ha dimostrato di aver assimilato, nonostante non avesse mai vinto niente in precedenza. 

«Pablito» è apparso in crescendo, per nulla turbato da quanto era accaduto all'aeroporto di Sant'Eufemia alla vigilia, e ha dato un il concreto apporto a questa partita decisiva. 

Bruno Bernardi


Le pagelle di un anno da Zoff a Trapattoni 

DINO ZOFF (30 presenze, voto 7,5) E' il portiere meno battuto, grazie anche alla difesa, della serie A e mai in 10 campionati con la Juve aveva subito così poche reti. Nonostante i suoi 40 anni, è riuscito ad avere un rendimento costante. Classe, fisico, piú mestiere: questa là formula magica di «San Dino» che ha scoperto l'elisir di lunga durata. 

CLAUDIO GENTILE (27 presenze, 2 gol, voto 7,5) Una roccia che, talvolta, s'è trasformata in... pietra preziosa. I suoi costanti progressi tecnici lo classificano tra i più forti difensori d'Europa, forse del mondo, a patto che non smarrisca l'umiltà e non si lasci tentare dalla voglia di strafare. 

ANTONIO CABRINI (29 presenze, 5 gol, voto 7,5) Non è riuscito ad eguagliare i 7 centri del campionato precedente, ma come terzino cannoniere si è espresso sovente sui livelli del 78, la stagione che al Mundial lo consacrò campione di razza. E' maturato sul piano tattico. 

GIUSEPPE FURINO (27 presenze, voto 8) Gli anni passano (ne compirà 36 il 5 luglio prossimo), ma «Furia» non si placa. Ancora una volta è stato il fulcro del centrocampo, tra i più redditizi per agonismo, tenuta, esperienza. Un «playmaker» da combattimento. 

SERGIO BRIO (29 presenze, 1 gol, voto 8) Da gigante (troppo) buono a stopper ruggente. «Miracolato» dopo la delicatissima operazione al ginocchio sinistro, ha smentito coloro che non lo ritenevano «da Juventus», fermando quasi tutti i suoi diretti avversari e partecipando attivamente, sui calci piazzati e sui corners, alle offensive. Un'arma tattica in più. 

GAETANO SCIREA (30 presenze, 5 gol, voto 7,5) Mai era andato così spesso a bersaglio in un campionato, a conferma della sua polivalenza. Il «libero» con licenza di segnare ha però sempre presidiato, con intelligenza e interventi puntualità retroguardia. 

DOMENICO MAROCCHINO (29 presenze, 1 gol, voto 7) Per la prima volta titolare di partenza, il vercellese ha dimostrato dì poter reggere un intero campionato, sia pure con alti e bassi, ma nonostante l'elevato numero di partite disputate s'è rivelato meno incisivo a rete che nel due anni precedenti, anche se è cresciuto alla distanza. 

MARCO TARDELLI (22 presenze, 3 gol, voto 7) Noie muscolari gli hanno imposto qualche «stop» che ha influito sul suo rendimento. Tuttavia ha dato un buon contributo, anche se non eccezionale, per l'agonismo, la vitalità e la mentalità vincente che mai gli è venuta meno. 

GIUSEPPE GALDERISI ( 16 presenze, 6 gol, voto 7,5 ) Lanciato in mischia, l'esordiente «Nanu» ha avuto un periodo... gigantesco in cui non solo non ha fatto rimpiangere Bettega, ma è stato definito «Galderossi» o il «piccolo Maradona». Poi è un po'calato, 'denunciando qualche ingenuità dovuta all'età acerba. In lui c'è la stoffa, il talento. E' molto più d'una promessa. 

LIAM BRADY (29 presenze, 5 gol, voto 7) Un campionato con pochi acuti. Ha risentito della mancanza di Bettega che, per il suo tipo di gioco, era un grosso punto di riferimento, e anche di quella, sporadica, di una «spalla» come Tardelli. Dall'irlandese era lecito aspettarsi dì più, anche se il suo apporto è stato valido (e il suo rigore decisivo). 

PIETRO PAOLO VIRDIS (30 presenze, 9 gol, voto 7,5) Doveva essere un rincalzo di lusso, viceversa s'è riconquistato subito il posto e l'ha difeso con risultati soddisfacenti, anche se ha cambiato ruolo e «partner» e se ha avuto delle pause. Solo in B, col Cagliari, aveva segnato di più (18 reti): è il capocannoniere bianconero. 

MASSIMO BONINI (18 presenze, 1 gol, voto 7) Per essere alla sua prima stagione in Serie A, ha giocato moltissimo (14 gli spezzoni). S'è confermato un «jolly» importante, sostituendo Furino, Tardelli, Brady e fungendo anche da ala tattica. Gli manca un pizzico di personalità per completarsi. 

PIETRO FANNA 19 presenze, 1 gol, voto 6,5 ) Era un torneo in cui avrebbe dovuto «sfondare» definitivamente, invece ha compiuto qualche passo indietro mantenendosi al di sotto delle sue possibilità, deludendo chi credeva in lui e perdendo il posto di titolare che s'era conquistato faticosamente nella stagione '80-'81. Ha giocato interamente solo 5 partite. Il tiro che ha provocato il rigore-scudetto non lo riscatta del tutto. 

CLAUDIO PRANDELLI (8 presenze, voto 6) Se la pubalgia non l'avesse bloccato, sicuramente questo centrocampista «tuttofare» avrebbe collezionato qualche gettone in più. Merita, comunque, la sufficienza per essersi tenuto pronto (prima dell'infortunio) alle chiamate. 

ROBERTO BETTEGA (7 presenze, 5 gol, voto 8) Era lanciatissimo, capocannoniere, quando Munaron gli rovinò sul ginocchio sinistro che il professor Pizzetti gli ha ricostruito. Sperava di tornare in squadra nel finale, ma non c'è riuscito. Malgrado il valore di Galderisi, la classe di Bobby-gol sarebbe servita. 

CARLO OSTI (6 presenze, voto 6,5) Non è facile mantenersi in forma sapendo di avere pochissime probabilità di giocare. Il suo merito è proprio quello di non aver mai tradito la fiducia di Trapattoni quando l'allenatore l'ha inserito in prima squadra. 

PAOLO ROSSI (3 presenze, 1 gol, voto 7 ) Due anni di assenza per squalifica, un ritorno brillante, poi l'inevitabile enpasse in attesa di riprendere piena confidenza con il clima agonistico. A Catanzaro si è avvicinato alla forma migliore. Non gli si poteva chiedere di più. 

ROBERTO TAVOLA (3 presenze, voto 6) Impostato anche da terzino smistro, ha avuto rarissime occasioni per mettersi in luce, ma ha raccolto qualche scampolo di gloria. 

LUCIANO BODINI (nessuna presenza) Ha scaldato, per il quarto campionato consecutivo, la panchina. L'ombra discreta, silenziosa del sempiterno Zoff. 

GIOVANNI TRAPATTONI (voto 8) Nonostante la perdita di Bettega ed altre assenze di rilievo, il tecnico ha sempre trovato soluzioni alternative (Galderisi e Bonini in particolare) in una «rosa» peraltro assai valida. Oltre ad aver impostato un'ottima preparazione, dosando le forze, ha avuto il grosso merito di tenere la squadra nella giusta tensione che, dopo la conquista del 19° scudetto, rischiava di avere... cadute. Tatticamente la Juventus, sfortunata in Coppa dei Campioni, ha svolto il gioco più moderno.

Bruno Bernardi




Nel giorno del commiato, Liam Brady regala alla Juventus il ventesimo scudetto. Si risolve cosi, a un quarto d'ora dalla fine del campionato, l'aspro duello con la Fiorentina, mentre Milan e Bologna (17 titoli in due) finiscono in B
Juventi 

E LIAM BRADY ad appuntare la seconda stella sul petto pluridecorato della Vecchia Signora. Il piccolo irlandese conclude la sua avventura bianconera con due scudetti su due, prima di lasciare spazio ai suoi illustri eredi, Platini e Boniek, che si vedono offerta su un piatto d'argento una Coppa dei Campioni presumibilmente ricca di prospettive. La domenica più intensa del calcio italiano si chiude mescolando come da copione vicende tristi e liete. Non ci sono code, la suggestiva ipotesi dello spareggio si sbriciola sul braccio di Celestini che ferma, davanti alla linea, il tiro di Fanna; o magari, sul gol che Mattei annulla a Graziani, in Cagliari-Fiorentina. Avevo anticipato, la scorsa settimana, la sensazione che non ci sarebbe stato il giudizio di Dio conclusivo, fra le due grandi protagoniste: per sommo gaudio di Bearzot, che ne avrebbe visti sconvolti i suoi già precari programmi mondiali. In coda, retrocede per la prima volta il Bologna, in 73 anni di onorata milizia calcistica e può solo consolarsi con il nome fascinoso del suo compagno di viaggio, quel Milan cui non è servita l'estrema ribellione di Cesena. A ben guardare, è una prima volta anche per il Milan: la prima, recente caduta, era stata decretata da vicende extrasportive, non dal campo. Si salvano all'ultimo tuffo Cagliari e Genoa, compagini titolate anch'esse. In ogni caso, la prossima serie B avrà illustrissimo pedigrée, con tre formazionı (Milan, Bologna, Lazio) in altri tempi campioni d'Italia. La gioia e il terrore si sono rincorsi sul filo, il calcio minuto per minuto avrà frantumato tutti i record di indice d'ascolto. Eppure, mi sembra di cogliere un palpabile senso di delusione. Doveva essere la giornata di tutti gli sfracelli, clamorosi sovvertimenti di situazioni, crolli e resurrezioni senza un attimo di respiro. E capitato che la doppia sfida-scudetto ha partorito un solo gol, su rigore, dopo recite ferreamente ancorate al lo zero a zero di partenza. E sul fondo? Certo, fra Napoli, Ascoli e Cesena la suspense si è inseguita fra ripetute altalene di punteggio. Ma alla fine tutto è rimasto esattamente com'era. Novanta minuti praticamente inutili, Cagliari e Genoa hanno strappato il punto che li metteva al riparo da tutte le insidie. Così è mancato il miracolo a innescare l'ultimo thrilling, ma può anche essere una morale. A decidere il destino di una stagione è la regolarità di rendimento, non l'estrema impennata della disperazione. Il discorso vale soprattutto per il Milan: otto punti nelle ultime cinque partite, di cui tre fuori casa. La sua condanna, però, se l'era firmata prima.

JUVENTUS. Il diciannovesimo scudetto le fu a lungo contestato per quel gol annullato a Turone nella sfida con la Roma. Il ventesimo sigillo solleverà altre polemiche per il rigore negato al Catanzaro. E fatale, per chi resta costantemente ai vertici, essere esposti alle intemperie: e per chi si aggancia agli episodi, il campionato offre una così variopinta casistica da legittimare tutte le ipotesi, anche le più ardite. Resta la realtà di questa squadra inossidabile, dai nervi d'acciaio, che emerge quando lo stress congela le iniziative e paralizza i riflessi. Quest'anno ha avuto le sue disgrazie: quali e quante non è il caso di riesumare, tanto più che ognuno ha la sua parte di guai da lamentare. Ma è certo che un Bettega nella strepitosa forma di inizio stagione avrebbe dato altra cadenza alla fuga d'avvio. E avrebbe, se non altro, evitato quella dispersione di scelte, prima di arrivare al coraggioso lancio di Galderisi, i cui gol hanno risolto tanti problemi. Resta un dato di fatto. La Juventus, che aveva avuto un girone di andata contraddittorio (formidabile partenza, accentuata flessione con tre sconfitte in cinque partite, vigorosa ripresa), nel ritorno ha totalizzato venticinque punti, con dieci vittorie e cinque pareggi. È una caratteristica dei sistemi di Trapattoni, un allenatore che gode di fama sicuramente inferiore ai meriti, portare la propria squadra al massimo rendimento nella fase decisiva. È stata questa la carta vincente, al di là delle suggestioni legate alle prodezze individuali.

FIORENTINA. Un'eccezionale antagonista è risultata comunque la squadra viola, che De Sisti ha plasmato a propria immagine e somiglianza. Straordinaria regolarità di rendimento, ventidue punti all'andata e ventitré al ritorno, impostazione tattica estremamente realista, secondo i canoni del miglior calcio all' italiana (in senso buono, dico). La perdita prima di Antognoni e poi di Pecci è stata compensata da un collettivo di prim'ordine, nel quale hanno trovato momenti di gloria preziosissimi gregari come Miani e folgoranti rivelazioni come Daniele Massaro. Non hanno sempre corrisposto alle attese le due punte, Bertoni e Graziani, in grado peraltro di assicurare una decente quotagol. Il sogno dello spareggio si è dissolto a Cagliari: nel confronto diretto la Fiorentina avrebbe avuto notevoli chances, essendosi rivelata sempre ostacolo arduo per la Juve, grazie alla propria dote di trovare la giusta contraría in chiave tattica. Con un leader come Passarella, l'assalto sarà tentato di nuovo il prossimo anno. Non credo che la Fiorentina sia destinata a rivelarsi una meteora e anche la super-Juve europea dei Boniek, Rossi e Platini dovrà tenerne conto.

ROMA. Il posto-Uefa è giunto a confortare parzialmente una stagione che ben altri traguardi aveva promesso, specie dopo la vittoria sul campo della Juve (settima di andata). Il diritto alla Coppa europea e il primato di Pruzzo nella graduatoria cannonieri (secondo consecutivo): ecco i soli segni tangibili rimasti a illustrare l'opera di Liedholm. Anche nel caso della Roma defezioni importanti (dolorosissima quella di Ancelotti, la cui fondamentale importanza nella manovra collettiva si è compiutamente avvertita quando il ragazzo è uscito di scena) e momenti sfortunati. Ma pure preoccupanti sintomi di cedimento psicologico, come se la maturità a lottare costantemente per il primato non fosse stata del tutto assimilata.

MILAN. Tonfo clamoroso, se si pensa alle ambizioni di partenza. Una campagna estiva molto promettente e dispendiosa, il tecnico sulla cresta dell'onda, uno straniero di grande affidamento in zona gol. Poi,
tutto si è sbriciolato all'improvviso. Radice ha avuto le sue brave colpe, i dirigenti anche, il cambio alla presidenza e in panchina non ha dato frutti, malgrado quella folle corsa finale. Il Milan ha avuto la possibilità di salvarsi quando il calendario gli ha offerto una serie di partite accessibili. Fra i tre impegni casalinghi con Catanzaro, Ascoli e Roma e la trasferta sul campo del già condannato Como, il Milan ha raccolto un punto in tutto! Qui si è condannato alla retrocessione, i successivi miracoli in serie hanno soltanto alimentato illusioni impossibili. È il verdetto più sconcertante del campionato perché non v'è dubbio che sul piano tecnico la squadra vantasse un potenziale da classifica medio-alta. Così, si può soltanto pensare alle discordie interne, alle piccole congiure, allo sfalda mento moralé. Per rispetto alle tradizioni del grande Milan, eviteremo di citare la vittoria nella Mitropa Cup come consolazione stagionale.

BOLOGNA. Evento storico. D'accordo, una prima volta c'è in tutte le cose. Ma settantatré anni di calcio al massimo livello non si cancellano facilmente. Il Bologna ha scontato errori antichi e nuovi. A differenza del Milan, si è presentato al via con un organico modesto, frutto di cessioni avventate e di acquisti sbagliati. Anche la scelta dell'allenatore non è risultata felicissima. Difficile identificare la causa precisa della condanna. Il giovane Liguori aveva tentato di rappattumare i cocci, dopo il crollo di Cesena, impostando tutto sulla sapienza tattica di Colomba. L'infortunio, a Napoli, dell'uomo-guida ha fatto precipitare definitivamente la situazione, dopo un'effimera schiarita. A Bologna si erano abituati al puntuale miracolo in extremis, ma a scherzare col fuoco si finisce inevitabilmente per bruciarsi.

ASCOLI. È finita subito alle spalle del Napoli, prima di una indomita schiera di provinciali. Il suo elogio finisce così col comprendere quello destinato al Cesena miracolato da Renatone Lucchi o al Catanzaro spumeggiante di Bruno Pace, all' Avellino e all'Udinese, terminate in logico calando, ma dopo aver centrato con ampio e meritorio anticipo il traguardo della salvezza. È stato anche il campionato delle provinciali, quello che ha condannato due squadre di blasone come Milan e Bologna (diciassette scudetti in due). L'Ascoli, più delle ammirevoli compagne di viaggio, ha avuto cuore e costanza di tirare sino in fondo a tutta andatura. Nel suo gioco concreto e realistico, privo di fronzoli ma non di pretese, si è riscontrata la mano di Carlo Mazzone, eccellente uomo di calcio, specialista in restauri disperati, capace come nessun altro di spremere recondite risorse da un materiale non di primissima scelta. Se nel nostro football va di moda il bianconero, il merito non è soltanto della Juve.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1982 nr.20





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venerdì 15 maggio 2026

15 Maggio 1983: Juventus - Genoa

La stagione 1982-83 per i tifosi bianconeri provoca un misto tra orgoglio e rabbia, stupore ed incredulità. La Squadra (quella sì con la S maiuscola) formata dai campioni del mondo azzurri (partendo da Dino Zoff all'eroe Paolo Rossi) più due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zbigniew 'Zibì' Boniek.

Un 'carro armato' su di un campo di calcio capace di sgretolare qualunque avversario, ma solo sulla carta! Perché sebbene in lotta fino ad inizio estate 1983 per conquistare tutto il conquistabile, la Juventus si fregia 'solo' della Coppa Italia.

Perso il campionato dinanzi alla Roma moderna ed esplosiva di Nils Liedholm , i nostri eroi giocano una partita non all'altezza nella Finale di Coppa dei Campioni ad Atene contro l'Amburgo. Un'amara sconfitta è la degna conseguenza di tutto ciò!

È il 15 maggio 1983 Juventus ed Genoa si scontrano in questa partita valevole per la quindicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1982-83.

Il tutto si gioca allo 'Stadio Comunale' di Torino.

Buona Visione!



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Stagione 1982-1983 - Campionato di Serie A - 15 ritorno
Torino - Stadio Comunale
domenica 15 maggio 1983 ore 16:00 
JUVENTUS-GENOA 4-2
MARCATORI: Benedetti 8, Gentile Ca. Auterete 27, Platini 30, Platini 56, Briaschi 64, Cabrini 86

JUVENTUS: (c) Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio (Storgato 68), Scirea, Bettega R., Tardelli, Rossi P. (Marocchino 68), Platini, Boniek
A disposizione: Bodini, Furino, Prandelli
Allenatore: Giovanni Trapattoni

GENOA: Martina, Faccenda, Testoni (Somma 10), Corti, Onofri, Gentile Ca., Benedetti, Peters, Briaschi, Iachini, Viola (Fiorini 57)
A disposizione: Favaro, Chiodini, Moras
Allenatore: Gigi Simoni

ARBITRO: Facchin
AMMONIZIONI: Bonini (Juventus); Iachini, Benedetti (Genoa)



I bianconeri segnano e divertono contro il Genoa nella prova generale per Atene
Grande la Juve, grandissimo Platini
Gioco pratico e brillante della squadra di Trapattoni, al francese il titolo di capocannoniere 
Bettega, addio degno di un campione 
Brio è apparso ancora a corto di condizione 
Reti di Benedetti, Carmine Gentile (autogol), Platini (2), Briaschi e Cabrini

TORINO - Vista e giudicata come l'inizio e non la fine di un'avventura, la partita della Juventus contro il Genoa deve aver lasciato tutti contenti. Ci sono stati i goi, lo spettacolo e la vittoria, e Trapattoni ha potuto trarre confortanti indicazioni per la finale di Coppa Campioni, di cui questo incontro conclusivo di campionato è stato in un certo senso la prova generale. L'orchestra bianconera, diretta magistralmente da Michel Platini, ha suonato quasi sempre all'unisono, sovente in maniera grandiosa, dando l'impressione di essere pronta al concerto di Atene davanti all'Amburgo. In fondo, solo questo chiedevano i tecnici e tifosi alla partita, una dimostrazione di salute psicologica, e l'amarezza per uno scudetto perduto non si è nemmeno fatta troppo sentire, tanto l'ambiente pare teso al grande obiettivo europeo.

C'erano altri motivi, ieri al Comunale, motivi importanti, e la Juventus ha onorato anche questi: l'addio di Bettega al pubblico torinese e la corsa di Platini al titolo di cannoniere. Bettega, festeggiatissimo prima del via, ha giocato una partita molto bella per impegno, intelligenza e altruismo. Non ha segnato, peccato, però un suo tiro dal limite, al 28, è stato deviato da Carmine Gentile alle spalle di Martina. Autorete, ma i tifosi della curva Filadelfia hanno applaudito Roberto come se il gol fosse stato suo, un giusto omaggio a un grande campione che lascia.
Abbiamo scelto di parlare prima di Bettega perché l'addio di un giocatore che tanto ha dato e fatto per la Juventus vale in assoluto più di una prova, ancorché splendida, di un grande campione che resta e che molto darà e farà per la Juventus.

In quanto a Platini, bene, ieri il francese è stato semplicemente favoloso. Ha segnato due gol molto belli, ha vinto con 18 reti la classifica cannonieri, ha incantato il pubblico con tocchi smarcanti e numeri d'alta scuola: se ad Atene giocherà così, nessun dubbio su chi vincerà la Coppa Campioni.
Accanto a Bettega e Piatini, ci è piaciuto parecchio Boniek, che avrà pure qualche rudezza di piede ma sa dare progressione e potenza ad ogni azione: un altro uomo che ad Atene, davanti al compassato gioco tedesco, può essere determinante. Le buone notizie per Trapattoni, stando alla partita col Genoa, vengono anche da Cabrini e Tardelli, apparsi decisi negli interventi e continui negli appoggi, mentre Gentile, Bonini e Scirea hanno sorretto la manovra dei compagni senza incertezze e scompensi.

I problemi, piccoli e rimediabili quanto si vuole, ma sempre problemi, riguardano tre giocatori: Zoff, Brio e Paolo Rossi. Il portiere in verità non ha commesso errori, non ha colpe sui due gol del Genoa, tuttavia in alcune occasioni ha creato affanno alla sua difesa con interventi non troppo puliti, segno che l'età disgraziatamente non può essere cancellata: ma in classe rimane, siamo sicuri che Zoff ad Atene non sarà colpevole di alcuna incertezza.

Va detto tuttavia che certi scompensi difensivi della Juventus sono stati accentuati dalla prova di Brio, al rientro dopo la lunga assenza per pubalgia e dunque chiaramente carente di condizione atletica. Brio ha sofferto il giusto contro Briaschi, e questo potrebbe essere anche comprensibile visto che il genoano, palla al plede, è svelto e temibile. Ma per la verità lo stopper bianconero ha avuto i suoi guai pure sui palloni alti, la qual cosa può far suonare un campanello d'allarme dal momento che ad Atene dovrà marcare Hrubesch, gigante d'area e goleador dell'Amburgo.

Paolo Rossi, infine, è stato autore di una partita abbastanza anonima. Ha corso e creato spazi, è vero, ma la marcatura feroce di Testoni (prima dell'infortunio) e di Faccenda non gli ha permesso grande pericolosità sotto rete. Vecchia storia, non è da ieri che Paolo Rossi soffre il controllo assillante di cui è fatto oggetto. Anche se bisogna dire che Platini, marcato allo stesso modo da Corti, ha segnato due gol mettendo il ridicolo l'avversario diretto.

Nel Genoa, che ha recitato con onore la sua parte di grintoso sparring-partner, sono piaciuti l'olandese Peters, bravissimo nel cucire l'azione rossoblù, Briaschi, sempre pericoloso in area, e Martina, autore di una serie lunghissima di respinte e parate nel primo tempo, quando la Juventus appariva scatenata in avanti
Eppure, è stato proprio il Genoa ad andare in vantaggio, al 9', dopo che i bianconeri con Boniek (1'), Scirea (5') e Bettega (7') avevano ripetutamente tentato in via del gol. Briaschi ha battuto un angolo da sinistra. Brio non è intervenuto e Benedetti, con un ottimo stacco, ha infilato di testa Zoff. La Juventus ha continuato ad impegnare Martina da tutte le posizioni, con Tardelli in evidenza, ed ha raggiunto il pareggio al 28 con un destro di Bettega deviato nella sua porta da Carmine Gentile.

Due minuti dopo, ecco Platini. Cabrini ha toccato Scirea sulla sinistra, Scirea ha crossato ed il francese si è lasciato leggero per l'imprendibile deviazione di testa. Applausi a non finire dei tifosi sugli spalti. Dopo un primo tempo chiuso da un palo di Briaschi (di testa, e Brio?), il Genoa aveva un buon momento nella ripresa e protestava a lungo per un fallo di mano in area di Brio su testa di Briaschi. Era il 53, l'arbitro non fischiava il rigore e la Juventus segnava quasi subito il terzo gol, ancora con Platini bravissimo a stoppare su centro di Cabrini e ad infilare di precisione l'angolo basso.

La partita a questo punto era finita ed il Genoa si lanciava in attacco aprendosi al contropiede. Anche lo schema della Juventus at allentava e Briaschi, al 64', poteva colpire di destro al volo su centro di Onofri e portare le squadre sul 3-3. All'86, tuttavia, la Juventus aumentava il suo distacco. Cross di Marocchino, liscio di Somma e gran sinistro di Cabrini nell'angolo.
"Coppa Campioni, Coppa Campioni", 

 gridava il pubblico sotto la pioggia sottile.


Carlo Coscia






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Il tiro di Roberto Bettega deviato da Gentile che vale un gol per la Juventus

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