sabato 7 marzo 2026

7 Marzo 1993: Juventus - Napoli

Attraverso il canale Youtube della Juventus vi proponiamo un gustoso amarcord di questa data odierna. É il 7 Marzo 1993Juventus e Napoli si sfidano nella settima giornata del girone di ritorno del campionato italiano di calcio di Serie A 1992-93. Tutto si svolge allo Stadio 'Delle Alpi' di Torino.

La Juventus cerca di fermare l'egemonia del Milan che da un paio d'anni o più ammazza il campionato senza scampo. Sarà un'impresa quasi impossibile in campionato, ma tant'è che con questo Roberto Baggio (capitano e uomo simbolo della squadra in Italia e nel mondo) tutto è possibile!

Buona Visione!


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Campionato di Serie A 1992-1993 - 5 ritorno
Torino - Stadio Delle Alpi
Domenica 7 marzo 1993 ore 15.00
JUVENTUS-NAPOLI 4-3
MARCATORI: Di Canio 10, Platt 16, Zola 51, Ferrara 72, Ravanelli 73, Fonseca rigore 81, Moeller 88

JUVENTUS: Peruzzi, Torricelli, Baggio D. (Marocchi 58), Conte A., Kohler, Carrera M., Moeller, Platt, Ravanelli, Baggio R. (De Marchi 89), Di Canio
Allenatore: Giovanni Trapattoni

NAPOLI: Galli G., Ferrara, Cannavaro F. (Tarantino 60), Crippa, Corradini, Nela, Carbone A., Thern, Careca (Bresciani 77), Zola, Fonseca
Allenatore: Ottavio Bianchi

ARBITRO: Bettin
ESPULSIONI: Ferrara 75 (Napoli)



LE PAGELLE Di Canio una lama di laser 
Kohler, bel colpo da finisseur 
Zola ottimo, ma è troppo solo 
 
Peruzzi 6. Ormai si è abituato a raccogliere i palloni in rete. Questa volta l'ha fatto senza esserne responsabile. 
Torricelli 6. Gioca su Careca e lo contiene con disinvoltura, se non in un paio di occasioni. 
D. Baggio 5,5. Torna a fare il terzino di fascia, ruolo che non gli piace. Se la vede con Carbone, che non è il nipotino di Garrincha, eppure lo salta nell'occasione del primo gol come se fosse piantato in terra. Dopo la partita di Oporto con la Nazionale ha perso smalto. Coraggio. 
(67' Marocchi 6. Di stima e perché è protagonista nel 3-2. 
Conte 6,5. Meriterebbe di più per il gran lavoro, però nella ripresa concede troppo a Zola. 
Kohler 7. Del difensore si sapeva. Non conoscevamo invece il finisseur capace di smarcare Di Canio con un tocco alla Baggio. 
Carrera 6. Chiude i varchi come può, da libero arrangiato. 
Moeller 6,5. Talvolta indispone il suo infilarsi in situazioni senza senso: non ha grandissima intelligenza tattica. Poi lo scopri decisivo, come gli capita spesso quest'anno. 
Platt 6. Un gol di testa e un buon primo tempo hanno messo ordine nel gioco bianconero. Nella ripresa si affloscia. 
Ravanelli 6,5. Per i minuti che ha giocato, ha la miglior percentuale di realizzazione tra i bianconeri. Non ha talento; ci mette l'impegno anche quando deve inseguire l'avversario. Talvolta basta e avanza. 
R. Baggio 6. Esce accompagnato da un'ovazione che cancella le polemiche della settimana, ma che ci è parsa eccessiva, per quanto ha combinato. È vero però che costringe Ferrara al gioco duro fino all'espulsione e che il suo «numero» al 67', dribbling e palla contro il palo, è balsamo per gli intenditori 
(88' De Marchi s.v.). 
Di Canio 7. Andrebbe preso a calci quando si abbandona all'isteria (l'arbitro in un paio di occasioni lo grazia del secondo cartellino giallo). Quando invece i calci li dà lui, alla palla, combina cose egregie. Gol a parte, è devastante fino al 2-0, poi cala e lo si rivede nell'assist del 4-3.  

 

Galli 5,5. In uscita, sugli ultimi due gol, è tutt'altro che impeccabile. 
Ferrara 6. Segna persino il gol del primo aggancio, dopo aver controllato (con le cattive) il Divin Codino. Merita la seconda ammonizione per un calcione tanto perfido quanto inutile. 
Cannavaro 5,5. Un acerbo signor Nessuno. 
(70, Tarantino s.v.) 
Crippa 6,5. Altro socio della banda dell'isteria. Litiga con tutti e rischia l'espulsione con Conte, però quando fa il calciatore e non lo scalciatore, regge bene il centrocampo. 
Corradini 5. Prima Baggio, poi persino Ravanelli lo mandano in crisi. E provoca un probabile rigore su Di Canio. 
Nela 5,5. Fa massa in mezzo alla difesa. Ma sulle incursioni centrali di Ravanelli e Moeller (per limitarci ai gol) dove stava? 
Carbone 6. Bellissimo spunto per il 2-1. Il resto è da sufficienza risicata. 
Thern 5,5. Bianchi lo stima e ieri era incomprensibile il perché, vista la quantità di palloni che sbaglia. 
Careca 6. I pochi palloni che riceve li gioca benino. Certo, è pronto per il Giappone, più che per un'altra stagione italiana. 
(76' Bresciani s.v.) 
Zola 7. Bravissimo sul gol, bravo in tutte le occasioni che contano per il Napoli. Lo lasciano però troppo solo. 
Fonseca 6,5. Capisce subito che Kohler è tosto, perciò si defila conigliescamente. Ma quando parte palla al piede mette in affanno la Juve. 

L'arbitro Bettin 4,5. Un disastro sia lui che i guardalinee. Arbitrare non è un obbligo; ci sono altri modi piacevoli per passare la domenica. Ci rifletta.

Marco Ansaldo
tratto da: La Stampa 8 marzo 1993


 

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venerdì 6 marzo 2026

6 Marzo 1983: Roma - Juventus

É il 6 Marzo 1983Roma Juventus si sfidano nella settima giornata del Girone di Ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1982-83. Tutto si svolge allo Stadio 'Olmpico' di Roma.

I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra più forte del mondo' avendo in rosa molti elementi della nazionale italiana campione del mondo a Spagna 82. C'é pure l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zibì Boniek. A fine campionato la Juventus finirà in seconda posizione dietro proprio alla Roma di Nils Liedholm. Per quanto riguarda la Coppa dei Campioni ci si aspetta una festa in gran stile in finale ad Atene. Ma un gol da fuori area di Felix Magath e la caparbietà diràancora di no alla Vecchia Signora.

Buona Visione!


roma


Campionato di Serie A 1982-1983 - 7 ritorno
Roma - Stadio Olimpico
Domenica 6 marzo 1983 ore 15.00
ROMA-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Falcao 62, Platini 83, Brio 86

ROMA: Tancredi, Nappi, Vierchowod, Righetti, Falcao, Nela, Valigi, Ancelotti, Pruzzo (Iorio 58), Di Bartolomei, Conti
Allenatore: Nils Liedholm

JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega, Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek (Marocchino 62)
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Barbaresco


Mentre i tifosi della Roma festeggiavano già lo scudetto, la Juventus ha pareggiato e vinto
Platini-Brio, gelo sull'Olimpico 
Il francese ha pareggiato su punizione la rete di Falcao e ha effettuato il passaggio decisivo per il gol della vittoria
Naufragata nel finale la tattica di Liedholm 

1-2 vantaggi della Roma. La prima reazione bianconera, al 20' era di Platini che rubava la palla a Nappi, scattava, ma veniva bloccato duramente alle soglie dell'area giallorossa. Rispondeva Conti con una bordata da trenta metri che Zoff volava a deviare sulla sua destra, per poi bloccare a terra il colpo di testa di Nela sul conseguente calcio angolo. Un fallo di Righetti fermava un'iniziativa di Rossi, e sul rovesciamento di fronte Scirea bloccava di brutto Conti sfuggito a Boniek. Alla mezz'ora la Roma aveva un momento di pressione. Zoff bloccava bene un cross di Conti, cercava l'affondo isolato, in risposta Boniek. ma si trovava ben cinque avversari addosso e l'iniziativa falliva. Una debole conclusione di Scirea (lanciato da Platini) ed una fuga di Conti... oltre il fondo apriva il secondo tempo.  
Al 5' la Juve aveva il primo guizzo, palla da Platini a Boniek che la alzava per Rossi preceduto da Tancredi. Calciava fuori Conti, la partita si vivacizzava. Al 12' Platini entrava su Pruzzo che si infortunava e veniva sostituito da Iorio. Al 17' Gentile fermava rudemente il nuovo avversario, la Juve chiedeva il cambio Boniek-Marocchino. Barbaresco aveva un'incertezza ma non Conti che calciava rapido la punizione e neppure Falcao che di testa la deviava in rete alla sinistra di Zoff. anch'egli sorpreso. Sembrava il gol dello scudetto, era l'inizio della reazione di una Juve punta nell'orgoglio, appena avvenuta la sostituzione del polacco.  
Al 25' Rossi era strattonato evidentemente in area sotto lo sguardo impassibile di Barbaresco, e per proteste (legittime) Bettega veniva ammonito. Finiva fuori di poco una beila deviazione di testa di Tardelli, attraversava tutta la porta Juventina—dopo una carambola sul primo palo — una staffilata da fondo campo di Iorio. Barbaresco sorvolava al 34' su un aggancio a Platini mezzo metro dentro l'area giallorossa, la Juve aumentava la pressione ed al 38' pareggiava. Falcao e Conti chiudevano Platini, che metteva la palla a terra otto metri fuori area sulla sinistra dell'attacco bianconero. La posizione giusta per Michel. Barriera folta, Tancredi sul palo «lungo». Platini che con una botta arcuata lo coglie spiazzato ed infila sotto la traversa, alla destra del portiere. La Roma non riusciva a tenere almeno il pareggio, al 41' Bettega allargava per Platini che scattava sul filo del fuori gioco: allargava sulla destra, era rapido nella giravolta e nel cross alto. Brio (eccezionale l'istinto del gol dello stopper) saltava più alto di tutti sul secondo palo per schiacciare la palla in rete. Si compivano così l'incredibile rimonta ed il dramma della Roma.

Bruno Perucca



Bettega ancora una volta il più lucido 

ZOFF — Un volo per andare a togliere dal «sette» (o forse dal palo) una palla assassina di Conti, difficili uscite in mischia, sorpreso anche lui dal colpo di testa di Falcao che ha portato in vantaggio i giallorossi. 
GENTILE — La vivacità di Conti l'ha costretto a stare in zona, ed è parso accusare più di altri compagni le fatiche di Coppa. Qualche rilancio impreciso, un po' di nervosismo, gli hanno impedito di rendere come di consueto. 
CABRINI — Era il più libero dei difensori, ha cercato di sostenere l'attacco ma come altri bianconeri è finito nella ragnatela della Roma. 
BONINI — Costretto a fare spesso da stopper, e comunque addetto al controllo di un Falcao più avanzato del solito, si è sacrificato in un lavoro oscuro ma necessario, anche se conseguentemente il suo apporto di dinamismo a centrocampo è venuto a mancare in gran parte.
BRIO — Il gol decisivo, e chissà non diventi «storico», lo ripaga largamente di una giornata di sofferenza su Pruzzo e Iorio. Non avendo un punto di riferimento nel vivo della sua area, ha commesso qualche errore, e qualche fallo di troppo ne ha denunciato le difficoltà. 
SCIREA — Uno dei migliori della Juve, uno dei pochi che hanno saputo reagire nel momento di superiorità glallorossa. Attento a non infoltire inutilmente il centrocampo, deciso in alcuni affondi a sorpresa. 
BETTEGA — Il più lucido a districarsi nella ragnatela avversaria, l'unico a ragionare, a cercare il filo, piuttosto ingarbugliato, del gioco bianconero che non trovava sbocchi. Visto anche in difesa, come a Birmingham. 
TARDELLI — Ha lottato, ma le gambe chiaramente non lo hanno assecondato nelle intenzioni. Senza spazio, non ha mai potuto allungare la falcata «scomparendo» a tratti dalla gara. 
ROSSI — Troppo potenti, e più pronti nello scatto, Vierchowod e Nela per Pablito che ha perso quasi tutti i pochi palloni glocabili che gli sono pervenuti. Nel finale la sua presenza, più che il suo gioco, ha disturbato la difesa glallorossa. 
PLATINI — Con Bettega ha lottato per rompere le maglie avvolgenti della Roma, senza peraltro trovare molta collaborazione, prima di diventare il protagonista assoluto della gara. Sua la magistrale punizione che ha riaperto il match, suo il cross che ha concesso a Brio di riaprire il campionato. 
BONIEK — Senza spazio, è parso soffocato, incerto nella posizione e poco lucido nel tocco. Due o tre strappi in contropiede in avvio di ripresa e poi la sostituzione. 
MAROCCHINO — Entrato al posto del polacco, ha creato fastidi alla difesa romanista con i suoi dribbling a rientrare ed alcuni cross. 

L'arbitro Barbaresco — Sembrava voler guidare la partita verso lo zero a zero, sbagliando la valutazione di molti falli (compresi due, su Rossi e Platini, in area giallorossa). Non ha la «statura» per partite che possono decidere il campionato

Bruno Perucca




DA BIRMINGHAM A ROMA UNA JUVE STELLARE
Le quattro giornate

DA MERCOLEDI A DOMENICA, la Juventus passa come un ciclone sui propri affanni, sulle profezie di sventura, sugli incubi di una stagione sbagliata. Mercoledì sera espugna il feudo dei campioni d'Europa, con una disarmante dimostrazione di sicurezza. Un gol in apertura e poi via, a toreare un avversario imbufalito e arrembante, per matarlo in chiusura con la stoccata senza scampo, uscita dal genio di Platini ed eseguita da quel mattocchio di Boniek, campione sbandato, talora pervaso da fremiti di grandezza malgrado una condizione approssimativa. Domenica all'Olimpico, nella sfida senza ritorno, nella partita da un solo risultato, ecco l'altra faccia della Signora. Punita da un guizzo di Falcao, costretta a remare controcorrente su un avversario apparentemente invulnerabile (perché gratificato anche da una soluzione di parità), in otto minuti finali di fuoco rovescia il risultato e riapre il destino di un campionato, per molti (anche per me, lo confesso) già da tempo, idealmente, consegnato agli archivi.

NELLA DOPPIA PRODEZZA risulta determinante la classe cristallina di quel formidabile creatore di gioco e di gol che si chiama Michel Platini, trasformato come da un colpo di bacchetta magica dal giorno in cui Trapattoni, accogliendone le invocazioni, lo ha piazzato nel cuore della manovra, consegnandogli le chiavi tattiche della squadra. Ma più di ogni altra cosa risalta il carattere, il temperamento indomito, di una formazione che ha già vinto tanto, eppure non si mostra mai paga. Il carattere che si specchia nei più modesti artigiani, dico il colossale Brio e il motoperpetuo Bonini, fondamentali nell'economia collettiva come il divino francese o il rigenerato Bettega. E il carattere, la rabbia agonistica, l'incapacità a rassegnarsi che tiene in vita la Juventus dopo la mortifera botta di Falcao. Perché nella circostanza non c'è, a santificare la vittoria, il chiaro divario tecnico di Birmingham. No, qui la Roma gioca quanto meno alla pari. Ma come si adagia nella certezza del traguardo, ecco che l'indomabile Vecchia la graffia a sangue.

ORA, NON VORREI PECCARE di lesa maestà se azzardo un timido appunto a Nils Liedholm, che anch'io considero il principe dei tecnici (e mi pare di averlo più volte sottolineato). Però, pur condividendo la sua decisione di rinfrescare il tono atletico della squadra - apparsa in lieve flessione nel mercoledì di Coppa contro l'eccellente Benfica con nuovi innesti, non ho capito l'iniziale accantonamento di Maurizio Iorio. Non tanto per una questione tecnico-tattica, quanto perché la rinuncia a una punta mi è parsa una sorta di confessione di inferiorità, un ulteriore motivo all'imbaldanzimento di un avversario già euforico. Subentrando all'infortunato Pruzzo, Iorio ha sfiorato il raddoppio che avrebbe chiuso la gara. Ma ben altrimenti pericoloso avrebbe potuto rendersi in coppia col centravanti, sfruttandone l'abilità nel creare i varchi in area. In sostanza, accostarsi alla sfida diretta, sul proprio terreno, con una correzione prudenziale, mi è parsa mossa psicologicamente discutibile. E non lo dico col senno di poi.

PIUTTOSTO, NON VORREI che la suggestione dell'ultimo risultato portasse a modificare radicalmente l'opinione sul destino di questo appassionante campionato, che continua a dispensare gol ed emozioni e a proporre in primo piano i grandi fuoriclasse stranieri (a proposito, dove sono finiti i tenaci fautori dell'autarchia calcistica?). La Juve ha riaperto il discorso di vertice nella giornata in cui Inter e Verona si sono definitivamente defilate. Ma la Roma resta la favorita della logica. Molto inciderà la disponibilità di Pruzzo, giocatore contestato, criticato a volte con ottusa prevenzione, comunque insostituibile nell'economia del gioco giallorosso. La Roma ha quattro trasferte, nessuna agevole (a Pisa, Firenze, Milano e Genova), per non parlare di quella di Lisbona. Ma a questo punto, l'Uefa sarebbe solo un sogno dispersivo e la squadra non sembra in tali condizioni di freschezza da poter battersi spavaldamente su due fronti. Le quattro giornate che sono state trionfali per la Juventus hanno contrassegnato il periodo stagionale più buio della Roma, con l'Olimpico, sino allora invitto, conquistato due volte dalle truppe nemiche. Ma domani è un altro giorno. E la Roma ricomincia pur sempre da tre. Tre punti di vantaggio che non sarà facile strapparle neppure per la Juve stellare sbocciata in questo inizio di marzo.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.10





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giovedì 5 marzo 2026

5 Marzo 1997: Rosenborg - Juventus

È il 5 marzo 1997 e Rosenborg e Juventus si sfidano nella gara di andata dei Quarti di Finale della UEFA Champions League 1996-97 al 'Lerkendal Stadion' di Trondheim (Norvegia).

La Juventus è Campione d'Europa in carica mentre gli scandinavi vivono il loro periodo d'oro storico. 

Alla fine della competizione i nostri raggiungeranno l'ennesima finale, salvo poi perdere una gara incredibile contro il Borussia Dortmund per 1-3 a Monaco di Baviera.

Buona Visione!



rosenborg





Stagione 1996-1997 - Champions League - Quarti, andata
Trondheim - Lerkendal Stadion
mercoledì 5 marzo 1997 ore 20:30 
ROSENBORG-JUVENTUS 1-1
MARCATORI: Soltvedt 51, Vieri C. 52

ROSENBORG: Jamtfall, Bergdoelmo, Hoeftun, Stensaas, Strand, Skammelsrud, Heggem, Hjelde, Soltvedt, Rushfeldt (Brattbakk 68), Jakobsen (Bragstad 87)
A disposizione: Odegaard, Soerli, Fjoertoft
Allenatore: Nils Arne Eggen

JUVENTUS: (c) Peruzzi, Iuliano, Ferrara C., Montero P., Torricelli, Di Livio, Deschamps (Tacchinardi 82), Zidane, Jugovic, Vieri C., Padovano (Amoruso 61)
A disposizione: Rampulla, Porrini, Lombardo
Allenatore: Marcello Lippi

ARBITRO: Batta (Francia)
AMMONIZIONI: Iuliano 63 (Juventus)




Buon pareggio della squadra di Lippi in casa dei norvegesi nel match d'andata dei quarti
Juve, basta Vieri contro i killer del Milan
Segna il Rosenborg, ma la paura dura soltanto un minuto


Un pareggio è una lezione, ancora più utile. Non è la Juventus il gregge svogliato che si lascia portare a spasso dai piccoli grandi uomini del Rosenborg. No, non è lei. Salvato il risultato, che vale comunque mezza semifinale, tanto vale nascondere il resto, tutto il resto, senza però dimenticarlo. I gol di Soltvedt e Vieri, sintesi di un minuto di fuoco, appartengono a un altro mando, a un altro sogno (dopo il Milan...) Un gruppo stranamente sgonfio e superficiale, ecco l'ultima versione di Madama. Sarà anche vero che non si può andare sempre a cento all'ora, ma questa volta la squadra di Lippi ha rischiato di finire fuori strada per l'eccesso opposto e, per giunta, su uno dei tratti meno impervi.

La Juventus e la partita non si incontrano mai. L'inseguimento è lungo, tribolato, grottesco. Comincia subito, e male, da un liscio di Ferrara su cross di Jakobsen. Disturbato da Peruzzi, Soltvedt alza sopra la traversa, divorando l'occasione della vita. Il Rosenborg ci mette i muscoli, il cuore. E Nils Arne Eggen, il suo allenatore, lo distribuisce per il campo come meglio non potrebbe: difesa raccolta da destra Bergdolso, Hjelde, Hoftun, Stensaasi, e tutti gli altri a far pressing e muro, Strand e Heggem dal settore di Jugovic e Iuliano, Skammelrud e Soltvedt a ridosso di Zidane e Deschamps. Da pivot d'attacco funge l'allampanato Rushfeldt, uno dei nuovi, preso in consegna, a turno, da Montero e Ferrara. Padovano si nasconde dietro Hoftun, Vieri tira da tutte le posizioni, nano Jakobsen, in agguato sulla sinistra, spreme Torricelli e disturba persino Di Livio, maniche corte e piglio garibaldino.

Lippi è sempre in piedi, gli occhi di bragia, il tono assai poco incline all'indulgenza. Non trova, Madama, né l'allegria né lo spazio. Soffre l'impetuoso sferragliare dei rivali, le cui risorse agonistiche sovrastano di gran lunga le miniere tecniche. L'alibi del terreno, non certo una vellutata moquette, ci sembra francamente risibile. La Juve, nel primo tempo, non costruisce che due azioni alla sua altezza: al 20', Zidane-Jugovic-Zidane, gran parata di Jamtfall, e al 35', da Zidane a Jugovic, con il serbo che ciabatta dalla lunetta.

Il Rosenborg, tre angoli consecutivi, non si limita a seminare reticolati. Appena può, si butta sotto. Come, per esempio, in apertura di ripresa, subito dopo una stoccata di Ferrara, in mischia. La manovra juventina difetta di ordine e di grinta. Il gol che sblocca il risultato scaturisce dall'ennesimo corner, al 6'. La bolgia dantesca che si accende davanti a Peruzzi (rimpalli, traversa di Rushfeldt, carambole) trova nella capoccia di Soltvedt il terminale decisivo. Se non crede ai suoi occhi la gente di Trondheim, figurarsi Madama. Per un attimo, eccola farsi orco. Cross di Di Livio, testa di Vieri, palla nel sette. Un sogno lungo un minuto, non importa: a Trondheim sono felici così.

La Juve torna subito a cuccia. Amoruso avvicenda Padovano, una tenera ombra. Strand scivola via a Iuliano e stanga a pelo d'erba: Peruzzi si accartoccia, e sventa. Potesse, Lippi li sbranerebbe tutti. Non esce fuoco dalle narici miliardarie dei suoi pupilli ingessati, ma fumo ordinario, banale nebbia. La contesa è di una bruttezza unica. I norvegesi corrono, corrono, corrono. La Juve pensa all'Inter, è svagata, non si aspettava tappeti di rose, ma neppure queste spine, questi chiodi. Brattbakk rimpiazza Rushfeldt, il Rosenborg continua a sporgersi, Iuliano balla a sinistra, Deschamps e Zidane non riescono a garantire geometrie, profondità. Ci si muove poco, e non sempre in sincronia. Montero rimedia a più di una situazione scabrosa.

Si procede per ribaltoni e scarabocchi. La partita, la Juve potrebbe addirittura vincerla, al 34', ma Jamtfall è bravo a opporsi al destro di Vieri, sguinzagliato dall'altalenante Zidane. Fuori Deschamps, dentro Tacchinardi. Ormai non ce n'è più per nessuno. Bragstad, da respiro a Bergdolmo. Applausi. Canti. Lo scialbo 1-1 della Juve si colloca, numericamente, a metà strada fra il brillante 4-1 del Milan di Tabarez e il clamoroso 1-2 del Milan di Sacchi. Ma a differenza degli altri varrà, probabilmente, la qualificazione.

Roberto Beccantini







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