Il nostro blog vi propone questo gustoso amarcord di questa data odierna. È il 14 maggio 2003 e Juventus e Real Madridsi sfidano nella gara di ritorno della semifinale della Champions League 2002-03 allo 'Stadio delle Alpi' di Torino.
È una Juventus lanciatissima quella che si appresta a rimontare in casa la doppia sfida contro la 'Casa Blanca'. Tra qualche settimana sarà incoronata Campione d'Italia per la 27a volta, ma è un altro il chiodo fisso della società e tifoseria. La Champions League purtroppo sfugge ai rigori nella finale fratricida contro il Milan, in un'altra serata da dimenticare sul fronte europeo.
Buona Visione!
Stagione 2002-2003 - Champions League - Semifinali, ritorno Torino - Stadio Delle Alpi mercoledì 14 maggio 2003 ore 20:45 JUVENTUS-REAL MADRID 3-1 MARCATORI: Trezeguet 12, Del Piero 43, Nedved 73, Zidane 89
JUVENTUS: Buffon, Thuram L., Tudor, Montero P., Birindelli (Pessotto G. 60), Zambrotta, Tacchinardi, Davids (Conte A. 89), Nedved, Trezeguet (Camoranesi 77), (c) Del Piero A disposizione: Chimenti, Fresi, Di Vaio, Zalayeta Allenatore: Marcello Lippi
REAL MADRID: Casillas, Salgado, Helguera, Hierro, Roberto Carlos, Flavio Conceição (Ronaldo 52), Guti, Cambiasso (McManaman 76), Figo, Zidane, Raúl A disposizione: César, Morientes, Portillo, Solari, Pavón Allenatore: Vicente Del Bosque
BUFFON 9. Nel primo tempo c'è un gran sorvolo di pallone sopra la sua porta. Una sola palla-gol vera per il Real, ma Guti cincischia e il gatto vestito di rosa neutralizza. Nella ripresa il Real mostra la faccia cattiva, ma Gigi ha i nervi di acciaio. E lo dimostra neutralizzando il rigore di Figo.
THURAM 7,5. Lippi resiste alla tentazione di spostarlo al centro per avere una diga a destra, ovvero dalla parte in cui si inserisce Zidane. Va all'assalto, ma con prudenza, garantisce comunque una pressione costante in raddoppio con Zambrotta. Nel finale si piazza a centro difesa e respinge tutto.
TUDOR 7. Non è un fulmine di guerra, ha perso in parte l'abitudine a fare il difensore, ma l'emergenza lo richiama agh antichi compiti. Vigila nella zona di Guti, svetta di testa.
MONTERO 7. Deve pilotare la difesa, gli manca l'appoggio di Ferrara. Non tentenna, fa argine, usa le buone maniere come sempre in questa sua difficile stagione. Atterra Ronaldo e provoca un rigore su cui c'è poco da discutere. Lo salva super Buffon.
BIRINDELLI 7,5. In forse fino all'ultimo, va in campo e trova subito Figo. Che fa, trema? Neppure per sogno. Domina. Intanto parte stoppando in area Zidane, poi batte Figo allo sprint e suona la carica con un martellamento continuo sul fianco sinistro. Si esalta nel corpo a corpo, esce perché spremuto nella difesa del fortino
(dal 15' st Pessotto 7)
ZAMBROTTA 8,5. Come a Madrid soffia il posto a Camoranesi e riveste i panni di centrocampista. Scatenato ai livelli del Bernabéu quando nel finale prese in pugno la situazione. Dalla destra il pericolo arriva di continuo per Casillas. Un'autentica gemma da collezione, il lancio che manda in gol Nedved.
TACCHINARDI 8. In grande condizione, lo conferma una volta di più dominando la zona centrale, sovrastando chiunque cerchi il contatto fisico. Smista decine di palloni, fa da rampa di lancio per gli attaccanti.
DAVIDS 8. Un finale di stagione in crescendo, si è fatta sentire la sua assenza al Bernabéu. Chiude il primo tempo con un numero di prestigio che scatena il delirio. Tranquillo, sicuro, recupera e riparte come un indemoniato
(dal 44' st Conte sv).
NEDVED 8,5. Soffre, ma non si arrende. Dominatore della scena in campionato, cerca l'acuto anche in Champions. E lo trova presto con D cross da cui scaturisce il gol del vantaggio. Sfugge alla marcatura facendo la ronda da una parte all'altra del campo. Corona la sua prestazione da eroe con una rete da antologia. Ammonito, salterà la finale che era l'obiettivo di tutta una carriera.
TREZEGUET 7. Un gol da rapinatore, ma anche da attaccante sopraffino. L'assist di Del Piero è perfetto, la girata del francese è un colpo di stiletto letale. Sempre in agguato, sempre nel vivo del gioco, obbliga Helguera a sfiancanti recuperi
(dal 32'.st Camoranesi 7: aiuta nel drammatico finale.
DEL PIERO 8,5. Magica notte per il capitano. Nella parata dei grandi, lui finalmente esce allo scoperto e si allinea ai campioni che fanno storica questa sfida. Corona un primo tempo impeccabile con un gol da autentico fuoriclasse. Il 29esimo nella Champions: agguanta Inzaghi. Ripresa altrettanto spettacolare con un secondo gol sfiorato da pochi passi.
LE PAGELLE DEL REAL MADRID
Roberto Carlos parte bene, poi si «dimette»
Guti nervoso e Figo è l'ombra di sé stesso
CASILLAS 6. Crivellato come un fagiano. Serata durissima perché la Juve parte subito a spron battuto e ne vede di tutti i colori. Becca due gol uno più bello dell'altro senza riuscire ad opporre resistenza. Si arrende anche a Nedved che gli arriva davanti come un proiettile.
SALGADO 6. Cerca l'affondo in tandem con Figo, ma trova pane duro. Ouel Del Piero sempre molto defilato a sinistra è un pericolo costante, deve limitare le incursioni.
HELGUERA 5,5. Aggrappato a Trezeguet, prova di tutto per limitare i danni. Durissimo fare argine contro questa Juve scatenata, esce spesso frastornato dai duelli che la partita gli impone.
HIERRO 5. Il capitano manovra con calma, usa l'esperienza e tutti i ferri del mestiere per tenere a bada gli avversari. Ma è travolto pure lui.
ROBERTO CARLOS 5. Partenza fulminea con un paio di sprint a razzo che esaltano la sua rapidità. Il pericolo sono le punizioni e infatti nel primo tempo ne calcia una che Buffon vede sfrecciare a un centimetro dal palo. Poi si dimette dalla partita.
FLAVIO CONCEIÇÃO 5,5. Cerca Tacchinardi, ma è l'unico vero incontrista madrileno, così si sdoppia andando a rimorchiare Davids. Un lavoraccio, anche perché i compagni lo assistono poco, cerca più l'affondo che la copertura. E finisce per non combinare nulla di buono. Viene sacrificato dopo il doppio svantaggio
(dal 7' st Ronaldo 6: un rischio metterlo in campo, ma serviva una scossa.) Si procura un rigore.
GUTI 6. Nervoso, rischia l'espulsione per un regolamento di conti con Thuram. Anche lui dovrebbe tenere la posizione a copertura della difesa, ma in pratica si unisce quasi sempre al coro dei solisti e mette in difficoltà la squadra nella zona centrale.
CAMBIASSO 5. Sorpresa dell'ultima ora. Dopo un lungo periodo fra le riserve, viene rispolverato per frenare l'emergenza. Non è in grande condizione, lo conferma galleggiando a, lungo nella zona centrale del campo senza spingere e senza fare la guardia
(dal 31' st Mac Manaman sv).
FIGO 5,5. A tutto pensava nella vita non di essere messo in difficoltà da Birindelli. Invece il bello del calcio è anche questo. Prova a partire da lontano, ma è lento e il difensore bianconero lo sovrasta sullo scatto. Ha la possibilità di rilanciare il Real, ma si fa ipnotizzare da Buffon che gli neutralizza il rigore.
ZIDANE 6. Partita difficile per mille motivi. Non riesce a dribblare l'emozione del debutto contro gli ex compagni, per buona parte della sfida si limita all'essenziale. Non incide. A tratti sembra lo Zidane che quando era alla Juve vivacchiava ai margini del gioco. Mette la firma sulla partita con il rasoterra che crea un finale da brivido.
RAUL 4,5. Operato di appendicite neppure un mese fa, ritorna titolare per il forfait iniziale di Ronaldo. È chiaramente il fantasma del campione che tutti conoscono, resta sempre in posizione defilata, non trova mai il guizzo che annichilisce l'avversario.
MEIER7. Arbitro che piace all'Uefa. Arbitra con equità, tiene a bada una partita di estrema delicatezza e mette a tacere le malelingue che pensavano a una direzione pro Real per evitare una finale tutta made in Italy. Inevitabile la decisione di assegnare un rigore per lo sgambetto di Montero a Ronaldo. Fiscale il giallo che nega a Nedved la finale.
Questa Juve costruita e modellata dalla figura storica di Dino Zoff (stavolta nelle vesti di allenatore) sta per vincere una bellissima doppietta di coppa. Infatti assieme alla Coppa UEFA, vince anche la Coppa Italia contro un grande Milan, all'apice della sua storia 'Sacchiana'. Purtroppo questi successi non valgono al 'Dino nazionale' la conferma sulla panchina bianconera. La dirigenza juventina é affascinata dal nuovo che avanza ed investe il proprio futuro in un giovane di 'belle speranza' Luigi Maifredi!
Buona Visione!
Stagione 1989-1990 - Campionato di Serie A - 7 andata Roma - Stadio Flaminio Domenica 1 ottobre 1989 ore 15:00 LAZIO-JUVENTUS 1-1 MARCATORI: Di Canio 38, De Agostini rigore 53
LAZIO: Fiori, Monti, Sergio, Pin G. (Bergodi 79), Gregucci, Soldà, Di Canio, Icardi, Bertoni, Sclosa, Ruben Sosa Allenatore: Giuseppe Materazzi
JUVENTUS: Tacconi, Galia, De Agostini, Fortunato D., Bonetti D., Tricella, Alejnikov, Rui Barros, Zavarov (Alessio 79), Marocchi, Casiraghi Allenatore: Dino Zoff
ARBITRO: Agnolin L.
Sulla scena c'è una Signora che recita un brutto copione
ROMA - Questo servizio dovrebbe essere dedicato ad un personaggio della Juve. In teoria, quindi, potrebbe anche finire qui. Perché il guaio della Juve vista ieri al «Flaminio» è stato proprio quello di non avere personaggi. Rimediamo alla disperata con Gigi De Agostini, il meno peggio della comitiva, se non altro perché ha trasformato il rigore del pareggio e ha corso come un matto sulla corsia (la parola «fascia» è terribilmente abusata e ridicola, non trovate?) sinistra del fronte juventino, ignorato con scientifica pervicacia dai suoi compagni.
Ecco, De Agostini ha avuto per 10 meno il merito di non scoraggiarsi, continuando il suo lavoro senza mandare tutti al diavolo. Qualora invece lo avesse fatto, avrebbe avuto, crediamo, il plauso di tutti i tifosi bianconeri, che non possono trarre dalla partita disputata ieri dai loro beniamini auspici troppo favorevoli per il prosieguo della stagione. Primo tempo inguardabile, con gente che sbaglia gli stop e passa il pallone agli avversari, vero Gigi?
«Beh, come negarlo? Non c'eravamo proprio: abbiamo subito la loro iniziativa, il loro pressing. Stavamo tutti indietro, senza mai far respirare mi po'la nostra difesa».
Che in effetti boccheggiava mica poco.
«Sì, cioè no. Boccheggiava la difesa come il resto della squadra. Era la Juve nel suo complesso ad essere incapace di esprimersi».
Dopo la vittoria risicata contro il Bari, ecco un'altra brutta partita finita nel modo migliore, con un pareggio che è grasso che cola. Non è forse così che si vincono gli scudetti?
«Anche se si trattasse di un paio di risultati, immeritati, ritengo che si possa considerarlo un indennizzo per quanto abbiamo perso ingiustamente nelle prime giornate. Penso al pareggio casalingo con il Bologna, che avrebbe potuto e dovuto essere una vittoria».
Quello di ieri è il settimo sigillo su rigore del De Agostini bianconero, il primo di questo campionato.
«Il fallo di Monti era netto. Non credo che si possano nutrire dubbi al riguardo. Ho visto con i miei occhi la maglietta di Barros allungarsi por l'effetto della strattonatura. Poi Rui è finito a terra, più rigore di così!».
Sempre De Agostini aveva effettuato, qualche minuto prima, l'altra conclusione della Juve nello specchio della porta: un calcio di punizione, a conferma che, su azione manovrata, i ra-. gazzi di Zoff fanno sempre più fatica a trovare sbocchi. De Agostini spende complimenti di rito per l'avversario e avalla l'ipotesi di una Juve più europea che italiana, più a suo agio cioè nelle notti di Coppa che nei pomeriggi del campionato nazionale. L'impressione è che nemmeno lui si aspettasse una Juve così brutta. Né ha un senso invocare l'assenza di Schillaci, quasi che il piccolo messinese, fino a due mesi fa considerato uno qualunque, possa già essersi issato a ruolo di salvatore della patria. E poi i problemi dei bianconeri non stanno in attacco o, meglio, non soltanto lì. E' il gioco a latitare, gli schemi. Ha un bel dire Marocchi che
«l'unica tattica esistente è quella di passare la palla al compagno meglio smarcato finché, di passaggio in passaggio, si arriva a quello che tira in porta e fa gol».
Se gli insegnamenti di Zoff sono tutti qui,la faccenda si fa davvero davvero grave. Il Gigi rigorista è troppo diplomatico (e compaesano di Zoff) per dire la sua su argomenti così scottanti. Continuerà quindi a svolgere il suo diligente compitino, a battere punizioni e rigori e a sfiatarsi i polmoni sulla «corsia» (mi raccomando!) sinistra, in attesa che qualcuno si degni di lanciargli un pallone. E magari, attingendo alla scaramanzia, troverà modo di trarre presagi positivi dalla partitacela del Flaminio: che se la Juve non ha perso ieri, viene il sospetto che possa anche non perdere più.
Attraverso il Canale Youtube Ufficiale della Juventus vi proponiamo un gustoso amarcord di questa data odierna. É il 22 Giugno 1983. Juventus e Veronasi sfidano nella gara di ritorno della Finale di Coppa Italia 1982-83. Tutto sisvolge allo Stadio 'Comunale' di Torino.
I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra piu' forte del mondo' avendo in rosa motli elementi della nazionale Italiana Campione del Mondo a Spagna 82. C'é pure l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zibì Boniek. A fine campionato la Juventus finirá in seconda posizione dietro alla Roma di Nils Liedholm. Per quanto riguarda la Coppa dei Campioni ci si aspetta una festa in gran stille in finale ad Atene. Ma un gol da fuori area di Felix Magath e la caparbietá dell'Amburgo dirá ancora di no alla Vecchia Signora.
Arriva peró la Coppa Italia, conquistata non senza penare, dopo aver perso allo Stadio 'Marcantonio Bentegodi' per 0-2 contro gli scaligeri. I bianconeri riusciranno a ribaltere la situazione con una grande partita a Torino: 3-0 e settima coppa nazionale in bacheca.
Buona Visione!
Stagione 1982-1983 - Coppa Italia - Finale, ritorno Torino - Stadio Comunale mercoledì 22 giugno 1983 ore 20.30 JUVENTUS-VERONA 3-0 - Dopo i tempi supplementari MARCATORI: Rossi P. 7, Platini 81, Platini 119
Rimonta della Juve, la Coppa è sua Bianconeri e veneti (che all'andata si erano imposti per 2-0) protagonisti di una accesa sfida
TORINO La Juventus ha vinto la Coppa Italia. Ha rimontato con Rossi e Platini lo 0-2 di Verona e si è poi imposta nel tempi supplementari ancora con Platini. Non c'era il pienone, per quella che era anche l'ultima esibizione torinese stagionale della Juventus, ma i 35 mila facevano un gran tifo. Anche il Verona era accompagnato da una tifoseria compatta: circa 6 mila sostenitori, assiepati in curva Maratona, in cui spiccava lo striscione del «gruppo anti-Juve» che diceva:
«Verona come Amburgo»
In tribuna stampa, anche Gigi Radice, ancora in attesa di trovare un'occupazione. Rispetto a Verona, rientravano nella Juventus Cabrini e Marocchino (alla partita d'addio), mentre gli ospiti presentavano la stessa formazione, con Spinosi in panchina. Giocare in salita, con l'handicap di due gol da rimontare, obbligava la Juventus ad un'aggressività ragionata, ma la squadra bianconera si scopriva già al 2' e il Verona creava il primo perìcolo: da Guidetti a Dirceu, poi a Sacchetti che apriva verso Di Gennaro che evitava Bodini, ma si allargava troppo e il suo cross era intercettato da Gentile. Il Verona si muoveva in souplesse, con schemi semplici e collaudati, con improvvise folate di rimessa elaborate da Fanna che ora agiva a destra, controllato da Cabrini, ora a sinistra, fronteggiato,da un, Gentile che non faceva complimenti. La Juventus adottava un marcamento misto zona-uomo a metá campo, dove gli accoppiamenti principali erano i seguenti: Bonini-Dirceu, Tardelli-Di Gennaro, Platini-Volpati, Boniek-Sacchetti. In avanti Rossi era «stoppato» da Oddi, con Tricella alle spalle, mentre Marocchino se la vedeva con Marangon. Al 4' una bella discesa di Fanna, autentica spina nel fianco per la retroguardia juventina, era stroncata da Scirea. Poi, dopo alcune fasi di studio, la Juventus sbloccava il risultato al 7'.
Una lunga azione si sviluppava sulla sinistra per merito del bravo Marocchino che scambiava con Rossi, ma era anticipato dall'uscita di Garella, recuperava Boniek il cui tiro, intercettato da un difensore, rimpallava su Rossi che controllava e insaccava da pochi passi. Un classico gol «alla Rossi» che interrompeva un digiuno di oltre due mesi: era infatti dal 20 aprile scorso, a Lodz, che Pablito non segnava più in una gara ufficiale. Piú con volontà e rabbia ed esperienza, che con lucidità, la Juventus insisteva alla ricerca del gol che avrebbe pareggiato il conto, ma il Verona si difendeva con ordine e con calma, senza perdere mai la testa, grazie all'enorme mole di lavoro sviluppato da Dirceu, da Sacchetti, Guidetti, Volpati che costituivano la cerniera di centrocampo cui si aggiungeva anche Fanna. Al quarto d'ora Tardelli si faceva ammonire per proteste e al 18' Rossi riceveva un ottimo pallone da Boniek ma era in fuori gioco, puntualmente rilevato dall'arbitro Longhi. Altra occasione per Rossi al 21' su un contropiede propiziato da Marocchino che «Pabllto» non sfruttava per un indugio fatale. Un minuto dopo Garella, con una spettacolare deviazione in corner, evitava il raddoppio su folgore di Cabrini da una ventina di metri. Al 23' altro brivido per il Ve rona per una punizione a due in area (veniva anche ammonito Guidetti per comportamento non regolamentare) ma il tiro ravvicinato di Tardelli si infrangeva sul «muro». Al 26', imbeccato da Platini, Marocchino effettuava uno splendido affondo servendo poi a rientrare Rossi che però al momento di concludere si afflosciava.
Ma la palla gol più clamorosa la falliva Bonlek al 40'. Platini catturava un pallone nella tre quarti di campo juventino, galoppava per una cinquantina di metri e poi scodellava un perfetto passaggio per Boniek che sprecava tirando sul portiere: Garella di piede, sventava.
La ripresa si apriva con una doppia opportunità per la Juventus. La prima al 47': scatto e cross di Rossi per Scirea che preferiva passare a Cabrini anziché tirare e l'azione sfumava sul colpo di testa abbondantemente a lato di Boniek. La seconda un minuto dopo su ottimo spunto di Marocchino che, chiamava all'azione Rossi il cui passaggio finale era per Boniek in ottima posizione ma il polacco mandava tutto in fumo. Al 54' un errore di Brio per poco non creava guai irreparabili: il sinistro di Dirceu era deviato in corner. Due minuti dopo l'ottimo Marocchino serviva Rossi che sparava in porta (finalmente con determinazione e sicurezza) e Garella era bravo a deviare in corner. Allo scoccare dell'ora di gioco Marocchino, che già da qualche minuto chiedeva il cambio per aver esaurito... il carburante, veniva sostituito da Furino. Marocchino poteva cosi raccogliere un'ovazione, l'ultima, tutta per lui, dalla curva Filadelfia. Una Juventus lodevole per combattività, ma velleitaria quanto a mira, improvvisava azioni senza riuscire a concluderle nella giusta misura.
Solo Platini armava il destro con una gran botta al 66' sfiorando il palo. Con la Juventus sbilanciata in avanti Gentile perdeva un tackle con Fanna che s'involava in profondità servendo poi Penzo che non agganciava di un soffio, e il pallone si perdeva sul fondo. Su capovolgimento di fronte era Garella a dirottare in corner una pericolosa botta ravvicinata di Boniek su passaggio di Platini. Al 75' Storgato dava il cambio a Brio che da qualche tempo avvertiva il riacutizzarsi del vecchio malanno inguinale ed era apparso in difficoltà nei recuperi su Penzo. Al 77' Longhi ammoniva Boniek per proteste.
Nonostante le energie scarseggiassero, i bianconeri lottavano con ferocia e avrebbero meritato il raddoppio ma Garella si superava (78') su un'invenzione di Platini. Poi la sfortuna ci metteva lo zampino, anzi il fianco di Volpati che intercettava un gran destro di Boniek con Garella ormai battuto. E la Juventus vedeva premiati i suoi sforzi all'61'. Un lungo cross di Gentile spioveva sotto porta, accanto al secondo paio dove l'accorrente Platini, allungando il destro, di punta insaccava. Una autentica prodezza che poteva realizzare solo il francese. Sotto la spinta del pubblico la Juventus sputava anche l'anima e un tiro di Gentile trovava il bravo Garella pronto alla respinta. Il finale era tutto di marca bianconera anche se una punizione di Dirceu veniva bloccata da Bodini. Boniek, in fuorigioco, segnava in rovesciata ma dopo il fischio dell'arbitro e si andava al supplementari.
Il primo tempo supplementare, concluso senza gol, era caratterizzato da una splendida, occasione fallita di un soffio da Platini, con un tocco da giocatore di bigliardo-, deviato impercettibilmente in angolo da Garella. Si notava, come anche in precedenza, la puntuale regia di Furino, «vecchio» gladiatore mentre si inaspriva la partita soprattutto per la stanchezza: l'arbitro doveva ammonire prima Gentile e poi Oddi. Oltre a quella di Platini la Juventus costruiva altre due occasioni non sfruttate di testa da Bonini e Storgato. Quasi allo scadere del secondo tempo supplementare, dopo 119 minuti di gioco, Platini per la seconda volta con una prodezza personale inventava il gol decisivo, assegnando la Coppa Italia alla Juventus, dopo aver sfruttato abilmente un cross di Cabrini. E' il trionfo finale che proietta la Juventus in Coppa delle Coppe.
COPPA ITALIA/SETTE VOLTE JUVE All'ultimo tuffo di una stagione prodiga di delusioni, i bianconeri hanno strappato al sorprendente Verona una Coppa thrilling. Ma Boniperti dice: «Non basta a ripagarci.» Brindisi amaro
TORINO. Finalmente Juventusiasmante! Ci sono voluti quasi undici mesi dall'inizio dell'anno più lungo, perché la Vecchia Signora facesse onore al suo prestigio, alla sua tradizione, alla sua golosità. Ci sono voluti quasi undici mesi, insomma, perché la Juve vincesse qualcosa. La Coppa Italia, finita in mani tanto degne, riacquista persino dignità: la sua consegna suggella il risveglio della Bella Addormentata del calcio italiano. Vien quasi da pensare che per la Juve, ovvero per tutti i suoi uomini che costituiscono il nerbo della Nazionale campione del mondo, bisognerebbe studiare ogni anno una proroga del campionato: alla fine del giugno '82, infatti, i bianconeri-azzurri iniziarono la volata che li avrebbe portati al trionfo di Madrid. Alla fine del giugno '83 i bianconeri-azzurri e i loro soci di complemento hanno regalato ai propri tifosi l'unico alloro della stagione. Con grinta, con volontà, con determinazione, con cattiveria, con coraggio. Tutte doti che la sbornia mondiale sembrava aver irreversibilmente raso al suolo.
CENERI. La Juve, insomma, ha acciuffato per i capelli e ai limiti del tempo massimo l'ultimo obbiettivo sarebbe meglio dire l'obbiettivo minimo che si era prefissa. E l'impresa, se la vogliamo chiamare così, non è legata tanto al valore del trofeo in sé, quanto alla resuscitata vena della squadra, risolle-vatasi improvvisamente dalle ceneri delle delusioni patite e del suo temuto declino.
«Mi fa ridere - ha detto Boniperti chi ha parlato di Juve finita dopo la partita di Verona, lo avete visto tutti, è quella che nei momenti più importanti sa tirare fuori unghie, grinta e carattere».
E questo è sacrosanto: ma è anche vero e sappiamo di aprire nel presidente bianconero una ferita che nemmeno i decenni chiuderanno che se quelle unghie, quella grinta e quel carattere fossero stati usati esattamente un mese fa, non si sarebbe arrivati alla finale di Coppa Italia con questo clima da ultima spiaggia. Per la Juve, probabilmente, non è stato tanto importante aver centrato quest'ultimo obbiettivo, quanto... non averlo fallito.
INDULGENZA. Ma ora che cosa cambia? La vittoria in Coppa Italia è un argomento «depistante», un invito all'in-dulgenza, oppure la presidenza bianconera andrà comunque avanti per la via «dura» suggerita dalle delusioni precedenti? Boniperti, in questo senso non ha dubbi:
«Se devo essere sincero questa Coppa Italia non mi ha dato né gioia né soddisfazione particolare: vale troppo poco per uno come me che aveva già fatto la bocca a ben altri traguardi. Per questo, nelle mie valutazioni, non cambia assolutamente nulla: non verrà spostata una virgola dei progetti che avevamo varato».
Boniperti e non fa niente per non farlo capire, ha probabilmente vissuto una delle stagioni più amare da che è presidente: il rammarico è proporzionale a quelli che erano stati i sogni. Vedere la Coppa, la «sua» Coppa, a venti metri da lui, sotto quella maledetta tribuna d'onore d'Atene, e poi lasciarla portar via dalle manone di Hrubesch gli ha procurato uno choc che la pur bellissima vittoria contro il Verona non ha potuto lenire.
«Atene passa e la Juve resta»,
gli abbiamo detto con un po' di enfasi e un po' di piaggeria per solleticare il suo amore bianconero. Non l'avessimo mai fatto!
«Atene non "passa" proprio per niente! Non è passata fino ad ora e non passerà per parecchio tempo! E pensare che sarebbe bastata la stessa grinta mostrata nella seconda finale di Coppa Italia. Ma dov'era finita quel giorno la mia squadra, che cosa aveva procurato quell'incredibile cortocircuito collettivo?».
È davvero il caso di dire che il mondo, per Boniperti, s'è fermato il 25 maggio.
RAMMARICO. Ma la severità (o il realismo se vogliamo) del grintoso presidente bianconero non deve sminuire il valore di quest'ultima conquista juventina. Anche se forse ha ragione lui quando dice che la bella, «voluta», cercata, vittoria in Coppa Italia acuisce se possibile il rammarico. Un rammarico che, secondo noi, non deve aumentare la severità nei confronti di questa squadra, che ha perso molto ma che, cifre alla mano: 52 partite ufficiali fra campionato, Coppa Italia e Coppa Europa (alle quali potremmo tranquillamente aggiungere anche gli impegni della Nazionale), 93 gol fatti (compresi quelli... annullati da Barbé), 45 subiti, 28 vittorie, 17 pareggi, appena 7 sconfitte. E sulla carta, un'annata da campioni, persino superiore sul piano statistico a quella dell'ultimo scudetto. Eppure i numeri sono stati mortificati dai fatti. È bastata una sconfitta, pensate, una sola in tutta la Coppa dei Campioni per fare lo sgambetto a 9 mesi di lavoro. Certo gli albi d'oro c'ignoreranno per sempre, ma quante altre squadre quest'anno, in Europa, hanno ottenuto... una medaglia d'oro e due d'argento? Che deve dire allora il povero Real Madrid che è riuscito ad arrivare secondo in tutte, ma proprio in tutte, le manifestazioni alle quali ha partecipato? Ma i bilanci del Real, come quelli della Juve, vanno fatti a fusti, a decenni, non ad annate, quindi niente drammi e niente epurazioni: se Boniperti accetta un consiglio, dovrebbe ritoccare il meno possibile questa Juve. Dare a tutti i giocatori una possibilità di rivincita: tanto più che, per sua fortuna, il prossimo anno i bianconeri non avranno un'ubriacante e rammollente vittoria mundial da celebrare, ma tanta rabbia da smaltire! E la rabbia - come ha dimostrato la finale col Verona - è il vero additivo vincente di questi giocatori.
EQUIVOCI. La mannaia di Boniperti s'è però già abbattuta sui peccatori. Il primo ad essere stato fatto fuori è stato Domenico Marocchino. La sua colpa? Forse di non essere troppo juventino «dentro», ma Boniperti, secondo noi, ha sbagliato. Ha dimenticato quanto era stato importante Marocchino per l'ultimo scudetto e quanto di più lo sarebbe stato quest'anno se molti equivoci (l'equivoco-Boniek per esempio) non si fossero consumati alle sue spalle.
"Qualcuno deve pagare»
deve aver pensato il presidente bianconero: ma non si capisce perché debbano pagare sempre i piccoli. Perché (ferma restando la nostra opinione che la miglior campagna acquisti che la Juve possa fare sarebbe quella di confermare tutti in blocco) i giocatori che hanno deluso sono stati altri: non il povero Marocchino (o Osti, che è un altro «piccolo» e che era stato fatto fuori molto per tempo). Non ha forse deluso Rossi? Non ha forse deluso Tardelli (e a proposito di stile Juve, che ne dice il presidente di quell'infantile libro-rivincita che ha scritto con Gentile?). Non ha forse deluso Scirea? Eppure a tutti costoro verrà giustamente connessa una prova d'appello, anche perché sono giocatori che difficilmente tradiscono per due volte consecutive. Ecco, alla stessa stregua sarebbe stato elegante, concedere l'appello anche ai pari. Finvece Marocchino è già partito e Galderisi (altro artefice dell'ultimo scudetto) lo seguirà. E Bodini? Dopo quello che ha fatto in Coppa c'era bisogno di umiliarlo con l'acquisto di un altro portiere? Boniperti (che di calcio e di psicologia ne sa senz'altro di più del vostro cronista) non deve dimenticare che se può essere certo che la Coppa Italia non assolve la stagione, è altrettanto vero che la Coppa dei Campioni non la deve «condannare per forza». Quindi ben vengano Vignola, Caricola, il danese in subappalto e quanti altri accederanno al sacro scoglio bianconero: ma se la Juve risorgerà, risorgerà soprattutto grazie ai suoi veterani. erani. Furino Furino compreso. E Bettega compreso, se gli verrà la voglia di ripensarsene.
LEADER. Conscia dei suoi peccati è molto probabile che la Juve, nella prossima stagione, parta con una determinazione ben diversa. E soprattutto con una certezza che all'inizio dell'annata trascorsa non aveva ancora: quella di aver trovato un grande leader nella persona di Michel Platini. Il Mundial, con il suo incenso e la sua narcosi, sarà molto lontano nel settembre dell'83: nessuno dei campioni si sentirà più in diritto di guardare il mondo e i compagni dall'alto in basso e, contemporaneamente, fuoriclasse come Platini non avranno più lo scrupolo di sentirsi inferiori. Ebbene, a quel punto, la classe e il carisma del francese già abbondantemente emersi da metà stagione in poi, non avranno più motivo di restare compressi. Sarà, Michel, l'avvocato... in campo e sarà la squadra ad essere presa per mano da lui. Già quest'anno ha segnato trenta gol (18 in campionato, 7 in Coppa Italia, 5 in Coppa Campioni). Fra l'altro, Michel, dimostra di aver idee molto chiare:
"Nel calcio si può migliorare anche con gli stessi uomini che possono aver deluso. La Juve faccia quello che vuole, comperi due, tre, quattro rinforzi, non è un problema mio: ma ricordiamoci che si può e si deve progressare anche su altri piani, come quello dell'intesa e della crescita della squadra. Questo è uno dei lati più belli del calcio e su questo occorre lavorare. Quando riusciremo ad imporre sempre il nostro gioco senza preoccuparci troppo di quello che fanno gli altri avremo eliminato un difetto chiave e saremo, a tutti gli effetti, una grande squadra».
Parole santé!
OBIETTIVI. In questi giorni la Juve definirà il suo organico 83-84. Gli obbiettivi sono tutt'altro che misteriosi. Tramontato l'interesse per Giordano, ora sono due i giocatori concupiti: Vierchowod e - a scelta - Penzo o Cantarutti. Per Vierchowod il sacrificio potrebbe anche essere enorme (Tardelli?) per la «torre», ovvero per il pivot destinato a sostituire Bettega, basterà rompere il salvadanaio. Dopodiché via, un'altra volta, alla conquista dell'Italia e dell'Europa. In Italia ci sono più avversarie che mai (ma la Roma, per esempio, potrebbe subire gli stessi rigurgiti da pagamento che quest'anno hanno compromesso la stagione juventina), in Europa c'è il Barcellona di Maradona e il Manchester United e l'Aberdeen e i Rangers: la Coppa delle Coppe assomiglia quasi... alla Coppa dei Campioni. Ebbene, se il mondo è fatto a scale, la Juve faccia dunque anche questo nuovo impegnativo scalino continentale. Dopodiché, vinta la Coppa Uefa, vinta la Coppa delle Coppe, scatterebbe finalmente la legge del non c'è due senza tre. E a quel punto chissà, forse fra soli due anni -Boniperti sarebbe persino disposto ad andare a trascorrere le vacanze al Pireo. Col sorriso sulle labbra.
Marino Bartoletti tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.26