È il 3 maggio 2017 eMonacoeJuventus si sfidano nellaGara di Andata della SemifinaledellaUEFA Champions League 2016-17alloStade Louis II di Monte Carlo.
I Bianconeri con al timoneMassimiliano Allegri vincono ancora il campionato. È il sesto consecutivo ed il terzo sulla panchina juventina per l'allenatore livornese.
Nella massima competizione europea i nostri beniamini si faranno valere fino alla finale. Li però si imbatteranno nell'ostacolo Real Madrid. Un'altra brutta botta per le ambizioni della Juventus!
Buona Visione!
Stagione 2016-2017 - Champions League - Semifinali, andata
La squadra di Allegri passa in Francia con due gol dell'attaccante argentino. Martedì prossimo il ritorno a Torino
MONTECARLO - Tripletta, doppietta. Cristiano, Gonzalo. La Champions ha già la sua finalissima, non potrà che essere così: Juventus-Real Madrid il 3 giugno a Cardiff. Ai tre gol di Cristiano Ronaldo contro l’Atletico Madrid hanno risposto i due di Gonzalo Higuain contro il Monaco, ed è così che le favorite scivolano felici una verso l’altra. Sarà un epilogo memorabile tra il Real, tre volte finalista in 4 anni (e già due volte vincitore), e la Juve che di finali ne ha praticamente prese 2 in tre anni, e sempre con un po’ di Spagna dall’altra parte. Nel 2015 il Barcellona, nel 2017 il Real, al netto di cataclismi tra sei giorni a Torino. Ci sarà da divertirsi in Galles, e stavolta la Juventus non parte decisamente sfavorita come due anni fa. Se si può concedere ai blancos un 51 per cento del pronostico contro il 49 dei campioni d’Italia è solo perché sono loro i detentori (ma questo trofeo non si vince mai due volte di seguito) e perché hanno un mostro portoghese con il numero 7. Ma anche la Juve non scherza, in quanto a fenomeni naturali.
La Juventus ha scelto subito una strada accorta per non offrire spazi al contropiede del Monaco, e proprio in contropiede l’ha colpita due volte con Higuain. Un gioco d’equilibrio iniziato con la scelta conservativa di Allegri, dentro Barzagli e non Cuadrado. Il presidio territoriale bianconero ha avuto anche momenti di lieve crisi, per esempio prima del vantaggio, però sono stati gestiti con l’esperienza che invece i francesi non hanno, molta esuberanza sì e anche tecnica e palleggio, però nei momenti chiave serve una robustezza più completa. Prima che Higuain segnasse quel gol molto corale, al culmine di un’azione in cui si sono visti addirittura due colpi di tacco per niente accademici (il primo di Dybala sulla trequarti, il secondo di Dani Alves ed è stato il sublime assist per il Pipita), erano serviti le mani e gli istinti di Buffon per fermare Mbappé e Falcao, il drago giovane e il drago esperto. In quel momento si è avuta la sensazione che la Juventus si stesse chiudendo troppo, invece anche quello era un calcolo: inutile assalire ed esporsi, meglio attendere e colpire. Ed è così che il contropiede è stato tolto all’avversario, disarmato del suo strumento migliore. Più classica l’azione del raddoppio, ancora assist di Dani Alves, ancora la zampata di Higuain. Ora non resta che aspettare Cristiano il bianco, in quell’appuntamento a Cardiff.
La lucidità con la quale la Juventus ha saputo preparare e poi gestire la partita è la conferma di quanto sia cresciuta anche in consapevolezza. Padrona contro il grande Barcellona, padrona contro il frizzante e poi sgasato Monaco, ora non le resta che perfezionare il progetto. Sa come si fa, è diventata parecchio “real” pure lei.
È il 2 maggio 1982 ed Udinese e Juventus si sfidano nella tredicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio Friuli di Udine.
A fine campionato la Juventus conquisterà la sua Seconda Stella da appuntare sul petto. Dopo un lunghissimo testa a testa con la Fiorentina allenata da Giancarlo De Sisti, la spunta all'ultima giornata grazie ad una vittoria esterna a Catanzaro con un rigore del partente Liam Brady.
Dall'altra parte c'è l'Udinese allenata da Enzo Ferrari che ottiene una difficile salvezza all'ultima giornata.
Buona Visione!
Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 13 ritorno
Ha giocato 71 minuti confermando di essere ancora un grande campione
Paolo Rossi, la classe di sempre
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
UDINE Aveva segnato l'ultima rete in serie A proprio a Udine il 27 gennaio '80, un gol decisivo per il successo del Perugia (2-1). Paolo Rossi ha perso due anni per squalifica, non il vizio del gol. Nella cinquina della Juventus c'è anche il suo sigillo, quello del 3-1, che ha messo definitivamente in ginocchio I friulani, con un'incornata perfetta per scelta di tempo ed esecuzione.
Ma il gol è soprattutto importante per lui, per Rossi, che si è scrollato di dosso le ruggini fisiche e mentali accumulate in 734 giorni d'attesa per questo 2 maggio '82 che, probabilmente, ha sancito lo scudetto numero venti della Juve.
Gol a parte, Rossi ha anche fornito il calibrato cross dal quale è scaturito il 2-1 di Cabrini ed è apparso recuperato. Ha stentato, in avvio, ad entrare in partita. Ma era nel preventivi, un po' per l'emozione, un po' perché Galparo1i lo marcava stretto, con Orlando pronto ad intervenire in seconda battuta.
Poi, con la crescita della squadra, Rossi ha rotto il fiato, s'è scollato dal suo avversario, riabituandosi al clima agonistico (il ritmo lo troverà giocando), sfoderando lampi di classe genuina, non corrosa dalla lunga assenza: 71 minuti, una prova più che confortante che ha strappato il sorriso anche a Bearzot.
Alle quattro della sera «Pablito» è sceso nell'arena di Udine per dimostrare non solo agli altri ma anche a se stesso che i due anni di ingiusto esilio dai campi di gioco l'hanno restituito integro alla Juventus e alla Nazionale
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UDINE E così, in un «Friuli» da festa grande come soltanto la provincia sa fare nelle grandi occasioni, Paolo Rossi è tornato ufficialmente in campo e, nel giro di un quarto d' ora (giusto il tempo di scrollarsi di dosso il magone del suo nome scandito dall'altoparlante, assaporare ad occhi chiusi la dolcezza degli applausi subito mitigata dalla marcatura di Galparoli e mettere a fil di palo un traversone di Scirea) ha saputo esorcizzare i fantasmi del suo «male oscuro»: quelli, cioé, che gli hanno tenuto costantemente compagnia dal 18 maggio di due anni fa, quando la Commissione Disciplinare lo incolpò di aver alterato il risultato di Avellino-Perugia e le sue due reti - lui che proprio nella fiammata di un gol ha identificato il perno della sua realizzazione di uomo si trasformarono in spietate accusatrici e come un assurdo boomerang gli procurarono tre anni di squalifica, poi ridotti a due in appello. Ecco, da allora Paolo Rossi uscì in punta di piedi e a testa china dalla bella favola iniziata ai Mondiali argentini del 1978 quando divenne «Pablito» per tutti ed entrò invece in una dimensione inquietante che lui stesso, ragazzo di provincia trasformatosi soltanto superficialmente in metropolitano, visse malamente come un'odissea in cui la speranza di una riabilitazione spesso promessa ma mai concessa si stemprava inevitabilmente nella delusione (niente amichevoli né partite di beneficienza, niente di niente insomma) eppoi la delusione scadeva nella rabbia di sentirsi un emarginato. O peggio ancora, quasi un clandestino di se stesso.
"Ufficialmente mi dicevo che tutto sarebbe passato",
ricordava sabato scorso con l'umiltà dei campioni autentici che forse proprio nella paura di un insuccesso finiscono per trovare al contrario la molla principale del loro successo,
"ma in realtà in questi due anni mi sono sentito quasi una controfigura di me stesso. Era come guardarmi in una fotografia scattata chissà quando e non riconoscermi. E in quei giorni soltanto con la rabbia riuscivo a giustificare i miei allenamenti che finivano per diventare interminabili perché non si concretizzavano mai in una vera partita. Con la rabbia, quindi, ma anche con l'orgoglio di un uomo comune che non vuole sentirsi emarginato".
LA VIGILIA. In altre parole, Paolo Rossi ha vissuto per due anni un processo mentale inverso a quello che lo consacrò ufficialmente campione prima a Vicenza e poi a Perugia. Allora furono giorni esaltanti: grazie a lui, una provinciale teneva testa alle grandi, un'intera squadra giocava per i suoi gol e Farina si permise il lusso di negarlo alla Juventus. Durante la squalifica, invece, Rossi ha dovuto ripartire da zero, ricostruirsi e soprattutto ritrovarsi. E seppure con fatica, ha saputo tenere duro trovando l'alchimia giusta in una ricetta fatta di un po' di tutto: rabbia, stupore, forse anche vergogna, e speranza. Ma principalmente ha trovato la Juventus e gli juventini. E con umiltà, a Torino, l'uomo si è autoescluso dal personaggio diventando perfino la riserva «pro tempore» di Giuseppe Galderisi un diciannovenne della squadra Primavera.
"E stato soltanto grazie alla Juventus",
ha ripetuto fino ad oggi con ostinazione, quasi fosse una specie di training autogeno,
"se in questo periodo la mia vita non è cambiata. E stato vivendo assieme ai miei compagni di squadra che mi sono fatto una ragione di quanto mi è successo e sono riuscito a ipotizzare perfino una vita normale con un diploma di ragioneria al posto di una maglia azzurra e sposarmi con Simonetta".
Giorni e mesi difficili, dunque, soprattutto intimamente. Poi il rimpianto ossessionante del pallone pronto a lacerarlo ogni domenica pomeriggio, in uno stillicidio di interviste provocatorie e di promesse rubate e subito smentite unicamente per pudore il giorno dopo. E al solito ritornello di una Juventus e di una Nazionale in attesa dei suoi miracoli.
"Lo so che la gente da me pretenderà molto ",
si difendeva fino a ieri ,
"ma io ho imparato la lezione e mi sento soltanto uno dei tanti. Adesso mi basta sapere che posso finalmente ritornare in uno stadio a testa alta perché la mia condanna è finita. Per quanto riguarda, invece, il mio ruolo di calciatore sono il primo ad avere paura: dopo due anni, il più scettico verso Paolo Rossi sono proprio io".
Il tutto detto sempre sottovoce, con il ricordo costante dei giorni bui, dell'umiliazione e con un rimpianto che spesso finiva per stemprarsi nell'emarginazione. Ma evitando sempre con orgoglio di cadere nel facile compromesso del vittimismo e del perdono.
L'ESORDIO. In questa altalena, dunque, Paolo Rossi ha esaurito il suo conto alla rovescia alle quattro di domenica pomeriggio ed ha affrontato la sua tesi di laurea. Principalmente per laurearsi contro le sue paure e l'odissea detta all'inizio ma in verità Udine, al suo ingresso in campo era tutta con lui e il prologo ha visto quarantamila spettatori applaudire il suo ritorno ufficiale. Il presidente Mazza (che per l'occasione ha dimenticato le sue grane sindacali) e il sindaco Candolini (democristiano e proprietario delle distillerie omonime) hanno dato il «la» e lui, piccolo grande uomo, li ha ringraziati alla sua maniera. Giocando di nuovo come sapeva giocare Pablito: forse ha ripensato alle promesse fatte in mattinata per telefono alla moglie Simonetta dal ritiro di Tricesimo, forese ha riassunto i discorsi notturni fatti con Tardelli che divideva con lui la camera 211 dell'Hotel Boschetti, forse ha cercato tra i quarantamila i genitori e il fratello Rossano (che da ragazzo tentò pure lui l'avventura calcistica nella Primavera della Juventus, ai tempi in cui Italo Allodi era un dipendente di Boniperti) venuti da Prato, poi è scattata la metamorfosi del campione di ieri e dopo alcune indecisioni (grazie a lui, Galparoli ha fatto un figurone) ha servito a Cabrini il pallone del 2-1 e nella ripresa, erano passati appena due minuti di gioco, è venuto il gol liberatorio. Una punizione di Brady che spiove davanti a Borin e pare destinata alla testa di Tardelli, lui che spinge via il compagno con egoismo disperato ed è la rete attesa (e provata tante volte in solitudine col replay della memoria) da 735 giorni. Un' eternità. Un colpo di testa, cioè, che per lui
«...vale una vita, anzi di più».
E nella sua corsa verso i popolari c'era tutto questo.
"E stato come se fossi nato in quel momento",
ha spiegato
"dopo non sapevo neppure io cosa stavo facendo. In quel momento non vi erano tifosi juventini o udinesi, ma soltanto gente che mi applaudiva di nuovo".
In altre parole, è stata la fine di un incubo. E l'applauso che ha accompagnato il suo scatto verso le gradinate ha spiegato una volta di più che la sua paura era anche la nostra.
IN DEFINITIVA, il «Friuli» ha vissuto il suo giorno più lungo: iniziato con rabbia il sabato pomeriggio quando si è dovuto ricoprire in brevissimo tempo uno slogan del Movimento Autonomo Friuliano («No alle servirtù militari», firmato Mandi che sta per «Mano di Dio») contro l' eccessivo impegno militare della regione (circa un terzo dell'esercito italiano è infatti di stanza nel Friuli), è terminato con la soddisfazione di Enzo Bearzot che ha fatto da contraltare a quella di Paolo Rossi. Al momento del suo gol, come in un crescendo rossiniano, Bearzot è stato infatti il primo ad alzarsi in piedi ed applaudire il suo eroe ritrovato,
«Pablito ha superato la prova a pieni voti ",
ha ammesso il Citi,
"dimostrando di essere un campione ma soprattutto ha fatto vedere di essere un uomo: ha saputo tenere duro nel momento più brutto della sua carriera e questa è una prerogativa dei grandi calciatori".
Ma Paolo Rossi non ha sentito l'elogio di Bearzot: lui aveva chiesto a Trapattoni di essere sostituito a poco meno di mezz'ora dal fischio finale dell'arbitro D'Elia e stava preparandosi a partire per Vicenza. Simonetta lo aspettava al ristorante «Il Pozzo» per rivivere, loro due soltanto, i momenti antichi e nuovi del loro primo incontro, del loro matrimonio e della loro vittoria sulla vita. Quella più difficile ma soprattutto quella vissuta per intero con una dignità e una professionalità ammirevoli.
Claudio Sabattini tratto dal Guerin Sportivo anno 1982 nr.18
Le cose non si erano messe bene per la Vecchia Signora, che dopo due minuti aveva dovuto subire il gol del giovane Miano. Poi però ci ha pensato subito Marocchino a rimettere in equilibrio il risultato (nelle foto l'azione del gol a la gioia) e quando poco dopo su cross di Rossi Cabrini ha infilato di sinistro la porta difesa da Borin si è capito che la Juventus avrebbe portato via l'intera posta dal «Friuli». Infatti, dopo il 3-1 siglato da «Pablito», ancora Cabrini e poi Virdis hanno arrotondato il punteggio, che forse punisce eccessivamente i friulani ma di sicuro dice quanto sia in forma in questo momento la squadra di Trapattoni. In attesa, ovviamente, di vedere all'opera Boniek e Platini! - Guerin Sportivo anno 1982 nr.18
È una Juventus che domina il calcio italiano. Sta per concludere un altro campionato davanti a tutti. Davanti a lei c'è un Carpi che alla prima esperienza in A deve salutare il massimo campionato e scendere di nuovo in Serie B.
Buona Visione!
Stagione
2015-2016 - Campionato di Serie A - 17 ritorno Torino - Juventus Stadium domenica 1 maggio 2016 ore
12:30 JUVENTUS-CARPI 2-0 MARCATORI: Hernanes 42, Zaza 80
Non
una delle migliori uscite dei campioni d'Italia, ma con un gol per tempo di
Hernanes e di Zaza, gli emiliani capitolano. Solita partita generosa degli
ospiti, ma non basta per portare a casa punti. Per i piemontesi è la
venticinquesima vittoria nelle ultime 26 gare.
TORINO - La Juventus non fa sconti
e contro il Carpi conquista la quindicesima vittoria consecutiva, la
venticinquesima nelle ultime ventisei gare. I bianconeri non disputano una grande
partita allo Stadium, ma con un gol per tempo di Hernanes e di Zaza, piegano la
resistenza degli emiliani, autori comunque di un match dignitoso che fa ben
sperare per gli ultimi due incontri-salvezza.
CARPI ATTENTO, POCHE OCCASIONI - Allegri nel suo 3-5-2 schiera Rugani,
Bonucci ed Evra in difesa con Cuadrado e Alex Sandro esterni. In attacco
Mandzukic e Morata. Castori risponde col 3-5-1-1 che è più un 5-3-1-1 con Verdi
che supporta la punta avanzata di Mbakogu. Gli esterni sono Gagliolo e Sabelli. Il
Carpi, come spesso fa, si chiude dietro non concedendo spazi a una Juventus
comunque meno precisa del solito. Le occasioni sono poche. Al 6' gran lancio di
60 metri di Bonucci e tiro al volo in area di Pogba che Belec respinge. Al
quarto d'ora perfetto cross dalla sinistra di Alex Sandro con colpo di testa di
Morata: pallone di poco sul fondo. Il Carpi ha l'unica chance con Verdi che al
21', servito da Crimi, impegna Buffon con un destro incrociato. Sul corner
seguente deviazione doppia di Mbakogu e Suagher ma sfera out.
LA SBLOCCA HERNANES - Manduzkic fa
il solito prezioso lavoro sporco anche se oggi il croato appare più nervoso del
solito rimediando anche un'ammonizione per proteste. L'attaccante bianconero
ha una sola occasione di testa alla mezz'ora ma non trova la porta. Porta che
invece pesca Hernanes al 42' quando colpisce al volo di destro su un assist di
Asamoah e con la complicità di Belec realizza il primo gol in bianconero in
campionato.
IL CARPI CI PROVA - A inizio secondo tempo Morata, toccato duro da Romagnoli
in avvio di match, lascia il posto a Zaza. Il Carpi deve pareggiare e disputa
una prima parte di ripresa discreta con la Juventus invece che non riesca più a
imbastire azioni offensive. Dopo 4' Sabelli ci prova dal limite ma prima trova
Alex Sandro e poi conclude sul fondo. Castori verso il ventesimo decide che è
giunto il momento di Lasagna: esce Martinho. Alla mezz'ora gran tiro di Porcari
appena entrato in campo al posto di Crimi: un destro che dà alla palla un
grande effetto lasciando Buffon immobile. Ma il pallone sul fondo.
MA ZAZA LA CHIUDE - Al minuto 34 si rivede la Juventus in attacco:
traversone di Lichtsteiner e Mandzukic sfiora di testa anticipando anche
Bonucci, ma palla sul fondo. Passa un minuto e la Juventus la chiude: cross
dalla destra di Pogba e Zaza anticipa di testa Romagnoli insaccando alla destra
di Belec. Quello dell'ex Sassuolo è un gol che tarpa definitivamente le ali al
Carpi che ora dovrà solo pensare ai prossimi decisivi due impegni: in casa
contro la Lazio e a Udine. Due partite per restare in Serie A.