mercoledì 7 ottobre 2026

7 Ottobre 1979: Milan - Juventus

Attraverso Youtube vi proponiamo un gustoso amarcord di questa data odierna. 

È il 7 ottobre 1979 e Milan e Juventus si sfidano nella quarta giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1979-80 allo Stadio 'San Siro' di Milano.

I bianconeri contendono fino all'ultimo lo Scudetto con l'Inter, però al termine del campionato sarà solo secondo posto dietro i nerazzurri, mentre il Milan (campione d'Italia in carica) si vede togliere la Serie A da sotto i piedi dopo lo scandalo del Totò Scommesse.

Buona Visione!



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Stagione 1979-1980 - Campionato di Serie A - 4ª andata
Milano - Stadio San Siro
domenica 7 ottobre 1979 ore 15:00 
MILAN-JUVENTUS 2-1
MARCATORI: Novellino 7, Antonelli 44, Tardelli 46

MILAN: Albertosi, Collovati, Romano, De Vecchi, Bet, Baresi F., Novellino, Buriani, Antonelli (Carotti 78), Bigon, Chiodi
A disposizione: Rigamonti, Galluzzo
Allenatore: Massimo Giacomini

JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, (c) Furino, Brio, Scirea (Verza 44), Marocchino, Tardelli, Bettega R., Prandelli, Fanna 
A disposizione: Bodini, Tavola
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Agnolin L.
AMMONIZIONI: Gentile, Prandelli, Verza (Juventus); De Vecchi, Novellino (Milan)




I rossoneri si sono imposti con autorità nel primo grande scontro della Serie A 
Milan solido, bianconeri senza idee 
Ben impostati tatticamente, i campioni hanno assunto subito il comando del gioco 
A disagio la squadra di Trapattoni, costretta a continui cambi di marcatura 
Il peso dell'infortunio a Scirea 
Cuccureddu in tribuna: la sua esperienza poteva servire nella difficile gara di San Siro 

DAL NOSTRO INVIATO A MILANO — Sembra diventata una cattivissima abitudine, per la Juventus, quella di svegliarsi ogni volta «sotto» di due reti. Come a Gyòr, anche ieri a San Siro i bianconeri hanno disputato un discreto secondo tempo, ma era troppo tardi per rimontare i gol di Novellino e Antonelli. Tardelli ha dimezzato subito lo svantaggio, al primo minuto della ripresa, e poi la squadra di Trapattoni si è portata in avanti con maggiore decisione, trovando però sempre pronte repliche in contropiede. 

Una Juve giovane, quella che ha tentato la disperata rimonta. Marocchino è andato in campo dall'inizio, al posto dello squalificato Causio. Verza è subentrato a Scirea, infortunatosi allo scadere del primo tempo in modo tanto banale quanto doloroso. Gli assalti sono stati condotti con slancio ma senza idee chiare: per tutta la partita i bianconeri sono stati inferiori, come squadra, al Milan, reagendo soprattutto con spunti individuali alla superiorità tattica dell'avversario. Trapattoni si era deciso per la coppia di terzini Gentile-Cabrini: hanno giocato così male entrambi che c'era solo (a posteriori, d'accordo) l'imbarazzo della scelta nel preferire uno dei due Cuccureddu, ancora una volta sacrificato a misteriose esigenze di squadra. Gentile ha penato su Antonelli, ha poi giocato di forza su Novellino rischiando grosso. Cabrini è stato a lungo senza avversario da marcare, il giovane Romano (una mezz'ala, schierato da Giacomini a terzino sinistro al posto di Maldera sofferente di tallonile) lo aspettava in zona, ma visto che il bianconero non avanzava, finiva per risultare un prezioso appoggio per l'attacco, agendo sui tre quarti a raccogliere i passaggi dei centrocampisti ed a crossare verso Zoff. 

Per tutto il primo tempo la Juve ha sofferto in blocco, priva di potenza offensiva e incerta a centrocampo dove solo Furino, schiumando rabbia, si batteva con energia su ogni pallone, su tutti gli avversari, finendo però inevitabilmente per lasciare troppo spazio ad un Novellino più lucido ed altruista del solito. Gli stessi continui cambi di marcatura ordinati dalla panchina denunciavano il disagio di una squadra che non trovava il bandolo della matassa, mentre il Milan arrivava subito alla quadratura del suo gioco, spostando Bet da Bettega (lasciato a De Vecchi) a Marocchino, lasciando il magnifico Collovati su Fauna, che ha potuto giocare ben pochi palloni validi Così scombinata per conto suo, contrata con efficacia dalle marcature avversarie, la Juventus si dibatteva mentre il Milan giocava. Bettega faceva da regista arretrato, si muoveva con l'eleganza (ma anche con la lentezza) di un cavallo da concorso mentre i rossoneri gli viaggiavano attorno al galoppo. Marocchino lottava senza costrutto, di Fauna si è detto. Le difficoltà in attacco — le solite difficoltà — si riflettevano a ritroso su tutta la squadra. 

Questa la Juve balbettante del primo tempo, mentre il Milan andava a segno subito con Novellino ed allo scadere del tempo con Antonelli, nella cui vana rincorsa Brio denunciava tutta la sua lentezza e parecchia ingenuità. Troppo semplice sarebbe ridurre la causa di tutto all'assenza di Causio; piuttosto, va detto che il secondo gol rossonero è stato chiara conseguenza del caos difensivo dopo l'uscita di Scirea (distorsione), quasi allo scadere del primo tempo. Nella ripresa il duello si è equilibrato, ma troppo tardi. Verza ha dato il suo apporto di grinta e qualità; Furino (lasciato Novellino a Gentile) ha potuto farsi vedere di più; il Milan era stanco per il gran correre del primo tempo. Ma di gioco, ancora una volta la Juve non ne ha fatto vedere. Il primo big match del campionato ha così detto Milan, un verdetto aderente all'andamento della gara, anche se di bel gioco se ne è visto poco sui due fronti. Ma il Milan, almeno, ha dimostrato di essere capace di cambi di ritmo; la Juve, sino a quando non è stata spinta dalla disperazione, si è mossa con esasperante lentezza. Gentile, Cabrini, Tardelli, a lungo irriconoscibili, lo stesso Bettega che ha finito per giocare sempre più arretrato, sono stati i punti deboli (atletici e tattici) di una Juve sotto tono. Prandelli si è smarrito nel caos, ma che poteva fare lui che arrivava dalla Serie B? Intanto Cuccureddu era fuori. Chissà perché. 

Bruno Perucca
tratto da: La Stampa 8 ottobre 1979


Dopo la caduta

RIVERA A pensarci bene, Rivera è sovente un protagonista perché sono in tanti a strappargli le parole di bocca, anche quando lui vorrebbe tacere. Durante la scorsa settimana, Rivera ha vissuto la sua prima esperienza di dirigente: dopo l'eliminazione del Milan dalla Coppa, un centinaio di tifosi lo ha contestato unitamente a Colombo, costringendolo ad abbandonare San Siro al pari di un arbitro sgradito, cioè da una porta secondaria. L'accusa è conosciuta: non aver insistito per acquistare Rossi a cinque miliardi e, per giunta, non aver provveduto a rinforzare la squadra (con chi, il tifoso che urla, non lo dice). Poi Rivera riporta il discorso sul piano tecnico, quello che più gli è congeniale, ed afferma esplicitamente che Novellino e Antonelli, con la guerra che si fanno, sono la rovina della squadra. Per farsi capire bene, Rivera precisa: 
"Non si passano nemmeno la palla." 
Quindi convoca in società i due ragazzotti e spiega loro, in termini calcistici, quali accuse, sul piano anche umano, intende sostenere. Infine, il Milan vince come si sa contro la Juve e Rivera, in serata, alla TV, chiarisce che certe colpe debbono farsi risalire anche a taluni giornalisti che ascoltano una cosa e poi ne scrivono un'altra. Il lunedì, sono proprio gli incolpati che scrivono i più bei elogi del neo dirigente milanista. Giusto che poi Rivera commenti: 
«Che faccia tosta, guarda in che mani siamo…». 
La morale è sempre la stessa: se una società spende si dice che butta i soldi dalla finestra; se sta attenta al bilancio e intende procedere giudiziosamente, magari attingendo dal vivaio, i tifosi vengono organizzati per protestare; se si modificano i prezzi dei biglietti per adeguarli al costo dello spettacolo (certamente venduto sottocosto) in tanti si scoprono moralisti. Che il male del Milan fosse soltanto tecnico (e fisico) lo si è sempre detto, così come è difficile che la squadra possa mantenersi su livelli elevati senza un apporto larghissimo dei giovani, a tutt'oggi niente affatto ipotizzabile. Se i Romano, i Carotti, i Minoia, i Galluzzo e via dicendo, maturano in fretta, il Milan può stare tranquillo, in caso contrario tutto dovrà essere rinviato al possibile arrivo degli stranieri perché, a quanto è dato vedere, anche nella prossima estate la produzione del vivaio nazionale non risulterà affatto copiosa, né di qualità. È, tuttavia, scontato che il rendimento del Milan dipenda da Antonelli e da Novellino, per un buon cinquanta per cento: non sono altruisti, si ritengono degli assi, sono terribilmente incostanti, hanno troppo spesso i nervi a fior di pelle (soprattutto Novellino rasenta la squalifica per ogni partita: domenica si è salvato perché Agnolin avrebbe dovuto espellere anche un paio di juventini...). Se poi non si passa la palla, come è dimostrato (prima dell'incontro con la Juve, naturalmente), allora l'intero reparto offensivo del Milan deve abdicare. Va anche detto che la crisi del Milan era in programma: tutte le squadre che vincono lo scudetto scadono nel loro rendimento, per i motivi più disparati. Se si tratta di formazioni di grossi club, il recupero avviene in tempi brevi; in caso contrario, si scompare addirittura dalla scena dello scudetto (Lazio, Fiorentina, Cagliari). 
JUVE E INTER. Ma questa parte del campionato, più che altro, è caratterizzata dalle prestazioni dell'Inter e della Juventus. La coalizione della Juve l'abbiamo illustrata ancor prima che il campionato cominciasse: Bettega potrà segnare gol perché ha classe pura ed ottimo stacco di testa per avversari un po' ingenui, ma anche lui deve seguire i segni del tempo che impongono ai calciatori di iniziare la carriera nell'area avversaria e di finirla nella propria. Non esiste il percorso contrario. Bettega toglie alla squadra la possibilità di mutare velocità al momento di concludere l'azione offensiva, e la Juve dispone di elementi di valore capaci di farlo. Il gioco dei bianconeri serve per schiacciare gli avversari contro il proprio portiere, non serve per aprire le difese da superare, le quali, anzi, hanno a disposizione tutto il tempo che vogliono per ben disporsi. Trapattoni deve tentare con un altro centravanti, con un gioco più svelto a centrocampo, con fasi preparato-rie più diritte; limitarsi a far splovere il pallone nel mucchio, con la speranza che Bettega lo corregga a rete, fa parte di un calcio pretenzioso e assurdo. E adesso, si impone il primo, vero tentativo di esame sull'Inter. Dicemmo, all'inizio della stagione, che la squadra di Bersellini avrebbe imitato il Milan dello scu-detto contando sul fattore sorpresa che era alla base della manovra della squadra, una manovra, a nostro parere, imposta dalla forte personalità di alcuni elementi (Pasinato, Oriali, Marini, Baresi) su compagni dagli accenti individuali meno perentori (Altobelli, Muraro). In tal modo, una delle poche squadre italiane dotate di due autentiche punte naturali, fatte apposta per il contropiede, gioca come se quelle punte ed il contropiede fossero espedienti ai quali ricorrere soltanto in condizioni particolari, giammai sistematicamente. Per onestà critica, va anche aggiunto che, per produrre il contropiede, sono necessari due fattori insostituibili: punte in grado di esibirsi in velocità e pronte a dettare il lancio in profondità sino a quando hanno spazio a disposizione, e centrocampisti in grado di lanciarle, con lunghe e precise battute. E su questo secondo fattore l'Inter non può contare eccessivamente, perché Pasinato e Oriali gradiscono portare di persona in avanti il pallone, non sapendolo trasferire con precisione da una parte all'altra del campo. Ora accade che Pasinato sia spesso un'ala destra e Oriali quasi sempre un'ala sinistra, pronti al cross, ma da fondo campo, la zona dalla quale il cross diviene più efficace, quindi gradito a chi deve correggerlo a rete. In tal modo, Altobelli e Muraro che pure gli avversari debbono rigorosamente controllare sono spesso superati sui fianchi, risultando così meno avanzati dei loro compagni laterali ai quali sovente si aggiungono anche Marini, Beccalossi, Baresi e Canuti. Si tratta di un modo differente per realizzare i famosi scopi di Castagner (molte facce nuove in area avversaria, per sorprendere i difensori) oppure del Liedholm della scorsa stagione (tutti tiratori a rete, in mancanza di tiratori naturali) il contropiedista vuole i lanci in profondità, come prima regola, quindi il cross, quando l'azione si è ormai sviluppata sin quasi sul fondo, mentre nell'Inter, Altobelli e Muraro, per giunta preoccupati di non cadere in fuorigioco, si trovano spesso alle prese con la seconda eventualità. Risultato: dei sette gol sinora segnati dai nerazzurri, uno solo è di Altobelli, uno è venuto da autogol e gli altri sono stati segnati da centrocampisti o da terzini.

IL NAPOLI. Oggi che non esistono quasi più i grandi campioni, le squadre da alta classifica possono anche essere programmate e, sotto questo profilo, l'Inter ha agito con la massima accortezza. Ma quando un modulo si rifà a principi così atipici, si corre il rischio di vedersi capiti anzitempo e, dato che si tratta di un modulo senza dubbio dispendioso, esiste anche il pericolo di non riuscire a mantenere tutti gli uomini sul medesimo piano di rendimento. Nel primo caso, occorre saper cambiare a tempo, nel secondo, interviene l'intuito e la sensibilità dell' allenatore (Bini, ad esempio, che fatica meno di tutti in partita, dovrebbe agire maggiormente in allenamento anche in un ruolo non suo, per acquistare agilità di movimento e pratica di altre zone del campo). All'Inter di adesso, manca una convinta solidità difensiva, perché reti come quelle segnate a Bologna, da Mastropasqua, non cono ammesse (dov'era Bini? Perché Bordon non è uscito?). In sostanza, l'Inter è in testa, ma con molti problemi (che fare di Altobelli o della velocità di Muraro?) ancora da risolvere: domenica prossima, un Napoli beneficato dalla disinvoltura della Roma, può già dire molto. (Un altro vantaggio dell'Inter, simile a quello che ha agevolato il Milan dello scudetto: le avversarie non sono granché).

Gualtiero Zanetti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1979 nr.41




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La seconda rete rossonera realizzata da Antonelli

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II Milan riscatta l'eliminazione dalla Coppa dei Campioni sconfiggendo, dopo dieci anni, la Juventus a San Siro: al 4' l'arbitro Agnolin annulla una rete a Chiodi, ma Dino Zoff viene nuovamente battuto al 6' da Novellino 

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martedì 6 ottobre 2026

6 Ottobre 1985: Juventus - Atalanta

È il 6 ottobre 1985 e Juventus ed Atalanta si sfidano nella quinta giornata del girone di andata del Campionato di Calcio di Serie A 1985-86 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

La Juventus si appresta a vincere il suo ventiduesimo tricolore con una squadra che sta vivendo gli ultimi spicchi di splendore di 'Le Roi' Michel Platini. Allenati da Giovanni Trapattoni (al suo ultimo campionato alla Juve, prima di trasferirsi all'Inter), i bianconeri mettono a distanza la Roma di Sven-Göran Eriksson, vincendo 'in volata' lo Scudetto. I Giallorossi saranno protagonisti tanto di una rimonta inaspettata quanto di una rovinosa caduta nella penultima gara di campionato in casa contro la già retrocesso Lecce.

Dall'altra parte c'è Atalanta che disputa un campionato dignitoso e finisce la propria corsa tricolore a metà classifica.

Buona Visione!

 


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Stagione 1985-1986 - Campionato di Serie A - 5ª andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 6 ottobre 1985 ore 15.00
JUVENTUS-ATALANTA 2-0
MARCATORI: Serena A. 4, Laudrup 69

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Mauro (Pin 77), Manfredonia, Serena A., Platini, Laudrup (Pacione 83)
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ATALANTA: Piotti, Osti, Gentile, Prandelli, Soldà, Perico, Stroemberg, Limido (Valoti 72), Magrin, Donadoni, Cantarutti
Allenatore: Nedo Sonetti

ARBITRO: Bianciardi



Platini riposa? Ci pensano Serena e Laudrup Platini riposa? 
Il francese gioca al piccolo trotto 
Ma il centravanti al 4' con uno dei suoi colpi di testa e il danese al 69' con un'azione personale imbraglieranno un'ostica Atalanta 
Tra gli ospiti emergono il portiere Piotti e Stromberg

TORINO — La testa di Serena e un'invenzione di Laudrup spingono la Juventus in alto. Poco importa se Platini protrae questo singolare periodo di 'cassintegrazione', se Manfredonia e Bonini danno alla loro partita un'interpretazione meno brillante del solito, se lo spettacolo latita nella circostanza o se l'iniziativa concessa all'Atalanta superi, talvolta, il limite di guardia. 

La Juventus del rinnovamento va avanti come una formica, senza distrazioni, con l'aria di chi pensa più all'arrosto che al fumo. I numeri, che nel calcio sono in fondo ciò che conta, danno perfettamente ragione a Trapattoni, il quale da ieri sera guarda i concorrenti diretti da una posizione ancor più privilegiata. L'Atalanta, che spende nell'arco di novanta minuti un'illimitata quantità di energie per raccogliere soltanto due proiezioni offensive di Donadoni e di Stromberg (in entrambe le occasioni, 1' e 50', Tacconi è davvero bravo ad opporsi), è subito gelata dallo stacco tempestivo di Serena.

Sono appena trascorsi quattro minuti. Quanto basta per verificare l'esattezza di certe previsioni della vigilia. Sonetti, evidentemente, ha dato istruzioni precise. Per togliere l'iniziativa alla Juventus nei punti dove lo schema è concepito, aggredisce con soffocanti raddoppi di marcatura i centrocampisti avversari. 

Insomma, l'ammucchiata prevista sembra il tema dominante del pomeriggio. Ed è facile intuire una gara di sofferenze o almeno di disagi per i bianconeri. Ma ecco al 4' uscire dal cilindro della Juventus il giochetto elementare ma efficace, conosciuto ma puntualmente efficiente. 

Cabrini rimette al centro un traversone teso, Scirea fa velo più o meno volontariamente, poi sbuca la testina di Serena e Piotti è battuto. Tutto lascia supporre che tale disgelo induca l'Atalanta ad orientare altrimenti il metodo operativo. Invece Sonetti non cambia musica, ed ogni suo uomo si mette praticamente alle costole dei bianconeri, i quali non possono usufruire, come vorrebbero, di ipotetici spazi. Serena si muove molto e con molta diligenza; Laudrup vive momenti difficili per la determinazione, ai limiti del lecito, di Osti; Platini si occupa di portare in giro il bravo Prandelli e di cucire con umiltà il gioco. Mauro è costretto spesso a convergere e in un palo di circostanze costringe Piotti a respingere un suo destraccio (15') ed a tremare per una conclusione a lato del 21'. 

Per trovare un tentativo in porta bisogna successivamente attendere il 41' quando Cabrini di testa (lo schema tradizionale è ripetuto con la variante dell'esecutore) costringe Piotti ad aprire le ... ali. La partita, ingarbugliata come una matassa ingarbugliata, non è facile per la Juventus. 

L'Atalanta corre come se avesse due anime, colma ogni settore del campo e non concede respiro. Donadoni e Stromberg, atleta gagliardo e generoso, tentano anche sortite offensive. Ed è proprio dello svedese (50') l'affondo conclusosi con bell'intervento di Tacconi. In simili condizioni è difficile costruire gioco per Manfredonia e Bonini, ai quali è riservato anche l'onere di assistere gli attenti Favero, Sclrea e Brio. È arduo per Serena e Laudrup vedere lo specchio della porta, anche se la pressione bianconera porta il centravanti a caricare il sinistro al 58', con palla finita a lato di un nulla. È arduo anche perché Gentile e Osti non si concedono distrazioni, nonostante la giornata no dell'emozionato Soldà. 

Platini forse avverte il momento difficile e si porta due volte al tiro: al 65' con ottimo stop di petto e gran destro su punizione respinto al 73' da Piotti. Dal 70' in poi la Juventus concede forse troppa iniziativa all'avversario, un po' di lentezza nel disimpegno, che non è agevole, si intende, troppi i passaggi sbagliati. Cabrini prova a spingere la squadra in avanti, ma i nerazzurri paiono triplicarsi, spinti da una vitalità straordinaria. Ma nulla più di una vitalità. Premono perfino, ma non trovano spiragli. C'è chi pensa, però, che può scapparci una fortuita giocata che metta in ginocchio Tacconi. 

Ma in agguato c'è Laudrup, un danese tanto elegante quanto efficace. Riesce al 69' a superare Soldà e Osti con una stupenda progressione in slalom ed a lasciare di sasso Piotti con un destro forte e ben calibrato sul primo palo. Una prodezza che vale 7 in pagella. Lo stadio ha un sussulto, un premio all'esecuzione più spettacolare della partita. La Juventus vince con merito, è solida, «corta», non perde mai la testa ,non ha concesso contropiede. 

Sonetti dice che gli sta bene il 2-0. E tutti vissero felici e contenti.

Angelo Caroli
tratto da: La Stampa 7 ottobre 1985






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lunedì 5 ottobre 2026

5 Ottobre 2014: Juventus - Roma

È il 5 ottobre 2014 e Juventus e Roma si sfidano nella sesta giornata del campionato di calcio di Serie A 2014-15 allo 'Juventus Stadium' di Torino.

La Juve è guidata dalla panchina da Massimiliano Allegri (che è subentrato al dimissionario Antonio Conte a luglio)  mentre la Roma è allenata dal francese Rudi Garcia. I Bianconeri piemontesi, dopo aver conquistato i precedenti tre campionati sotto la guida di Antonio Conte, si apprestano a farlo anche con il tecnico livornese. La Roma contende a distanza lo scudetto alla Juventus e conclude la corsa tricolore in seconda posizione.

Buona Visione!

 


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Stagione 2014-2015 - Campionato di Serie A - 6 andata
Torino - Juventus Stadium
Domenica 5 ottobre 2014 ore 18.00
JUVENTUS-ROMA 3-2
MARCATORI : Tevez rigore 27, Totti rigore 32, Iturbe 44, Tevez rigore 45+3, Bonucci 86

JUVENTUS : Buffon, Cáceres (Ogbonna 46), Bonucci, Chiellini, Lichtsteiner, Marchisio C., Pirlo (Vidal 79), Pogba, Asamoah, Tevez, Llorente (Morata 59)
Allenatore: Massimiliano Allegri

ROMA : Skorupski, Maicon, Manolas, Yanga-Mbiwa, Holebas, Pjanic (Paredes 84), Keita S., Nainggolan, Iturbe (Florenzi 66), Totti (Destro 74), Gervinho
Allenatore: Rudi Garcia

ARBITRO: Rocchi
ESPULSIONI : Morata 89 (Juventus); Manolas 89 (Roma)
NOTE - Al 28° è stato espulso l'allenatore della Roma Garcia





Un gol del difensore a 5' dalla fine decide la sfida scudetto. In precedenza a segno Tevez, con una doppietta dal dischetto, Totti, sempre su rigore, e Iturbe. I giallorossi recriminano per un paio di episodi sfavorevoli. Espulsi Manolas e Morata, che ha colpito una traversa.

TORINO – La Juve fa valere la legge del più forte e con un eurogol di Bonucci a 5’ dalla fine si rimette dietro la Roma restando da sola in vetta alla classifica a punteggio pieno. Lo Juventus Stadium rimane tabù per la formazione capitolina che per la quinta volta consecutiva torna, così, a casa a mani vuote. Ma stavolta ha di che recriminare visto che è stata punita da alcuni episodi sfavorevoli.

ROMA PUNITA DAGLI EPISODI – Cominciamo proprio dai momenti chiave per capire dove si è decisa una gara ricca di emozioni: al 26’ la Roma ha subito un rigore contro per un fallo di mano di Maicon che Rocchi (giustamente) aveva visto fuori area ma che il giudice di porta gli ha fatto portare dentro. Questione di centimetri, per carità, ma l’episodio ha finito per scatenare un nervosismo a catena che si è protratto fino alla fine. Quindi, all’85’, l’arbitro non è stato supportato a dovere dall’altro giudice di porta e dal guardalinee che non hanno rilevato la netta posizione di fuorigioco di Vidal che ha coperto la visuale a Skorupski in occasione del 3-2.

PREMIATO IL CORAGGIO DELLA JUVE – È stato premiato il maggior coraggio della Juve negli ultimi 20’. La squadra di Garcia ha preferito agire solo di rimessa e, dai e dai, dopo aver già rischiato poco prima su una traversa colpita da Morata, ha incassato il colpo del ko. Non è stata la solita Roma, ma gran parte del merito va dato ai bianconeri che hanno interpretato la gara con personalità, guidati dal ritrovato faro Pirlo e sorretti dal sempre più determinante Tevez, ancora a segno, con una doppietta, seppur dal dischetto.

ALLEGRI RILANCIA PIRLO – Recuperato Cáceres, Allegri ha sorpreso tutti facendo esordire Pirlo, assente da oltre un mese, al posto di Vidal. A sinistra, invece, ha rilanciato Asamoah, preferendolo ad Evra. Garcia ha replicato con una Roma tutta a trazione anteriore. A pagare le fatiche di Manchester sono stati Cole e Florenzi che hanno lasciato spazio dal 1’ a Holebas e Iturbe. In porta, poi, stante la perdurante indisponibilità di De Sanctis, ha dato nuovamente fiducia a Skorupski.




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domenica 4 ottobre 2026

4 Ottobre 1981: Milan - Juventus

É il 4 Ottobre 1981 e Milan e Juventus si sfidano nella quarta giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio 'San Siro - Giuseppe Meazza' di Milano.

A fine campionato la Juventus conqusiterá la sua Seconda Stella da appuntare sul petto. Dopo un lunghissimo testa a testa con la Fiorentina allenata da Giancarlo DeSisti, la spunta all'ultima giornata grazie ad una vittoria esterna a Catanzaro con un rigore del partente Liam Brady. 

Dall'altra parte c'é il Milan allenato prima da Gigi Radice, poi da Italo Galbiati che non riesce a salvarsi da una clamorosa retrocessione sul campo.

Buona Visione!



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Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 4 andata
Milano - Stadio Giuseppe Meazza
Domenica 4 ottobre 1981 ore 15.00
MILAN-JUVENTUS 0-1
MARCATORI: Virdis 66


MILAN: Piotti, Tassotti, Maldera, Battistini S., Collovati (Antonelli 68), Baresi F., Buriani, Novellino, Jordan, Moro (Cuoghi 46), Romano
Allenatore: Luigi Radice


JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, Furino (Prandelli 55), Brio, Scirea, Marocchino (Bonini 52), Tardelli, Bettega, Brady, Virdis
Allenatore: Giovanni Trapattoni


ARBITRO: D'Elia




 
Ma quanti sono i Pietro Paolo?

Normale partitella infrasettimanale, ovvero salutare galoppo di allenamento per distendere i muscoli contratti dallo sforzo contro il Celtic, respirare un poco di salubre aria milanese, seconda soltanto, come inquinamento, à quella di Glasgow, e prepararsi sènza troppo impegno al derby imminente. Uomo del giorno, prevedibile, Pietro Paolo Virdis, ovvero «Dall'ago al milione», ovvero «Dalla polvere all'altare», ovvero «Da pecoraio a bombardiere».  
Diceva Napoleone che ogni soldato aveva il bastone da maresciallo nello zaino. Virdis dimostra di avere, nel povero tascapane del guardiano di mandrie, quale lo si credeva due anni addietro, le cartucce al fulmicotone. La sua vera storia è questa. 
La madre di Virdis ha avuto due gemelli: Pietro e Paolo. Precisi identici, solo che uno, con gli anni, si rivelò una schiappa e servì a bidonare la Juve. La seconda volta è arrivato invece il gemello giusto quello che sa giocare. Nel frattempo, con qualche pasticcio all'anagrafe, tutti e due sono diventati Pietro e Paolo. Adesso la Juve deve solo stare attenta, per esempio marchiando a fuoco con la figura di una zebra e la firma di Boniperti la natica sinistra del Pietro Paolo che le serve, in modo da evitare che, questi, quando andrà in licenza in Sardegna, non venga poi sostituito con quell'altro. Adesso dobbiamo aggiungere che fino a ieri, nonostante la prova ciclopica con il Celtic, non eravamo tanto convinti che la classifica del campionato fosse veritiera, dato che i bianconeri avevano avuto un trio di incontri facilotti: Cesena, Avellino, Como. Ora non più: legnare il Milan (che non aveva mai subito un gol) in casa sua e con quel chiaro predominio, è cosa che fa aprire il cuore Mettiamoci nel numero anche «quelli là», i cugini color vino barbera Siamo curiosi di vedere che cosa faranno.. Chiudersi in area? Ohibò. Attaccare a perdifiato? Arci-ohibò. Juventini, fratelli, popolo mio: la squadra che vince sempre non c'è mai stata, però però... la nostra ci va. vicino. , 





Le pagelle: il confronto tra lo scozzese e Brio vinto dal bianconero 
Jordan, grande assente in campo 

Milan 
PIOTTI — Sempre attento, ingannato dai difensori sul gol di Virdis. 
TASSOTTI — Prima Bettega poi Marocchino, quindi a spingere la squadra in avanti; grande impegno, ma sa fare ancora meglio. 
MALDERA — E' tornato in forma. Un po' a disagio quando Radice l'ha spostato più avanti, ma magnifico per temperamento e grinta. 
BATTISTINI — Si è divertito di più a centrocampo, ma è stato valido anche come marcatore di Bettega. Una sicurezza. 
COLLOVATI — Meno brillante del solito, ma Virdis con i suoi passettini è difficile da domare. 
F. BARESI — Una gara generosa, utili proiezioni offensive, deciso in difesa. 
BURIANI — Sempre prezioso, a lungo ha costretto Cabrini ad arginare le sue avanzate. 
NOVELLINO — Grande combattività e palleggi pregevoli malgrado la marcatura di Gentile. Sa anche essere calmo, e cosi si fa apprezzare di più. 
JORDAN — Se non sta bene, come dice, è giustificato, ma ha trovato spazio (il poco che Brio gli ha lasciato) solo per pochi colpi di testa. 
MORO — Buona tecnica, ma passo lento, sostituito dopo 45 minuti. 
CUOGHI — Combattivo, tenace, pronto al tiro. Piace a Radice, e non a torto. 
ROMANO — Una delle sicurezze del Milan, gran ritmo e piedi buoni. 
ANTONELLI — Finalmente l'esordio nel Milan '81-82, ma solo negli ultimi venti minuti. Poco per «entrare» nella partita. 

Juventus 
ZOFF — Poco impegnato, ma sempre sicuro (ancora più difficile, con alle spalle un pubblico così turbolento). 
GENTILE — Un po' appannato, si è salvato con la grinta (ammonito) nell'acre duello con Novellino. 
CABRINI — Valida spinta, ma troppo spazio concesso a Buriani nel primo tempo. 
FURINO — E' rimasto in zona (anche per «coprire» Scirea) rendendosi utile, ma senza spiccare come nelle ultime gare. 
BRIO — Se Jordan ha deluso, gran parte del merito è delio stopper, che ha vinto il maggior numero dei duelli. 
SCIREA — Ha riacquistato brillantezza ed autorità, lo ha dimostrato con efficaci inserimenti in avanti. 
MAROCCHINO — Magnifico per slancio, coraggio, intraprendenza; il migliore dei bianconeri nel primo tempo. 
TARDELLI — In netto crescendo di condizione, la squadra ne ha tratto beneficio. 
BETTEGA — Encomiabile come pivot, difendendo palloni e facendo da spalla ai compagni con grande lucidità; 
BRADY — Prima più arretrato, poi in avanti dopo l'ingresso di Bonini al posto di Marocchino. Sempre in palla, e nel finale anche grintoso secondo necessità. 
VIRDIS — Momenti di pausa, ma sempre puntuale al momento delle conclusioni. Suo il gol, merito suo i ' pericoli per Piotti. 
BONINI — Prezioso per combattività e senso tattico, è andato tre volte a cercare il gol con decisione. 
PRANDELLI — Lineare ed efficace come sempre, malgrado la lunga assenza dal clima delle partite. 

ARBITRO D'ELIA — E' bravo, ma rovina tutto con la troppa teatralità. 

brani tratti da: La Stampa 5 ottobre 1981





IN COPERTINA
Per la fantastica Juventus una settimana trionfale. Dal Celtic al Milan, dalla Coppa al campionato, due fondamentali vittorie siglate dal ragazzo sardo che sta prendendosi tutte le rivincite. E adesso sul quadrante bianconero è scattata l'operazione...
Onda Virdis

DAL CELTIC al Milan, dalla grande Coppa al campionato, è scattata in casa bianconera l'operazione « Onda Virdis ». E' il ragazzo sardo a siglare la trionfale doppietta. Un suo fantastico gol accende il mercoledi sera gli entusiasmi di uno stadio impazzito e trascina Madama alla rimonta sugli scozzesi, chiusi a salvaguardia del vantaggio di Glasgow. E la domenica, in una cornice da fiaba, nell'arena di San Siro stipata e rutilante, è ancora Pietro Paolo a spezzare l'equilibrio di una partita certo meno bella, ma ugualmente intensa, tatticamente giocata al meglio dai due amici-rivali, Radice e Trapattoni, e che proprio Virdis strappa dalla mortificante conclusione dello zero a zero, con una zampata morbida e mortifera. Non è soltanto il calcio a un pallone che "Schizzo" Tardelli ha rimesso in gioco con una sensazionale prodezza atletica: è il calcio a un passato ancora vicino, fatto di umiliazioni e di ripudi, di una vendetta covata in silenzio e perfezionata con pazienza.

BONIPERTI. Boniperti non l'ha visto, a quell'ora per antica consuetudine il Giampiero è già da un pezzo fuori dello stadio, a soffrire con l'autoradio. Eppure la rivincita di Virdis è anche la sua. Andò in Sardegna, ricordate?, a convincere il ragazzo, riluttante ad abbandonare la sua isola, fosse pure per la dorata destinazione Juventus. Spese sino all'ultimo spicciolo la sua accattivante diplomazia, si piegò come per nessun altro giocatore ha mai fatto, lui presidente di un club che tutti pongono in cima ai propri sogni proibiti, il punto d'arrivo ideale di ogni carriera. E figurarsi sorrisetti ironici, dopo. Valeva proprio la pena, i soldi e il resto. Virdis trascinava per l'ostile Torino il fantasma del giocatore che aveva infiammato Cagliari, facendo balenare il mito rinnovato di Gigi Riva. Virdis sbagliava le cose più elementari, in un'orgia di fischi e di imprecazioni. Bell'affare, la Juve. Due miliardi spesi così gridavano proprio vendetta. Persino Gianni Agnelli canzonava garbatamente il presidente Giampiero, una volta gli disse in tribuna: 
"Quel gol che ha sbagliato oggi Virdis, l'avrei segnato anch'io", 
arrotando nobilmente le erre. Virdis passava da una disgrazia all'altra. Il ritorno a Cagliari, più che come un'improbabile operazione-recupero, fu visto come una restituzione al mittente. Vuoto a perdere.

LA MAGIA. E invece la magia dell'isola compì il miracolo. Sotto le
cure pazienti di Tiddia, che lo dosava in parsimoniose staffette per graduarne il recupero, Virdis ritrovò la propria dimensione tecnica. Quella psicologica non l'aveva perduta mai. Duro, orgoglioso, ha sempre rifiutato la condanna, né se n'è fatto un complesso. Gli restava dentro l'ansia di far rimangiare certi verdetti impietosi, certe stroncature brucianti. Per questo il nuovo viaggio verso Torino, che altri avrebbero scongiurato in mille maniere, lo trovò entusiasta e sicuro. Andava a prendersi le sue rivincite, con calma, senza fretta, ma inesorabilmente. Com'è nel costume della sua gente. Partiva con il ruolo di riserva, Trapattoni si era già bruciato una volta e intendeva andare sul sicuro. Aveva davanti a sé Fanna, nel presente; Fanna e Rossi, nel prossimo futuro. Fanna aveva impiegato tempo e sudore a rimuovere l'ostacolo Causio; il posto appena conquistato non l'avrebbe ceduto facilmente. Ma Virdis non era più il ragazzo buttato incautamente nelle fauci della città matrigna. Era un uomo maturo che aveva fatto l'esame di coscienza, che aveva chiesto la rivincita sicuro di non fallire. Spiega: 
«Non do agli altri, per quanto accaduto quattro anni fa. Principalmente avevo sbagliato io. Adesso sono un uomo sereno, consapevole. Coi compagni non nego di aver avuto, in passato, delle incomprensioni. Ma ho dimenticato tutto, adesso il dialogo è facile, problemi non ci sono e non ce ne saranno ».

COPPITALIA. La Coppitalia è stata il suo trampolino di lancio. Trapattoni è un allenatore moderno e flessibile. Sa mutare le proprie convinzioni, non si chiude gli occhi davanti all'evidenza e ha l'onestà di non nutrire preconcetti. Questo nuovo Virdis dava alla Juve qualcosa di più del pur ammirevole Fanna. Più concretezza, soprattutto, più inesorabilità in zona-gol. E poi Pietro-Paolo aveva trovato l'ideale sintonia con Bettega, che è sempre il deus ex machina delle situazioni bianconere, non nel senso del padrino, per carità, ma proprio sotto il profilo tecnico. Bettega può incantare tutti, come quando realizza lo stupendo gol al Celtic, oppure apparire ai superficiali lento e appannato. In ogni caso determina il gioco e detta la manovra, col suo sublime senso tattico. Bettega e Virdis chiudevano mirabilmente la diagonale d'attacco, sulle iniziative irresistibili di Marocchino, il cavallo pazzo delle fasce laterali. Così Virdis si è guadagnato la promozione sul campo e l'ha onorata, in campionato, con due gol vincenti, ad Avellino e a Milano. Le due conquiste esterne della Signora sono nate sui suoi gol e in mezzo c'è stato l'acuto contro il Celtic, quella miracolosa progressione in slalom, degna di un attaccante di razza, potente e guidato dalla giusta intuizione.

RADICE. L'ultima vittima di Pietro Paolo Virdis è stato Radice e la cosa ha un risvolto sentimentale. Radice, nel suo anno di Cagliari, fu conquistato da quel ragazzotto nerissimo di capelli, dallo sguardo fiero e dal gioco nobile. Lo lanciò in pianta stabile, cercò poi in tutti i modi di portarselo dietro al Torino, che pure aveva allora Pulici e Graziani in pieno splendore. Per dire della fiducia. Ricorda, Gigi: 
«Virdis aveva allora diciassette anni, ma già portava impresse le stimmate del super. Forte con entrambi i piedi, eccellente nel gioco di testa e moralmente convinto di sé, capace di prendere rischi e iniziative. Non poteva sbagliare. Anche quando ha avuto quei momenti neri, quando pareva perduto per il grande calcio, non ho mai dubitato che sarebbe riuscito a riemergere». 
Virdis ammette: 
«Radice è uno dei pochi che ha sempre parlato bene di me. Per questo, e per l'importanza che ebbe sui miei inizi di carriera, gli debbo molto». 
Proprio Radice gli è toccato giustiziare, nell'arena di San Siro. Ma questo è il calcio, ci mancherebbe. 

ROSSI. Ora non è il caso di amareggiare il momento magico di Virdis, ricordandogli brutalmente che, in fondo, egli sta scaldando il posto che sarà di Paolo Rossi, ai primi di maggio (salvo condoni). Oltreché di cattivo gusto, il rilievo sarebbe probabilmente inesatto. Diciamo, per cominciare, che proprio un Virdis di questa dimensione è uno stimolo continuo per Pablito a non addormentarsi sulle glorie passate. Ma poi, Virdis è in perenne evoluzione tecnica, mica fa solo i gol, triangola, prepara i varchi, scambia perfettamente di prima intenzione, è insomma un giocatore completo destinato a migliorare ancora. Che proprio lui debba essere immolato al ritorno del figliol prodigo non è affatto scontato. Non vuol sentire parlare del passato, perché tormentarlo col futuro? Lasciamogli godere il presente, se c'è uno che ne ha diritto è proprio lui, questo Virdis risuscitato contro tutto e contro tutti, questo Virdis che ha vinto le sue battaglie con silenziosa pazienza, questo Virdis che guida la galoppata della Vecchia Signora con gol puntuali e travolgenti. L'onda Virdis, appunto.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1981 nr.41






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Il Milan cerca invano di mettere in difficoltà la Juve adottando un ritmo molto sostenuto e chiedendo ai propri giovani un elevato impegno agonistico. Neppure il rientro di Jordan risolve i suoi problemi offensivi (in quattro partite ha segnato soltanto un gol e su autorete!) perché lo scozzese resta isolato in avanti e sui palloni alti subisce la statura e la decisione di Brio. La Juventus si limita ad amministrare il gioco con molta autorità e nella ripresa centra l' « en plein » con Virdis, che sfrutta una prodezza atletica di Tardelli, in chiara ripresa. Lo stadio di San Siro, ricolmo e vibrante di tifo, saluta così la quarta consecutiva vittoria dei bianconeri


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