martedì 6 ottobre 2026

6 Ottobre 1985: Juventus - Atalanta

È il 6 ottobre 1985 e Juventus ed Atalanta si sfidano nella quinta giornata del girone di andata del Campionato di Calcio di Serie A 1985-86 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo gli ultimi spicchi di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve, prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven-Göran Eriksson, vincendo 'in volata' lo Scudetto. I Giallorossi saranno protagonisti tanto di una rimonta inaspettata quanto di una rovinosa caduta nella penultima gara di campionato in casa contro la già retrocesso Lecce.

Dall'altra parte c'è Atalanta che disputa un campionato dignitoso e finisce la propria corsa tricolore a metà classifica.

Buona Visione!

 


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Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 5ª andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 6 ottobre 1985 ore 15.00
JUVENTUS-ATALANTA 2-0
MARCATORI: Serena A. 4, Laudrup 69

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Mauro (Pin 77), Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup (Pacione 83)
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ATALANTA: Piotti, Osti, Gentile, Prandelli, Soldà, Perico, Stroemberg, Limido (Valoti 72), Magrin, Donadoni, Cantarutti
Allenatore: Nedo Sonetti

ARBITRO: Bianciardi



Platini riposa? Ci pensano Serena e Laudrup Platini riposa? 
Il francese gioca al piccolo trotto 
Ma il centravanti al 4' con uno dei suoi colpi di testa e il danese al 69' con un'azione personale imbraglieranno un'ostica Atalanta 
Tra gli ospiti emergono il portiere Piotti e Stromberg

TORINO — La testa di Serena e un'invenzione di Laudrup spingono la Juventus in alto. Poco importa se Platini protrae questo singolare periodo di 'cassintegrazione', se Manfredonia e Bonini danno alla loro partita un'interpretazione meno brillante del solito, se lo spettacolo latita nella circostanza o se l'iniziativa concessa all'Atalanta superi, talvolta, il limite di guardia. 

La Juventus del rinnovamento va avanti come una formica, senza distrazioni, con l'aria di chi pensa più all'arrosto che al fumo. I numeri, che nel calcio sono in fondo ciò che conta, danno perfettamente ragione a Trapattoni, il quale da ieri sera guarda i concorrenti diretti da una posizione ancor più privilegiata. L'Atalanta, che spende nell'arco di novanta minuti un'illimitata quantità di energie per raccogliere soltanto due proiezioni offensive di Donadoni e di Stromberg (in entrambe le occasioni, 1' e 50', Tacconi è davvero bravo ad opporsi), è subito gelata dallo stacco tempestivo di Serena.

Sono appena trascorsi quattro minuti. Quanto basta per verificare l'esattezza di certe previsioni della vigilia. Sonetti, evidentemente, ha dato istruzioni precise. Per togliere l'iniziativa alla Juventus nei punti dove lo schema è concepito, aggredisce con soffocanti raddoppi di marcatura i centrocampisti avversari. 

Insomma, l'ammucchiata prevista sembra il tema dominante del pomeriggio. Ed è facile intuire una gara di sofferenze o almeno di disagi per i bianconeri. Ma ecco al 4' uscire dal cilindro della Juventus il giochetto elementare ma efficace, conosciuto ma puntualmente efficiente. 

Cabrini rimette al centro un traversone teso, Scirea fa velo più o meno volontariamente, poi sbuca la testina di Serena e Piotti è battuto. Tutto lascia supporre che tale disgelo induca l'Atalanta ad orientare altrimenti il metodo operativo. Invece Sonetti non cambia musica, ed ogni suo uomo si mette praticamente alle costole dei bianconeri, i quali non possono usufruire, come vorrebbero, di ipotetici spazi. Serena si muove molto e con molta diligenza; Laudrup vive momenti difficili per la determinazione, ai limiti del lecito, di Osti; Platini si occupa di portare in giro il bravo Prandelli e di cucire con umiltà il gioco. Mauro è costretto spesso a convergere e in un palo di circostanze costringe Piotti a respingere un suo destraccio (15') ed a tremare per una conclusione a lato del 21'. 

Per trovare un tentativo in porta bisogna successivamente attendere il 41' quando Cabrini di testa (lo schema tradizionale è ripetuto con la variante dell'esecutore) costringe Piotti ad aprire le ... ali. La partita, ingarbugliata come una matassa ingarbugliata, non è facile per la Juventus. 

L'Atalanta corre come se avesse due anime, colma ogni settore del campo e non concede respiro. Donadoni e Stromberg, atleta gagliardo e generoso, tentano anche sortite offensive. Ed è proprio dello svedese (50') l'affondo conclusosi con bell'intervento di Tacconi. In simili condizioni è difficile costruire gioco per Manfredonia e Bonini, ai quali è riservato anche l'onere di assistere gli attenti Favero, Sclrea e Brio. È arduo per Serena e Laudrup vedere lo specchio della porta, anche se la pressione bianconera porta il centravanti a caricare il sinistro al 58', con palla finita a lato di un nulla. È arduo anche perché Gentile e Osti non si concedono distrazioni, nonostante la giornata no dell'emozionato Soldà. 

Platini forse avverte il momento difficile e si porta due volte al tiro: al 65' con ottimo stop di petto e gran destro su punizione respinto al 73' da Piotti. Dal 70' in poi la Juventus concede forse troppa iniziativa all'avversario, un po' di lentezza nel disimpegno, che non è agevole, si intende, troppi i passaggi sbagliati. Cabrini prova a spingere la squadra in avanti, ma i nerazzurri paiono triplicarsi, spinti da una vitalità straordinaria. Ma nulla più di una vitalità. Premono perfino, ma non trovano spiragli. C'è chi pensa, però, che può scapparci una fortuita giocata che metta in ginocchio Tacconi. 

Ma in agguato c'è Laudrup, un danese tanto elegante quanto efficace. Riesce al 69' a superare Soldà e Osti con una stupenda progressione in slalom ed a lasciare di sasso Piotti con un destro forte e ben calibrato sul primo palo. Una prodezza che vale 7 in pagella. Lo stadio ha un sussulto, un premio all'esecuzione più spettacolare della partita. La Juventus vince con merito, è solida, «corta», non perde mai la testa ,non ha concesso contropiede. 

Sonetti dice che gli sta bene il 2-0. E tutti vissero felici e contenti.

Angelo Caroli
tratto da: La Stampa 7 ottobre 1985






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lunedì 5 ottobre 2026

5 Ottobre 2014: Juventus - Roma

È il 5 ottobre 2014 e Juventus e Roma si sfidano nella sesta giornata del campionato di calcio di Serie A 2014-15 allo 'Juventus Stadium' di Torino.

La Juve è guidata dalla panchina da Massimiliano Allegri (che è subentrato al dimissionario Antonio Conte a luglio)  mentre la Roma è allenata dal francese Rudi Garcia. I Bianconeri piemontesi, dopo aver conquistato i precedenti tre campionati sotto la guida di Antonio Conte, si apprestano a farlo anche con il tecnico livornese. La Roma contende a distanza lo scudetto alla Juventus e conclude la corsa tricolore in seconda posizione.

Buona Visione!

 


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Stagione 2014-2015 - Campionato di Serie A - 6 andata
Torino - Juventus Stadium
Domenica 5 ottobre 2014 ore 18.00
JUVENTUS-ROMA 3-2
MARCATORI : Tevez rigore 27, Totti rigore 32, Iturbe 44, Tevez rigore 45+3, Bonucci 86

JUVENTUS : Buffon, Cáceres (Ogbonna 46), Bonucci, Chiellini, Lichtsteiner, Marchisio C., Pirlo (Vidal 79), Pogba, Asamoah, Tevez, Llorente (Morata 59)
Allenatore: Massimiliano Allegri

ROMA : Skorupski, Maicon, Manolas, Yanga-Mbiwa, Holebas, Pjanic (Paredes 84), Keita S., Nainggolan, Iturbe (Florenzi 66), Totti (Destro 74), Gervinho
Allenatore: Rudi Garcia

ARBITRO: Rocchi
ESPULSIONI : Morata 89 (Juventus); Manolas 89 (Roma)
NOTE - Al 28° è stato espulso l'allenatore della Roma Garcia





Un gol del difensore a 5' dalla fine decide la sfida scudetto. In precedenza a segno Tevez, con una doppietta dal dischetto, Totti, sempre su rigore, e Iturbe. I giallorossi recriminano per un paio di episodi sfavorevoli. Espulsi Manolas e Morata, che ha colpito una traversa.

TORINO – La Juve fa valere la legge del più forte e con un eurogol di Bonucci a 5’ dalla fine si rimette dietro la Roma restando da sola in vetta alla classifica a punteggio pieno. Lo Juventus Stadium rimane tabù per la formazione capitolina che per la quinta volta consecutiva torna, così, a casa a mani vuote. Ma stavolta ha di che recriminare visto che è stata punita da alcuni episodi sfavorevoli.

ROMA PUNITA DAGLI EPISODI – Cominciamo proprio dai momenti chiave per capire dove si è decisa una gara ricca di emozioni: al 26’ la Roma ha subito un rigore contro per un fallo di mano di Maicon che Rocchi (giustamente) aveva visto fuori area ma che il giudice di porta gli ha fatto portare dentro. Questione di centimetri, per carità, ma l’episodio ha finito per scatenare un nervosismo a catena che si è protratto fino alla fine. Quindi, all’85’, l’arbitro non è stato supportato a dovere dall’altro giudice di porta e dal guardalinee che non hanno rilevato la netta posizione di fuorigioco di Vidal che ha coperto la visuale a Skorupski in occasione del 3-2.

PREMIATO IL CORAGGIO DELLA JUVE – È stato premiato il maggior coraggio della Juve negli ultimi 20’. La squadra di Garcia ha preferito agire solo di rimessa e, dai e dai, dopo aver già rischiato poco prima su una traversa colpita da Morata, ha incassato il colpo del ko. Non è stata la solita Roma, ma gran parte del merito va dato ai bianconeri che hanno interpretato la gara con personalità, guidati dal ritrovato faro Pirlo e sorretti dal sempre più determinante Tevez, ancora a segno, con una doppietta, seppur dal dischetto.

ALLEGRI RILANCIA PIRLO – Recuperato Cáceres, Allegri ha sorpreso tutti facendo esordire Pirlo, assente da oltre un mese, al posto di Vidal. A sinistra, invece, ha rilanciato Asamoah, preferendolo ad Evra. Garcia ha replicato con una Roma tutta a trazione anteriore. A pagare le fatiche di Manchester sono stati Cole e Florenzi che hanno lasciato spazio dal 1’ a Holebas e Iturbe. In porta, poi, stante la perdurante indisponibilità di De Sanctis, ha dato nuovamente fiducia a Skorupski.




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domenica 4 ottobre 2026

4 Ottobre 1981: Milan - Juventus

É il 4 Ottobre 1981 e Milan e Juventus si sfidano nella quarta giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio 'San Siro - Giuseppe Meazza' di Milano.

A fine campionato la Juventus conqusiterá la sua Seconda Stella da appuntare sul petto. Dopo un lunghissimo testa a testa con la Fiorentina allenata da Giancarlo DeSisti, la spunta all'ultima giornata grazie ad una vittoria esterna a Catanzaro con un rigore del partente Liam Brady. 

Dall'altra parte c'é il Milan allenato prima da Gigi Radice, poi da Italo Galbiati che non riesce a salvarsi da una clamorosa retrocessione sul campo.

Buona Visione!



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Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 4 andata
Milano - Stadio Giuseppe Meazza
Domenica 4 ottobre 1981 ore 15.00
MILAN-JUVENTUS 0-1
MARCATORI: Virdis 66


MILAN: Piotti, Tassotti, Maldera, Battistini S., Collovati (Antonelli 68), Baresi F., Buriani, Novellino, Jordan, Moro (Cuoghi 46), Romano
Allenatore: Luigi Radice


JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, Furino (Prandelli 55), Brio, Scirea, Marocchino (Bonini 52), Tardelli, Bettega, Brady, Virdis
Allenatore: Giovanni Trapattoni


ARBITRO: D'Elia




 
Ma quanti sono i Pietro Paolo?

Normale partitella infrasettimanale, ovvero salutare galoppo di allenamento per distendere i muscoli contratti dallo sforzo contro il Celtic, respirare un poco di salubre aria milanese, seconda soltanto, come inquinamento, à quella di Glasgow, e prepararsi sènza troppo impegno al derby imminente. Uomo del giorno, prevedibile, Pietro Paolo Virdis, ovvero «Dall'ago al milione», ovvero «Dalla polvere all'altare», ovvero «Da pecoraio a bombardiere».  
Diceva Napoleone che ogni soldato aveva il bastone da maresciallo nello zaino. Virdis dimostra di avere, nel povero tascapane del guardiano di mandrie, quale lo si credeva due anni addietro, le cartucce al fulmicotone. La sua vera storia è questa. 
La madre di Virdis ha avuto due gemelli: Pietro e Paolo. Precisi identici, solo che uno, con gli anni, si rivelò una schiappa e servì a bidonare la Juve. La seconda volta è arrivato invece il gemello giusto quello che sa giocare. Nel frattempo, con qualche pasticcio all'anagrafe, tutti e due sono diventati Pietro e Paolo. Adesso la Juve deve solo stare attenta, per esempio marchiando a fuoco con la figura di una zebra e la firma di Boniperti la natica sinistra del Pietro Paolo che le serve, in modo da evitare che, questi, quando andrà in licenza in Sardegna, non venga poi sostituito con quell'altro. Adesso dobbiamo aggiungere che fino a ieri, nonostante la prova ciclopica con il Celtic, non eravamo tanto convinti che la classifica del campionato fosse veritiera, dato che i bianconeri avevano avuto un trio di incontri facilotti: Cesena, Avellino, Como. Ora non più: legnare il Milan (che non aveva mai subito un gol) in casa sua e con quel chiaro predominio, è cosa che fa aprire il cuore Mettiamoci nel numero anche «quelli là», i cugini color vino barbera Siamo curiosi di vedere che cosa faranno.. Chiudersi in area? Ohibò. Attaccare a perdifiato? Arci-ohibò. Juventini, fratelli, popolo mio: la squadra che vince sempre non c'è mai stata, però però... la nostra ci va. vicino. , 





Le pagelle: il confronto tra lo scozzese e Brio vinto dal bianconero 
Jordan, grande assente in campo 

Milan 
PIOTTI — Sempre attento, ingannato dai difensori sul gol di Virdis. 
TASSOTTI — Prima Bettega poi Marocchino, quindi a spingere la squadra in avanti; grande impegno, ma sa fare ancora meglio. 
MALDERA — E' tornato in forma. Un po' a disagio quando Radice l'ha spostato più avanti, ma magnifico per temperamento e grinta. 
BATTISTINI — Si è divertito di più a centrocampo, ma è stato valido anche come marcatore di Bettega. Una sicurezza. 
COLLOVATI — Meno brillante del solito, ma Virdis con i suoi passettini è difficile da domare. 
F. BARESI — Una gara generosa, utili proiezioni offensive, deciso in difesa. 
BURIANI — Sempre prezioso, a lungo ha costretto Cabrini ad arginare le sue avanzate. 
NOVELLINO — Grande combattività e palleggi pregevoli malgrado la marcatura di Gentile. Sa anche essere calmo, e cosi si fa apprezzare di più. 
JORDAN — Se non sta bene, come dice, è giustificato, ma ha trovato spazio (il poco che Brio gli ha lasciato) solo per pochi colpi di testa. 
MORO — Buona tecnica, ma passo lento, sostituito dopo 45 minuti. 
CUOGHI — Combattivo, tenace, pronto al tiro. Piace a Radice, e non a torto. 
ROMANO — Una delle sicurezze del Milan, gran ritmo e piedi buoni. 
ANTONELLI — Finalmente l'esordio nel Milan '81-82, ma solo negli ultimi venti minuti. Poco per «entrare» nella partita. 

Juventus 
ZOFF — Poco impegnato, ma sempre sicuro (ancora più difficile, con alle spalle un pubblico così turbolento). 
GENTILE — Un po' appannato, si è salvato con la grinta (ammonito) nell'acre duello con Novellino. 
CABRINI — Valida spinta, ma troppo spazio concesso a Buriani nel primo tempo. 
FURINO — E' rimasto in zona (anche per «coprire» Scirea) rendendosi utile, ma senza spiccare come nelle ultime gare. 
BRIO — Se Jordan ha deluso, gran parte del merito è delio stopper, che ha vinto il maggior numero dei duelli. 
SCIREA — Ha riacquistato brillantezza ed autorità, lo ha dimostrato con efficaci inserimenti in avanti. 
MAROCCHINO — Magnifico per slancio, coraggio, intraprendenza; il migliore dei bianconeri nel primo tempo. 
TARDELLI — In netto crescendo di condizione, la squadra ne ha tratto beneficio. 
BETTEGA — Encomiabile come pivot, difendendo palloni e facendo da spalla ai compagni con grande lucidità; 
BRADY — Prima più arretrato, poi in avanti dopo l'ingresso di Bonini al posto di Marocchino. Sempre in palla, e nel finale anche grintoso secondo necessità. 
VIRDIS — Momenti di pausa, ma sempre puntuale al momento delle conclusioni. Suo il gol, merito suo i ' pericoli per Piotti. 
BONINI — Prezioso per combattività e senso tattico, è andato tre volte a cercare il gol con decisione. 
PRANDELLI — Lineare ed efficace come sempre, malgrado la lunga assenza dal clima delle partite. 

ARBITRO D'ELIA — E' bravo, ma rovina tutto con la troppa teatralità. 

brani tratti da: La Stampa 5 ottobre 1981





IN COPERTINA
Per la fantastica Juventus una settimana trionfale. Dal Celtic al Milan, dalla Coppa al campionato, due fondamentali vittorie siglate dal ragazzo sardo che sta prendendosi tutte le rivincite. E adesso sul quadrante bianconero è scattata l'operazione...
Onda Virdis

DAL CELTIC al Milan, dalla grande Coppa al campionato, è scattata in casa bianconera l'operazione « Onda Virdis ». E' il ragazzo sardo a siglare la trionfale doppietta. Un suo fantastico gol accende il mercoledi sera gli entusiasmi di uno stadio impazzito e trascina Madama alla rimonta sugli scozzesi, chiusi a salvaguardia del vantaggio di Glasgow. E la domenica, in una cornice da fiaba, nell'arena di San Siro stipata e rutilante, è ancora Pietro Paolo a spezzare l'equilibrio di una partita certo meno bella, ma ugualmente intensa, tatticamente giocata al meglio dai due amici-rivali, Radice e Trapattoni, e che proprio Virdis strappa dalla mortificante conclusione dello zero a zero, con una zampata morbida e mortifera. Non è soltanto il calcio a un pallone che "Schizzo" Tardelli ha rimesso in gioco con una sensazionale prodezza atletica: è il calcio a un passato ancora vicino, fatto di umiliazioni e di ripudi, di una vendetta covata in silenzio e perfezionata con pazienza.

BONIPERTI. Boniperti non l'ha visto, a quell'ora per antica consuetudine il Giampiero è già da un pezzo fuori dello stadio, a soffrire con l'autoradio. Eppure la rivincita di Virdis è anche la sua. Andò in Sardegna, ricordate?, a convincere il ragazzo, riluttante ad abbandonare la sua isola, fosse pure per la dorata destinazione Juventus. Spese sino all'ultimo spicciolo la sua accattivante diplomazia, si piegò come per nessun altro giocatore ha mai fatto, lui presidente di un club che tutti pongono in cima ai propri sogni proibiti, il punto d'arrivo ideale di ogni carriera. E figurarsi sorrisetti ironici, dopo. Valeva proprio la pena, i soldi e il resto. Virdis trascinava per l'ostile Torino il fantasma del giocatore che aveva infiammato Cagliari, facendo balenare il mito rinnovato di Gigi Riva. Virdis sbagliava le cose più elementari, in un'orgia di fischi e di imprecazioni. Bell'affare, la Juve. Due miliardi spesi così gridavano proprio vendetta. Persino Gianni Agnelli canzonava garbatamente il presidente Giampiero, una volta gli disse in tribuna: 
"Quel gol che ha sbagliato oggi Virdis, l'avrei segnato anch'io", 
arrotando nobilmente le erre. Virdis passava da una disgrazia all'altra. Il ritorno a Cagliari, più che come un'improbabile operazione-recupero, fu visto come una restituzione al mittente. Vuoto a perdere.

LA MAGIA. E invece la magia dell'isola compì il miracolo. Sotto le
cure pazienti di Tiddia, che lo dosava in parsimoniose staffette per graduarne il recupero, Virdis ritrovò la propria dimensione tecnica. Quella psicologica non l'aveva perduta mai. Duro, orgoglioso, ha sempre rifiutato la condanna, né se n'è fatto un complesso. Gli restava dentro l'ansia di far rimangiare certi verdetti impietosi, certe stroncature brucianti. Per questo il nuovo viaggio verso Torino, che altri avrebbero scongiurato in mille maniere, lo trovò entusiasta e sicuro. Andava a prendersi le sue rivincite, con calma, senza fretta, ma inesorabilmente. Com'è nel costume della sua gente. Partiva con il ruolo di riserva, Trapattoni si era già bruciato una volta e intendeva andare sul sicuro. Aveva davanti a sé Fanna, nel presente; Fanna e Rossi, nel prossimo futuro. Fanna aveva impiegato tempo e sudore a rimuovere l'ostacolo Causio; il posto appena conquistato non l'avrebbe ceduto facilmente. Ma Virdis non era più il ragazzo buttato incautamente nelle fauci della città matrigna. Era un uomo maturo che aveva fatto l'esame di coscienza, che aveva chiesto la rivincita sicuro di non fallire. Spiega: 
«Non do agli altri, per quanto accaduto quattro anni fa. Principalmente avevo sbagliato io. Adesso sono un uomo sereno, consapevole. Coi compagni non nego di aver avuto, in passato, delle incomprensioni. Ma ho dimenticato tutto, adesso il dialogo è facile, problemi non ci sono e non ce ne saranno ».

COPPITALIA. La Coppitalia è stata il suo trampolino di lancio. Trapattoni è un allenatore moderno e flessibile. Sa mutare le proprie convinzioni, non si chiude gli occhi davanti all'evidenza e ha l'onestà di non nutrire preconcetti. Questo nuovo Virdis dava alla Juve qualcosa di più del pur ammirevole Fanna. Più concretezza, soprattutto, più inesorabilità in zona-gol. E poi Pietro-Paolo aveva trovato l'ideale sintonia con Bettega, che è sempre il deus ex machina delle situazioni bianconere, non nel senso del padrino, per carità, ma proprio sotto il profilo tecnico. Bettega può incantare tutti, come quando realizza lo stupendo gol al Celtic, oppure apparire ai superficiali lento e appannato. In ogni caso determina il gioco e detta la manovra, col suo sublime senso tattico. Bettega e Virdis chiudevano mirabilmente la diagonale d'attacco, sulle iniziative irresistibili di Marocchino, il cavallo pazzo delle fasce laterali. Così Virdis si è guadagnato la promozione sul campo e l'ha onorata, in campionato, con due gol vincenti, ad Avellino e a Milano. Le due conquiste esterne della Signora sono nate sui suoi gol e in mezzo c'è stato l'acuto contro il Celtic, quella miracolosa progressione in slalom, degna di un attaccante di razza, potente e guidato dalla giusta intuizione.

RADICE. L'ultima vittima di Pietro Paolo Virdis è stato Radice e la cosa ha un risvolto sentimentale. Radice, nel suo anno di Cagliari, fu conquistato da quel ragazzotto nerissimo di capelli, dallo sguardo fiero e dal gioco nobile. Lo lanciò in pianta stabile, cercò poi in tutti i modi di portarselo dietro al Torino, che pure aveva allora Pulici e Graziani in pieno splendore. Per dire della fiducia. Ricorda, Gigi: 
«Virdis aveva allora diciassette anni, ma già portava impresse le stimmate del super. Forte con entrambi i piedi, eccellente nel gioco di testa e moralmente convinto di sé, capace di prendere rischi e iniziative. Non poteva sbagliare. Anche quando ha avuto quei momenti neri, quando pareva perduto per il grande calcio, non ho mai dubitato che sarebbe riuscito a riemergere». 
Virdis ammette: 
«Radice è uno dei pochi che ha sempre parlato bene di me. Per questo, e per l'importanza che ebbe sui miei inizi di carriera, gli debbo molto». 
Proprio Radice gli è toccato giustiziare, nell'arena di San Siro. Ma questo è il calcio, ci mancherebbe. 

ROSSI. Ora non è il caso di amareggiare il momento magico di Virdis, ricordandogli brutalmente che, in fondo, egli sta scaldando il posto che sarà di Paolo Rossi, ai primi di maggio (salvo condoni). Oltreché di cattivo gusto, il rilievo sarebbe probabilmente inesatto. Diciamo, per cominciare, che proprio un Virdis di questa dimensione è uno stimolo continuo per Pablito a non addormentarsi sulle glorie passate. Ma poi, Virdis è in perenne evoluzione tecnica, mica fa solo i gol, triangola, prepara i varchi, scambia perfettamente di prima intenzione, è insomma un giocatore completo destinato a migliorare ancora. Che proprio lui debba essere immolato al ritorno del figliol prodigo non è affatto scontato. Non vuol sentire parlare del passato, perché tormentarlo col futuro? Lasciamogli godere il presente, se c'è uno che ne ha diritto è proprio lui, questo Virdis risuscitato contro tutto e contro tutti, questo Virdis che ha vinto le sue battaglie con silenziosa pazienza, questo Virdis che guida la galoppata della Vecchia Signora con gol puntuali e travolgenti. L'onda Virdis, appunto.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1981 nr.41






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Il Milan cerca invano di mettere in difficoltà la Juve adottando un ritmo molto sostenuto e chiedendo ai propri giovani un elevato impegno agonistico. Neppure il rientro di Jordan risolve i suoi problemi offensivi (in quattro partite ha segnato soltanto un gol e su autorete!) perché lo scozzese resta isolato in avanti e sui palloni alti subisce la statura e la decisione di Brio. La Juventus si limita ad amministrare il gioco con molta autorità e nella ripresa centra l' « en plein » con Virdis, che sfrutta una prodezza atletica di Tardelli, in chiara ripresa. Lo stadio di San Siro, ricolmo e vibrante di tifo, saluta così la quarta consecutiva vittoria dei bianconeri


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sabato 3 ottobre 2026

3 Ottobre 1993: Juventus - Torino

Il 3 ottobre 1993 Juventus e Torino si sfidano nella settima giornata del girone di andata del campionato italiano di calcio di Serie A 1993-94 allo Stadio 'Delle Alpi'  di Torino. È il 'Derby della Mole' e la città si mobilita.

La Juve, allenata in panchina da Giovanni Trapattoni e trascinata in campo da un Roberto Baggio nel suo momento più splendente, si appresta a piazzarsi al secondo posto del massimo campionato calcistico. Davanti c'è l'inarrivabile Milan di Fabio Capello che 'ammazza' il campionato fin dall'inizio. 

Dall'altra parte c'è un Torino che si assesta a metà classifica, dopo un campionato piuttosto mediocre.

Buona Visione!

 


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Campionato di Serie A 1993-1994 - 7 andata
Torino - Stadio Delle Alpi
Domenica 3 ottobre 1993 ore 20.30
JUVENTUS-TORINO 3-2
MARCATORI: Conte A. 9, Fortunato D. 12, Moeller 30, Sergio 37, Kohler 79

JUVENTUS: Peruzzi, Torricelli, Fortunato A. (Marocchi 46), Baggio D., Kohler, Julio Cesar, Di Livio, Conte A., Ravanelli, Baggio R., Moeller (Galia 86)
Allenatore: Giovanni Trapattoni

TORINO: Galli G., Mussi, Sergio, Gregucci, Annoni, Fusi, Sordo (Sinigaglia 81), Fortunato D., Silenzi, Carbone B. (Osio 65), Venturin
Allenatore: Emiliano Mondonico

ARBITRO: Cesari



LE PAGELLE 
Conte, il cavaliere della Signora
E ai granata non basta un grande Fortunato 
Trap e Mondonico, match pari 

PERUZZI 5,5. Non abbiamo capito quanto avrebbe potuto fare sul gol iniziale: dalla tribuna ci è parso che potesse arrivare sulla palla con il piede. Di sicuro sbaglia un'uscita che senza l'errore di mira di Silenzi costerebbe alla Juve il 3-3. 

TORRICELLI 6,5. Non pensavamo che il Bossino (provate ad ascoltarlo, parla come il gran capo della Lega) potesse arginare Carbone, sia per una questione di passo, sia perché è più bravo nell'attaccare che nel difendere. Invece se l'è cavata. 

FORTUNATO A. 5,5. Mondonico ci aveva confessato di temerne moltissimo la potenza; infatti, sapendo delle condizioni precarie di Sordo, lo fa controllare in seconda battuta da un difensore. Non è un caso che il colpo che lo mette ko gli venga da Gregucci, staccatosi dalla marcatura di Ravanelli. Così per lui si chiude la corsia, non va mai a fondo campo e i compagni lo sfruttano poco, vedendolo imbottigliato. L'unico lampo è il bel cross dall'angolo per la rete di Moeller. 

(dal 46' Marocchi 6, sulla fascia si sa che non esprime il meglio). 

BAGGIO D. 6. Una presenza incerta fino a pochi minuti dall'inizio, dopo la febbre dei giorni scorsi che ne aveva debilitato lo stato di forma traballante. Per questo lo assolviamo. Non è più (non è ancora?) il RijkaarDino che conoscevamo, potente e terribile anche in zona gol: corre faticosamente e il Fortunato granata ne approfitta. 

KOHLER 7. Imperfetto nella deviazione che facilita il gol di Fortunato, tuttavia è l'unica macchia in una partita giocata con molta dedizione su Silenzi, che aveva creato problemi a tutti. Il gol (cercato, lui avanza sempre quando fiuta il cross dal fondo) è davvero un coniglio tirato fuori dal cilindro: non per nulla lo chiamano Mandrake.

JULIO CÉSAR 6. Partita contraddittoria tra grandi capocciate liberatorie e qualche indecisione sui palloni bassi. Comunque la difesa con lui ha un'altra solidità rispetto (ad esempio) a Lecce. Però la smetta di calciare punizioni con la Grande Bertha: pum pum, la palla schizza lontano e non arriva mai nel punto giusto. 

DI LIVIO 6. È proprio vero che non si riesce mai a stare tranquilli: il Toro su quella fascia si era impadronito del gioco e il Di Livio pativa le pene dell'inferno. Invece proprio dal suo spunto è nata l'azione del 3-2, che lo salva. A fatica. 

CONTE 7. Il gol, poi una staffilata inviata da Galli in angolo, quindi decine di palloni recuperati con il piglio di chi si sente finalmente padrone di sé stesso e del ruolo che ha.

RAVANELLI 6. Inizia con grande lucidità, ma si impantana presto nelle paludi granata. 

BAGGIO R. 5. Questa volta si potrà dire che la Juve ha vinto davvero senza di lui. Attendiamo invano l'acuto fino al 72', quando spedisce la palla a lambire il palo nell'unica occasione che si procura. Non è il solito Divin Codino: trancia il campo senza lasciare la scia luminosa. Quando non va, lo si vede sui calci di punizione, che infatti tira malissimo. Se sono questi gli effetti del riposo, il Trap non può concedergli altre soste. 

MOELLER 6,5. Ritorna al gol, mettendoci la testolina sottile con grande tempismo. Nell'insieme però non è ai livelli di altre volte 

(dall'86' Galia s.v.). 

TRAPATTONI 6,5. Insiste su Dino Baggio, che è mal in arnese, pur di non squilibrare il solito assetto. È un rischio, tanto più che avrebbe Marocchi in forma. Ma si sa che il Trap raramente modifica i propri progetti. Nell'insieme comunque la Juve si mostra ordinata, vincente anche con il Divin Codino sotto tono. 

L'arbitro CESARI 6,5. Merita più della sufficienza perché non cade nella trappola di un rigore chiesto da Ravanelli e di uno preteso da Carbone. Sbaglia qualche valutazione, ma ininfluente ai fini del risultato finale di questo avvincente derby

Marco Ansaldo
tratto da: La Stampa 4 ottobre 1993

 

 




La partita. La Juventus vince grazie a un colpo di testa di Kohler nel finale, ma soprattutto mettendosi sullo stesso piano del Torino per la grinta. In mancanza di protagonisti annunciati come R. Baggio, Carbone e Silenzi, è la serata dei gregari, come Conte, Fortunato, Sergio e Kohler. Il Torino si mangia le mani per le occasioni fallite da Osio e da Silenzi.

La frase celebre. Goveani: «Non riesco a immaginare una sconfitta più immeritata di così».

tratto da "Il Film del Campionato"
del Guerin Sportivo anno 1993 n.40







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