venerdì 22 maggio 2026

22 Maggio 1996: Juventus - Ajax

Attraverso il Canale Youtube Ufficiale della Juventus vi proponiamo questo gustoso amarcord di questa data odierna.

É il 22 Maggio 1996 Juventus ed Ajax Amsterdam si sfidano nella Finale (a gara unica ed in campo neutro) della UEFA Champions League 1995-96 allo Stadio 'Olimpico' di Roma

La Juventus guidata in panchina dal 'maestro' Marcello Lippi, dopo aver rivinto lo Scudetto dopo ben otto anni adesso pensano in grande. Pensano alla Champions League. Ed infatti i bianconeri non giocano come sanno in campionato e si fanno 'rubare' il titolo dal Milan. Alla fine sará secondo posto. 

Dall'altre parte c'é un Ajax che da Campione d'Europa in carica incute timore e si rispettare fino all'ultimo tiro in porta.

Buona Visione! 



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Stagione 1995-1996 - Champions League - Finale
Roma, campo neutro - Stadio Olimpico
mercoledì 22 maggio 1996 ore 20:30 
AJAX-JUVENTUS 1-1 - Dopo i calci di rigore (2-4)
MARCATORI: Ravanelli 12, Litmanen 41
SEQUENZA CALCI DI RIGORE: Davids (parato), Ferrara C. (gol), Litmanen (gol), Pessotto G. (gol), Scholten (gol), Padovano (gol), Silooy (parato), Jugovic (gol)

AJAX: Van der Sar, Silooy, Blind, De Boer F. (Scholten 69), Bogarde, De Boer R. (Wooter 91), Finidi, Davids, Kanu, Litmanen, Musampa (Kluivert 46)
A disposizione: Grim, Van den Bergh
Allenatore: Louis Van Gaal

JUVENTUS: Peruzzi, Ferrara C., Pessotto G., Torricelli, Vierchowod, Paulo Sousa (Di Livio 57), Deschamps, Conte A. (Jugovic 44), (c) Vialli, Del Piero, Ravanelli (Padovano 77)
A disposizione: Rampulla, Porrini
Allenatore: Marcello Lippi

ARBITRO: Diaz Vega (Spagna)
AMMONIZIONI: Jugovic 50, Deschamps 86, Torricelli 102, Di Livio 106 (Juventus); Finidi 22, Blind 83, Wooter 92 (Ajax)





I bianconeri contro l'Ajax conquistavano la finale di Roma ai rigori: Jugovic decisivo, con Vialli che avrebbe dovuto battere il quinto penalty. 


La Juventus, quasi tre decenni fa, alzava la sua ultima Champions League. Una gioia datata, quindi, 22 maggio 1996. Con Gianluca Vialli, capitano di quella squadra, a sollevare la coppa dalle grandi orecchie al cielo di Roma. 

Una gioia incredibile per la Signora, caratterizzata dalle idee di Marcello Lippi. Un innovatore, a tratti visionario, con un carattere schivo e riservato. Insomma, perfetto per il mondo bianconero. Lo stesso che ha avuto modo di amarlo alla follia.  

Una rosa qualitativamente eccelsa, impreziosita dalle linee guida stilate dal tecnico viareggino, sbarcato all'ombra della Mole nell'estate del 1994. Primo anno nel capoluogo piemontese, subito tricolore; che mancava da quelle parti dal 1986. Insomma, mai scelta fu più azzeccata, con Madama a toccare l'apice all'Olimpico, imponendosi sui Lancieri.

Può capitare che una finale di Champions possa finire ai rigori. Dunque, occorre pianificare tutto al minimo dettaglio: undici metri, ovviamente, compresi. E la storia narra che, proprio grazie ai penalty, la Juve sia riuscita a superare l'ostica formazione guidata da Louis Van Gaal.
Un aspro duello fino alla fine. Aperto da Fabrizio Ravanelli, pareggiato da Jari Litmanen. A proposito del finlandese, giocatore di livello assoluto, ecco le parole di Sergio Porrini, in panchina in quella partita:

"Era senza dubbio il più pericoloso, era in un momento in cui se toccava palla faceva goal. E infatti lo fece. Erano molto bravi anche gli esterni di quel 4-3-3, l’olandese Kiki Musampa e il nigeriano Finidi George, che potevano far male in attacco ma allo stesso tempo concedere molto dietro".

Gli aneddoti a distanza di anni si sprecano, vedi quello svelato da Vialli al 'Corriere della Sera':
"Io dovevo tirare il quinto o il sesto. Fu un sollievo infinito. All’Olimpico avevo sbagliato un rigore al Mondiale del '90 contro gli Stati Uniti, e mi ero rotto un piede tirandone un altro contro la Roma. Quella notte sapevo che era la mia ultima occasione per vincere la Champions. Pensi gli incubi, se no".

L'uomo di Cremona, appunto, non è arrivato a tirarlo. Compito affidato ai piedi di Ferrara, Pessotto, Padovano e Jugovic. Tutti a segno. Tutti chirurgicamente a segno, nonostante gli sforzi di Van der Sar.

Eroe tra gli eroi, ovviamente, Jugovic. Il pallone posizionato meticolosamente, lo sguardo rivolto all'estremo difensore olandese, tiro a incrociare e poi...delirio bianconero: 4-2.

"Sono felice e orgoglioso di essere nella storia della Juve e nel cuore dei tifosi. Non ero nemmeno il quinto rigorista, ma è capitato comunque a me: evidentemente qualcuno dall’alto mi ha regalato l’emozione che conserverò sempre".

Resta la fotografia di un giovane Alex Del Piero in formato campione d'Europa, con una curiosità raccontata da Marcello Lippi in chiave Mondale 2006: 

"Quando a Berlino dovevamo tirare i rigori, si fece avanti Del Piero per calciare il quarto: “l’ho fatto già alla finale di Champions contro l’Ajax e fui decisivo”, mi disse. E io: ma che dici, Alessandro, tu non l’hai nemmeno tirato a Roma”.

Romeo Agresti
tratto da: 22 maggio 1996, la Juve trionfa in Champions: la storia dei rigoristi





La Juve piega l'Ajax dal dischetto
mercoledì 22 maggio 1996
AFC Ajax - Juventus 1-1, la Juve vince 4-2 dcr

Vladimir Jugović trasforma il rigore decisivo per i Bianconeri dopo le parate di Angelo Peruzzi su Edgar Davids e Sonny Silooy.

"Abbiamo atteso a lungo questo momento. Quella del 1985 non l'abbiamo mai considerata una vera vittoria a causa dell'Heysel". 

Il dirigente della Juventus Roberto Bettega non ha dubbi sul significato della conquista della UEFA Champions League 1995/96. A Roma, contro l'AFC Ajax, i bianconeri possono finalmente festeggiare una “vera” vittoria, ma solo al termine di una gara combattuta.

La partita si mette subito bene per i bianconeri, complice un avvio di gara all'insegna dei tanti errori da parte della giovane formazione campione in carica. Al 12', Frank de Boer giudica male un colpo di testa, permettendo a Fabrizio Ravanelli di inserirsi tra lui e Edwin van der Sar e di insaccare da posizione molto defilata.

Il gol ha l'effetto di distendere i nervi dell'Ajax, sconfitto soltanto una volta nelle ultime 20 partite del torneo. I lancieri iniziano a premere, risultando insidiosi sui calci da fermo. Un grande intervento di Angelo Peruzzi nega il gol a Nwankwo Kanu sugli sviluppi di un corner. Al 40', i bianconeri non riescono ad allontanare il pallone dalla zona di pericolo e vengono puniti.

Danny Blind si apposta per battere di destro una punizione che invece calcia a sorpresa Frank de Boer di sinistro. Peruzzi può soltanto respingere verso l'area affollata, dove Litmanen è il più lesto a ribadire in rete. La Juventus riprende in mano le redini del gioco e potrebbe imporsi già nei tempi regolamentari, ma Gianluca Vialli calcia sull'esterno della rete da buona posizione.

La sfida si allunga ai supplementari, dove succede poco. Sfida a senso unico dal dischetto. Gli olandesi sbagliano con Edgar Davids e Sonny Silooy, mentre la squadra di Marcelo Lippi ne trasforma quattro su quattro. Il rigore decisivo è di Vladimir Jugović, campione d'Europa con l'FK Crvena zvezda nel 1991, che fissa il 4-2. In casa juventina possono finalmente iniziare i  festeggiamenti.

tratto dal sito UEFA.com 



 



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giovedì 21 maggio 2026

21 Maggio 1995: Juventus - Parma

É il 21 Maggio 1995 Juventus Parma si sfidano nella quindicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1994-95  allo 'Stadio delle Alpi' di Torino.

La Juventus dopo anni di magra si appresta a vincere il suo ventitreesimo scudetto con il nuovo allenatore Marcello Lippi. Il Parma dal canto suo contende ai bianconeri ben tre tornei in questa stagione. Persa quindi sia la lotta scudetto sia quella per la Coppa Italia, i gialloblu si fanno valere almeno sul palcoscenico europeo. Vincono infatti la Coppa UEFA nel doppio confronto a Milano ed in Emilia.

Buona Visione!




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Stagione 1994-1995 - Campionato di Serie A - 15 ritorno
Torino - Stadio Delle Alpi
domenica 21 maggio 1995 ore 16:00 
JUVENTUS-PARMA 4-0
MARCATORI: Ravanelli 11, Deschamps 37, Vialli 64, Ravanelli 68

JUVENTUS: Rampulla, Torricelli, Jarni, Tacchinardi, Porrini, Paulo Sousa, Di Livio, Deschamps, Vialli (Marocchi 84), (c) Baggio R. (Del Piero 82), Ravanelli
A disposizione: Peruzzi, Fusi, Orlando Al. 
Allenatore: Marcello Lippi

PARMA: Bucci, Mussi, Di Chiara, Minotti, Susic, Fernando Couto, Fiore, Baggio D., Crippa, Zola, Asprilla
A disposizione: Galli G., Castellini, Benarrivo, Pin, Brolin
Allenatore: Nevio Scala

ARBITRO: Ceccarini
AMMONIZIONI: Crippa, Bucci (Parma)



Il 23° tricolore arriva con due giornate d'anticipo 
Quattro gol per la festa scudetto 
Ravanelli (2), Deschamps e Vialli spengono il Parma 

TORINO. Il suo scudetto, la Juventus lo conquista di slancio, avventandosi su un Parma satollo. Quattro gol per incorniciare una cavalcata memorabile, Ravanelli, Deschamps, Vialli, ancora Ravanelli, e ristabilire le distanze a nove anni dall'ultimo hurrà e a soli quattro giorni dal brindisi degli acerrimi rivali in Coppa Uefa. Non c'è partita, un po' perché i destini erano già stati scavati dalla classifica, e un po' perché i furori degli uni non potevano umanamente non soverchiare i languori degli altri.  
La Juve domina in lungo e in largo. Non c'è Dino Baggio che tenga, questa volta. Difesa in linea, con Tacchinardi abile nel calarsi nei panni di «libero», centrocampo ardente, tridente martellante. Una cannonata di Sousa, respinta di pugno da Bucci, introduce la sarabanda. Nel tabellino dei marcatori non c'è traccia di Roberto Baggio e questa, a ben vedere, è l'unica ingiustizia di un pomeriggio trionfale. 
Coccolatissimo dai tifosi, e già splendido rifinitore a San Siro, il Codino propizia tre reti.  
La prima all'11', recuperando un pallone svirgolato da Susic a metà campo e imbeccando Ravanelli, in flagrante contropiede. Il Grigione schizza via, scarta il trafelato Susic e dalla lunetta, d'interno sinistro, infila l'angolino alla destra del portiere.  
Il secondo al 38', su invito di Ravanelli: il piccolo Buddha smarca di tacco Deschamps, che di piatto sinistro folgora il portiere.  
Il terzo nella ripresa, al 19': tocco morbido e verticale, destinatario Vialli, che anticipa Couto, resiste a Minotti e, sempre di sinistro, insacca fra le gambe del portiere. Gira e rigira, soltanto la quarta gemma non appartiene alla collana di «Raffaello»: lancio di Sousa, cross di Vialli, destro malizioso di Ravanelli. Il Parma fa atto di presenza. I veleni del mercoledì milanese affiorano ogni tanto: Couto e Vialli, Crippa e Deschamps, Tacchinardi e Asprilla, Asprilla e Porrini se la giurano. Per fortuna, la brezza estiva e l'aria di festa disperdono i fiammiferi.  
La Juve ha fretta, il suo popolo pure. Per un tempo, non lascia agli avversari che una punizione di uno svagato Minotti, fuori di poco. Peccato per quell'odioso buuuuu nei confronti di Asprilla: non è una novità, purtroppo. Il migliore del Parma è Couto, subito a terra dopo una collisione aerea con Ravanelli, il migliore della Juve, al pari del Codino. 
Fra i meno molli, Mussi e Di Chiara. Le gambe chissà dove, viceversa, Asprilla e Zola. La raffica di gol toglie pathos all'atto estremo di un campionato che, da Parma al Parma, Madama ha quasi sempre condotto a passo di carica. Ammesso che possa interessare, Ceccarini dirige senza sbavature. Lippi avvicenda Roberto Baggio, acciaccato, con Del Piero e Vialli con Marocchi; Scala, nessuno. A centrocampo, Paulo Sousa, Deschamps e Di Livio stritolano Fiore, Dinone e Crippa. Proprio BaggioDue potrebbe riaprire la contesa nel secondo tempo, al 10', ma la zampata è centrale e Rampulla gli si butta ai piedi, pronto a intercettare, anche, il tap-in di Asprilla. Al 32', ci prova Crippa, gran tiro e gran parata di Rampulla, poi graziato da uno Zola in palese riserva. 
Coriandoli di cronaca, in un mare di ole, con Torricelli fra i distributori sommi della melina conclusiva, persino troppo irridente, almeno secondo i nostri gusti. C'è gloria per tutti, anche se soltanto da una parte. Jarni sfodera poderose accelerate, salvo sbagliare, sistematicamente, la gittata del cross: come, per esempio, al 20'. Porrini e Tacchinardi, faccia d'angelo e tacchetti infuocati, imbrigliano Zola e Asprilla.  
Da ricordare, alla fine, non tanto la selvaggia e devastante invasione dei tifosi, quanto il gesto di Nevio Scala, che raccoglie il suo equipaggio all'ingresso degli spogliatoi per applaudire i neo campioni. Una trovata di gran classe. Perché sì, la sfida infinita continua. Sulla Juve regina d'Italia e di giorno e il Parma re di notte e d'Europa incombe, ancora, la Coppa Italia. 

Roberto Beccantini




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mercoledì 20 maggio 2026

20 Maggio 1973: Roma - Juventus

É il 20 Maggio 1973 Roma Juventus si sfidano nella quindicesima (ed ultima) giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1972-73 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

La Juve allenata in panchina da Cestmir Vycpalek si appresta a vincere il suo quindicesimo Scudetto anche se ad una giornata dal termine sembrerebbe che il Milan si possa fregiare della tanto osannata Stella del decimo tricolore. Ma una sconfitta inattesa a Verona ribalta tutto in quella che é tutt'oggi famosa come la 'Fatal Verona'

Dall'altre parte c'é una Roma che disputa un campiontato molto al di sotto delle proprie attese. Sará infatti un impresa riuscire ad evitare una clamorosa retrocessione in Serie B.

Buona Visione!


 

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Stagione 1972-1973 - Campionato di Serie A - 15 ritorno
Roma - Stadio Olimpico
domenica 20 maggio 1973 ore 16:00 
ROMA-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Spadoni 29, Altafini 61, Cuccureddu 87

ROMA: Ginulfi, Bertini, Liguori, Salvori, Bet, Santarini, Morini G., Franzot, Orazi, Spadoni, Scaratti
A disposizione: Sulfaro, Muiesan 
Allenatore: Antonio Trebiciani

JUVENTUS: Zoff, Cuccureddu, Longobucco, Furino, Morini, Marchetti G., Haller (Altafini 46), Causio, (c) Anastasi, Capello F., Bettega R. 
A disposizione: Piloni
Allenatore: Cestmir Vycpalek

ARBITRO: Lo Bello C.





Dopo il gol di Spadoni la carica di Altafini e rete bomba di Cuccureddu 
La grande rincorsa dell'Olimpico 
I bianconeri più forti dello scirocco romano 

Dal nostro inviato speciale
Roma, 20 maggio. 

Scudetto a tre minuti dalla fine del campionato: urla, bandiere, lacrime hanno accompagnato la botta di Cuccureddu. La fine di un incubo, l'inizio di un sogno, la conclusione di una giornata che rimarrà storica per il nostro calcio. Una Roma orgogliosa, irriducibile, combattiva, finalmente in grado di esprimersi al meglio in quanto libera dalla paura della retrocessione, ha fatto penare sino alla fine i bianconeri, che guardavano increduli a quel tabellone luminoso che registrava il clamoroso passivo del Milan a Verona. Doveva farli gioire quel risultato, pareva invece una maledizione. E dopo il gol del due a uno, un ultimo sussulto: per una errata segnalazione, la rete del Napoli era diventata un gol di Chinaglia. Ancora tre minuti di paura, con la Roma che tentava attacchi disperati, poi lo scudetto, senza più dubbi. Ed ora l'Aiax, adesso Belgrado. 

Una sofferenza, non una partita. Un sole da piena estate picchiava sul prato dell'Olimpico, togliendo ogni energia. La. Juventus già ne aveva poca, forse era andata in campo convinta che avesse ragione Rocco secondo il quale 
« l'ultima giornata è come l'ultima tappa del Giro, non cambia nulla ». 
Poi, ulteriore mazzata, l'errore di Haller, la distrazione della difesa, il gol di Spadoni. I bianconeri rientravano in campo per il riposo a capo chino, Vycpalek: rosso in viso per il gran sgolarsi. Dieci volte li aveva spinti in avanti, ma le gambe sembravano non rispondere alla volontà. Solo il magnifico Furino e Longobucco (che si era ripreso dopo un inizio disastroso) trovavano la forza per sradicare la palla dal centrocampo pieno di romanisti e portarla avanti, verso Ginolfi. La Juventus rientrava sul campo fuori causa.  
Stando ai risultati, in quel momento lo scudetto era un fatto privato di Milan e Lazio. In testa al gruppo Altafini, inserito al posto di Haller. José ancora una volta suonava la carica, la seconda carica dopo quella di Budapest. Se anche lui non poteva fare miracoli, almeno l'esempio era vivo, forti gli incitamenti ai compagni, rabbioso il batter di mani con il quale chiedeva la palla agli avanzanti Cuccureddu, Marchetti, Longobucco, Causio.  
La Roma accusava il gran correre del primo tempo, a tratti era schiacciata, ma c'era sempre un piede a respingere, e dopo tutti un Ginolfi che faceva miracoli, mentre Salvori e Scaratti uscivano per condurre pericolosi contropiede ai quali per fortuna dava scarsa collaborazione lo stordito Orazi. Cominciava la partita vera, come se ventinove giornate di campionato non avessero rappresentato nulla. Il Milan era ormai fuori causa, il risultato di Verona poneva la Juventus di fronte ad un impegno tremendo: adesso tocca a voi, vediamo se sapete approfittare della situazione. C'era subito da cancellare il gol di Spadoni, la botta amara di un primo tempo nel quale peraltro la Roma aveva ben meritato.  
Una botta arrivata al 29' minuto, quando su una manovra di Salvori, Morini aveva deviato di testa in direzione di Zoff una palla balorda che Causio aveva stoppato, e lanciato fuori area verso Haller. Il tedesco aveva mezzo campo davanti in cui galoppare, invece toccava basso indietro per cercare un pericoloso «triangolo». Tutti i compagni avevano fatto un passo avanti, il pallone filtrava attraverso i difensori ed arrivava a Spadoni che solo, con tutta comodità, aveva il tempo di stoppare, girarsi e battere Zoff con una staffilata bassa sulla sinistra del portiere. Un gol pazzesco, una palla al piede per la Juve che iniziava la ripresa più convinta, più decisa, anche se le energie non erano tante.  
Liguori, sino ad allora custode di Haller, passava su Altafini. Ferme le altre coppie: Bet-Anastasi, Franzot-Furino, Salvori-Capello, Scaratti-Cuccureddu, Bertini-Bettega, Morini-Causio. Altafini si guadagnava subito una punizione, poi infilava Ginolfi ma in netta posizione di fuori gioco. Sulla sua spinta, tutta la squadra si muoveva più convinta. Al 9' c'era l'illusione del pareggio. Avanzava Longobucco, che scagliava una bordata trasversale sulla quale Ginolfi si distendeva per deviare sul montante. Lesto Altafini arrivava sul pallone, evitava il palo, depositava in rete. Lo Bello non concedeva il punto: José era ancora in fuori gioco, ma stavolta era almeno lecito qualche dubbio, malgrado la testimonianza del guardalinee a bandiera alzata.  
Pareva una gara segnata, per la Juventus. Al 14' ancora José in zona-tiro sul tocco breve di Causio, ma Ginolfi si opponeva in tuffo alla stangata dell'avversario. Al 17' finalmente, il pareggio. Punizione calciata da Causio nel folto, con Altafini pronto a mettere la fronte per una deviazione quasi impercettibile, ma sufficiente ad ingannare il portiere. La Roma aveva un sussulto rabbioso, toccava a Zoff guadagnarsi la sua parte di scudetto: su una botta trasversale di Spadoni, Dino volava sulla sua sinistra per mettere in angolo, evitando un contraccolpo che gli avrebbe definitivamente affondati. 
Veniva bene fuori dalle retrovie Marchetti, sino a quel momento in ombra, cercava di concentrarsi un po' più lo svagato Causio, Bettega tentava di mettere il piede con maggiore convinzione. Passare, però, non era facile. La Roma faceva barriera alla meglio, e se in contropiede e a più spenta, davanti a Ginolfi faceva muro con rabbia. La Juve tentava il tutto per tutto negli ultimi quindici minuti. Morini in retrovia cercava di non sentire il dolore per una distorsione alla caviglia, in modo che Marchetti potesse proiettarsi stabilmente sul centrocampo. Una stangata di Cuccureddu a filo di montante, un dribbling capolavoro di Altafini, con tiro respinto con le gambe da Ginolfi poi — al 42' — lo scudetto.  
Dopo una punizione di Causio, per fallo di Morini a gamba tesa, la palla finiva in corner. Calciava dalla bandierina ancora Causio, la palla gli ritornava e dal fondo il bianconero alzava un pallonetto che pareva sprecato, Bertini metteva fuori area di testa, Cuccureddu arrivava in corsa, controllava alla meglio, faceva partire una botta dal basso in alto. Una staffilata piena di rabbia, di disperazione. Ginolfi annaspava, il bolide picchiava sotto la traversa e rimbalzava in rete.  
Il dottor La Neve e Vycpalek si alzavano di scatto dalla panchina, era la vittoria, era la conferma del titolo. Ancora tre minuti con il cuore in gola e l'orecchio a Napoli, poi il trionfo. 

Bruno Perucca 





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