mercoledì 27 maggio 2026

27 Maggio 2001: Juventus - Perugia

É il 27 Maggio 2001 e Juventus Perugia si sfidano nella quindicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 2000-01 allo 'Stadio delle Alpi' di Torino.

La Juventus guidata in panchina da Carlo Ancelotti sta sfidando la Roma di Fabio Capello per la conquista dello Scudetto. Alla fine però sará solo un amarissimo secondo posto per i bianconeri. 

Dall'altra parte c'é un Perugia che vive una stagione tranquilla e finisce la propria corsa a metá classifica.

Buona Visione! 



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Stagione 2000-2001 - Campionato di Serie A - 15 ritorno
Torino - Stadio Delle Alpi
domenica 27 maggio 2001 ore 20:30 
JUVENTUS-PERUGIA 1-0
MARCATORI: Trezeguet 55

JUVENTUS: Van der Sar; Tudor, Iuliano, Montero P., Athirson (Brighi Mat. 79); Zambrotta, Tacchinardi, Pessotto G.; Zidane (O'Neill 66); (c) Del Piero (Inzaghi 86), Trezeguet
A disposizione: Carini, Ferrara C., Birindelli, Fonseca
Allenatore: Carlo Ancelotti

PERUGIA: Mazzantini; Rivalta, Materazzi, Di Loreto; Blasi (Saudati 66), Paris (Gatti 76), Liverani, Guinazu (Robbiati 79), Pieri; Ahn, Vryzas
A disposizione: Tardioli, Hilario, Lombardi, Sogliano
Allenatore: Serse Cosmi

ARBITRO: Bolognino
AMMONIZIONI: Iuliano, O'Neill (Juventus); Mazzantini, Liverani (Perugia)




LE PAGELLE  
Tacchinardi, grande fatica a centrocampo 
Per Pessotto e Del Piero una serata senza squilli 

JUVENTUS 
VAN DER SAR 6,5. Un primo tempo di tutta tranquillità. C'era un solo pericolo, ma Vryzas lo grazia sparandogli addosso da ottima posizione. Poi respinge da campione una deviazione del greco. Inoperoso per tutta la ripresa, salvo un'altra bella parata su punizione dal limite. 
TUDOR 6. Deve vedersela con Pieri che fa molto movimento ma non deve faticare molto per tenerlo a bada. Mantiene un raggio d'azione molto limitato. 
IULIANO 6. Deve lavorare poco ma commette qualche errore di troppo. Meglio quando va in avanti ad aiutare i compagni. 
MONTERO 6. Puntuale e preciso nelle chiusure. 
ATHIRSON 6. Deve vedersela con lo sgusciante Blasi che lo sottopone a continui recuperi e non sempre lo neutralizza. Si disinteressa di spingere sulla fascia 
(dal 34' st Brighi, sv). 
ZAMBROTTA 6,5. Per tutto il 1' tempo si fa vedere poco. Solo in due occasioni riesce a saltare Di Loreto ma spreca tutto sbagliando i cross. Nella ripresa serve Trezeguet che segna. 
TACCHINARDI 6. II solito guerriero a tutto campo che deve faticare molto per contenere Liverani, regista del Perugia. 
PESSOTTO 6. Un po' spento e senza grinta. Gioca pochi palloni e li sbaglia quasi tutti. 
ZIDANE 6. Partenza pessima poi si riprende e inventa uno splendido duetto con Del Piero, ma il portiere avversario gli nega il gol. Non all'altezza delle ultime prestazioni con Fiorentina e Bologna 
(dal 21' st O'Neill 6; si mette davanti alla difesa a distribuire palloni e chiudere).
TREZEGUET 6,8. Per tutto il primo tempo gli creano una sola buona occasione: ma il suo pallonetto, su assist di Zidane, timbra la traversa. Lui si muove molto alla ricerca di spazi ma non riesce mai a trovarne. Bravo nell'esecuzione del gol del vantaggio: controlla con freddezza e batte imparabilmente Mazzantini. Poi spreca una facile deviazione. 
DEL PIERO 5,5. Nella giungla della difesa perugina non trova spazi per mettersi in mostra 
(dal 41 st Inzaghi, sv). 

PERUGIA  
MAZZANTINI 6,5. Si salva come può sulle incursioni avversarie. Lo aiuta una traversa e poi di piede toglie il gol a Zidane. Si fa ammonire dall'arbitro perché perde troppo tempo nel rimettere la palla in gioco. Non può fare nulla sul gol di Trezeguet. 
RIVALTA 5. Ben protetto dai ritorni dei centrocampisti, tiene la posizione e non deve faticare molto a contenere Del Piero. Non anticipa Trezeguet sul gol dello juventino. 
MATERAZZI 6. Mobile e preciso calamita di testa i pochi cross che arrivano in area. 
DI LORETO 6. Vigile e perfetto nel controllare Zambrotta e quelli che tentano di passare dalla sua parte. 
BLASI 5,5. Gioca davanti alla difesa pronto a bloccare ogni buco 
(dal 21' st Saudati 5; si è messo davanti all'area avversaria, ma non ha avuto alcuna occasione).
PARIS 5,5. Si vede poco e non è determinante nel contenere tentativi di affondo degli avversari 
(dal 31'st Gatti, sv). 
LIVERANI 6,5. Il solito grande inventore di gioco. Ma i suoi suggerimenti sono sprecati perche cadono quasi sempre nel vuoto. Rimedia un'ammonizione per fermare Del Piero. 
GUINAZU 3,5. Tanto movimento, tanti recuperi ma poca precisione nei suggerimenti. Bravo in alcuni anticipi su Zidane 
(dal 34' st Robbiati, sv). 
PIERI 6. Corre e pressa a tutto campo. 
VRYZAS 5,5. Nel primo tempo ha una grandissima occasione: si libera bene di Iuliano e si presenta tutto solo in area ma spreca sparacchiando sul portiere. Suo lo spunto di testa nel finale che costringe Van der Sar a una difficile respinta. 
AHN 5. Molto movimento, tanto fumo ma poco arrosto.

Arbitro BOLOGNINO 6. Partita tranquilla che può amministrare con facilità. 

Nino Sormani






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martedì 26 maggio 2026

26 Maggio 2019: Sampdoria - Juventus

É il 26 Maggio 2019 Sampdoria Juventus si sfidano nella diciannovesima (ed ultima) giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di  Serie A 2018-19 allo 'Stadio Luigi Ferraris - Marassi'  di Genova.

É una Juventus che ha appena vinto l'ennessimo Scudetto (é il 37esimo). 

Dall'altra parte ci sono i blucerchiati genovesi che disputano una stagione piú che positiva; finita poco sotto le posizioni che contano per l' Europa.

Buona Visione! 




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Stagione 2018-2019 - Campionato di Serie A - 19 ritorno
Genova - Stadio Luigi Ferraris
domenica 26 maggio 2019 ore 18:00 
SAMPDORIA-JUVENTUS 2-0
MARCATORI: Defrel 84, Caprari 90+1

SAMPDORIA: Rafael; Bereszynski, Ferrari A., Colley, Sala; Praet, Barreto (Vieira 70), Linetty; Ramirez (Caprari 58); Defrel, (c) Quagliarella (Gabbiadini 78)
A disposizione: Audero, Belec, Andersen, Saponara, Ekdal, Jankto, Sau, Junior Tavares, Tonelli 
Allenatore: Marco Giampaolo

JUVENTUS: Pinsoglio; Caceres, Rugani, (c) Chiellini (Bonucci 65), De Sciglio; Cuadrado, Bentancur, Can (Portanova 59), Matheus Pereira (Nicolussi 75); Dybala, Kean
A disposizione: Szczesny, Del Favero, Pjanic, Barzagli, Spinazzola
Allenatore: Massimiliano Allegri

ARBITRO: Nasca
AMMONIZIONI: Rugani 52, Portanova 90+3 (Juventus)




I due attaccanti blucerchiati regalano a Giampaolo (prossimo all'addio?) una prestigiosa vittoria. Marassi quest'anno si conferma tabù per Allegri, all'ultima sulla panchina bianconera

GENOVA - C'era riuscita una sola volta negli ultimi 11 scontri ufficiali. La Sampdoria torna a battere la Juventus e lo fa nell'ultima giornata di campionato. I liguri vincono 2-0 grazie alle reti nel finale di Defrel e Caprari. Amaro addio ai bianconeri per Allegri: quest'anno il Marassi è stato un vero e proprio tabù.

La prima di Pinsoglio
Le due formazioni erano state annunciate alla vigilia da Giampaolo ed Allegri, segnale di come la partita non importasse nulla per la classifica. Giampaolo sceglie Rafael in porta, si rivede a centrocampo Barreto. Allegri premia il terzo portiere Pinsgolio con la prima presenza stagionale in campionato, davanti senza Ronaldo ecco il tandem Kean-Dybala. Il più motivato è Quagliarella, deciso a blindare il primato nella classifica cannonieri ma le occasioni sono pochissime e, nel primo tempo, i due portieri appena si sporcano i guanti.

Marassi tabù per Allegri
Ripresa più pimpante con Quagliarella che in due occasioni prova a sorprendere Pinsoglio ma senza esiti. Tutte le emozioni arrivano nel finale: al 77′ Quagliarella lascia il posto a Gabbiadini e riceve la standing ovation di tutto lo stadio. Passano 4′ e viene annullato un gol a Kean, abile a superare Rafael in uscita, ma in posizione di fuorigioco per davvero pochi millimetri. Sembra tutto indirizzato verso lo 0-0 quando Defrel scambia bene in area con Gabbiadini e trafigge Pinsoglio con un tiro strozzato. L'ex attaccante della Roma sigilla così il suo ottimo girone di ritorno. La reazione della Vecchia Signora non c'è, anzi all'inizio dei 4 minuti di recupero Caprari pennella una punizione straordinaria con il portiere bianconero attonito. Dopo il ko (il primo in campionato) contro il Genoa dello scorso marzo, Marassi si conferma tabù per Allegri che lascia ufficialmente la Juventus con una sconfitta.

Lunedì il futuro di Giampaolo
Farà lo stesso Giampaolo? C'è aria di addio, ma sarà decisivo il summit previsto per lunedì tra il tecnico marchigiano ed il presidente Ferrero. Intanto la Sampdoria saluta i propri tifosi con un'ottima stagione, soprattutto tra le mura amiche. E, a proposito di mercato, attenzione alle sirene del Napoli su Quagliarella.

Francesco Carci





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lunedì 25 maggio 2026

25 Maggio 1983: Amburgo - Juventus

É il 25 Maggio 1983 Amburgo Juventus si sfidano nella Finale (a gara unica) della Coppa dei Campioni 1982-83 allo 'Stadio Olympiakos Spyros (Spiridon) Louis' di Atene (Grecia).

I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra piú forte del mondo' avendo in rosa motli elementi della nazionale Italiana Campione del Mondo a Spagna 82, con l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zbigniew 'Zibi' Boniek

La vittoria finale in Coppa dei Campioni sembra 'una cosa dovuta' peró la paura di vincere in europa e un 'tiro della domenica' di Felix Magath fermano i campioni bianconeri ad Atene nella finalissima.

Buona Visione!



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Stagione 1982-1983 - Coppa dei Campioni - Finale
Atene, campo neutro - Olympiako Stadio Spyros (Spiridon) Louis
mercoledì 25 maggio 1983 ore 21:15 
AMBURGO-JUVENTUS 1-0
MARCATORI: Magath 9

AMBURGO: Stein, Kaltz, Wehmeyer, Jakobs, Hieronymus, Rolff, Milewski, Groh, Hrubesch, Magath, Bastrup (Von Heesen 55)
A disposizione: Hain, Schroeder, Djordjevic, Brefort
Allenatore: Ernst Happel

JUVENTUS: (c) Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega R., Tardelli, Rossi P. (Marocchino 56), Platini, Boniek
A disposizione: Bodini, Storgato, Furino, Galderisi
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Rainea (Romania)
AMMONIZIONI: Bonini 36, Cabrini 39 (Juventus); Rolff 35, Groh 39 (Amburgo)





Amburgo-Juventus 25 maggio 1983: 1-0. "...sembra una barzelletta. Felix ha fatto una finta, fatto saltare a vuoto Bettega e calciato un iper-tiro galattico, sotto l’incrocio dell’incolpevole Dino Zoff..."

Per me Amburgo - Juventus del 25 maggio 1983 non è finita. Perché è da quando ho 9 anni che sono ancora là ad aspettare, nella stanza di Michele, che qualcuno me lo dica, che è finita. Sono da Michele perché poco prima, sul divano, al gol dell’Amburgo, mi si è aperta per la prima volta, sul mio petto, una ferita, un malessere esistenziale, che non conoscevo e che da grande avrei riconosciuto (poi) col nome di angoscia. E così mi sono spostato. A far finta di guardare i suoi soldatini. Di cui non me ne frega una beata cippa. In realtà per allievare quello stato di angoscia. Perché? Perché perdere sarebbe incredibile. 

E pensare che d’incredibile nell’attesa c’era la convinzione di tutt’altro. C’era la certezza dei poteri soprannaturali della mia Juve. Equiparabile a quelle robe da botteghino che danno su Sky. Tipo Advergeers, Giustice League, X men. Un battaglione di campioni del mondo votati alla vittoria, con a capo un genio francese a cavallo di un agile destriero di origine polacca.  Incredibile poi era stata l’avventura. I nostri avevano sconfitto prima i temuti inglesi dell’Aston Villa, detentori del titolo (in differita su rai 2) e poi, in semifinale, il diavolo rosso comunista, quest’ultimo nelle profonde di un citta lontana e impronunciabile (Wids…Widss…no ja fò…Widwedg lodg… Widzew Lodz, ecco!).

Lo ammetto. Per me Bettega non era un giocatore di calcio. Per me Bettega era immortale! E poi stavo da Adriano, il papà di Michele, a vedere la partita coi grandi. Seduto, comodo, invitato. Con Michele che si era dileguato subito, annoiato, salvandomi dal tedio di rispondere “no!” ad ogni suo invito a conquistare gli inglesi, posizionati sul comodino, con l’assalto di rampanti soldatini tedeschi che avanzavano dalla scarpiera della sua camera.
Assaporavo il solito lieto fine. Solo che poi è successo che uno che di nome fa Felix (ti farà mica dei male uno con un nome del genere?) ha ricevuto la palla da destra. A passargliela è stato Groth. Che a sua volta l’ha intercettata da un risentito Kaltz. Il quale si è incavolato. Un tipo che sono convinto si chiami così per via dei calzini arrotolati alle caviglie. E si sono mandati a quel paese. E sembra una barzelletta. E Felix, ha fatto una finta, fatto saltare a vuoto Bettega, e calciato un iper-tiro galattico, supersonico, raggi beta, sotto l’incrocio dell’incolpevole Dino Zoff.

Squarcio. Non sto mica tanto bene, e non è dolore fisico. Reggo fino all’inizio della ripresa, non rimontiamo, non tiriamo. Cerco Michele. Lo raggiungo. Coi tedeschi (maledetti) agguantiamo sti addormentati di inglesi sul comodino. E ho l’udito così vigile, pronto a sentire ogni minimo rumore dal salotto, qualcosa che mi dica che la stiamo riprendendo, che sento tutti i grilli e le cicale del paese cantare in coro, Vamos a la playa.

….E trentasette anni dopo io sono ancora là, in quella stanza, con un soldatino in mano e Michele di fronte a me. Perché è impossibile. E’ ancora impossibile che finisca così. 

Lorenzo Cargnelutti 






Nella finale di Atene sfuma ancora il sogno europeo della Juve: vittoria tattica del mago Happel su Trapattoni
Patatrap

ATENE. Mai più nei Balcani! Non è aria per la Juve. Atene '83 come Belgrado '73: senel '93, per dire, si disputasse un'altra finale di Coppa dei Campioni in Albania, i bianconeri farebbero meglio a dare forfait. Purtroppo, mentre dieci anni fa la (in fondo prevedibile) sconfitta contro l'Ajax non fu altro che un piccolo inciampo che rinviava di pochi mesi il nuovo discorso «europeo», la disfatta di Atene ha costituito un vero e proprio danno ecologico per le ambizioni della Vecchia Signora. Allora (nel 1973) la squadra aveva già in tasca il «vaucher» di uno scudetto appena vinto che la riproiettava immediatamente in Coppa Campioni: adesso ha in mano uno sfratto che le durerà almeno due anni. Di resurrezione ai livelli sognati, insomma, si riparlerà - eventualmente nell'85. E non è detto che, a risorgere, sia questa stessa Juve. Anzi...

TRASLOCHI. Ormai lo sanno tutti. Il Capo, ad Atene, c'è rimasto malissimo. E quando il Capo ci resta male sono dolori. Agnelli non è come Fraizzoli. Se ti dice 
"la ringrazio per tutto quello che ha fatto per noi" è come se ti avesse già mandato a casa il camion della Gondrand. In Grecia s'era portato gli amici più cari: vicino a sé, per affetto e per scaramanzia aveva voluto Jas Gawronski che è una persona deliziosa e che, con quel nome polacco, fa sempre chic. A tutti aveva promesso champagne e caviale da servire nella notte, in una certa coppa, in un suo isolotto dell'Egeo. Ma lo champagne è rimasto in frigo: il caviale se lo sono mangiati i camerieri. La Coppa, beh, quella è stata svenduta a dei signori tedeschi che passavano da Atene senza ambizioni. Insomma, viste come sono andate le cose, esiste il terribile sospetto che qualcuno come si dice pagherà. In Galleria San Federico è stato visto girare un signore con la mannaia. Sulle colline di Torino, fra un mese, sarà possibile trovare due-tre villette sfitte.

SCACCHI. Il disastro dell'Egeo richiama immediatamente l'immagine di certe ire funeste che presero corpo, in passato, da quelle parti. Ecco: come si manifesterà l'ira funesta di Agnelli e Boniperti? Chi finirà (o è già finito) nella lista dei buoni e dei cattivi? Sarà un olocausto bianconero o si procederà per gradi? Si penserà al domani o come a questo punto è prevedibile - al «dopo-domani»: cioè all'allestimento di una squadra già competitiva sin dalla rentreé europea? Chi, secondo, la Sacra Famiglia Lambs (Agnelli) si è reso maggiormente responsabile della deludentissima in rapporto alle aspettative annata bianconera? Secondo alcuni la prima testa in bilico potrebbe essere quella di Giovanni Trapattoni. Il suo, è chiaro, è il ruolo più delicato e non solo in omaggio allo scontato concetto che il primo a pagare deve sempre essere l'allenatore. Noi, personalmente, siamo grandi estimatori del Trap, convinti ammiratori delle sue doti di grintoso psicologo. Proprio per questo, però, siamo rimasti male nel vederlo, a Atene, in balia tattica di un collega che, evidentemente, è più mago di lui. Insomma, per farla breve, se è vero - com'è vero che la finale di Coppa Campioni è stata una grandissima partita a scacchi, da una parte abbiamo visto Karpov e dall'altra il campione sociale della Scacchistica Cusano Milanino. Dice Trapattoni che non è stato lui a sbagliare, che l'hanno tradito gli alfieri e soprattutto i re. Ma il Capo gli crederà?

CONFINE. Trapattoni (che comunque la Juve deve solo ringraziare per il palmarès che le ha dato in sette anni) ha un grandissimo atout: o, se volete, un grandissimo scudo. Se proprio la Dirigenza volesse infierare su di lui, non si vede chi potrebbe prendere al suo posto. A Boniperti piacciono Castagner e Marchesi ma, impegni attuali di costoro a parte, chi ci dice che esista un tecnico italiano che sappia davvero fare meglio del Trap a livello internazionale? E se fosse questo, cioè il suo, il vero limite, il vero confine della nostra genialità tattica? Certo, se il gelido Hap-pel fosse sul mercato, Boniperti lo «acquisterebbe a scatola chiusa». Ma, come si sa, il calcio italiano ha riaperto solo le frontiere delle «braccia», non quelle delle «menti». E dunque bisogna arrangiarsi con quello che c'è. D'altra parte è anche vero che non è facile trovare uomini-Juve: né per il campo né per la panchina. La Sampdoria, o il Verona, o persino l'Inter sono squadre che possono essere migliorate e potenziate con una certa facilità: forse «solo» con dei soldi. Ma per rinforzare una Juve o, addirittura, per rinnovarla e rilanciarla non si può andare al supermercato: bisogna andare in boutique. 
ALLORI. Delle intenzioni di «mercato» bianconero si comincia ormai a sapere qualcosa: se non parecchio. A occhio e croce Boniperti non sembra avere quelle pericolose crisi di riconoscenza molesta che negli ultimi tempi hanno travolto Enzo Bearzot. In questo, vedrete, potrebbe essere molto «aiutato» da certi piccoli, ineleganti, episodi di arroganza esplosi durante l'anno. Mai, prima di questa stagione, c'era stato uno juventino che avevo osato puntare i piedi al momento dei reingaggio: mai giocatori s'erano adagiati tanto sugli allori, mai avevano scritto libri di dubbio giusto, mai avevano malinterpretato con pericolosa (per loro) spregiudicatezza il famoso stile Juve: che tutto concede ma che tutto proibisce. Mai, per la verità, erano diventati campioni del mondo. Ed è questo, secondo il cinico Boniperti, il vero peccato originale di tutta la stagione bianconera. Un «peccato», a dire il vero, che sarebbe molto bello commettere anche più spesso e sul cui altare noi sportivi siamo persino disposti a immolare qualche delusione (come, appunto, quella della mancata vittoria in Coppa). Ma il Presidentissimo che quando ne ha voglia - fa malissimo, non è un romantico: è un bianconero. A lui, dei cieli azzurri, non gliene frega proprio niente. 
AAA. Insomma, quella di Atene potrebbe persino essere stata l'ultima partita nella Juve di più gente del previsto. Ai nomi, ormai scontati di Bettega e Zoff, potrebbero aggiungersene anche altri che fino a pochi mesi fa era bestemmia porre in dubbio.
Lo stesso Tardelli, lo stesso Rossi, lo stesso Scirea, per non dire di Gentile e di Boniek, hanno ormai perduto la loro fama di intoccabili. Il secondo posto in campionato e la finale in Coppa dei Campioni (o, se vogliamo, la sconfitta in campionato e la sconfitta in Coppa dei Campioni) costituiscono un bilancio che tradisce le attese e i pronostici. Né la Coppa Italia, comunque vada a finire, potrebbe lenire la delusione. La Juve ha pagato spietatamente la legge della «tre A»: Aberdeen, Anderlecht e, naturalmente, Amburgo. Evidentemente il trittico di Coppa di quest'anno doveva richiamare gli annunci economici. Eravamo arrivati ad Atene dicendo fra noi: 
«Questa è una squadra troppo forte per il campionato italiano: è una squadra europea.» 
Evidentemente il destino dei giornalisti è quello di sbagliare i pronostici. Per odio o per amore.

GAFFES. Forse la vera grande «colpa» della Juve è stata quella di aver... vinto per troppi giorni la Coppa dei Campioni. Era scontata, era fatta, era palese. E invece la squadra biaconera è stata campione d'Europa «solo» fino al 25 maggio. E a quel punto la gente, gli italiani, i quarantamila meravigliosi tifosi che avevano seguito la squadra hanno preso in considerazione l'ipotesi che una partita di calcio specie una finale di quel genere può essere vinta persino dagli «altri». Mai come questa volta la troppa euforia ha fatto tanto male: avevano visto sventolare per Atene una bandiera con scritto «Juve Campione d'Europa». Erano state queste bandiere a farci venire i primi brividi. Scaramanzia italica dove sei finita? Non sapevano i tifosi juventini che certi loro colleghi milanisti hanno ancora riposto, in cantina, un vessillo con la stella e con scritto sopra «Milan Campione d'Italia 1972-73»? Non furono forse loro i primi a ridere di quella terribile gaffe? E a proposito di gaffe? Quanto ci può avere aiutato il ripetere e lo scrivere che Rainea è sempre stato un arbitro «amico dell'Italia»? Non c'è davvero venuto il dubbio che, proprio per questo, lo smaliziato fischietto rumeno fosse tenuto ed obbligato a dimostrare il contrario?

PROFESSORE. La notte di Atene è un ricordo lontano, quasi sfocato. Un ricordo fatto di rabbia, di impotenza, di scoperte, di crudeli realtà. Uno scoppiettare di flashback che vedono il miope Magath scor razzare indisturbato per il campo, il futuro professore di geografia Wehmeyer insegnarci che cosa sono le famose fasce laterali, balzi Stein, l'isterismo di Tardelli e Boniek che colpiscono i loro avversari, l'orgoglioso dore di Zoff, l'incredulità di Bettega, la rabbia di Brio 
(«Ma perché là davanti non si muovono?»), 
I segni del k.o sul viso di Trapattoni, Galderisi e Bodini che si alzano dalla panchina non per scaldarsi ma per mandare un po' più d'aiuto da parte del pubblico, l'illusione d'un rigore che avrebbe solo depistato la nostra inferiorità, l'atteggiamento altezzoso di Rossi all'uscita dal campo, la perplessità incredula di Platini, i 5.000 tifosi tedeschi che zittiscono uno stadio bianconero. Le lacrime dei tifosi italiani in un aeroporto e in una città simili a Caporetto. Ecco, forse quei ragazzi in campo non si sono ricordati abbastanza - come avrebbero dovuto dei loro meravigliosi fan. Ma ora è tutto finito. Juve - grazie lo stesso. Però...

Marino Bartoletti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.22



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