sabato 2 maggio 2026

2 Maggio 1982: Udinese - Juventus

È il 2 maggio 1982 ed Udinese e Juventus si sfidano nella tredicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio Friuli di Udine.

A fine campionato la Juventus conquisterà la sua Seconda Stella da appuntare sul petto. Dopo un lunghissimo testa a testa con la Fiorentina allenata da Giancarlo De Sisti, la spunta all'ultima giornata grazie ad una vittoria esterna a Catanzaro con un rigore del partente Liam Brady

Dall'altra parte c'è l'Udinese allenata da Enzo Ferrari che ottiene una difficile salvezza all'ultima giornata.

Buona Visione! 



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Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 13 ritorno
Udine - Stadio Friuli
domenica 2 maggio 1982 ore 16:00 
UDINESE-JUVENTUS 1-5
MARCATORI: Miano 2, Marocchino 30, Cabrini 36, Rossi P. 49, Cabrini 85, Virdis 90

UDINESE: Borin, Galparoli, Tesser, Gerolin (Pin L. 65), Cattaneo, Orlando, Causio, Bacchin, Miano (De Giorgis 59), Orazi, Muraro. 
A disposizione: Cortiula, Pancheri, Cinello. 
Allenatore: Enzo Ferrari

JUVENTUS: Zoff, Osti, Cabrini, (c) Furino (Tavola 85), Brio, Scirea, Marocchino, Tardelli, Rossi P. (Bonini 70), Brady, Virdis. 
A disposizione: Bodini, Fanna, Bettega R. 
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: D'Elia




Ha giocato 71 minuti confermando di essere ancora un grande campione
Paolo Rossi, la classe di sempre

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
UDINE Aveva segnato l'ultima rete in serie A proprio a Udine il 27 gennaio '80, un gol decisivo per il successo del Perugia (2-1). Paolo Rossi ha perso due anni per squalifica, non il vizio del gol. Nella cinquina della Juventus c'è anche il suo sigillo, quello del 3-1, che ha messo definitivamente in ginocchio I friulani, con un'incornata perfetta per scelta di tempo ed esecuzione. 
Ma il gol è soprattutto importante per lui, per Rossi, che si è scrollato di dosso le ruggini fisiche e mentali accumulate in 734 giorni d'attesa per questo 2 maggio '82 che, probabilmente, ha sancito lo scudetto numero venti della Juve. 
Gol a parte, Rossi ha anche fornito il calibrato cross dal quale è scaturito il 2-1 di Cabrini ed è apparso recuperato. Ha stentato, in avvio, ad entrare in partita. Ma era nel preventivi, un po' per l'emozione, un po' perché Galparo1i lo marcava stretto, con Orlando pronto ad intervenire in seconda battuta. 
Poi, con la crescita della squadra, Rossi ha rotto il fiato, s'è scollato dal suo avversario, riabituandosi al clima agonistico (il ritmo lo troverà giocando), sfoderando lampi di classe genuina, non corrosa dalla lunga assenza: 71 minuti, una prova più che confortante che ha strappato il sorriso anche a Bearzot.

Bruno Bernandi





Alle quattro della sera «Pablito» è sceso nell'arena di Udine per dimostrare non solo agli altri ma anche a se stesso che i due anni di ingiusto esilio dai campi di gioco l'hanno restituito integro alla Juventus e alla Nazionale

olé

UDINE E così, in un «Friuli» da festa grande come soltanto la provincia sa fare nelle grandi occasioni, Paolo Rossi è tornato ufficialmente in campo e, nel giro di un quarto d' ora (giusto il tempo di scrollarsi di dosso il magone del suo nome scandito dall'altoparlante, assaporare ad occhi chiusi la dolcezza degli applausi subito mitigata dalla marcatura di Galparoli e mettere a fil di palo un traversone di Scirea) ha saputo esorcizzare i fantasmi del suo «male oscuro»: quelli, cioé, che gli hanno tenuto costantemente compagnia dal 18 maggio di due anni fa, quando la Commissione Disciplinare lo incolpò di aver alterato il risultato di Avellino-Perugia e le sue due reti - lui che proprio nella fiammata di un gol ha identificato il perno della sua realizzazione di uomo si trasformarono in spietate accusatrici e come un assurdo boomerang gli procurarono tre anni di squalifica, poi ridotti a due in appello. Ecco, da allora Paolo Rossi uscì in punta di piedi e a testa china dalla bella favola iniziata ai Mondiali argentini del 1978 quando divenne «Pablito» per tutti ed entrò invece in una dimensione inquietante che lui stesso, ragazzo di provincia trasformatosi soltanto superficialmente in metropolitano, visse malamente come un'odissea in cui la speranza di una riabilitazione spesso promessa ma mai concessa si stemprava inevitabilmente nella delusione (niente amichevoli né partite di beneficienza, niente di niente insomma) eppoi la delusione scadeva nella rabbia di sentirsi un emarginato. O peggio ancora, quasi un clandestino di se stesso. 

"Ufficialmente mi dicevo che tutto sarebbe passato", 

ricordava sabato scorso con l'umiltà dei campioni autentici che forse proprio nella paura di un insuccesso finiscono per trovare al contrario la molla principale del loro successo, 

"ma in realtà in questi due anni mi sono sentito quasi una controfigura di me stesso. Era come guardarmi in una fotografia scattata chissà quando e non riconoscermi. E in quei giorni soltanto con la rabbia riuscivo a giustificare i miei allenamenti che finivano per diventare interminabili perché non si concretizzavano mai in una vera partita. Con la rabbia, quindi, ma anche con l'orgoglio di un uomo comune che non vuole sentirsi emarginato".

LA VIGILIA. In altre parole, Paolo Rossi ha vissuto per due anni un processo mentale inverso a quello che lo consacrò ufficialmente campione prima a Vicenza e poi a Perugia. Allora furono giorni esaltanti: grazie a lui, una provinciale teneva testa alle grandi, un'intera squadra giocava per i suoi gol e Farina si permise il lusso di negarlo alla Juventus. Durante la squalifica, invece, Rossi ha dovuto ripartire da zero, ricostruirsi e soprattutto ritrovarsi. E seppure con fatica, ha saputo tenere duro trovando l'alchimia giusta in una ricetta fatta di un po' di tutto: rabbia, stupore, forse anche vergogna, e speranza. Ma principalmente ha trovato la Juventus e gli juventini. E con umiltà, a Torino, l'uomo si è autoescluso dal personaggio diventando perfino la riserva «pro tempore» di Giuseppe Galderisi un diciannovenne della squadra Primavera. 

"E stato soltanto grazie alla Juventus", 

ha ripetuto fino ad oggi con ostinazione, quasi fosse una specie di training autogeno, 

"se in questo periodo la mia vita non è cambiata. E stato vivendo assieme ai miei compagni di squadra che mi sono fatto una ragione di quanto mi è successo e sono riuscito a ipotizzare perfino una vita normale con un diploma di ragioneria al posto di una maglia azzurra e sposarmi con Simonetta". 

Giorni e mesi difficili, dunque, soprattutto intimamente. Poi il rimpianto ossessionante del pallone pronto a lacerarlo ogni domenica pomeriggio, in uno stillicidio di interviste provocatorie e di promesse rubate e subito smentite unicamente per pudore il giorno dopo. E al solito ritornello di una Juventus e di una Nazionale in attesa dei suoi miracoli. 

"Lo so che la gente da me pretenderà molto ", 

si difendeva fino a ieri ,

"ma io ho imparato la lezione e mi sento soltanto uno dei tanti. Adesso mi basta sapere che posso finalmente ritornare in uno stadio a testa alta perché la mia condanna è finita. Per quanto riguarda, invece, il mio ruolo di calciatore sono il primo ad avere paura: dopo due anni, il più scettico verso Paolo Rossi sono proprio io". 

Il tutto detto sempre sottovoce, con il ricordo costante dei giorni bui, dell'umiliazione e con un rimpianto che spesso finiva per stemprarsi nell'emarginazione. Ma evitando sempre con orgoglio di cadere nel facile compromesso del vittimismo e del perdono.

L'ESORDIO. In questa altalena, dunque, Paolo Rossi ha esaurito il suo conto alla rovescia alle quattro di domenica pomeriggio ed ha affrontato la sua tesi di laurea. Principalmente per laurearsi contro le sue paure e l'odissea detta all'inizio ma in verità Udine, al suo ingresso in campo era tutta con lui e il prologo ha visto quarantamila spettatori applaudire il suo ritorno ufficiale. Il presidente Mazza (che per l'occasione ha dimenticato le sue grane sindacali) e il sindaco Candolini (democristiano e proprietario delle distillerie omonime) hanno dato il «la» e lui, piccolo grande uomo, li ha ringraziati alla sua maniera. Giocando di nuovo come sapeva giocare Pablito: forse ha ripensato alle promesse fatte in mattinata per telefono alla moglie Simonetta dal ritiro di Tricesimo, forese ha riassunto i discorsi notturni fatti con Tardelli che divideva con lui la camera 211 dell'Hotel Boschetti, forse ha cercato tra i quarantamila i genitori e il fratello Rossano (che da ragazzo tentò pure lui l'avventura calcistica nella Primavera della Juventus, ai tempi in cui Italo Allodi era un dipendente di Boniperti) venuti da Prato, poi è scattata la metamorfosi del campione di ieri e dopo alcune indecisioni (grazie a lui, Galparoli ha fatto un figurone) ha servito a Cabrini il pallone del 2-1 e nella ripresa, erano passati appena due minuti di gioco, è venuto il gol liberatorio. Una punizione di Brady che spiove davanti a Borin e pare destinata alla testa di Tardelli, lui che spinge via il compagno con egoismo disperato ed è la rete attesa (e provata tante volte in solitudine col replay della memoria) da 735 giorni. Un' eternità. Un colpo di testa, cioè, che per lui 

«...vale una vita, anzi di più». 

E nella sua corsa verso i popolari c'era tutto questo. 

"E stato come se fossi nato in quel momento", 

ha spiegato 

"dopo non sapevo neppure io cosa stavo facendo. In quel momento non vi erano tifosi juventini o udinesi, ma soltanto gente che mi applaudiva di nuovo". 

In altre parole, è stata la fine di un incubo. E l'applauso che ha accompagnato il suo scatto verso le gradinate ha spiegato una volta di più che la sua paura era anche la nostra.

IN DEFINITIVA, il «Friuli» ha vissuto il suo giorno più lungo: iniziato con rabbia il sabato pomeriggio quando si è dovuto ricoprire in brevissimo tempo uno slogan del Movimento Autonomo Friuliano («No alle servirtù militari», firmato Mandi che sta per «Mano di Dio») contro l' eccessivo impegno militare della regione (circa un terzo dell'esercito italiano è infatti di stanza nel Friuli), è terminato con la soddisfazione di Enzo Bearzot che ha fatto da contraltare a quella di Paolo Rossi. Al momento del suo gol, come in un crescendo rossiniano, Bearzot è stato infatti il primo ad alzarsi in piedi ed applaudire il suo eroe ritrovato, 

«Pablito ha superato la prova a pieni voti ", 

ha ammesso il Citi,

"dimostrando di essere un campione ma soprattutto ha fatto vedere di essere un uomo: ha saputo tenere duro nel momento più brutto della sua carriera e questa è una prerogativa dei grandi calciatori". 

Ma Paolo Rossi non ha sentito l'elogio di Bearzot: lui aveva chiesto a Trapattoni di essere sostituito a poco meno di mezz'ora dal fischio finale dell'arbitro D'Elia e stava preparandosi a partire per Vicenza. Simonetta lo aspettava al ristorante «Il Pozzo» per rivivere, loro due soltanto, i momenti antichi e nuovi del loro primo incontro, del loro matrimonio e della loro vittoria sulla vita. Quella più difficile ma soprattutto quella vissuta per intero con una dignità e una professionalità ammirevoli.

Claudio Sabattini
tratto dal Guerin Sportivo anno 1982 nr.18





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Le cose non si erano messe bene per la Vecchia Signora, che dopo due minuti aveva dovuto subire il gol del giovane Miano. Poi però ci ha pensato subito Marocchino a rimettere in equilibrio il risultato (nelle foto l'azione del gol a la gioia) e quando poco dopo su cross di Rossi Cabrini ha infilato di sinistro la porta difesa da Borin si è capito che la Juventus avrebbe portato via l'intera posta dal «Friuli». Infatti, dopo il 3-1 siglato da «Pablito», ancora Cabrini e poi Virdis hanno arrotondato il punteggio, che forse punisce eccessivamente i friulani ma di sicuro dice quanto sia in forma in questo momento la squadra di Trapattoni. In attesa, ovviamente, di vedere all'opera Boniek e Platini! - Guerin Sportivo anno 1982 nr.18

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venerdì 1 maggio 2026

1 Maggio 2016: Juventus - Carpi

È il 1 maggio 2016 e Juventus e Carpi si sfidano nella diciassettesima  giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 2015-16 allo 'Juventus Stadium' di Torino.

È una Juventus che domina il calcio italiano. Sta per concludere un altro campionato davanti a tutti. Davanti a lei c'è un Carpi che alla prima esperienza in A deve salutare il massimo campionato e scendere di nuovo in Serie B.

Buona Visione!  


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Stagione 2015-2016 - Campionato di Serie A - 17 ritorno
Torino - Juventus Stadium
domenica 1 maggio 2016 ore 12:30 
JUVENTUS-CARPI 2-0
MARCATORI: Hernanes 42, Zaza 80

JUVENTUS (3-5-2): (c) Buffon, Rugani, Bonucci, Evra, Cuadrado (Lichtsteiner 74), Pogba, Hernanes, Asamoah (Sturaro 85), Alex Sandro, Mandzukic, Morata (Zaza 46). 
A disposizione: Rubinho, Audero, Barzagli, Padoin, Lemina, Khedira, Pereyra, Dybala. 
Allenatore: Massimiliano Allegri

CARPI (5-3-1-1): Belec, Sabelli, Zaccardo, Romagnoli S., Suagher, Gagliolo, Crimi (Porcari 74), Cofie, Martinho (Lasagna 66), Verdi (De Guzman 84), Mbakogu. 
A disposizione: Brkic, Colombi, Poli, Letizia, Daprelà, Pasciuti, Di Gaudio, Mancosu, Franchini. 
Allenatore: Fabrizio Castori

ARBITRO: Irrati
AMMONIZIONI:
 Mandzukic 28, Lichtsteiner 45+1, Rugani 51, Bonucci 66, Pogba 90+1, Hernanes 90+3 (Juventus); Martinho 30, Crimi 45+2 (Carpi)





Non una delle migliori uscite dei campioni d'Italia, ma con un gol per tempo di Hernanes e di Zaza, gli emiliani capitolano. Solita partita generosa degli ospiti, ma non basta per portare a casa punti. Per i piemontesi è la venticinquesima vittoria nelle ultime 26 gare.

TORINO - La Juventus non fa sconti e contro il Carpi conquista la quindicesima vittoria consecutiva, la venticinquesima nelle ultime ventisei gare. I bianconeri non disputano una grande partita allo Stadium, ma con un gol per tempo di Hernanes e di Zaza, piegano la resistenza degli emiliani, autori comunque di un match dignitoso che fa ben sperare per gli ultimi due incontri-salvezza.

CARPI ATTENTO, POCHE OCCASIONI - Allegri nel suo 3-5-2 schiera Rugani, Bonucci ed Evra in difesa con Cuadrado e Alex Sandro esterni. In attacco Mandzukic e Morata. Castori risponde col 3-5-1-1 che è più un 5-3-1-1 con Verdi che supporta la punta avanzata di Mbakogu. Gli esterni sono Gagliolo e Sabelli. Il Carpi, come spesso fa, si chiude dietro non concedendo spazi a una Juventus comunque meno precisa del solito. Le occasioni sono poche. Al 6' gran lancio di 60 metri di Bonucci e tiro al volo in area di Pogba che Belec respinge. Al quarto d'ora perfetto cross dalla sinistra di Alex Sandro con colpo di testa di Morata: pallone di poco sul fondo. Il Carpi ha l'unica chance con Verdi che al 21', servito da Crimi, impegna Buffon con un destro incrociato. Sul corner seguente deviazione doppia di Mbakogu e Suagher ma sfera out.

LA SBLOCCA HERNANES - Manduzkic fa il solito prezioso lavoro sporco anche se oggi il croato appare più nervoso del solito rimediando anche un'ammonizione per proteste. L'attaccante bianconero ha una sola occasione di testa alla mezz'ora ma non trova la porta. Porta che invece pesca Hernanes al 42' quando colpisce al volo di destro su un assist di Asamoah e con la complicità di Belec realizza il primo gol in bianconero in campionato.

IL CARPI CI PROVA - A inizio secondo tempo Morata, toccato duro da Romagnoli in avvio di match, lascia il posto a Zaza. Il Carpi deve pareggiare e disputa una prima parte di ripresa discreta con la Juventus invece che non riesca più a imbastire azioni offensive. Dopo 4' Sabelli ci prova dal limite ma prima trova Alex Sandro e poi conclude sul fondo. Castori verso il ventesimo decide che è giunto il momento di Lasagna: esce Martinho. Alla mezz'ora gran tiro di Porcari appena entrato in campo al posto di Crimi: un destro che dà alla palla un grande effetto lasciando Buffon immobile. Ma il pallone sul fondo.

MA ZAZA LA CHIUDE - Al minuto 34 si rivede la Juventus in attacco: traversone di Lichtsteiner e Mandzukic sfiora di testa anticipando anche Bonucci, ma palla sul fondo. Passa un minuto e la Juventus la chiude: cross dalla destra di Pogba e Zaza anticipa di testa Romagnoli insaccando alla destra di Belec. Quello dell'ex Sassuolo è un gol che tarpa definitivamente le ali al Carpi che ora dovrà solo pensare ai prossimi decisivi due impegni: in casa contro la Lazio e a Udine. Due partite per restare in Serie A.





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giovedì 30 aprile 2026

30 Aprile 1989: Sampdoria - Juventus

È il 30 aprile 1989 e Sampdoria Juventus si sfidano nella nona giornata del girone di ritorno del Campionato di Calcio di Serie A 1988-89 allo Stadio Luigi Ferraris - Marassi di Genova.

È una Juventus che cerca di costruire una squadra ancora scossa dall'addio di 'Le RoiMichel Platini e dai fallimenti di Ian Rush e dal tecnico Rino Marchesi. Guidati in panchina dalla leggenda Dino Zoff, i bianconeri raggiungono un quarto posto in campionato che dovrebbe rappresentare un buon viatico per il futuro. 

Dall'altra parte c'è una Samp che disputa un'altra stagione ad alti livelli. Non solo conclude le proprie fatiche in quinta posizione ma riesce addirittura a vincere la Coppa Italia

Buona Visione! 




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Stagione 1988-1989 - Campionato di Serie A - 9 ritorno
Genova - Stadio Luigi Ferraris
domenica 30 aprile 1989 ore 16:00 
SAMPDORIA-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Mancini 20, De Agostini rigore 68, Galia 86

SAMPDORIA: Pagliuca, Pellegrini S. (Pradella 68), Carboni, Pari, Lanna, Pellegrini L., Víctor Muñoz, Cerezo (Salsano 56), Bonomi, Mancini, Dossena
A disposizione: Marcon, Chiesa, Vialli
Allenatore: Vujadin Boskov

JUVENTUS: Tacconi, Napoli N., De Agostini, Galia, Bruno P., (c) Tricella, Marocchi, Rui Barros (Magrin 88), Buso, Zavarov, Mauro
A disposizione: Bodini, Favero, Altobelli
Allenatore: Dino Zoff

ARBITRO: Sguizzato





Contro la Juve terza sconfitta consecutiva dei blucerchiati a Marassi 
La Samp rifà il trucco alla Signora 
Nel primo tempo il gol di Mancini illude i liguri 
Poi la rimonta bianconera: rigore di De Agostini e rete di Galia a quattro minuti dalla fine 
Boskov toglie Cerezo, Zoff ringrazia e ordina l'operazione sorpasso 

GENOVA — Va bene la coppa non proprio immediata ma imminente, va bene la scarsa considerazione in cui viene tenuta la Juventus, ma scelte tecniche come quelle di Boskov farebbero pensare a un harakiri programmato. Non cominciate a pensare al calcio scommesse, ma semplicemente alla follia proverbiale di Vujadin Boskov. Una Samp che rendeva agli avversari tre titolari del valore di Mannini, Vierchowod e Vialli, veniva privata a ripresa da poco iniziata di Toninho Cerezo per genialità del tecnico. Saltava il centrocampo blucerchiato che aveva retto fino a quel momento il peso intero della partita. La Juventus osava un poco di più, ma lo zingaro non se ne dava per inteso e commetteva il secondo errore della giornata. 

Stefano Pellegrini si procurava uno stiramento alla coscia (61') nel rimediare a un buco centrale, lasciato spalancato da Luca, fratello più celebre ma meno bravo. Il medico chiedeva la sostituzione, ma Boskov duro come un macigno decideva dalla panchina che un buon massaggio rimediava a tutto. Di lì a sei minuti Pellegrini junior si trovava a dover nuovamente chiudere una voragine, non un buco, ed era costretto a buttarsi addosso a Zavarov per impedirgli l'entrata solitaria in area. Era l'inizio della fine per la Samp e il resto, la vittoria, era merito della Juventus modesta magari, ma tenace come di rado era stata negli anni passati, più o meno con gli stessi uomini. 

E fra tante critiche adesso è quarta. Come avrete capito, una partita strana, un primo tempo in cui la Sampdoria ha dominato malgrado le assenze, con appendice fino all'uscita di Cerezo. Poi una Juventus che si ritrova, rimonta e vince con merito pieno e assoluto. Boskov ha riproposto la formazione vincente del secondo tempo col Malines, dando a Dossena il ruolo di punta vera con Mancini d'appoggio. A centrocampo a far da cerniera c'erano Victor, Cerezo, Bonomi e quello Stefano Pellegrini che controllava Zavarov con sufficienza, per essere lui stesso sempre protagonista in fase di appoggio. Errore non veniale sacrificare Pari con consegne precise su un Rui Barros non irresistibile, e comunque utilizzare Carboni, privo di avversario diretto e decisamente privo di qualità. 

Zoff opponeva i suoi secondo lo schema consueto e un po' obbligato dalla presenza di Zavarov, fuoriclasse soltanto in patria. Unica punta, spuntatina assai il ragazzo Buso, annullato dal ragazzo avversario Lanna. Poi in linea portoghese e lusso, con Mauro disperato nel non trovarli mai una volta liberi. Teoricamente da dietro avrebbero dovuto appoggiare gli uomini sulle fasce, ma mentre De Agostini sarebbe venuto fuori alla distanza appena Bonomi avesse finito di spingere in avanti come un dannato, Napoli è rimasto timoroso in zona. Blucerchiati ben padroni del campo quindi, con Dossena in giornata di vena capace di difendere palla e subito dopo inventare l'apertura migliore, e con Mancini pronto al dialogo su fondamentali calcistici perfetti e intuizioni di classe. C'era da aver paura di questa Samp vibrante e vitale e il gol che ha dettato il tema della partita per più di due terzi dell'incontro è venuto proprio dall'eccesso di paura. Napoli si è fatto rubar palla, nell'affanno di appoggiare un compagno, e l'unica buona giocata di Carboni ha trovato in Dossena l'ideale prosecutore. Controllo con le spalle voltate alla porta e assist a filtrare per Mancini: mezza girata e palla imprendibile sul secondo palo. 

I palloni dalle parti di Pagliuca arrivavano di rado. Sbagliava Galia (26') su un inserimento splendido, ma dall'altra parte ì doriani fallivano la consueta serie di palle gol. Clamorosa quella di Cerezo (55') che non riusciva a deviare un rasoterra assassino di Dossena passato a due metri dalla porta, mentre era Tacconi un minuto dopo a toccare con la punta delle dita l'ultimo tocco proprio di Dossena. Era proprio l'ultimo tocco doriano perché a questo punto cominciava lo show di Boskov. Zavarov (67') guadagnava il gettone facendosi atterrare dal mezzo Stefano Pellegrini rimasto in campo: De Agostini trasformava un minuto dopo, a soccorsi avvenuti, con Pagliuca in ritardo di una frazione di secondo. Poi nell'affanno generale ecco Galia (86) tentare il secondo affondo: lo pescava Tricella e lui non perdonava.

Giorgio Viglino





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