sabato 5 settembre 2026

5 Settembre 1993: Roma - Juventus

É il 5 Settembre 1993 e Roma e Juventus si sfidano nella seconda giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1993-94 allo Stadio 'Olimpico' di Roma.

La Juve allenata in panchina da Giovanni Trapattoni e trascinata in campo da un Roberto Baggio nel suo momento più splendente si appresta a piazzarsi al secondo posto del massimo campionato calcistico. Davanti c'é l'inarrivabile Milan di Fabio Capello che 'ammazza' il campionato fin dall'inzio. Dall'altre parte c'é una Roma che disputa un campionato al di sotto delle attese e si attesta in settima posizione. Cioé al di fuori della 'zona europea'.

Buona Visione!

 


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Stagione 1993-1994 - Campionato di Serie A - 2 andata
Roma - Stadio Olimpico
Domenica 5 settembre 1993 ore 16.00
ROMA-JUVENTUS 2-1
MARCATORI: Balbo 34, Moeller 78, Muzzi 81

ROMA: Lorieri, Bonacina, Lanna, Mihajlovic, Comi, Carboni, Haessler (Scarchilli 72), Piacentini, Balbo, Giannini, Rizzitelli (Muzzi 74)
Allenatore: Carlo Mazzone

JUVENTUS: Peruzzi, Porrini (Marocchi 62), Torricelli, Conte A., Carrera M., Julio Cesar, Di Livio, Baggio D., Vialli (Ravanelli 62), Baggio R., Moeller
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Beschin
RIGORI FALLITI: Baggio R. 51, Vialli 59 (Juventus)



Bianconeri a terra: due rigori sbagliati, Vialli gravemente infortunato, ko anche D. Baggio
Errori e sfortuna affondano la Jave. 
Dopo le cilecche dal dischetto arriva il pari di Moeller. Ma i giallorossi riescono a raddoppiare a 10' dalla fine 

ROMA DAL NOSTRO INVIATO Questa è una partita che, per renderne il tumultuoso pathos, bisognerebbe tagliare a fette, come un prosciutto. Ci sono venti minuti di sterile melina a metà campo, poi un'impennata della Roma, culminata nel gol di Balbo e, prima e dopo, in altre iniziative rintuzzate da Peruzzi. Quindi, alla ripresa, il serrate della Juve, propiziato dal risveglio regale di Moeller e suggellato da due-rigori-due, ciccati nell'ordine - da Baggio e Vialli, non senza jella il primo (palo), non senza dolore il secondo, se è vero che, nel calciarlo, a Gianluca «parte» il piede sinistro, quello d'appoggio. 

L'assedio produce anche un'occasione per Baggio2, lui pure seriamente menomato a una caviglia, e soprattutto il pareggio di Moeller. Dopodiché, ultimo strappo, ancora Roma per il gol-sorpasso di Muzzi. Poiché il filo d'Arianna è mitologia, orizzontarsi in un labirinto del genere diventa un'impresa sinceramente complicata. La Juve soffre le assenze di Fortunato e Kohler, la Roma non ricava benefici palpabili dal nuovo assetto della difesa, fuori Benedetti e Garzya, Comi libero, Lanna e Bonacina incollati a Vialli e R. Baggio. 

Tanti errori, da una parte e dall'altra, sfociano in un torrente che, scendendo a valle, s'ingrossa sempre più, fino a tracimare in una palpitante e rocambolesca altalena. Mazzone e Trapattoni rinnegano la similzona di cui avevano fatto sfoggio nelle dotte interviste della settimana e sfoderano marcature italianissime in ogni settore. Poco importa che, all'ultimo momento, Trap rinunci a Marocchi e lanci Di Livio, facile preda dell'onesto Carboni. Il più deludente è Porrini, sempre alla mercè di Rizzitelli: e giustamente sostituito al culmine della bagarre. 

Ma anche Carrera, il vice Kohler, patisce l'intraprendenza di Balbo e Torricelli, il vice Fortunato, permette a Haessler di fare, sempre e comunque, il guastatore. La Juve del primo tempo è orrenda: R. Baggio e Moeller in letargo, Vialli isolato, D. Baggio e Conte alle prese con Giannini e Mihajlovic, Julio Cesar cincischiante. La Juve del secondo tempo meriterebbe di più, non fosse altro per l'ardore che esibisce, la sfortuna che la attanaglia e gli aggiustamenti che mette in opera, Moeller suggeritore, Baggio punta. La Roma ha il torto di rinculare troppo. Mazzone azzecca i cambi, soprattutto Muzzi, e sfrutta fino in fondo gli omaggi di cui lo gratificano gli avversari, Peruzzi sul gol di Balbo, Baggio e Vialli dal dischetto, la difesa sul raddoppio. 

Difficile dire qual è la vera Roma e quale sarà la Juve più autentica, specialmente alla luce delle disastrose notizie che rimbalzano dall'infermeria. Una Juve tutta ombre e luci, capace di orgogliose sgommate, ma anche di terrificanti sbandate, come testimoniano i tre minuti scarsi che passano dal guizzo di Moeller a quello, decisivo, di Muzzi. Tanto per dire, a un certo punto Mazzone prende Giannini e lo piazza davanti al bunker, a fare filtro. Con Marocchi al posto di Porrini, e Ravanelli forzatamente in campo al posto di Vialli, Madama dà segni di apprezzabile vitalità. Alla Roma, se non in un caso, non riescono contropiedi degni di nota. La carica viene da Moeller, e contagia Baggio, che i compagni cercano con lanci, a volte, troppo lunghi. 

I crossetti di Di Livio sono cipria per le crape di sentinelle in costante affanno quando i rivali le spingono alle corde. Imperdonabile il rilassamento dopo il pareggio, anche se la squadra aveva speso molto. Il centrocampo di Madama, allorché viene chiamato all'impostazione, denuncia i soliti, grossolani, limiti: di tocco e di eleganza. Ma ci sono due rigori e due gravi infortuni che «ballano» sul risultato e sul futuro. 

Roberto Beccantini
 


LE PAGELLE 
Su tutti un Moeller da incorniciare 
Fa acqua la difesa del Trap, Balbo incontenibile
LORIERI 6. Nel primo tempo, non tocca palla. Nel secondo, procura un rigore (su Vialli) e respinge di piede, alla Zoff, una staffilata di Marocchi. Poca roba, d'accordo: ma lui che c'entra? Dei due penalty intuisce e quasi sfiora il primo, di Baggio. 
BONACINA 6. Si incolla al Codino e, ogni tanto, gli timbra le sacre giunture. Chiude su Moeller, a uomo. 
LANNA 6. Lascia i panni di libero per tuffarsi, anima e corpo, più corpo che anima, su Vialli. I due si conoscono da una vita. Ai punti, vince Lanna. Gianluca gli sfugge soltanto in occasione del primo rigore. Nessun brivido con Ravanelli. 
MIHAJLOVIC 5. Sferraglia lungo il centro-sinistra, a ridosso di Conte. Qualche «sassata» dimostrativa, e una spinta sempre più fievole. 
COMI 5. Esercita la professione di libero come si faceva una volta: nel cuore della difesa, a spazzare l'area. Non appena la Juve cambia passo, si scioglie. 
CARBONI 6. Fronteggia Di Livio, limita i danni (non ci voleva molto), partecipa all'azione del gol di Muzzi. Decoroso. 
HAESSLER 6. Gioca in condizioni menomate, e forse per questo «risparmia» Torricelli. 
SCARCHILLI sv. 19' al posto di Haessler. Piccolo cabotaggio. 
PIACENTINI 6. Doma Moeller per metà partita, e per l'altra metà ne viene soverchiato. Nel finale, fa da tappo su Baggiol. 
BALBO 7. Micidiale. Un gol, un assist e un paio di terrificanti sventole. Non c'è palla che non recapiti in porta. 
GIANNINI 6. Rimorchiatore a centro campo, non sempre brillante, ma spesso prezioso. 
RIZZITELLI 6,5. Demolisce Porrini, esce per crampi. 
MUZZI 7. Avvicenda Rizzitelli, confeziona la torta del 2-1 e si mangia la ciliegina del 3-1. 
MAZZONE 6. Gli è andata bene. 

 

PERUZZI 5,5. Senza mezze misure: o tutto o niente. E nei momenti topici, su Balbo, niente. 
PORRINI 4. Un disastro. In rapporto al prezzo (11 miliardi), in rapporto a Rizzitelli, in rapporto a tutto il resto. 
MAROCCHI 6,5. Dal 62' al posto di Porrini. Si occupa di Mihajlovic, impegna Lorieri, si produce con profitto. 
TORRICELLI 5,5. Pedina Haessler, eredita Muzzi, fa rimpiangere Fortunato. 
CONTE 6. Balla coi lupi, da Mihajlovic a Haessler, «via» Giannini. Non perde mai la testa. 
CARRERA 5. In teoria, l'uomo di Balbo. In pratica, una sua ornamentale appendice. 
JULIO CESAR 5,5. Cincischia troppo, e non è una novità. 
DI LIVIO 5,5. Un battesimo sotto tono, tanti cross a fondo perduto. Da rivedere. 
D. BAGGIO 5,5. Arranca in sordina, scruta Giannini, ha dei sussulti, immola la caviglia su un quasi-gol. Disordinato. 
VIALLI 5. Irretito da Lanna. Non più di un guizzo all'altezza del suo passato. I rigori non sono più la specialità della casa. Da ieri, anzi, sono diventati un incubo. 
RAVANELLI 5,5. Rimpiazza Vialli. L'azione che porta al gol di Muzzi nasce da un suo errore a centro campo. 
R. BAGGIO 5,5. Per battersi, si batte. Meglio da punta. E poi quel rigore: jellato e sciagurato. 
MOELLER 7,5. Primo tempo da dimenticare, secondo da incorniciare. Propizia il secondo rigore e partecipa, con un brillante tocco di esterno destro, alla confezione del primo. Sigla l'aggancio. Rifinitore e stuccatore: due partite, due gol. 
TRAPATTONI 6. Qualcuno, adesso, dirà che è colpa sua. 

BESCHIN 7. Limpidi i rigori, e veniali i peccati. Merita la promozione 




 

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venerdì 4 settembre 2026

4 Settembre 1983: Lazio - Juventus

È il 4 settembre 1983 Lazio e Juventus si sfidano nella quinta giornata del girone eliminatorio della Coppa Italia 1983-84 allo Stadio 'Olimpico'  di Roma.

Sarà una stagione trionfale questa per i nostri beniamini a strisce bianconere. Se in campionato arriverà l'ennesimo scudetto (è il 21esimo), in Europa si festeggia la prima (ed unica) affermazione in Coppa delle Coppe.

Per quanto riguarda la Coppa Nazionale, i piemontesi dovranno incredibilmente salutare la competizione negli ottavi di finale, eliminati dal sorprendente Bari!

Buona Visione!

 



lazio


Stagione 1983-1984 - Coppa Italia - Eliminatorie, 5ª giornata
Roma - Stadio Olimpico
Domenica 4 settembre 1983 ore 20.30
LAZIO-JUVENTUS 1-1
MARCATORI: Boniek autorete 55, Cabrini 56

LAZIO: Cacciatori, Spinozzi, Vinazzani, Manfredonia, Batista, Piscedda, D'Amico, Vella (Chiarenza 85), Giordano, Laudrup M., Cupini
Allenatore: Juan Carlos Morrone

JUVENTUS: Tacconi, Caricola, Cabrini (Prandelli 62), Bonini, Brio, Scirea, Penzo, Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: D'Elia





I bianconeri soffrono all'Olimpico, ma resistono alla pressione laziale 
Cabrini toglie dai guai la Juventus 
La squadra di Morrone comanda a lungo la partita, soprattutto nel primo tempo (palo di Cupini). Nella ripresa entusiasmante botta e risposta.

Formazioni secondo le previsioni della vigilia. Juventus senza Gentile, sostituito da Caricola. Ma con Penzo a fianco di Rossi. 

Da parte bianconera, un avvio difficile di Brio, stopper su Giordano sostituito dopo una decina di minuti da Caricola. Brio finiva per rimanere così coinvolto nel gioco a zona del resto della difesa con l'incarico di seguire in modo particolare Laudrup. La difesa di Trapattoni entrava in una inquadratura improvvisata. L'intera squadra soffriva la maggior velocità degli avversari e la propria carenza sulle fasce laterali. Il gioco d'attacco orchestrato ora da Platini, ora da Bonlek si sviluppava in senso verticale, centralmente, favorendo le chiusure degli avversari. Subito, al primo minuto, un anticipo di Batista su Platini scatenava la prima ovazione del pubblico laziale. L'azione proseguiva. Giordano finiva a terra, e la botta del centravanti su punizione era parata con sicurezza in tuffo da Tacconi. 

La risposta bianconera arrivava al terzo minuto con un lancio in profondità di Platini a Boniek che veniva anticipato benissimo da Piscedda in mezza rovesciata. Due interventi duri di Brio su Giordano nello spazio di 5' convincevano Trapattoni al cambio di marcatura. 

Al 10', soprattutto, su iniziativa del centravanti, la Juve correva un grosso pericolo. Giordano scattava sulla destra dopo essere sfuggito a Brio e centrava basso. Sulla traiettoria si inseriva bene Cupini e toccava in corsa centrando in pieno la traversa, quindi Vella non arrivava con la necessaria tranquillità al rimbalzo. Dopo 3' un nuovo centro di Giordano dalla destra era appoggiato malamente da Bollini verso Tacconi ed il mediano doveva intervenire in extremis per salvare in corner sull'inserimento di Laudrup, giocatore questi di grosse qualità tecniche, anche se ancora chiaramente in difficoltà, alle prese con i ritmi del nostro calcio. 

La difesa bianconera era in difficoltà di fronte al contropiede veloci degli avversari: al 15' doveva rientrare Platini per sbrogliare una brutta situazione su Cupini. Due minuti dopo era il francese a trovare il corridoio in verticale per Boniek solo sul dischetto. Il polacco si girava su se stesso, cercava il tocco preciso, ma la palla era molle e Cacciatori volava sulla sua destra per deviare in angolo. 

Le difficoltà di gioco ed il ritmo degli avversari innervosivano i bianconeri; al 35' era ammonito Tardelli per un'entrata su Giordano lanciato da D'Amico. I bianconeri iniziavano la ripresa più decisi, al 3' un contrattacco Platini-Bonini-Platini metteva Rossi in condizioni di battere a rete, ma sul tiro Pablito era contrastato duramente e la palla subiva una deviazione. D'Elia richiamava poi Penzo (e Vinazzanl con un tackle durissimo toccava Bonini al ginocchio). 

Arrivava il primo gol. Giordano si incaricava della punizione, fintava il primo tiro mentre la barriera avanzava, l'arbitro interveniva per richiamare i bianconeri e il centravanti batteva con prontezza sorprendendo gli avversari. Caricola involontariamente imprimeva alla palla una deviazione che spiazzava Tacconi, che vedeva la sfera infilarsi in rete alla sua destra. La replica bianconera era decisissima. Rossi era bloccato fallosamente, calciava lui stesso la punizione dalla destra e Cabrini con un aggiustato colpo di testa batteva Cacciatori. 

Arrivavano le ammonizioni a Manfredonia e Spinozzi. Quindi, su un nuovo attacco della Juventus, Cabrini si scontrava con Cacciatori; restava a terra, si rialzava dolorante al fianco destro e veniva sostituito al 16' da Praticelli. 

Il match diventava una battaglia e nella bagarre, la Juventus si ritrovava almeno per grinta. Tardelli e Penzo (questi dopo un bello scambio con Rossi fallivano due conclusioni), la Lazio replicava con spunti di D'Amico e Laudrup frenati alla meglio. Veniva ammonito scioccamente Boniek per un rinvio istintivo dopo il fischio di D'Ella che interrompeva il gioco. Al 35' la bandierina del guardalinee si alzava per rilevare un fuorigioco di Penzo rendendo vano il gol dell'attaccante.

Poi era Cacciatori a togliere dalla porta con due prodezze altrettante bordate stupende di Boniek e Rossi, mentre la Lazio cominciava a mostrare la corda. Il match finiva sull'1-1 in un clima teso.

tratto da: La Stampa 5 settembre 1983







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4 Settembre 1994: Brescia - Juventus

È il 4 settembre 1994 e Brescia e Juventus si sfidano nella prima giornata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1994-95  allo Stadio 'Mario Rigamonti' di Brescia.

La Juventus dopo anni di magra si appresta a vincere il suo ventitreesimo scudetto con il nuovo allenatore Marcello Lippi. Il Brescia, dal canto suo, vive un campionato disastroso, finisce in ultima posizione e saluta per il momento la Serie A.

Buona Visione!

 

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Domenica 4 settembre 1994 ore 16.00
BRESCIA-JUVENTUS 1-1
MARCATORI: Conte A. 55, Schenardi 80

BRESCIA: Ballotta, Brunetti, Di Muri (Marangon 59), Mezzanotti, Baronchelli, Battistini S., Schenardi, Piovanelli, Neri, Lupu (Ambrosetti 56), Gallo
Allenatore: Mircea Lucescu

JUVENTUS: Peruzzi, Ferrara C., Torricelli, Fusi (Tacchinardi 46), Kohler, Marocchi (Carrera M. 71), Di Livio, Conte A., Vialli, Baggio R., Del Piero
Allenatore: Marcello Lippi

ARBITRO: Braschi
ESPULSIONI : Brunetti 85 (Brescia)




I bianconeri non riescono a mantenere il vantaggio e il Brescia li raggiunge nel finale.
Juventus, nuovo corso e vecchi vizi 
A segno Conte, pareggia Schenardi 
Baggio e Del Piero non ingranano 

BRESCIA DAL NOSTRO INVIATO Le brutte abitudini impregnano un ambiente con tanta forza che si possono cambiare gli uomini che lo frequentano, ma i difetti restano. La Juve che ieri ha pareggiato 1-1 a Brescia ci ha ricordato in modo impressionante la squadra che, con Trapattoni, andava in affanno quando le cose si mettevano al meglio, finché non riusciva a sprecare il proprio vantaggio. Cosa che si è verificata contro i bresciani, appena risaliti in Serie A, nella partita con un'altissima percentuale di realizzazione: due reti con quattro tiri in porta. 

Dopo dieci minuti dalla ripresa la Signora era in vantaggio. Una scodellata magica di Vialli aveva permesso a Conte di segnare di testa. Una grande squadra, sicura della propria forza, a quel punto avrebbe gestito il match. La Juve invece l'ha consegnata alle giuste ambizioni dei lombardi che non ci stavano a perdere sull'unico tiro in porta subito. Dai e dai, ritirando il raggio della propria azione e rilanciando lungo quando avrebbero potuto giocare la palla con talento e con comodità, gli juventini sono riusciti nella caritatevole impresa e il Brescia ha pareggiato con Schenardi. Ed è stato un bene che il gol dell'1-1 sia arrivato a 9' dalla fine e che i lombardi siano rimasti subito dopo in dieci per l'espulsione di Brunetti (doppia ammonizione): altrimenti l'esito della prima trasferta avrebbe potuto rivelarsi peggiore per la banda Lippi, che ha finito sulle ginocchia. 

Un calo atletico? Lippi l'ha spiegato così (ma alla vigilia non aveva detto che garantiva sulla perfetta condizione fisica dei suoi giocatori?). Noi abbiamo invece l'impressione che la psicologia della Signora sia fragile e per nulla irrobustita dall'innesto dei nuovi, che ieri, con l'assenza di Sousa, Jarni e Deschamps, erano solo Ferrara e per un tempo Fusi. La paura di subire il gol o l'ignoranza del giusto modo di mantenere il vantaggio ha spinto la Juve a comportarsi con l'animo d'una provinciale. Peccato per il Nuovo Corso. 

Una vittoria (eccessiva, comunque a portata di mano) avrebbe colorato i sogni d'una grande stagione. Il pareggio riporta a una realtà di dura lotta e di problemi da risolvere. Primo fra tutti, la resurrezione di Baggio, che in queste condizioni è come se non ci fosse eppure deve giocare perché soltanto ritrovando il ritmo della partita può tornare ad essere se stesso. Codin-Treccino è stato superato in dinamismo e in agilità da Mezzanotti, uno dei ragazzi del Filadelfia, certamente tra quelli che si ricordano meno, eppure tignoso nella cura del fenomeno. E il resto della Juve non ha saputo sopperire alle carenze dinamiche ed estrose del suo capitano. Ci saremmo aspettati di più da Del Piero, ad esempio. 

Il pareggio in sé non è negativo, pure in un campionato dove conteranno sempre più le vittorie. Rispetto alle amichevoli si è anche vista la crescita di alcuni uomini come Ferrara e una certa solidità fino all'1-0. Se la Juve non pungeva, neppure il Brescia sapeva farsi pericoloso: Schenardi, al 39', era il primo della partita a centrare la porta. Senza i nuovi stranieri, Lippi ha disposto il tridente, cioè Vialli in mezzo, Del Piero prima a destra, poi a sinistra, Baggio libero di andare dove voleva. E almeno sul piano del sacrificio si è visto che i tre possono coesistere senza che il centrocampo e la difesa abbiano da soffrirne. L'esperimento si potrà ripetere. Piuttosto, continua a non convincerci lo schema con i due marcatori più il libero contro le squadre che hanno una punta sola e, nel caso del Brescia, neppure una vera punta, vista la mancanza di Borgonovo. Non ci sarebbe nulla di male se Fusi appoggiasse l'azione di attacco per offrire delle varianti: così come gioca lui, zavorrato alla difesa come un dirigibile, ci pare un lusso e la manovra manca di un uomo capace di inserirsi a sorpresa. Tanto che il gol di Conte (il primo su azione dal 6 agosto, torneo di Novara, a parte l'amichevole di Villar Perosa) è scaturito da un'astuzia di Vialli sull'indecisione della difesa bresciana. Se Lippi dice che c'è da migliorare, perché non credergli? 

Marco Ansaldo 
tratto da: La Stampa 5 settembre 1994

 






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giovedì 3 settembre 2026

31 Marzo 1993: Juventus - Torino

È il 31 marzo 1993 Juventus e Torino si sfidano nella semifinale (gara di ritorno) della Coppa Italia 1992-93. Tutto si svolge allo Stadio 'Delle Alpi' di Torino.

La Juventus cerca di fermare l'egemonia del Milan che da un paio d'anni o più ammazza il campionato senza scampo. Sarà impresa quasi impossibile in campionato, ma tant'è che con questo Roberto Baggio (capitano e uomo simbolo della squadra in Italia e nel mondo) tutto é possibile! 

Dall'altra parte c'è un Toro che conquista la Coppa Italia dopo aver eliminato i bianconeri in questa doppia sfida.

Buona Visione!



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Stagione 1992-1993 - Coppa Italia - Semifinali, ritorno
Torino - Stadio Delle Alpi
Mercoledì 31 marzo 1993 ore 20:30
JUVENTUS-TORINO 2-2
MARCATORI: Marchegiani autorete 4, Poggi 52, Ravanelli 62, Aguilera 63

JUVENTUS: Peruzzi, Torricelli, Marocchi, Galia (Carrera M. 52), Kohler, Julio Cesar, Conte A. (Di Canio 75), Baggio D., Vialli, Baggio R., Ravanelli
Allenatore: Giovanni Trapattoni

TORINO: Marchegiani, Bruno, Sergio (Poggi 46), Fortunato D., Annoni, Fusi, Sordo, Venturin, Aguilera (Cois 77), Casagrande, Mussi
Allenatore: Emiliano Mondonico

ARBITRO: Sguizzato



COPPA ITALIA Due volte in vantaggio, i bianconeri non reggono all'orgogliosa reazione dei granata 
Il Toro corica, rimonta e va in finale 
E ora la Juve s'aggrappa alla Uefa 

TORINO. Il Toro è finalista di Coppa Italia. Con pieno merito. Il collettivo granata, nell'arco dei 180', ha prevalso sulle individualità juventine. Ma è anche una questione di cuore. Come all'andata, il Torino ha trovato la forza di rimontare. E ancora una volta è stato Poggi l'uomo del destino, anche se è toccato ad Aguilera firmare il 2-2 decisivo. Ieri il Toro ha corso in salita, vincendo il gran premio della montagna. Due volte in svantaggio (autogol di Marchegiani e raddoppio di Ravanelli), ha recuperato in una partita non sempre bella ma avvincente. E ha dato un'altra picconata alla stagione bianconera, ora aggrappata alla Coppa Uefa. Eppure era una Juventus più convinta rispetto al 1° derby. Sapeva di poter far leva sul contropiede e questo rendeva più compatta la squadra e consentiva a Vialli e Ravanelli di agire in spazi ampi nei quali s'inserivano anche i due Baggio. Mondonico aveva preferito piazzare Bruno su Ravanelli e Annoni su Vialli, ma la mossa era frustrata dall'«infortunio» a Marchegiani che sbloccava la partita. L'azione scaturiva da uno scatto di Vialli che, non vedendo Ravanelli smarcato al centro, aveva tentato un a fondo contrastato da Annoni in corner. Roberto Baggio scodellava un bel cross, si avventavano Conte e Dino Baggio, colpiva il primo in rovesciata: pallone sulla traversa per rimbalzare su spalla e gomito di Marchegiani e finire in rete. 

L'1-1 dell'andata e il disgraziatissimo autogol di Marchegiani obbligavano il Torino a spingere al massimo per riequilibrare la situazione. Il ritmo elevato toglieva precisione ai granata e la difesa bianconera, sia pure con qualche affanno, teneva. Venturin e Sordo da una parte, Sergio dall'altra, tentavano di aggirare l'ostacolo per vie esterne, ben presidiate da Marocchi e Conte. Su un traversone di Sordo, era bravo Torricelli ad anticipare Mussi. Il Torino si sbilanciava e offriva il fianco al gioco di rimessa della Juventus che, al quarto d'ora, sfiorava il raddoppio. Vialli apriva su Ravanelli che di testa serviva Baggio e che con le spalle alla porta appoggiava su Conte il cui destro trovava Marchegiani pronto alla respinta. Ancora Ravanelli, servito da Kohler, si disimpegnava molto bene, ma l'assist per Vialli era impreciso. Il Torino eliminava ogni paura e ripartiva all'assalto. E, su spiovente di Sergio, Casagrande, di testa, alzava appena sopra la traversa (18'). La Juventus replicava con folate dei due Baggio. Roby si produceva in numeri di altissima scuola ma, non essendo al meglio, aveva problemi a finalizzare. Come al 43', quando effettuava uno stop eccezionale e poi sbagliava il servizio vincente per Ravanelli. 

Perso per perso, Mondonico inseriva Poggi in avvio di ripresa al posto di Sergio. E, come 15 giorni fa, il veneziano ripagava la fiducia del tecnico pareggiando con un gran sinistro al volo (52'). Sul cross di Annoni, Poggi s'inseriva con tempismo, bruciando Galia e l'incolpevole Peruzzi. Troppo tardi Trapattoni si accorgeva che Galia non era l'uomo più adatto per marcare Poggi e, dopo il gol, lo sostituiva con Carrera. La Juve decideva di attaccare mandando avanti anche Torricelli. Al 62' un caparbio spunto del difensore forniva l'occasionissima a Ravanelli che, bruciando Bruno, infilava Marchegiani con un tocco di sinistro. Palla al centro e subito 2-2: da Casagrande ad Aguilera che riscattava un derby anonimo insaccando da tre passi. In un minuto la situazione si era capovolta in favore del Torino. E un'involontaria respinta di Roby Baggio su tiro-gol di Conte. (66') confermava che il vento e la fortuna avevano cambiato direzione. C'era ancora un contrasto tra Marchegiani e Vialli, su una palla che si spegneva sul fondo: il bianconero finiva a terra e protestava, ma Sguizzato indicava la bandierina del calcio d'angolo. Non succedeva più nulla. E lasciando il Delle Alpi, Jorge, allenatore del Paris S.G., sfoderava uno strano sorriso. 

Bruno Bernardi
tratto da: La Stampa 1 Aprile 1993






ROMA E TORINO IN FINALE
Giallorossi e granata fanno il il pieno, estromettendo i miliardari Milan e Juve. Per i rossoneri, che rinunciano al "Grande Slam", è la conferma che non è semplice sottomettere la sorte. Mentre gli uomini del Trap salutano l'ennesimo traguardo stagionale.
La Caduta degli Dei.

Ha concluso la sua avventura la Juve, accomunata quasi emblematicamente al Milan nel turno che ha segnato la caduta degli dei miliardari. Trapattoni è uscito sconsolato dall'ennesima delusione di una stagione-calvario e non si può negare che qualche suo errore impallidisce letteralmente di fronte al vuoto delle prestazioni di alcuni presunti big. Il disastroso Vialli di entrambi i match ha fatto il paio col Lentini rossonero. Lo stesso Roberto Baggio nella circostanza decisiva è incappato in una di quelle zone d'ombra che riescono tradizionalmente a escluderlo dagli eventi. E aggiungere che una volta di più il Dino Baggio bianconero è tutt'altra cosa rispetto alla versione azzurra significa solo spargere ulteriore sale sulla piaga. Questa Juve, uscita di scena con un turno d'anticipo rispetto all'anno scorso, pretende una rifondazione di stampo chirurgico. Magari prendendo a esempio proprio l'umiltà del Torino, conscio dei propri limiti ma esemplare nell'interpretazione dell'impegno. Qualche tifoso ha storto la bocca, qualche tempo fa, di fronte ai piani austeri proclamati da Goveani al suo debutto in granata: l'ingresso in finale di Coppa Italia assieme alla Roma, a spese dei simboli dell'opulenza, dovrebbe oggi far riflettere i contestatori.

Carlo F. Chiesa
tratto dal Guerin Sportivo anno 1993 n.14






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La Stampa 1 aprile 1993

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3 Settembre 1989: Ciao Gaetano!

Ero solo un tredicenne ammagliato dal calcio (soprattutto quello italiano), innamorato della Juventus e attaccato alla tv qualdunque ci fosse una partita da vedere. Da prassi in quei tempi si rimaneva svegli per guardare la 'Domenica Sportiva'. E quel 3 Settembre 1989 non fu differente! Quel grande intenditore di calcio che fu Sandro Ciotti (ahimé dove sono andati i commentatori di una volta, sic!) interruppe la trasmissione e con la sua voce (sempre roca, ma questa volta se possibile ancor di piú) con questo comunicato :

 

"Interrompiamo la trasmissione per comunicare che l'ex calciatore Gaetano Scirea ha perso la vita in un incidente stradale in Polonia. Era li per seguire la prossima avversaria della sua Juventus in Coppa UEFA.Inutile spendere parole per un campione non solo nel calcio ma anche nella vita .... "

 

Subito i primi segnali di sonno scomparirono e lacrime & sgomento ne presero il posto. Come il 'nostro' Gaetano ? Quella pasta di uomo, capitano silenzioso ma esempio da imitare ? Perché proprio lui ?

Sono passati piú di 30 anni , la mia gioventú é volata proprio come un sua discesa in area di rigore avversaria. La vita mi ha steso con dei tackle in scivolata che solo lui sapeva fare (ahime ben piú violenti e anti sportivi del compianto Gae). Peró quel ricordo resta in mente e nel cuore.

 

Ciao Gaetano, ci hai lasciato 

troppo presto da questo mondo 

Ma facendo ciò hai preso 

per sempre un posto 

nel nostro cuore 

 

gaetano



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Nome: Gaetano Scirea
Nazione: Italia
Luogo di nascita: Cernusco sul Naviglio (Milano)
Data di nascita: 25.05.1953
Ruolo: Difensore
Nazionale Italiano : Sì
Soprannome: Gai
Esordio: 28.08.1974 Juventus-Varese 4-0 (Coppa Italia)
Ultima partita: 15.05.1988 Juventus-Fiorentina 1-2 (Campionato di Serie A)

 


SCIREA 

In occasione della morte di Scirea, c'è il rischio di scrivere frasi che non approverebbe: accoglieva con grande imbarazzo le definizioni elogiative, che lui meritava in pieno, il suo personaggio e sempre apparso perfetto, tanto chiaro e pulito da apparire anòmalo nel mondo del calcio. 

L'uomo dei rossori e degli esempi un artista che bollava la cartolina. 

Nel '74 si presentò alla Juventus, che lo aveva acquistato dall'Atalanta: aveva tutto del campione e divenne subito bravissimo. Per molte stagioni fu il più grande. Nell'ultima stagione seppe gestire il declino con la classe con cui aveva esibito la sua grandezza. 

In morte di Gaetano Scirea si rischia soltanto di scrivere articoli che lui non approverebbe. Grandi rossori gli procuravano le definizione positive, elogiative, sovente èritusiastiche che peraltro lui meritava tutte, e in pieno. Lui pensava semplicemente di fare bene il lavoro al quale era naturalmente portato. Non capiva gli applausi quando riteneva di avere fatto il suo dovere: e siccome faceva sempre il suo dovere, gli applausi lo mettevano a disagio. Così come lo avrebbero messo a disagio i fischi, che però non ci furono mai: perché fischiare uno che ce la mette tutta e non ce la fa? Da una considerazione di questo tipo nacque probabilmente il suo enorme rispetto per i meno bravi, i meno dotati, che lui superava sempre e non umiliava mai. Il suo personaggio apparve sempre perfetto, nitido, rotondo, pulito. Così normalmente chiaro, insomma, da apparire pressoché costantemente anomalo nel mondo del calcio. Scirea non sapeva darsi arie, non sapeva «vendersi» bene, chiedeva soltanto il rispetto per la propria grinta di «capitan» Scirea onestà, il riguardo verso la sua serenità. 

Si presentò a Torino nel 1974, veniva dall'Atalanta, aveva tutte le stimmate del campione. Nella Juventus divenne subito, da bravo, bravissimo. Ricordiamo quando ce lo presentò Spinosi, in un circolo vicino allo stadio. Non sapevamo manco se si pronunciava Scirea o Scirèa. Notammo di lui la timidezza, e il grande naso. Gli dicemmo che approdava alla società italiana più calma, serena, sicura. Pensavamo che dalla Juventus Scirea avrebbe preso molto. In realtà lui alla Juventus diede moltissimo. Sino al campionato 1987-88 fu il giocatore bianconero più preciso, più puntuale. Per molte stagioni fu anche il più grande. Nell'ultimo campionato seppe gestire il declino fisico con la stessa classe con cui aveva gestito la sua superiorità negli anni belli, massimi. 

Poi divenne allenatore in seconda, è morto sul lavoro. Le cose importanti su Scirea sono quelle che non abbiamo scritto, perché non erano giornalistiche. Modestia e calma, serenità e sincerità, dignità massima costante e intanto costante sentimento di gratitudine al destino che come calciatore lo aveva trattato bene, dandogli tutto. 

Come scrivere di queste cose? Scirea è stato anche la prova dell'incapacità giornalistica di dare a tutti tutto il dovuto. Molto più facilmente scorreva la penna, andavano su e giù i tasti per personaggi obliqui, difficili, contorti. Personaggi anche, abbiamo detto e pensato più volte, in una sorta di bestemmia concettuale, giornalisticamente più utili, più redditizi di Gaetano. Scirea è stato infinitamente utile, redditizio alla Nazionale, alla Juventus. Ha vinto come nessun altro, ha vinto senza mai conquistare. Sembrava che il successo si adagiasse su di lui. Altri, per entrare in contatto con il successo, avevano bisogno di artigli. Giocatore purissimo, avrebbe potuto amministrarsi con metodicità sparagnina: era così pieno di classe che il pallone andava a lui. Ma volle andare al pallone, fare tutto il massimo ad ogni partita, darsi al gioco nella pienezza della sua classe. Aveva scelto il ruolo di libero non per difendere comodamente, ma per offrire del ruolo stesso una nuova chiave di lettura. E' stato elegante come Beckenbauer, combattente come Baresi, ardente come Passarella. Ci accorgiamo che mancano, per ricordarlo nella maniera più facile e bonaria, gli aneddoti. Mancano le curiosità, le stramberie. C'è il ricordo di un artista che bollava la cartolina, ecco Scirea. Nessun altro come lui che, così semplice, essenziale, umile e forte, è stato anomalo, quasi assurdo nel calcio matto del quale lui manco voleva sorridere, per non apparire di esso, in qualche modo, complice. 

Gian Paolo Ormezzano

tratto da: La Stampa 4 Settembre 1989



guerin

hurra'

hurra'

hurra'

hurra'


gaetano
"Ho "rubato" qualcosa a ciascuno dei tecnici che ho avuto. Da Parola la capacità di responsabilizzare i giovani, da Trapattoni la capacità di tenere unito lo spogliatoio, da Marchesi la serenità. E da Bearzot quella straordinaria umanità che è la base di ogni successo." - Gaetano Scirea



"La Juve è qualcosa di più di una squadra, non so di­re cosa, ma sono orgoglioso di farne parte." - Gaetano Scirea

 

gaetano

"A volte mi chiedo come mi vedono i ragazzi, i bambini. E penso che vorrei mi vedessero come io vedevo lui. Parlo dell'uomo, non solo dello straordinario giocatore. Perché questo, per me, vuol dire entrare nel cuore della gente, lasciare qualcosa che vada oltre i numeri. [...] Il mio nome è vicino a quello di Scirea, bellissimo." - Alessandro Del Piero su Gaetano Scirea

 


"È inutile spendere parole su un uomo che si è illustrato da solo per tanti anni su tutti i campi del mondo, che ha conquistato un titolo mondiale con pieno merito e che era un campione non soltanto di sport ma soprattutto di civiltà." - Sandro Ciotti in 'La Domenica Sportiva' annuncia la tragica scomparsa di Gaetano Scirea



"Se mai c'è stato uno per cui bisognava ritirare la maglia, era Gaetano Scirea, grandissimo calciatore e grandissima persona." - Enzo Bearzot su Gaetano Scirea


"Una volta in uno scontro con Scirea mi ruppi il naso. Quando mi risvegliai all'ospedale, dopo l'operazione, la prima faccia che vidi, oltre a quella di mia moglie, era di Scirea. Un grande, Gaetano." - Paolo Pulici su Gaetano Scirea

gaetano
"Un cavaliere, un grande avversario. La sua morte mi ha dato molto, molto dolore" - Diego Armando Maradona su Gaetano Scirea
gaetano
"Un leader col saio." - Giovanni Trapattoni su Gaetano Scirea

gaetano

"Il mio fuoriclasse era Scirea. Parlava poco, eppure aveva carisma. Era un piacere stare con lui e in qualsiasi occasione, non soltanto sul campo, ti faceva fare bella figura. Il giorno in cui ho preso Scirea, per la prima e unica volta, Achille Bortolotti mi ha detto: «Gaetano te lo porto io a Torino. Perché questo ragazzo è diverso da tutti gli altri». Quando Gai ha smesso di giocare io volevo che diventasse un punto fermo della Juventus. Prima come osservatore, poi come allenatore, ma lo vedevo benissimo anche come uomo di pubbliche relazioni. Aveva qualità fuori dal comune e la sua splendida carriera ne era la conferma. Li riconosci subito i giocatori che hanno qualcosa in più: li vedi da come si muovono in campo e da come leggono il gioco un secondo prima degli altri; se poi sono dotati di spessore umano e pulizia morale hai davanti agli occhi un fuoriclasse anche nella vita. E Scirea lo era. Io gli volevo bene." - Giampiero Boniperti su Gaetano Scirea