venerdì 31 luglio 2026

6 Marzo 1991: Liegi - Juventus

É il 6 Marzo 1991 e Liegi (Belgio) Juventus  si sfidano nella gara di andata dei Quarti di Finale della Coppa delle Coppe 1990-91 allo Stadio 'Gilles Magnée' di Liegi.

La Juventus tenta di riapproparsi dello scettro di squadra 'piú forte della penisola' con una nuova dirigenza tecnica affidata ad un allenatore del famigerato 'calcio champagne' Luigi Maifredi. Dopo un inizio di campionato incoraggiante i bianconeri naufragano tra caterve di gol presi ed addirittura a fine campionato si trovano fuori dalle Coppe Europee dopo 27anni.

In Europa la Vecchia Signora si fa valere almeno fino alle semifinali della Coppa delle Coppe. Li infatti trova i blaugrana del Barcellona e si deve arrendere non senza combattere peró.

Buona Visione!

 

liege


 

Stagione 1990-1991 - Coppa delle Coppe - Quarti, andata
Liegi - Stadio Gilles Magnée
Mercoledì 6 marzo 1991 ore 20:30
LIEGI-JUVENTUS 1-3
MARCATORI: Wegria autorete 32, Baggio R. 43, Julio Cesar 48, Houben 82

LIEGI: Munaron, Wegria, Waseige, Houben, De Sart, Machiels (Giusto 46), Boffin (Foguenne 62), Quain, Krncevic, Ernes, Malbasa
Allenatore: Robert Waseige

JUVENTUS: Tacconi, Luppi, Julio Cesar, Corini, De Marchi (Napoli N. 46), De Agostini, Haessler, Marocchi (Alessio 69), Casiraghi, Baggio R., Fortunato D.
Allenatore: Luigi Maifredi

ARBITRO: Schmidhuber (Germania Ovest)





LA LEGGE DEL LIEGI
Per la stampa belga è la delusione stagionale. Perduto il treno dello scudetto, può rifarsi solo in Coppa. 
"Ogni anno facciamo una vittima illustre", osserva il difensore Giusto. "Potrebbe toccare alla Juve".

La conclusione del girone di andata di un campionato da invariabilmente luogo ad un primo bilancio. In dicembre, qua si tutti i quotidiani e i periodici sportivi belgi hanno condotto la loro inchiesta sull'argomento. Una delle domande ricorrenti in questi servizi riguarda la squadra più deludente. E interessante constatare che, a parte il nome del St. Trond, il più menzionato è quello del Royal Football Club Liegi. Quasi tutti gli osservatori si attendevano molto di più dai detentori della Coppa nazionale. 

Si parlava di un probabile inserimento nella lotta per un posto in Europa, ma, a metà del cammino, bisogna riconoscere che gli uomini di Robert Waseige sono ben lontani dall'obiettivo. Le ambizioni del "Great Old" (il Grande Vecchio, così chiamato per l'antichità del club, che l'anno prossimo festeggerà il secolo di vita) sono svanite: rimane solo la Coppa, nella quale i rossoblù dovranno vedersela con il Lokeren a livello di quarti di finale. E poi c'e la Coppa delle Coppe, naturalmente: ma, a parte qualche sognatore, nessuno crede a un exploit contro la Juventus. Come spiegare la stagione grigia della squadra? Il primo fat-tore è la campagna acquisti-vendite dell'estate scorsa. I dirigenti del Liegi non hanno mai potuto contare su mezzi finanziari particolarmente robusti. Obbligati a fare di necessità virtù, hanno sempre condotto scelte oculate, badando al sodo e senza la pretesa di condurre operazioni spettacolari. L'estate scorsa, si sono registrati solo due movimenti: la partenza di Houart e l'arrivo di Edi Krncevic dal Mulhouse. In teoria, il bomber australiano, con il suo formidabile gioco di testa, doveva essere l'anello mancante di un complesso che lamentava la scarsa capacità di tradurre in gol la mole di gioco svolta. Assistito da due ali pure quali Luc Ernés e Nebosja Malbasa, l'ex punta dell'Anderlecht sembrava nelle condizioni migliori per segnare a raffica. Le cose sono andate in modo ben diverso: in tutto il girone di andata, Krncevic non aveva realizzato nemmeno un gol in campionato, e solo due erano state le reti in Coppa. Il longilineo attaccante sembra un altro giocatore, rispetto a quello irresistibile di due anni or sono. Colpa del soggiorno in Alsazia? Dei soldi «facili» guadagnati con il Mulhouse? Difficile rispondere. In ogni caso, ad appena 30 anni, non lo si può considerare un giocatore finito. E poi bisogna ammettere che il Liegi ha fatto ben poco per facilitare l'ambientamento del suo nuovo giocatore. Edi ha do vuto vivere in albergo per quattro mesi, in attesa che il club gli trovasse un alloggio adeguato; e, anche se non l'ha mai detto apertamente, non ha gradito affatto. Ora la situazione si è risolta e l'australiano ha riacquistato il buon umore e sogna il riscatto proprio nel doppio match di marzo con la Juventus. Ma c'è chi teme che sia troppo tardi per correggere il tiro di una stagione storta. Perché una punta faccia gol, infatti, occorre un organizzatore del gioco che il Liegi non possiede. La società aveva sperato che il ruolo potesse essere ricoperto dal jugoslavo Cvijan Milosevic, prelevato l'anno scorso dallo Sloboda Tulsa. Ma le aspettative del tecnico Waseige sono andate deluse, proprio come era accaduto la stagione precedente nei riguardi dell'olandese Angelo Nijskens. E cosi, visto che l'ex speranza Jean-Marie Houben segna il passo e Didier Quain ama giostrare in posizione arretrata, il Liegi si trova a giocare senza un vero punto di riferimento. I risultati sono eloquenti: i rossoblù non hanno vinto una sola partita esterna e hanno parzialmente smentito la fama di squadra irresistibile in casa; inoltre, la difesa non è più impenetrabile come una volta. Sono significativi anche i risultati mode-sti contro squadre di livello medio-basso: sconfitte con Courtrai (2-0), Gand (1-0) e Waregem (1-0), pareggi con St. Trond (1-1), Cercle Bruges (1-1) e Ekeren (2-2). Il Liegi sembra risvegliarsi solo nelle grandi occasioni: vedi il 2-2 esterno con lo Standard e il clamoroso 4-2 interno con l'Anderlecht.

Come si spiega tanta discontinuità? Alcuni chiamano in causa l'immutabilità della rosa. Gente come De Sart, Giusto, Habrant, Wégria, Quain, Boffin, Ernes, Varga e Malbasa rispondeva all'appello anche due anni or sono, mentre Robert Waseige guida i rossoblù da ben otto anni (un record). A lui si deve l'inserimento del Great Old fra le grandi, con diverse stagioni in Europa e la prima Coppa nazionale nella storia del club. Ora che la situazione è meno brillante, c'è chi parla di stanchezza all'interno del gruppo: dopo tanti anni insieme, certe motivazioni si sono forse affievolite, anche se Waseige non vuol sentir parlare di usura del proprio ascendente. Preferisce osservare che qualche giocatore non ha più la maglietta inzuppata di sudore al termine delle partite. Un males psicologico, dunque, un eccesso di confidenza che non dovrebbe ripetersi nelle due partite con la Juventus.

Chi sono, in definitiva, gli avversari di Baggio e compagni? In porta c'è l'eterno Jacques Munaron (34 anni), giocatore di grande esperienza internazionale. Faceva parte dell'Anderlecht che climinó la Juventus dalla Coppacampioni 1981-82 e ha... giustificato il prezzo del suo cartellino con una grande partita contro il Rapid Vienna (un rigore decisivo parato) l'anno scorso. Davanti a lui, Waseige dovrebbe schierare una difesa composta da cinque uomini. Bernard Wégria é titolare indiscusso nel ruolo di laterale destro. Tecnicamente e tatticamente attrezzato, non esita a proiettarsi in avanti ogni volta che ne ha l'occasione. Per le posizioni di marcatori centrali si candidano Moreno Giusto e Bernard Habrant: un mastino il primo, che sembra essere l'interlocutore naturale di Schillaci, più tecnico e portato ad alternare il controllo dell'avversario con l'impostazione, il secondo. A fronte di un duello senza esclusione di colpi (Giusto-Schillaci), se ne annuncia uno più tattico fra Baggio e Habrant. Quest'ultimo è il secondo stopper e si distingue per la visione del gioco. Dietro i due centrali agisce Jean-François De Sart, uomo d'ordine difensivo: contrasta e rilancia con grande eleganza, esibendo talvolta una potenza di tiro considerevole. Sulla fascia sinistra, Waseige deve scegliere tra Vincent Machiels e Danny Boffin, a seconda dell'impostazione più o meno offensiva che intende dare alla squadra. A centrocampo, Frédéric Waseige (il figlio del tecnico) e Didier Quain occupano generalmente una posizione arretrata: a loro toccherà il compito di reggere l'urto della manovra juventina. In regia, come si è detto, manca un vero direttore delle operazioni: ci provano Houben oppure Milošević. Sul fronte d'attacco, la scelta è fra tre uomini: Luc Ernés, che preferisce la fascia destra; Edi Krncevic, centravanti puro; e Nebosja Malbasa, ala sinistra o punta più avanzata. A Torino, con ogni probabilità, solo uno dei tre sarà lanciato nella mischia. E chiaro che, individualmente e collettivamente, i rossoblù appaiono di molto inferiori alla Juventus. I giocatori, però, sono fiduciosi. Giusto ama ricordare che due anni fa, prima di inchinarsi alla stessa Juve, il Liegi aveva eliminato il Benefica.

"Ogni anno facciamo una vittima illustre», osserva il piú italiano della squadra. Questa volta potrebbe toccare alla Juventus."




WASEIGE, MAI ESONERATO IN 18 ANNI
RECORD DEL FONDO

E veramente difficile trovare una persona più legata a Liegi di Robert Waseige. L'allenatore dei rossoblù è in effetti nato nella Città ardente il 26 agosto 1939 ed è li che è sbocciato. Vero ragazzo di Rocourt (dove abita tuttora, a meno di un chilometro dallo stadio dello F. C. Liegi) fu del tutto ovvio che si affiliasse al club locale. Firmò dunque la sua tessera di socio nel 1948 per poi salire, uno ad uno, gli scalini che portavano alla prima squadra. Terzino destro naturale, Waseige dovette fronteggiare la concorrenza spietata di Yves Baré, il miglior difensore destro del Belgio de gli anni Sessanta dopo Georges Heyelens, titolare dell'Anderlecht. Sbarrato quasi sempre da... Baré, Waseige si decise a tentare la sorte a Bruxelles: nel Racing White (attualmente diventato RWDM dopo la fusione con il Daring), dove ha giocato dal 1962 al 1971. L'anno successivo Waseige fece il suo debutto nella corporazione degli allenatori. A Winterslag, nel Limburgo belga, in quattro anni, spinse un modesto club dalla terza alla prima divisione. Approdato di colpo alla notorietà, ecco che nel 1976 lo Standard andò a bussare alla sua porta. Pur con mezzi limitati, Waseige riuscì sempre a restare tra i grandi ma senza ottenere successi di grande prestigio. Dopo tre anni eccolo di ritorno a Winterslag dove rimane fino al 1981, quando va a giocarsi la sua carta a Lokeren, dove si ferma fino al 1983 cogliendo un bel quarto posto nel 1982. Per la prima volta nella sua carriera dispone di una rosa di qualità con il danese Preben Larsen Elkjaer, l'islandese Arnor Gudjohnsen e i due polacchi Lato e Lubanski come stelle. Nel 1983 Waseige completa il cerchio ritornando alla squadra del suo esordio, ma questa volta come allenatore. Oggi, otto anni dopo, quell'uomo presiede ancora ai destini dei rossoblù e, in un momento in cui il carosello degli allenatori gira a tutto vapore nella maggior parte dei paesi, il fatto è abbastanza raro da meritare la citazione. Robert Waseige ha fatto di un club anonimo una delle societá più in vista del calcio belga. Se in occasione del suo esordio alla testa della squadra dovette accontentarsi di un modesto dodicesimo posto, in seguito ha salito a grandi passi la scala della notorietà, per esempio terminando terzo nel 1984-85 e nel 1988-89. Grazie al lavoro di Waseige il «Grande Vecchio» ha ritrovato l'Europa nel 1985-86, circa vent'anni dopo l'ultima apparizione sul palcoscenico continentale (nel 1967-68 i rossoblù raggiunsero il secondo turno della Coppa delle Fiere, poi diventata Coppa Uefa, incontrando il Dundee). 

Durante questi ultimi anni il Liegi è sempre stato nel giro delle coppe, ma alla sua bacheca mancava ancora un vero trofeo. L'obiettivo è stato infine centrato alla fine della stagione scorsa con la vittoria nella Coppa del Belgio ottenuta battendo per 2-1 il Germinal Ekeren. L'ultimo vero successo risaliva al 1953, quando i rossoblù ottennero il loro ultimo scudetto. Qualificato ai quarti sia in Coppa Uefa che nella coppa nazionale, il Liegi marca tuttavia il passo in campionato. Per il secondo anno consecutivo il suo ruolino di marcia è incostante: gli exploit contro le grandi sono seguiti da incomprensibili disfatte di fronte alle seconde scelte. Ce n'è abbastanza affinché qualcuno si interroghi sull'avvenire di Robert Waseige a Rocourt. Sotto contratto ancora per una stagione e mezza, tutto lascia però credere che arriverà comunque alla fine del suo mandato. 

In 18 anni di carriera come allenatore, Waseige é riuscito nell'impresa unica di non essere mai stato licenziato, arrivando sempre alla scadenza dei suoi contratti: ci sarebbe da stupirsi se ora accadesse il contrario. Quale che possa essere il suo avvenire a Rocourt, si può essere certi che Waseige non resterà mai a corto di offerte. Stimato sia dai francofoni che dai fiamminghi per la sua indubbia competenza, molti vedono in lui l'unico possibile erede di Guy Thys alla guida della Nazionale belga. Non ci sarebbe da stupirsi se i «Diavoli Rossi» affrontassero le qualificazioni al Mondiale 1994 con lui alla guida.

Bruno Govers
brani tratti dal Guerin Sportivo anno 1991 n.8




LE PAGELLE BIANCONERE
Baggio e Julio Cesar, sette con lode 
Da sottolineare anche la prova di Luppi, De Agostini e Marocchi 
DAL NOSTRO INVIATO 
Julio Cesar, baluardo insuperabile anche ieri sera nel match di Coppa a Liegi 
Baggio ha segnato contro il Liegi la sua nona rete bianconera in Coppa 

Tacconi 6: era sceso in campo debilitalo dalla febbre (38,5°), ma ha parato il parabile. I belgi l'hanno graziato due volte, sul 3-0, poi Houbon con un gran destro al volo ha interrotto l'imbattibilità del portiere che, in Europa, durava da 803'. 

Luppi 6,5: in uno schema di rimessa, si è proiettato spesso a briglia sciolta nei corridoi liberi. Da una sua incursione è scaturito il cross dal fondo che, dopo i colpi di lesta di Casiraghi e Baggio e il tiro di Marocchi, ha sbloccato il risultato su autogol di Wegria. 

Julio Cesar 7: imperioso e autorevole ha bloccato Krncevic, una sua vecchia conoscenza con il quale aveva un conto in sospeso per due gol incassati nel Montpellier contro il Mulhouse. Con una bomba quasi da fondo campo ha siglato il 3-0, secondo eurogol stagionale. 

Corini 6: in un centrocampo più protetto e irrobustito, ha svolto il suo compito con umiltà e dedizione, senza strafare. Con un pizzico di fortuna avrebbe potuto segnare il quarto gol. 

De Marchi 6: ha presidiato la sua zona mantenendo le equidistanze con Julio Cesar, senza concedere grosse palle-gol agli avversari. Dopo l'intervallo, per una botta alla mandibola, ha lasciato il posto a 

Napoli (6) che ha trovato una Juventus rilassata ed esposta ai contrattacchi del Liegi con qualche brivido di troppo, e non di l'ebbro, per Tacconi. 

De Agostini 6,5: con la squadra più raccolta ma pronta a distendersi nei varchi, è apparso rigenerato, pronto a sganciarsi, a crossare e concludere: un suo bolide, sugli sviluppi di una punizione, ha sfiorato il montante. 

Fortunato 6: ha ripagato la fiducia di Maifredi puntellando il centrocampo con un lavoro oscuro ma redditizio. Se la squadra non si allunga, tutti i reparti soffrono meno e rendono di più. E anche le punte.

Haessler 6: utilizzato come tornante, ruolo che si confà alle sue caratteristiche, ha vivacizzato la manovra, cercando anche il gol da media distanza senza ricadere nel vizio del dribbling che, in spazi ristretti, lo penalizza. 

Marocchi 6,5: da un suo tiro, deviato con la gamba da Wegria, è iniziata la riscossa della Juventus. E' apparso in chiaro progresso, più lucido nella distribuzione del gioco non dovendo sfiancarsi a rincorrere avversari di altri. Maifredi l'ha fatto rifiatare negli ultimi 20' sostituendolo con 

Alessio (sv). 

Casiraghi 6: un lottatore cui manca un pizzico di fortuna per tornare ai migliori livelli. Già all'Olimpico con la Lazio era andato vicinissimo al gol. Ieri ci ha riprovato, a volte peccando anche un po' di egoismo. Ma la forma é vicina. 

Baggio 7: forse il miglior Baggio di Coppa delle Coppe edizione export. Era ora. Un gol raffinato e tante giocate di classe. In crescita sul piano fisico e agendo da seconda punta, come nelle notti magiche mondiali, in spazi più ampi, ha potuto far brillare il suo talento.

Piercarlo Alfonsetti
tratto da: La Stampa 7 marzo 1991




IN EUROPA È UN'ALTRA JUVE

Com'è andata: Si chiama Europa il balsamo per le ferite interne juventine, ed è un linimento efficace per le piaghe causate alla squadra bianconera dal campionato. Medico involontario, il modesto Liegi. La Juve, con un centrocampista in più al posto di Schillaci, è rimasta guardinga per una mezz'ora, poi ha affondato i colpi: prima con Marocchi, che ha scagliato un bolide dal limite dell'area deviato in rete da Wegria. Quindi, a due minuti dal riposo, con un «numero» di Baggio in giravolta. Alla ripresa delle ostilità Julio César ha addormentato la gara con una rasoiata laterale.

L'uomo-chiave: È giusto citare Julio Cesar.

Prospettive: Qualificazione certa, a meno di un harakiri collettivo.

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1991 n.11






Liegi

Liegi

Liegi

FC Liege

juve

liege

liege

juve

liege

maglie








giovedì 30 luglio 2026

17 Febbraio 1991: Sampdoria - Juventus

È il 17 febbraio 1991 e Sampdoria e Juventus  si sfidano nella terza giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1990-91 allo Stadio 'Luigi Ferraris' Marassi di Genova.

La Juventus tenta di riappropriarsi dello scettro di squadra 'più forte della penisola' con una nuova dirigenza tecnica affidata ad un allenatore del famigerato 'calcio champagne', Luigi Maifredi. Dopo un inizio di campionato incoraggiante, i bianconeri naufragano tra caterve di gol presi ed addirittura a fine campionato si trovano fuori dalle Coppe Europee dopo 27 anni

Dall'altra parte, una Samp che, forte di campioni come Gianluca Vialli, Roberto Mancini ed Attilio Lombardo, al loro apice della carriera, conquisterà uno storico primo Scudetto.

Buona Visione!

 

Samp




Campionato di Serie A 1990-1991 - 4 ritorno
Genova - Stadio Luigi Ferraris
Domenica 17 febbraio 1991 ore 15.00
SAMPDORIA-JUVENTUS 1-0
MARCATORI: Vialli rigore 50

SAMPDORIA: Pagliuca, Mannini, Invernizzi, Pari, Vierchowod, Lanna, Mikhaijlichenko, Lombardo, Vialli, Mancini, Dossena (Bonetti I. 89)
Allenatore: Vujadin Boskov

JUVENTUS: Tacconi, Galia, Luppi, Fortunato D. (Di Canio 81), Julio César, De Agostini, Haessler, Marocchi, Casiraghi (Corini 67), Baggio R., Schillaci
Allenatore: Luigi Maifredi

ARBITRO: Amendolia





Parte la Juve, arriva la Samp 
Dossena prende le redini del gioco e ribalta una partita iniziata in bianconero 
A terra Mancini, rigore: e Vialli non sbaglia 

GENOVA DAL NOSTRO INVIATO 

La Juve pressava, cercando di recuperare lo svantaggio provocato dal rigore di Vialli al 51', quando sui muscoli e sui riflessi della Samp è arrivato come un balsamo, un doping psicologico particolare, il gol di Rizzitelli del pareggio romanista. E allora la partita è finita davvero, il ruolo di capolista i blucerchiati lo hanno difeso tenendo il pallone lontano da Pagliuca con contropiede palleggiato. Mentre i bianconeri perdevano un po' di coraggio e si smorzava persino l'agonismo feroce di Schillaci, l'unico a tenere sotto pressione la squadra di Boskov in un pomeriggio che ha «congelato» (faceva freddo anche a Terni durante ItaliaBelgio...) Casiraghi e ha intorpidito i piedi di Baggio il quale ha fallito il tocco al volo all'inizio e alla fine del secondo tempo. 

In una partita giocata a ritmi altissimi, con vigore e correttezza, la Juve ha messo paura alla Samp ammutolendo il pubblico di Marassi per un quarto d'ora, il primo, durante il quale la spinta di Haessler e De Agostini, il movimento di Schillaci, le puntate di Baggio hanno preso il sopravvento pressando i blucerchiati. E' stata però una illusione. La scossa alla Samp l'ha data Mannini che ha avuto grande merito del «congelamento» di Casiraghi, anticipando l'avversario anche sui palloni alti con un eccezionale tempismo nello stacco. Sull'esempio del difensore, Vierchowod ha cominciato a reagire al pressing di Schillaci, Invernizzi ha stretto la marcatura su Haessler obbligando il tedesco ad arretrare. Mikhailichenko cambiando ritmo ha capovolto il rapporto con Fortunato. E poi, chiave del ribaltamento, cominciava la sua strepitosa partita Beppe Dossena, molto abile nel centellinare le forze per riservarle alle partite che più lo stimolano. Mentre Haessler si dannava correndo e faticando molto, il Beppe giocava prima di tutto con il cervello sino a diventare il perno di una squadra che aspettava i suoi lanci (Vialli, Mancini e Lombardo) e i suoi rallentamenti pieni di saggezza (i compagni del centrocampo, che se lo trovavano sempre a fianco). 

Lasciando Branca ancora in panchina, fra lo stupore dei cultori del tutto attacco più convinti dalla formula juventina spiccatamente offensiva, Boskov attaccava la zona bianconera con il movimento dei suoi due avanti di manovra. Dossena era la rampa di lancio per gli inserimenti di Mikhailichenko e Lombardo. La splendida Juventus della fase d'avvio, capace di giocare a pressione sulla difesa avversaria, accusava il cambio di marcia dei rivali, soprattutto la loro convinzione. Fortunato che era parso a molti la chiave di una maggior concretezza della squadra, girava a ritmi bassi tanto che finiva per fermarsi a protezione della difesa lasciando a Julio Cesar il compito di sorreggere la manovra offensiva con qualche inserimento intelligente. Che non bastava però a cambiare una situazione sempre più delineata. Se la Juve dava l'impressione di attaccare più a lungo, le cose più concrete erano della Samp. Una staffilata centrale di Baggio da fuori area (5'), un acrobatico recupero di Mannini su Casiraghi (7') erano i contrappunti concreti della fase di superiorità bianconera. Un colpo di testa appena fuori misura di Vierchowod (15') il segnale della fino della soggezione blucerchiata. Julio Cesar (31') ribatteva in mischia una conclusione rabbiosa di Mikhailichenko, e quattro minuti dopo doveva strattonare tre volte Mancini per frenarne lo slancio. Ultimo contatto in area, ma da parte del brasiliano più spalla che braccio. Amendolia stava nel mezzo, né rigore né simulazione. 

Al 50' il direttore di gara era più deciso vedendo la colpa di Galia nello scontro piede contro piede con Mancini, proiettato in area da un lancio diagonale di Vialli che saliva di tono dopo un primo tempo senza squilli. Dalla tribuna l'aggancio ci è apparso chiaro, i bianconeri a fine gara hanno però sostenuto l'involontarietà del difensore, colpito anzi dal piede dell'avversario. Sul campo, c'era stato un minuto senza proteste comunque, e rete di Vialli. Un bolide dal dischetto alla destra di Tacconi. La reazione della Juve era caparbia, vanificata da una deviazione volante di Baggio oltre la traversa, mentre un colpo di testa di Schillaci era alzato in angolo da Pagliuca. Il contropiede esaltava la Samp. Julio Cesar al 59' abbrancava di nuovo Mancini in fuga, mentre Maifredi avanzava Schillaci e Haessler, sostituendo Casiraghi con il volitivo Corini. Nel finale anche Di Canio al posto di Fortunato. A Baggio (85') l'occasione del pareggio, ma i muscoli del bianconero non rispondevano: fatale l'attimo di ritardo sul cross smarcante di Schillaci. 

Bruno Perucca
tratto da La Stampa 18 febbraio 1991





SAMP SULL'ENTUSIASMO DELLE ALI
FASCIA E RADDOPPΙΑ

Sampdoria-Juventus era stata dipinta, forse con un po' d'eccesso (mancando ancora altre tredici giornate alla conclusione) ma certo con qualche ragione, come una sorta di semifinale scudetto, visto che si trovavano di fronte due delle quattro pretendenti accreditate. Le vicende della partita hanno fatto sì che la vittoria della Samp fosse di stretta misura (almeno nel punteggio) e per di più sigillata dal dischetto. Il rigore c'era, sia chiaro, ma si sa che la massima punizione resta comunque un evento particolare, in qualche modo assurdamente estraneo alle vicende di gioco. In teoria, quindi, chi perde su rigore è generalmente autorizzato a sentirsi un po' meno sconfitto. In questo caso, tuttavia, il discorso è ancora più ozioso di quanto già non appaia: il successo della Sampdoria ha radici più profonde e, certo, precedenti il fallo di Galia su Mancini. 

Un sapiente sfruttamento delle fasce laterali, vuoi con Invernizzi, con Lombardo, con lo straripante Dossena, ha costantemente messo in minoranza il reparto centrale della Juventus, oltre a tutto asfissiato da costanti raddoppi di marcatura in ogni zona del campo. Per contro, i movimenti del centrocampo bianconero erano spesso asincroni e, soprattutto, mai illuminati dal genio inventivo che Baggio, evidentemente, aveva lasciato negli spogliatoi. Uomo contro uomo, zona per zona se preferite, la Sampdoria si è aggiudicata quasi ogni duello, non disdegnando neppure qualche sana ammucchiata difensiva nei momenti in cui la spinta della Juventus, per quanto sempre confusa, si è fatta un po' più pressante. 

Su questo tessuto connettivo, si innestano poi gli episodi: soprattutto due che coinvolgono i rispettivi numeri 10, Mancini e Baggio. Il doriano ha ingranato la marcia giusta sull'autostrada improvvisamente apertasi fra lui e Tacconi; il bianconero, invece, ha cercato la meraviglia con un improbabile tiro a volo mentre era in posizione ancor più favorevole grazie all'unica esitazione difensiva della Samp. È tuttavia lecito chiedersi come mai la montagna della superiorità di Mancini e soci abbia partorito il misero topolino di un gol su rigore. Il perché è semplice: la squadra di Boskov fa le sue cose più belle coralmente e le più utili con iniziative dei singoli, come un coro ben affiatato che però abbia comunque bisogno dell'acuto di un tenore. In pratica la squadra di Mantovani deve vincere le partite due volte: col gioco ci riesce molto spesso, con i gol qualche volta si inceppa, non riuscendo talvolta a far esplodere le splendide munizioni che sa quasi sempre fabbricare. Non si tratta dell'ormai stantia storia dell'immaturità con la quale qualcuno nonostante tutto continua a baloccarsi. La Sampdoria gioca così perché è stata concepita così. Di arretrare Mancini e schierare stabilmente Branca (giocatore con una media di realizzazioni che titolari di altre compagini si sognano), Boskov non ne vuole neppure sentire parlare, nonostante l'attuale vocazione turistica di Mikhailichenko e altre alternative non se ne intravedano. Certo se l'estate scorsa si fosse pagato il debito di riconoscenza con Cerezo con una bella medaglia e si fosse trovato un sostituto; se invece del russo si fosse agganciata una vera punta... 

Discorsi validi, ma eventualmente l'anno prossimo. Ventuno giornate sono trascorse e quasi ognuna ha suggerito o fatto immaginare una fuga che il turno successivo si è altrettanto puntualmente incaricato di smentire, quasi sempre per sciagurato autolesionismo. Ci riprova la Samp da un trampolino di prestigio, come sempre è una vittoria sulla Juve: che sia la volta buona? 




Sampdoria. Il gol: 50': Mancini si infila in una maglia troppo larga della difesa in linea bianconera: si accentra, ma Galia gli estirpa il destro pronto al tiro. Rigore che Vialli trasforma.

Cosa funziona: Praticamente tutta l'orchestra, con un superlativo Dossena che, come zona, ha scelto (e dominato) l'intero campo. L'importantissimo successo è maturato soprattutto nella zona centrale del campo, dove i blucerchiati hanno vinto ogni duello, nonostante il pesante tributo causato da un Mikhailichenko ancora in versione turista che sverna in riviera.

Cosa c'è da fare: Continuare sulla strada intrapresa sperando che questa sia la volta, anzi la fuga buona, dopo i moltissimi tentativi (non solo della Samp) quasi immediatamente abortiti di questo strambo campionato.

Juventus. Cosa non funziona: La difesa, nei momenti in cui si fa trovare in linea (e accade molto spesso), appare molto perforabile, comunque ai limiti della ricorrente insicurezza. Il continuo interscambio di ruoli a centrocampo, poi, finisce per far saltare anche le geometrie più elementari: a momenti di furioso intasamento nei pressi dell'area avversaria, si succedono fasi in cui le punte paiono abbandonate al loro destino. Eccessivi, comunque, i tentativi centrali, che facilitano il lavoro delle difese avversarie, specialmente quelle che schierano un libero fisso.

Cosa c'è da fare: Sottomettersi a una maggior disciplina tattica, almeno fino a quando i tanti fantasisti della Juve non ritrovano il vertice della condizione e della resa.

Alfredo Maria Rossi
brani tratti dal Guerin Sportivo anno 1991 n.8






Ticket
Card

Scudetto

juventus

Sampdoria

samp

Sampdoria

Sampdoria

Stadium

vialli

roberto

Sampdoria

juve

Sampdoria

juve


maglie




martedì 28 luglio 2026

9 Settembre 1990: Parma - Juventus

Attraverso il Canale Youtube Ufficiale della Juventus vi proponiamo un gustoso amarcord di questa data odierna. É il 9 Settembre 1990 e ParmaJuventus si sfidano nella prima giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1990-91 allo Stadio 'Ennio Tardini' di Parma.

La Juventus tenta di riappropriarsi dello scettro di squadra 'piú forte della penisola' con una nuova dirigenza tecnica affidata ad un allenatore del famigerato 'calcio champagne' Luigi Maifredi. Dopo un inizio di campionato incoraggiante i bianconeri naufragano tra caterve di gol presi ed addirittura a fine campionato si trovano fuori dalle Coppe Europee dopo 27anni

Dall'altra parte un Parma (all'esordio assoluto in Serie A) che dopo aver disputato un campionato eccellente si rtirova in Coppa UEFA.

Buona Visione!



parma



 

Stagione 1990-1991 - Campionato di Serie A - 1 andata
Parma - Stadio Ennio Tardini
Domenica 9 settembre 1990 ore 16.00
PARMA-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Napoli N. 23, Baggio R. rigore 62, Melli rigore 88

PARMA: Taffarel, Gambaro, Grun, Minotti, Apolloni, De Marco (Mannari 73), Melli, Zoratto, Osio, Catanese, Brolin (Sorce 47)
Allenatore: Nevio Scala

JUVENTUS: Tacconi, Napoli N., Julio Cesar, Fortunato D. (Luppi 85), De Marchi M., De Agostini, Galia, Marocchi, Di Canio (Bonetti D. 78), Baggio R., Schillaci
Allenatore: Luigi Maifredi

ARBITRO: Lanese



Domenica nove settembre 1990. Una data segnata in grassetto, da tramandare e mandare a memoria, nella secolare storia Crociata.

Quel giorno il Parma Calcio disputò la sua prima partita nella Serie A a girone unico.

Si giocò a Parma, in uno stadio Ennio Tardini che si stava pian piano rinnovando e che presentò per la prima volta i Distinti con la parte superiore in ponteggi, ma ancora senza copertura.

Il destino volle che l’avversario fosse la Juventus, allenata dal tecnico emergente Luigi Maifredi con l’estro di Roberto Baggio, il potenziale offensivo di Totò Schillaci, Pierluigi Casiraghi e Paolo Di Canio, il portiere Stefano Tacconi e la coppia straniera Julio Cesar (difensore brasiliano) e Thomas Hasler (centrocampista tedesco).

La Vecchia Signora del calcio italiano si manifestò con la nuova divisa da trasferta completamente nera.

Quella domenica, davanti a 18.333 spettatori (13.188 abbonati e 5.145 paganti per un incasso di 801.504 Lire) il Parma perse onorevolmente (1-2), ma già al termine di quel campionato la neopromossa squadra Crociata giunse sesta, un gradino più in alto della Juve, e si qualificò per la sua prima partecipazione alla Coppa Uefa.

Principio di un decennio di trionfi (otto) in Italia e in Europa e di alcune finali perse, a cui per un soffio mancò per due volte soltanto lo Scudetto tricolore di Campioni d’Italia.

Un incipit battezzato da quella sconfitta da applausi contro Madama Juventus.

Con il gol di sinistro da distanza ravvicinata del terzino juventino Nicolò Napoli (24’), i rigori trasformati da Baggio ‘Il Divin Codino’ (62’) colpo del mercato estivo e di Alessandro Melli (88’), le incursioni sino alla fine pericolose del fluidificante volante Enzo Gambaro, di Lorenzo Minotti e dello stesso Melli.

Domenica 9 Settembre 1990, Parma-Juventus allo stadio Tardini. Fu l’aurora di un’avventura che in Serie A durò ininterrottamente per diciotto consecutive stagioni.

tratto da: STORIA CROCIATA – 09/09/1990, IL DEBUTTO IN A SCONFITTI DI MISURA DALLA JUVE. CON UN PROFETICO “NE FAREMO DI TUTTI I COLORI” DEL TARDINI



Maifredi chiede tempo
"E' una vittoria dei singoli
bisogna ancora lavorare molto"

PARMA
DAL NOSTRO INVIATO

Esordio positivo per il vicepresidente esecutivo Montezemolo, venuto in elicottero al Tardini dopo aver trepidato via radio per la Ferrari. Il neoacquisto della Juventus dice: 
"Mi fa piacere per i ragazzi e per Maifredi. E bello essere subito primi. C'è ancora molto da lavorare, ma è un risultato, questo che fa morale. In certi momenti si è vista una bella Juve, anche spettacolare, in altri s'è notata una certa lentezza. E' stata sicuramente importante la batosta di Napoli"
Montezemolo abbraccia idealmente Parma che ha accolto la Juve nel migliore dei modi nonostante i problemi legati a uno stadio dalla capienza ridotta: 
«La Juve non ha quasi mai steccato all'esordio in campionato, è stato bello che sia riuscita a vincere qui, davanti a un pubblico fantastico che ha festeggiato con calore il debutto in A." 
E mette sullo stesso piano Ferrari e Juventus: 
«Entrambe avrebbero bisogno del piede destro a tavoletta di Senna. La maglia nera ci ha portato bene, Julio Cesar in nero era ancora piu elegante".
Il presidente Chiusano, finalmente raggiante: 
«Ho visto una discreta Juve, a volte anche buona. Siamo sulla strada giusta. La difesa, si sa, è il reparto con maggiori problemi ma si comincia a ingranare. Fisicamente ho trovato tutti migliorati rispetto a Napoli: Baggio ottimo, bravo Fortunato, mi è piaciuta la sua disinvoltura, De Agostini, uno che gioca sempre bene". 
Il tecnico Maifredi asserisce: 
"Siamo confortati da questa vittoria, ma sappiamo di dover ancora lavorare molte. In quanto a qualità si migliora prima anche se penso ci manchi un mese per arrivare ai necessari sincronismi e automatismi". 
E' una Juve che ha rischiato pochissimo: 
«Fino al 2-0 si, abbiamo lasciato poco spazio al Parma. Con il doppio vantaggio ci siamo un po adagiati e la squadra di Scala ha saputo lottare fino all'ultimo minuto. Sapevamo che avrebbero buttato la partita sul piano del ritmo, qualche volta noi abbiamo accelerato, nel finale abbiamo un po' tirato il fiato. C'è da considerare che è stata la prima uscita di pomeriggio dopo una serie di notturne, con il fresco". 

Un Parma un po' presuntuo so? 
"No, aveva di fronte una Juventus che non è ancora in linea con i progetti, che deve sicuramente migliorare e restare con i piedi per terra ma ha dalla sua una caratura tecnica superiore. Loro erano già collaudati, noi avevamo buoni giocatori".

Che vittoria è, infine? 
"E' ancora la vittoria dei singoli più che dei collettivo. Ma del resto è chiaro, quando si affronta una squadra più in forma e collaudata. Noi stiamo cambiando schemi e mentalità, ed è faticoso. Seguendo la strada vecchia sarebbe stato più facile, ma noi più che all'immediato guardiamo a un futuro roseo".

Novită importante. Ha parlato l'arbitro. Lanese non è sceso in particolari, fino a giovedi almeno non può. Sui rigori ha fatto capire che c'erano interventi ostruzionistici ai danni di Baggio e Osio. 

«Più importante, aggiunge, è stata la collaborazione con i guardalinee per stabilire i fuorigioco, abbiamo cercato di applicare al meglio la nuova regola, non è facile. Una buona partita, un bel pubblico".



Le Pagelle Bianconere

6,5 TACCONI

Para a terra un tiro di Gambaro, sfuggito ai difensori e presentatosi troppo solo davanti a lui. Svolge sempre un lavoro attento, come quando esce sui piedi di Melli invano rincorso da De Agostini. Piace in particolare la sua decisione nei momenti nevralgici.

7 NAPOLI

Firma con un sinistro al volo da goleador di razza il primo gol in campionato della Juve spettacolo. Anche questo è un segno importante della partecipazione dei difensori al gioco corale della squadra, avviata verso una completa crescita.

6 JULIO CESAR

Ancora un po' impacciato, quando gli spazi si allargano perde un po' il senso della misura, e cosi vengono a galla certi limiti in fatto di velocità. Ma sullo stretto difficilmente gli attaccanti gli sfuggono. Sa anche ricorrere alle maniere forti.

6,5 FORTUNATO

Svolge una diligente prova al servizio del collettivo. Non è ancora al cento per cento, ma gradualmente sta meritando la fiducia riposta in lui da Maifredi. É più essenziale che bello, conta anche questo però. 

Dall'83' lo sosituisce Luppi (s. v.).

6 DE MARCHI

Bravo negli stacchi aerei, gli difetta un po' di grinta nei momenti difficili. É innegabile che abbia senso della posizione, deve ancora eccelere in fatto di personalità. E poi Bonetti avrá da fare per riconquistare il posto da titolare al centro della difesa

6,5 DE AGOSTINI

Solita prova di grande carattere. É il primo a spaventare con un'incursione profonda e un tiro appena fuori la difesa del Parma, a il primo a flettere le gambe per spezzare le azioni avversarie. La fascia sinistra è sempre terreno minato per gli avversari.

6 GALIA

Un lavoro dignitoso e puntuale, una continua spola tra difesa e attacco. Pronto negli inserimenti, ma anche abile a farsi trovare al momento giusto sulla linea bianca per evitare un quasi gol del Parma. Più confusionario quando deve appoggiare l'azione.

6,5 MAROCCHI

Nervoso (si fa anche ammomire), fatica a dare continuitá alla sua azione di spinta, comunque é sempre un tassello a cui è impossibile rinunciare. Detta il pressing del centrocampo e si batte per due aggiungendo come sempre una grinta notevole.

6 DI CANIO

Si impegna ma si vede che gli manca un po il ritmo partita. Sbaglia al 40' una grande occasione per raddoppiare. Raggiunge la sufficienza in pagella soltanto a prezzo di grande sacrificio, ed è una bella cosa per un fantasista della sua razza.

7 BAGGIO

Ottima prova, tutta al servizio della squadra. Pennella il corner dal quale nasce il vantaggio bianconero, impegna Taffarel in una difficile paraa su punizione, la trafigge come solo lui sa fare con un bellissimo penalty che va a procurarsi ostinatamente.

6,5 SCHILLACI

Non è ancora mister gol, ma con umiltà e abnegazione cerca di dare il contributo necessario. Sua la deviazione di testa che sbatte sulla traversa e viene rimandata in gol da Napoli. Dalla sua insistenza nasce l'azione del raddoppio per rigore su Baggio.

Arbitro - 6 LANESE

Il signor Lanese, in maglia rossa, ringiovanisce e riacquista di colpo la personalità smarrita un po nello scorso campionato. Assegna senza dubbi il rigore per fallo di Gambaro su Baggio e quello a favore del Parma per intervento di Luppi su Osio. 


 




parma
parma

minotti

parma




parma

parma

parma

parma

juventus

parma

juve



maglie