venerdì 16 ottobre 2026

16 Ottobre 1994: Foggia - Juventus

È il 16 ottobre 1994 e Foggia e Juventus si sfidano nella prima giornata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1994-95  allo Stadio 'Pino Zaccheria' di Foggia.

La Juventus, dopo anni di magra, si appresta a vincere il suo ventitreesimo scudetto con il nuovo allenatore Marcello Lippi. 

Il Brescia, dal canto suo, vive un campionato deludente, finisce in terz'ultima posizione e saluta a malincuore la Serie A.

Buona Visione!




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Stagione 1994-1995 - Campionato di Serie A - 6ª andata
Foggia - Stadio Pino Zaccheria
domenica 16 ottobre 1994 ore 15:00
FOGGIA-JUVENTUS 2-0
MARCATORI: Bresciani 39, Bresciani 76

FOGGIA: Mancini, Padalino, Bucaro, Nicoli, Di Biagio, Caini (Di Bari 81), Bresciani, Bressan, Biagioni, De Vincenzo, Mandelli (Sciacca 75)
A disposizione: Brunner, Parisi, Amoruso Lu. 
Allenatore: Enrico Catuzzi

JUVENTUS: Peruzzi, Ferrara C., Jarni, Fusi, Kohler, Paulo Sousa (Tacchinardi 63), Di Livio, Conte A., Vialli, (c) Baggio R., Marocchi (Ravanelli 46)
A disposizione: Rampulla, Porrini, Del Piero
Allenatore: Marcello Lippi

ARBITRO: Cesari
RIGORI FALLITI: Biagioni 83 (Foggia)
AMMONIZIONI: Baggio R., Jarni (Juventus); Bressan, Mancini (Foggia)





I temi della domenica
Torna il Divin Codino e Madama si pianta. Che sia diventata allergica a Baggio e... Ravanelli-dipendente?
I perché di tre crac

Scopertasi adulta e autosufficiente in assenza del suo fuori classe universale, Roberto Baggio, la Juve mostra un'insospettabile crisi di rigetto nei confronti del Divin Codino, che torna. Sicché si pone un altro quesito, ai limiti del grottesco: questa Juventus è forse diventata Ravanelli-dipendente?

Gradirei che non si equivocasse. Credo che Ravanelli goda di una considerazione decisamente inferiore ai meriti. Molti lo hanno scoperto solo dopo la cinquina di Coppa, evento chiaramente fuori dalla norma. Ravanelli è giocatore di sostanza, dotato dell'umiltà e dell'entusiasmo necessari per andare a battersi in trincea, là dove volano i colpi proibiti, onde creare varchi e opportunità ai compagni più blasonati. Nel gioco delle coppie, che ha divertito la critica ed esaltato nei sondaggi la superficialità e l'incompetenza dei più, Ravanelli era il sacrificato d'obbligo. Baggio non si discute, Del Piero è il futuro, Vialli è il figliol prodigo che prima o poi tornerà fra noi. Penna Bianca se ne stia in panchina e ringrazi.

E invece, senza lo spadone di Ravanelli, i fini dicitori e gli eleganti fiorettisti perdono l'incisività. Questa di Lippi è, in fondo, una Juventus proletaria. Il tentativo di nobilitarla con sangue straniero è andato ancora una volta fallito. Deschamps prima ha deluso e poi si è rotto, Paulo Sousa è a costante mezzo servizio e, detto fra noi, sin qui non ha fornito una ragione che sia una per preferirlo a Tacchi-nardi. Anzi. Squadra votata alla lotta e al sacrificio regge finché tutti tirano la carretta. Così, la qualità finisce quasi per nuocerle. Prima o poi, fra l'altro, andrà chiarito l'equivoco Vialli. A Foggia, Ma-dama (anche maltrattata dall'arbitro) ha mostrato tutte le crepe che un sapiente maquillage aveva sin qui coperto. E Ravanelli part-time non è bastato.

Baggio non si discute, Del Piero è il futuro, Vialli è il figliol prodigo che prima o poi tornerà fra noi. Penna Bianca se ne stia in panchina e ringrazi.

E invece, senza lo spadone di Ravanelli, i fini dicitori e gli eleganti fiorettisti perdono l'incisività. Questa di Lippi è, in fondo, una Juventus proletaria. Il tentativo di nobilitarla con sangue straniero è andato ancora una volta fallito. Deschamps prima ha deluso e poi si è rotto, Paulo Sousa è a costante mezzo servizio e, detto fra noi, sin qui non ha fornito una ragione che una per preferirlo a Tacchi-nardi. Anzi. Squadra votata alla lotta e al sacrificio regge finché tutti tirano la carretta. Così, la qualità finisce quasi per nuocerle. Prima o poi, fra l'altro, andrà chiarito l'equivoco Vialli. A Foggia, Ma-dama (anche maltrattata dall'arbitro) ha mostrato tutte le crepe che un sapiente maquillage aveva sin qui coperto. E Ravanelli part-time non è bastato.

Adalberto Bortolotti




E ora chiamiamola Catuzzilandia

La Juve, colpita sul finire del primo tempo da Bresciani, va a fondo nella ripresa. Abulica, immobile, la squadra di Lippi non si ritrova mai e la prima sconfitta stagionale potrebbe essere più pesante se Biagioni non sbagliasse il rigore del 3-0. Il Foggia, invece, corre che è un piacere, gioca a memoria e nella prova superlativa emergono su tutti Di Biagio e Bresciani, osservati speciali anche loro insieme a Roby Baggio, da un Arrigo Sacchi che lascia lo Zaccheria dopo il raddoppio di Bresciani.

tratto da "Il Film del Campionato"
del Guerin Sportivo anno 1994 n.42




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16 Ottobre 1988: Juventus - Cesena

È il 16 ottobre 1988 e Juventus e Cesena si sfidano nella seconda giornata del Girone di Andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1988-89 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

È ancora una Juventus in pieno alto mare in questa stagione. Dopo l'abbandono di Michel Platini, la squadra (affidata a Rino Marchesi) non riesce a trovare la solita quadratura. Alla fine di questo campionato i bianconeri si piazzeranno in sesta posizione e dopo un emozionante spareggio contro il Torino acciufferanno il piazzamento UEFA per i capelli. 

Dall'altra parte c'è un Cesena che termina il campionato in un soddisfacente (e tranquillo) nono posto.

Buona Visione!



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Stagione 1988-1989 - Campionato di Serie A - 2ª andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 16 ottobre 1988 ore 14.30
JUVENTUS-CESENA 2-2
MARCATORI: Zavarov 27, Domini 35, De Agostini rigore 41, Cuttone 81

JUVENTUS: Tacconi, Bruno, De Agostini, Galia, Brio, Tricella, Marocchi, Rui Barros, Altobelli, Zavarov, Laudrup
Allenatore: Dino Zoff

CESENA: Rossi S., Cuttone, Limido (Traini 79), Bordin, Calcaterra, Jozic, Agostini (Flamigni 90), Leoni, Piraccini, Domini, Holmqvist
Allenatore: Albertino Bigon

ARBITRO: Longhi



«Mezzo Zavarov, non sono contento» 

TORINO — 

Zavarov ha indicato ieri due Zavarov, per il suo esordio torinese in campionato: quello bello del primo tempo, con un gol, quello brutto del secondo tempo, con la sparizione dal gioco.

«Ho giocato forte metà partita, non mi sono piaciuto nell'altra metà», 

Ha detto con la voce di Tatiana l'interprete. Poi, invitato a emettere qualche sillaba in italiano, di fronte alla domanda se si sente deluso dalla partita della Juventus con Zavarov, dal pareggio con il Cesena, ha detto «sì», proprio «sì» e non «da». Quindi si è cimentato in un «io avrei voluto…» e si è fermato lì, di nuovo l'interprete e lui che, mentre lei parlava, la guardava come un ventriloquo guarda il suo pupazzo. 

Ieri ci siamo sentiti, osservando durante il match Zavarov secondo per secondo, nella parte dei bird-watchers inglesi (o dei «nostrani» della Lipu), quei magnifici matti che spiano gli uccelli e che sono provvisti, oltre che di binocoli, di alcuni dati per la migliore interpretazione dei voli, ma che al tempo stesso sono zavorrati di un bel po' di mistero, il gusto vero del loro lavoro. Grosso modo potremmo essere d'accordo con Zavarov nei giudizi su Zavarov, non fosse che lui ci è parso somlonissimo, gattonissimo, legittimamente bugiardello. Siccome ad esempio ci ha detto di non avere sofferto il caldo, come possiamo credere a tutto il resto, visto che faceva un caldo boia e che testimoni oculari ci hanno raccontato di lui accasciato e preoccupato nell'intervallo, mentre era in corso la sua trasformazione da bipede implume a pozza di sudore lì sul pavimento dello spogliatoio? 

E quando gli abbiamo fatto notare, sulla scorta peraltro di precise parole di Yuri Viboraov, giornalista sovietico da cinque anni in Italia per la sua televisione e ieri a Torino per filmare il calciatore, che lui deve essere stanco, perché finito un campionato ne ha subito cominciato un altro, ha detto che sì, è stanco, ma che non deve riposare né allenarsi di meno, perché la forma si tiene faticando. Poi non ha parlato male dei difensori avversari, non ha parlato male dell'arbitro 

"un essere umano che ha fatto il suo dovere e che comunque ha il diritto di sbagliare" 

E qualcosa poteva pure dire su Leoni e Domini e Lorighi. Indecifrabile, misterioso, affascinante. Se fosse una donna, sarebbero tutti aggettivi positivi. Trattandosi di un calciatore, ci sia permessa qualche riserva. 

Ieri lo avremmo voluto più polemico, magari, criticando se del caso sé stesso, ma intanto allargando il discorso critico alla squadra sua ed a quella avversaria. E invece la delusione, quella detta con il «sì» in italiano a precisa domanda, 

«Nasce dalle occasioni che abbiamo buttato via, dalle cose bellissime che abbiamo fatto senza però arrivare al gol." 

Forte anche il sospetto che l'interprete sappia troppo bene l'italiano e ci offra il giocatore convenzionalmente. Quando lui ha cominciato a dire: 

"Scusa, io domani arrivo a Kiev..." 

Lei ha raccolto il passaggio ed ha detto: - Sacha vuole dirvi che domani lui parte per Kiev, dunque adesso deve andare a casa a riposare in vista del duro impegno che lo attende con la Nazionale del suo Paese. 

E lui topogigiescamente a fare cenno di sì con la testa ad una lunga frase italiana che teoricamente non avrebbe dovuto capire. E infatti non la capiva, ma sapeva che c'era chi per lui stava recitando il congedo concordato. Ha detto Vibornov: 

"Dategli qualche mese di tempo, imparerà la lingua e non dovrà più avere paura dei giornalisti italiani." 

Ha detto anche:

"Dategli un'altra Juventus, e vedrete che giocatore è. Mi pare che ora come ora la squadra stenta a riconoscergli la leadership, che non tutti vogliano Sacha al centro del gioco: eppure è lì che lui deve stare». 

Non abbiamo fatto in tempo a proporre a Zavarov—che secondo noi è un grosso giocatore del nostro campionato, sia ben chiaro — questo concetto. Ci è stato detto che domani arriva..., che voleva soprattutto dire che dovevamo partire noi.

Gian P. Ormezzano 
tratto da: La Stampa 17 ottobre 1988

 



L'anno scorso era finito a... botti, con Dario Sanguin tramortito da un petardo e con la vittoria juventina trasformata nel 2 a 0 per i romagnoli. Quest'anno le due compagini hanno dato vita a un incontro altrettanto pirotecnico, ma (per fortuna) soltanto sul piano dell'agonismo e dell'impegno. Due volte in vantaggio la Juve (con uno splendido acuto di Zavarov e un rigore di De Agostini), due volte in rimonta il Cesena. I bianconeri di Zoff, al termine dell'incontro, hanno recriminato su due gol annullati per motivi più o meno «misteriosi»: e Alessandro Altobelli, forse, ha pagato la psicosi da «manomorta» esplosa dopo il primo turno.

tratto dal Guerin Sportivo anno 1988 n.42






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giovedì 15 ottobre 2026

23 Maggio 1993: Juventus - Sampdoria

Attraverso Youtube vi proponiamo un gustoso amarcord di questa data odierna. È il 23 maggio 1993. Juventus e Sampdoria si sfidano nella quindicesima giornata del girone di ritorno del campionato italiano di calcio di Serie A 1992-93. Il tutto si svolge allo Stadio 'Delle Alpi' di Torino.

La Juventus cerca di fermare l'egemonia del Milan che da un paio d'anni o più ammazza il campionato senza scampo. Sarà un'impresa quasi impossibile in campionato, ma tant'è che con questo Roberto Baggio (capitano e uomo simbolo della squadra in Italia e nel mondo) tutto è possibile!

Buona Visione!



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Stagione 1992-1993 - Campionato di Serie A - 15 ritorno
Torino - Stadio Delle Alpi
domenica 23 maggio 1993 ore 16:00
JUVENTUS-SAMPDORIA 1-1
MARCATORI: Jugovic 4, Platt 47

JUVENTUS: Peruzzi, Torricelli, De Marchi (Di Canio 25), Baggio D., Carrera M., Julio Cesar, Conte A., Platt, Vialli (Marocchi 75), (c) Baggio R., Moeller
A disposizione: Rampulla, Galia, Ravanelli
Allenatore: Giovanni Trapattoni

SAMPDORIA: Nuciari, Mannini, Lanna, Walker, Vierchowod, Sacchetti, Lombardo, Jugovic, Invernizzi (Serena M. 90), Mancini (Bertarelli 81), Bonetti I. 
A disposizione: Di Latte, Chiesa E., Buso
Allenatore: Sven Goran Eriksson

ARBITRO: Pezzella
AMMONIZIONI: Moeller 59 (Juventus); Invernizzi 30, Mannini 66 (Sampdoria)






Ancora con la testa nei festeggiamenti per la vittoria in Coppa Uefa, la Juve si è svegliata tardi contro la Samp. I bianconeri sono riusciti a pareggiare con Platt, l'uomo destinato a vestire la maglia blucerchiata la prossima stagione. Al centro dell'attenzione l'ex Vialli, che durante la Domenica sportiva ha ammesso: 

"Perché no? Alla Samp ci tornerei"

tratto da "Il Film del Campionato"
del Guerin Sportivo anno 1993 n.21



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15 Ottobre 2005: Juventus -Messina

É il 15 Ottobre 2005 e Juventus e Messina si sfidano nella Settima Giornata del Girone di Andata del Campionato di Calcio di Serie A 2005-06 allo Stadio 'delle Alpi' di Torino.

La Juve allenata in panchina da Fabio Capello si appresta a vincere il suo ventinovesimo Scudetto ed ha solo nell' Inter il suo massimo antagonista per la vittoria finale. Purtroppo l'invidia regala grandi amarezze e disincanti e quella grande squadra dal futuro ancora più grande verrà spazzata via dalla più grande farsa del calcio moderno.

Dall'altra parte, questo Messina si salverà dalla retrocessione in Serie B solo 'per  colpa' delle note vicende estive.

Buona Visione!


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Stagione 2005-06 - Serie A - 7ª Giornata
Sabato 15 ottobre 2005 ore 20.30
JUVENTUS-MESSINA 1-0
Marcatore: 24′ Del Piero

Juventus: Abbiati; Pessotto, Thuram, F. Cannavaro, Zambrotta; Nedved (30′ s.t. Chiellini), Giannichedda, Emerson, Mutu (13′ s.t. Camoranesi); Del Piero (37′ s.t. Trezeguet), Ibrahimovic.
Panchina: Chimenti, Kovac, Blasi, Balzaretti
Allenatore: Fabio Capello

Messina: Storari; Zoro (29′ s.t. Muslimovic), Cristante, Rezaei, Aronica; Zanchi, Coppola; Giampà, D’Agostino (18′ s.t. Di Napoli), Donati; Zampagna (29′ s.t. Sculli)
Panchina: Caglioni, Fusco, Mamede, Iliev
Allenatore: Bortolo Mutti

Arbitro: Bergonzi di Genova.
Ammoniti: Thuram, Cannavaro (J), Zanchi, Cristante, Donati, Coppola (M)



Juve, ci pensa Alex 
Slalom, gol, vittoria - Un numero mondiale 
SERIE A I BIANCONERI CENTRANO CON IL MESSINA LA SETTIMA VITTORIA SU SETTE 
Il capitano decisivo prenota la Nazionale. 
Palo di Trezeguet, Abbiati salva nel finale.

TORINO Poiché il tormentone durerà fino a maggio, quando Lippi comunicherà la lista per i Mondiali, ci portiamo avanti con il lavoro dicendo che Del Piero ha segnato ieri sera una prima crocetta sulla foto di Cassano: mentre quell'altro se ne sta a Roma rotto di caviglia e di assortiti ammenicoli per i litigi contrattuali con la Sensi, Alex ha centrato il ritorno nella Juve dopo la parentesi felice con la Nazionale. 

Ha firmato un gol. E che gol. Di quelli che una volta si definivano «alla Del Piero» e di cui si era smarrito lo stampo. Fuga, dribbling, tiro. Schema che non compare sulle lavagne degli allenatori, neppure se si chiamano Capello. Sul prodigio del capitano la Juve ha costruito con il Messina la settima vittoria di campionato, nona nella stagione; una cara abitudine ma indigeribile per chi vorrebbe un torneo più palpitante. In verità, i bianconeri hanno quasi provato ad accontentare gli inseguitori. L'1-0 contro i siciliani nasconde almeno altre quattro occasioni che la Juve non ha sfruttato davanti alla porta di Storari; tuttavia, nel finale quel golletto è diventato un vantaggio esiguo e scottante, difeso con qualche affanno come quando Abbiati ha neutralizzato al 43' una deviazione ravvicinata di Muslimovic. 

Sarebbe stata una beffa. E non è da Juve rischiare in partite del genere, dominate dall'inizio con sicurezza. Capello ha scelto una formula insolita, ha ruotato tutte le punte a disposizione; dunque non Zalayeta è rimasto in tribuna a recuperare il jet lag per la trasferta in Sudamerica. Così si sono visti Del Piero e Ibrahimovic, che il tecnico friulano tiene fuori soltanto se lo minacciano con il mitra. Dietro a loro, sulle fasce, Nedved e Mutu, «un giocatore recuperato completamente», aveva detto Capello venerdì. Giusto dargli spazio, un po' meno utile che il romeno giochi in tal modo, senza incidere. Questa specie di trapezio d'attacco molto offensivo non ha prodotto meraviglie all'avvio. E per arrivare al gol Del Piero doveva costruirsi l'azione da solo: strappava la palla dai piedi dell'ivoriano Zoro, stordito perché Torino non l'ha accolto con i cori razzisti che l'attendono in molti altri stadi, ed è partito in contropiede. Un dribbling e due finte per liberarsi al tiro e piazzare la botta imprendibile per Storari. 

Il segno di Zoro sarebbe rimasto indelebile sul match. Il Messina è una squadra dal palleggio fluido, non fa barricate anche perché la qualità dei propri difensori probabilmente lo sconsiglia. In avanti Zampagna e l'ex talento romanista D'Agostino sbattevano però contro il muro multietnico di Cannavaro e di un sontuoso Thuram: l'unico scarto, di Zanchi, era azzerato dalla zampata feroce del francese che l'atterrava prima che volasse in porta. A dispetto dell'assetto, degli uomini e del controllo a centrocampo (a proposito, senza la compagnia di Vieira Emerson è tracimato, incontenibile come l'anno scorso) la Juve non aveva sussulti sotto porta. Del Piero calava, Ibra si perdeva nella libidinosa ricerca del gol che ancora gli manca in campionato. 

C'era un palleggio adatto a controllare la partita e non a mordere. Si moltiplicavano invece le palle gol nella ripresa. Non crediamo che sia stato merito degli ultras ricomparsi in curva dopo un primo tempo dedicato allo sciopero delle presenze e del tifo, contro il decreto Pisanu e contro la politica dei prezzi eccessivi, un cocktail micidiale che tiene la gente lontana dagli stadi sebbene al Delle Alpi non si sia quasi mai avvicinata. La trama era la solita. La Juve controllava il gioco e lo faceva anche meglio dopo l'ingresso di Camoranesi al posto di Mutu. Storari salvava al 14' sulla fiondata di Nedved e sulla ribattuta di Ibrahimovic, più tardi sarebbe andato a prendere un tiro assassino di Camoranesi. Il Messina, che aveva subito 12 gol in sei partite, quattro dei quali nell'ultima uscita con la Sampdoria, si teneva sotto media. Lo salvava il palo colpito al 40' da Trezeguet, subentrato a Del Piero, con una botta al volo sull'assist di Camoranesi. E nella disperazione, i siciliani moltiplicavano le punte finendo il match in attacco. Abbiati parava per la prima volta al 29' sul tiro di Di Napoli ed era bravissimo a togliere di porta la conclusione di Muslimovic che avrebbe allegrato il Milan e le altre. Dovranno attendere un'altra occasione. 

Marco Ansaldo 



Le pagelle 
Con Thuram la difesa è un bunker 
Emerson, il Brasile non lascia tracce 

ABBIATI 6,5. Inoperoso nel primo tempo, si scalda i guantoni al 27' della ripresa su un diagonale di Di Napoli. E poco dopo intercetta un'insidiosa incornata di Muslimovic. Tutto nel finale, tutto bene. 

PESSOTTO 6 Qualche appoggio non è impeccabile, ma se la cava con sufficiente ordine. Anche perché il Messina predilige la fascia opposta. 

THURAM 7 Annulla Zampagna con un'applicazione non esente da ruvidità. L'ammonizione non lo condiziona affatto. A tratti imperioso. 

CANNAVARO 6,5 È sul centrosinistra che i messinesi cercano spazi, qualche volta li trovano pure. Vigile, rammenda quando necessario. Protagonista nel parapiglia finale, con una zampata da rosso su Coppola. 

ZAMBROTTA 6 Istintivo e spettacolare il colpo di tacco con cui impedisce al Messina di mettere un uomo solo davanti ad Abbiati (per la precisione Giampà). Come, gli capita ultimamente, centellina gli affondi. Un atteggiamento economico e forse tatticamente dovuto, visto che Mutu copre poco. 

NEDVED 6,5 Cerca spazi in mezzo, in modo da liberarne per Ibrahimovic sulla destra, o favorire le percussioni di Pessotto. Il tema tattico gli consente di andare un paio di volte al tiro, costringendo Storari ad affannosi interventi. Un attaccante aggiunto, una spina al fianco del Messina 

(dal 30' st Chiellini sv: si rivede, è già qualcosa). 

EMERSON 7 Gestione del centrocampo equilibrata, efficace, mai compassata. Non sembra risentire della stanchezza dopo l'ultima transvolata oceanica. Solo in caso di cataclisma Capello rinuncerebbe alla sua cerniera in mezzo al campo. Impossibile dargli torto. 

GIANNICHEDDA 6,5 Non ha il passo di Vieira né le stesse velleità offensive. Però s'avventa su ogni pallone e in copertura rende un servizio certamente prezioso. 

MUTU 5,5 Non uno spunto degno di nota, eppure dovrebbe essere tra i bianconeri più motivati. Trascura il fondo e tende ad imbottigliarsi in mezzo. Velleitario, guadagna la panchina a inizio ripresa 

(dal 12' st Camoranesi 6,5: il suo biglietto da visita è un destro indirizzato nel sette e sventato da Storari). 

DEL PIERO 7 L'onda lunga della prestazione di Lecce, acclamata ovunque e da chiunque, libera le gambe e soprattutto la testa. Piroetta e dribbla con la leggerenza di dieci anni fa, prima che l'infortunio aprisse uno spartiacque nella sua carriera. La sintesi dell'avvio di partita è un gol da cineteca. La flessione in corso d'opera appare fisiologica, trattandosi della seconda partita in tre giorni. Domanda: contro il Bayern sarà un lusso tenerlo fuori? 

(dal 37' st Trezeguet 6,5: pochi minuti e un palo interno che grida ancora vendetta). 

IBRAHIMOVIC 6 Gira intorno all'area, a conferma di una serata di scarsa grazia. Insegue la giocata brillante, ma la trova sì e no un paio di volte. Conclude quando forse farebbe meglio a servire Del Piero, libero all'altezza del dischetto. Detto questo, non è mai marginale nella manovra juventina. 

CAPELLO 6,5 Il turnover in attacco è evidentemente finalizzato alla trasferta di Champions contro il Bayern. Mutu non lo ripaga della fiducia. Per il resto, solita Juve estremamente quadrata. E soprattutto la nona vittoria consecutiva

Guido Boffo
brani tratti da: La Stampa 16 ottobre 2005


 

 


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