martedì 3 marzo 2026

3 Marzo 2012: Juventus - Chievo Verona

È il 3 marzo 2012 e Juventus Chievo Verona si sfidano nella settima giornata del Girone di Ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 2011-12 allo 'Juventus Stadium' di Torino.

È il primo anno di Antonio Conte come allenatore dei nostri eroi, ma nessuno si può sognare quale sarà l'epilogo di questa stagione. Alla fine sarà una marcia trionfale lunga trentotto partite, tutte senza l'onta della sconfitta.

Buona Visione!

 

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Stagione 2011-2012 - Campionato di Serie A - 7 ritorno
Torino - Juventus Stadium
Sabato 3 marzo 2012 ore 20:45
JUVENTUS-CHIEVO 1-1
MARCATORI: De Ceglie 18, Dramè 76

JUVENTUS: Buffon, Lichtsteiner (Del Piero 78), Barzagli (Bonucci 41), Chiellini, De Ceglie, Padoin, Pirlo, Marchisio C. (Caceres 71), Giaccherini, Matri, Vucinic
Allenatore: Antonio Conte

CHIEVO: Sorrentino, Frey N., Andreolli, Acerbi, Dramè, Bradley, Rigoni, Luciano (Moscardelli 64), Sammarco (Hetemaj 64), Thereau, Paloschi (Vacek 83)
Allenatore: Domenico Di Carlo

ARBITRO: Gervasoni



Alla Juventus Stadium finisce 1-1. Bianconeri rimontati: al 18' segna De Ceglie, in fuorigioco sopra di poco, poi nella ripresa Dramè, che avrebbe dovuto essere espulso in precedenza, al 31' pareggia i conti. Sorrentino decisivo su Padoin e Pirlo. Mercoledì il recupero Bologna-Juve

La Juventus non riesce a rispondere al Milan. Il Chievo blocca i bianconeri sull'1-1 allo Juventus Stadium. E il Diavolo allunga in vetta, con la vittoria di Palermo, ora è a +3. La Juve conferma contro i gialloblù di non attraversare un momento di splendore atletico, tutt'altro. Sono quattro i pareggi nelle ultime 5 uscite per una squadra comunque imbattuta e che con l'eventuale vittoria a Bologna nel recupero di mercoledì potrebbe acciuffare il Milan, e anzi, tornare prima per i risultati combinati degli scontri diretti, ma la pareggiate sta diventando una malattia preoccupante. 12 pareggi complessivi, molti (5 in casa) contro le "piccole", le hanno impedito di allungare sul Milan quando la forma era al massimo, e ora che il Milan sta bene fisicamente, e la Juve è meno tonica, diventa più complicato invertire l'inerzia del duello scudetto che fino a qualche settimana fa vedeva i bianconeri viaggiare con il vento alle spalle. La Juve contro il Chievo paga i soliti limiti degli attaccanti - Vucinic continua a girare a largo sottoporta e con 3 gol all'attivo, siamo vicini al "caso" -, eppoi, stavolta, stanca, non è riuscita ad amministrare una partita che pure le si era messa bene, con il gol iniziale di De Ceglie. Ma la rete di Dramè, di un Chievo al solito solido e coriaceo, offusca, e di parecchio, la gioia per il 25° risultato utile di fila per gli uomini di Conte, cui forse oggi si può imputare di aver ritardato i cambi in avanti, quando la Juve, in affanno, non teneva più il pallone. Del Piero si è dovuto accontentare delle briciole di partita, a patatrac già combinato.

DE CEGLIE GOL — La Juve nel primo tempo conferma di non essere in grande condizione atletica, adesso. Non aiuta il fatto che parecchi bianconeri abbiano giocato in Nazionale contro gli Usa, mercoledì: da Matri a Pirlo, da Marchisio a Barzagli, la cui partita durerà solo 43': fuori per un indurimento muscolare ad un polpaccio. La squadra di Conte, che cambia per l'ennesima volta il modulo, stavolta si schiera con il 4-4-2, con Padoin e Giaccherini esterni, e Vucinic portato più vicino a Matri e alla porta per provare a sbloccarlo, in fase realizzativa. Il Chievo è guardingo: Paloschi è l'unica punta, Thereau e Luciano provano ad accompagnarlo in contropiede. Matri si divora subito un'occasione, ispirato da Giaccherini, molto vivace, anche se non sempre preciso.

Poi arriva il gol di De Ceglie. Il suo primo centro per la Juventus. Di testa, dopo che una capocciata di Chiellini era carambolata sul palo. Il terzino sinistro ribadisce in rete da pochi passi, ma sarebbe in fuorigioco, seppure di pochissimo, appena oltre la mischia in area. La partita resta aperta: la Juve spinge, volenterosa ma poco brillante, con i soliti limiti in fase di finalizzazione e un Pirlo appannato rispetto agli standard altissimi a cui ha abituato i suoi tifosi. Il Chievo per costituzione proprio non prevede di giocarsela a viso aperto: preferisce ripartire anche se è sotto di un gol, e lo fa discretamente, pericoloso con Sammarco, e con Paloschi sempre appostato sulla linea del fuorigioco. All'intervallo la Juve arriva avanti di un gol, ma con la gara ancora in bilico.

IL PARI DI DRAME — La Juve della ripresa sembra camminare sulle uova. Titubante, timorosa. Soprattutto stanca. Sfiora il 2-0 con Padoin, ed è bravissimo Sorrentino, ma poi le prende la tremarella, un flashback dello scorso anno, di cui i tifosi bianconeri avrebbero fatto volentieri a meno. Di quando la Juve non riusciva a gestire un vantaggio che fosse uno. Dramè rischia il rosso, per doppio cartellino giallo, ma viene graziato dall'arbitro Gervasoni. E proprio Dramè, di sinistro, trova la rete del pareggio, in mischia, con Bonucci che mette nella propria porta, a Buffon battuto, non riuscendo nel salvataggio in extremis. La Juve reagisce, la rabbia le ridà energie, assedia il Chievo e sfiora il 2-1 con Pirlo, ma Sorrentino risponde ancora presente. Chiellini si fa male, la Juve finisce virtualmente in 10 uomini, con il difensore in campo solo perché i cambi sono esauriti, la partita finisce 1-1. La Juve è a -3 dal Milan.

Riccardo Pratesi
tratto da: Juve bloccata dal Chievo Adesso è a -3 dal Milan




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lunedì 2 marzo 2026

2 Marzo 1983: Aston Villa - Juventus

È il 2 marzo 1983 ed Aston Villa (Inghilterra) e Juventus si sfidano nella Gara di Andata dei Quarti di Finale della Coppa dei Campioni 1982-83 allo Stadio ‘Aston Park’ di Birmingham.


ZOFF DIVISO TRA CAMPO E SPOT – Giova ricordare che i “villans” erano i campioni in carica, inglesi racchiusi in fortezze praticamente invio­labili. La Signora svampita in Italia però sapeva trasformarsi in Europa, magnifica. Il 3 marzo 1983, appuntamento al Villa Park per una finale anticipata. Grande attesa, l’ente di stato radio televisivo snobbò l’evento propinando al colto e all’inclita, juventina e no un micidiale cocktail d’intrattenimento alternativo.

Tuttavia Tele Montecarlo ovviò all’inconveniente con la più surreale diretta mai vista. Essendo un’e­mittente privata usava farcire gli eventi di pubbli­cità. Dopo il fenomeno si sarebbe espanso e tutti sappiamo come. Così mentre a Birmingham si dava all’inizio alle danze sugli euroteleschermi comparve Zoff a magnificare, solenne, le virtù dell’olio da lui sponsorizzato.

ROSSI-COWANS, POI BONIEK – Nel frattempo la Signora s’era portata avanti col lavoro, rimboccatasi le maniche rifilò nel volgere di un minuto uno schiaffone ai villani: gol di Rossi su cross di Cabrini, servito da un tacco di Bettega. Di quel gol non vi fu traccia sino a quando non venne ripescato dagli archivi di altri emittenti. Poi la partita continuò senz’altro intoppi d’ordine pubblicitario. La Juve si fece raggiungere ad inizio di ripresa, gol di Cowans, ma rimise le cose a posto con un chirurgico contropiede ordito da Platini e finalizzato da Boniek. 2-1, stretto.

cit. Tuttosport 2 Agosto 2009

 

Buona Visione! 


aston villa





Coppa dei Campioni 1982-1983 – Quarti, andata
Birmingham – Stadio Villa Park
Mercoledì 2 marzo 1983 ore 19.30
ASTON VILLA-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Rossi P. 1, Cowans 53, Boniek 81

ASTON VILLA: Spink, Williams (Deacy 40), Gibson, Bremner, McNaught, Mortimer, Blair, Shaw, Withe, Cowans, Morley
Allenatore: Tony Barton

JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega, Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Eschweiler (Germania Ovest)





Inglesi sgomenti e in affanno per le prodezze dell'attaccante 
Paolo Rossi è tornato Mundial 
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE BIRMINGHAM — 

Anche gli italiani , anglofili, quelli per i quali un inglese che sputa è un
 signore che rinfresca le formiche, hanno faticato ieri sera ad apprezzare prima del match Aston Villa-Juventus, Birmingham la brutta, la pioggerella di Birmingham, lo stadio per fachiri cattivi di Birmingham, e quel giornale di Birmingham con in prima pagina Spink, il portiere dell'Aston Villa, intento a divorare spaghetti e la scritta a caratteri di scatola: 
«Li mangeremo vivi». 
L'atmosfera è stata di tensione quasi rabbiosa fino all'inizio del match. Un po' troppa polista, fuori dello stadio, in campo, sulle gradinate, per quello che è il panorama inglese, e appelli bilingui, più accorati però che drammatici, dello speaker. .. 

Poi c'è stato il gol di Rossi, con una manovra proprio disegnata dalla Juventus, calligrafica, spiegata e non imposta, un gol didascalico, con tutte le cosine belle e classiche del football: il bel controllo di palla, il colpo di tacco, il cross, il colpo di testa. Un gol di un quasi dimostrativo: ecco, così si gioca, questo è un tipico schema d'attacco, questo è un tipico errore difensivo, visto? E adesso che cominci pure la partita. E la partita è cominciata, con quel dettaglio dell'1-0 bianconero già messo da parte, ma era intanto stato ripristinato quel sentimento che riempì e zavorrò gli avversari degli azzurri nelle tre ultime partite in Spagna: il terrore di Rossi. Fu questo sentimento, spalmato su brasiliani, polacchi, tedeschi, ad aiutarci a vincere il .Mundial. È stato per questo che ho spedito la palla sulla sua traversa, terrorizzato dalla presenza più che dal movimento di Rossi. È stato per questo che è mancata — fino all'avvento faticoso di una riorganizzazione mentale — una regola, una volontà persino nella marcatura di Rossi. McNaught e Bremner in certi momenti sembravano addirittura fuggirlo, o scaricarselo. E a un certo punto McNaught ha scaraventato un pallone sulla testa di Rossi come per eseguire un esorcismo, come se quello fosse un fantoccio stregato, maledetto, da abbattere. E la gente, come se fosse stata in Spagna nel luglio 1982, ha preso a vedere due partite, quella di Rossi e l'altra. E la gente italiana (3000, tutto sommato felicemente poco mandonilistica) ha preso ad amare ogni mossa del centravanti, quella inglese a detestare ogni suo agitarsi, anche il semplice spostarsi al piccolo trotto. Gioco di squadra, il football ieri sera al Villa Park è stato anche questione di un uomo, in certi momenti così incastonato tra avversari atterriti, tutti intorno a lui ma nessuno davvero su di lui, da apparire là davanti a una specie di escrescenza dell'Aston Villa, più che un prolungamento della Juventus. C'è stato, vero, anche tutto il resto, ma la partita è andata avanti aspettando Rossi, un altro gol di Rossi, qualcosa di Rossi. E verso la fine del primo tempo questa attesa è sembrata pervadere anche la Juventus.  
Boniek addirittura si è come ritirato dagli affari: tanto, ci avrebbe pensato Rossi. E per fortuna che ai difensori bianconeri Rossi appariva ipotesi lontana, valida ma lontana, e non standogli vicini non venivano troppo condizionati dall'attesa del suo miracolo e allora facevano le cose sante e giuste del calcio normale, sparavano via palloni, si alzavano bene di testa, costruivano la muraglia. All'inizio della ripresa, con il gol del pareggio, è sembrato che il sentimento di terrore fosse stato lasciato dagli inglesi nello spogliatoio, e che intanto la Juventus avesse smarrito una certa sua sicurezza di genesi messianica. E in effetti si vedeva un football, come dire, meno affascinante ma più sereno, non condizionato, molto giocato da Platini e frequentato persino da Boniek. 
Ma quando, all'81, Rossi tirava e il portiere mandava sul palo, veniva come ripristinato il terrore. E Platini, vedendo tutto l'Aston Villa coagulato, fisicamente e mentalmente, attorno a Rossi, lanciava Boniek che segnava. E insomma era rinnovata, per delega e dopo un avviso (quel palo) la magìa internazionale di un atleta, di una fortuna, peraltro meritata, legittima, che lui trova e dispensa agli amici, bianconeri e azzurri, quando passa il confine e che in Italia non funziona. Anzi. 

Gian Paolo Ormezzano





COPPA DEI CAMPIONI/ASTON VILLA-JUVENTUS 1-2
Guidati da un formidabile Platini, con un Rossi formato mondiale e un Bettega ritrovato, i bianconeri domano il furore inglese ed espugnano trionfalmente il temuto Villa Park
Juvengland

BIRMINGHAM... Originale, ma di più squisita per frase tattica e genialità, la "nuova" Juve ha espugnato il "Villa Park" in un'umida, gelida sera di marzo collezionando applausi di ammirazione e rinfrancando il prestigio del nostro calcio all'estero. È stata una Juve a tratti trascinante; la realizzazione del sogno di Giampiero Boniperti quando aveva messo insieme, l'estate scorsa, vecchio e nuovo. Una squadra nuova, aggiungo, con qualcosa d'antico, perché il "nuovo" di Platini e Bonini si è sposato alla più proverbiale sapienza tattica di Roberto Bettega e il concerto radente della Juventus al Villa Park ha intimorito il forcing dei blu-granata locali e la partita si è risolta con un successo quanto mai veritiero e sintomatico dei propositi bianconeri in questa Coppa dei Campioni.

BETTEGA. Bisogna innanzitutto elogiare Bettega per la prestazione che ha saputo calare dalla sua carcassa, un gioco vorrei dire argentino, ma persino più carezzevole, sornione, ammaliante, sin dalle prime battute quando inventava con Cabrini il folgorante gol di Paolo Rossi (tornato subito nel clima giusto, Pablito) e di seguito con la sua regia tuttocampo spaziando e duettando maestosamente con Monsieur Platini. Costui ci ha impiegato più tempo e una ragionevole prudenza fisica per scatenare i suoi estri sfiziosi, dei quali ho già parlato su questo giornale a proposito della sua prestazione in campionato contro l'Udinese, ma poi è stato semplicemente regale, lanciando Boniek al gol di possesso, un Boniek in sicuro progresso, ma ancora distante da quel giocatore proteiforme che sa essere, tutto potenza e slanci fantasiosi in profondità. L'impegno fisico del polacco è stato smanioso, la sua vena tattica non sempre convergente e in sostanza nella Juve che si profila mattatrice in campo europeo e mondiale è ancora il giocatore che tarda a inserirsi, si vede a sprazzi, a lampi, si fa aspettare. Ma le sue difficoltà come conveniva lo stesso Boniperti sono evidentemente psicologiche; però debbono essere risolte al più presto nell'interesse della Juventus.

PLATINI. Ma non si fa aspettare la squadra, col suo gioco applicato a risolvere in chiave di contropiede manovrato tutti i problemi. L'Aston Villa non aveva dubbi di riuscire con la sua possa a travolgere la nostra diga, ma la Juventus non l'ha aspettato, l'ha preceduto e subito infilato in partenza e alla distanza, raggiunta dal gol di Cowans, ha recuperato di rabbia, ma soprattutto di passione, le sue cadenze ispirate. Il
suo contropiede manovrato ha falciato il gioco di possesso dei britannici, Monsieur Platini è andato ad esibire alcune giocate di mostruosa bravura, sempre spalleggiato dal brizzolato professore di Valchisone e dal recuperato vivido Pablito Rossi e il gol di Boniek, saettante, magistrale, ha premiato la squadra superiore, la classe. Chi sa anche giocare, voglio dire, ha sempre di più di chi sa combattere. Soprattutto nelle ribalte internazionali. Facile a dirsi, difficile però nella realtà vera del gioco, dentro un campo abitato da una folla civilissima, contro un Aston Villa dalla perentoria personalità atletica e dal personalissimo gioco, squadra che non si scopre e duetta in profondità per scatenare gli estri di Gary Shaw e Morley, la Juve ha dunque presentato la sua perentoria carta da visita. È nata una grande squadra. Lo scrivo senza il minimo dubbio. Capace, aggiungo, di qualunque impresa. Ed ora vedremo se la Roma saprà costruirsi in breve tempo questo gioco e soprattutto questa arte pedatoria. 
«Siamo la squadra più grande del mondo» 
mi aveva detto Brio a casa sua, qualche giorno prima. Il leccese aveva ragione. Il suo non era tifo di parte.

BRIO E BONINI. C'era una volta, scriviamo ora noi, la Juventus di Furino, condizionata dal suo intrepido e indomito capitano-giocatore da trincea, c'è oggi la Juventus di Platini, che è ancora per poco quella di Bettega, squadra che riesce in virtù del gioco a sovrapporsi a qualsiasi difficoltà atletica e tattica con le sue sponde artistiche, con la sua personalità trascinante. Mentre Zoff aveva poche occasioni per mettersi in mostra, altro rilievo significante, si vedeva proprio Brio ergersi a gigante nell'area, disintegrando Withe il falloso protervo Peter White. E in più si vedeva, da qua a là, volteggiare la chioma bionda di Massimo Bonini, il terzo straniero della pattuglia, il più nostro, il ragazzo deamicisiano, perno della ricorsa, intrepido faticatore. Ma tutta la squadra aveva ogni pedina al posto giusto, devo aggiungere che Tardelli anticipava Morley e Gentile annullava Shaw come aveva annullato Maradona e Zico e se solo a sprazzi si vedeva il migliore Boniek, la squadra lievitava come nei sogni proibiti di Giampiero Boniperti.

ZEFFIRELLI. Si è sentito di fatti sanguinosi tra il pubblico, di accoltellamenti, voglio dire. C'è sempre in un mare di migliaia di persone accalcate sugli spalti, un pazzo, un irresponsabile. Ma in senso lato i tifosi italiani in questa trasferta sono stati esemplari. E di questi giorni la querela della Juventus ad un regista che ne ha usato per farsi pubblicità. Uno dei segreti di certi uomini così detti arrivati è sapersi fare la pubblicità. Che io ne sappia, e ne sanno abbastanza, le mie ossa e il mio cuore, non c'è squadra in Italia più grande della Juve, ricca di capacità tecnica assimilata negli anni, il risultato anche di una gestione amministrativa seria, insomma, questa Juventus che va a Birmingham e conquista una vittoria storica.

Vladimiro Caminiti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.10






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domenica 1 marzo 2026

1 Marzo 1992: Juventus - Genoa

È il 1 marzo 1992 e Juventus e Genoa si sfidano in questa gara valevole per la sesta giornata del Girone di Ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1991-92. Il tutto si svolge  allo Stadio delle Alpi di Torino.

Contro questo Milan (imbattuto in Serie A) perfettamente guidato in panchina da Fabio Capello, è difficile ottenere di più di un secondo posto nella Classifica Finale del massimo campionato italiano. Così una Juventus ancora debole ma tanto volenterosa riesce nel suo scopo iniziale!

Sull'altra sponda c'è la squadra rossoblu genovese che salva una stagione non all'altezza delle attese con una salvezza risicata!

Buona Visione!



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Stagione 1991-1992 - Campionato di Serie A - 6 ritorno
Torino - Stadio Delle Alpi
Domenica 1 marzo 1992 ore 15.00
JUVENTUS-GENOA 3-0
MARCATORI: Baggio R. 15, Baggio R. 85, Ferroni autorete 90

JUVENTUS: Tacconi, Carrera M., Marocchi, Galia, Kohler, Julio César, Alessio (Corini 70), Reuter, Schillaci, Baggio R., Casiraghi (Di Canio 83)
Allenatore: Giovanni Trapattoni

GENOA: Braglia, Corrado, Branco, Ferroni, Collovati, Signorini, Ruotolo, Bortolazzi, Aguilera, Eranio (Skuhravy 68), Fiorin
Allenatore: Osvaldo Bagnoli

ARBITRO: Beschin
ESPULSIONI: Collovati 59 (Genoa)



Il segreto del numero 10 
«Trap m'ha detto: vai più avanti. Ho obbedito e ho fatto centro» 

TORINO. È vero: Baggio deve ancora crescere per arrivare ai livelli di Platini. Pensieri e parole dell'avvocato Agnelli. Ma bisogna ammettere che si sta organizzando bene, che almeno il periodo dei puntini e delle aste è superato. Il Divino può cominciare a tremare. Baggio non accetta le «provocazioni», neppure quelle che arrivano dall'alto. Se la cava fingendo di non capire bene certi concetti: 
«Agnelli? A me non ha detto nulla. Chiedete a lui spiegazioni su ciò che voleva dire. 
Intanto si diverte a dar vita a questo strano ping-pong a distanza con Van Basten. Anche ieri tre squilli del milanista contro l'Atalanta e due del bianconero al Delle Alpi. I due sono però divisi da ben dieci gol nella classifica dei marcatori. Baggio si rassegna: 
«I goleador stranieri sono irraggiungibili e Van Basten è il più forte di tutti, quindi non mi stupisco che segni sempre». 
Già, lui almeno non ha scomodi predecessori con cui confrontarsi ed essere confrontato. Ancora Baggio: 
«Ma io sono sempre stato tranquillo. Anche quando le cose andavano male. Devo ringraziare i compagni che mi hanno aiutato nei momenti più difficili. Se ora sono più sereno, è anche merito loro. 
Suo il gol che ha sbloccato la partita, ancora suo quello che ha dato la tranquillità. Racconta: 
«Non riuscivamo proprio a sbloccare il risultato. Ad un certo punto Trapattoni mi ha chiamato e mi ha suggerito di andare più avanti. Ed ecco arrivare la prima rete, un gol che ci ha aiutati. Ma non contano tanto le mie prodezze quanto le vittorie della Juve, indispensabili per restare nella scia del Milan. Questa volta siamo scesi in campo con lo spirito giusto e abbiamo sfatato anche il tabù Genoa. Per lo scudetto non è il caso di farsi illusioni, anche se è chiaro che continuiamo a sperare». 
Il gol-sorpresa dell'Atalanta non ha creato false illusioni: 
«È arrivato troppo presto, il Milan ha avuto tutto il tempo per reagire. I rossoneri vanno fortissimi, ma questo a noi non deve interessare. Pensiamo innanzitutto a noi e alla fine tireremo le somme». 
L'astuzia di certo non gli manca. In occasione del primo gol ha sfruttato un rinvio balordo del giovane genoano Corrado. Per segnare il secondo era appostato a pochi passi da Braglia come un goleador di rapina. Facile quando ci si chiama Baggio. Ma grande è stato il merito di Reuter che gli ha servito un aureo pallone. Dice il tedesco, che domenica sarà squalificato: 
«Ho alzato la testa e l'ho visto ben piazzato in area. Sapevo che non avrebbe sprecato nulla. Questa vittoria cambia poco. Noi non abbiamo scelta, dobbiamo vincere e basta. Al Milan pensiamo soltanto alla fine della partita per chiedere cosa ha fatto». 
Con Baggio anche Galia ha meritato i complimenti di Trapattoni. Il pedalatore del centrocampo spiega le difficoltà iniziali: 
«Il Genoa si è schierato con una punta sola ed ha fatto una robusta cerniera a centrocampo. Superarla era molto difficile ed anche per questo la partita non è stata bella. Per fortuna ci ha pensato Baggio a semplificare le cose, poi non abbiamo faticato più di tanto. Il Genoa mi è sembrato con la testa già al Liverpool». 
E Corini, ago della bilancia del centrocampo, manda un messaggio ai compagni: 
«La strada da battere è questa. Continuiamo così, anche se il Milan sembra inarrivabile.
Julio César si rammarica: 
«Domenica non giocherò per squalifica, peccato saltare la sfida con Careca. Al Milan non penso mai durante la partita. Chiedo il risultato quando sono negli spogliatoi, non prima. 
Vince la Juve, perdono i tifosi. Ecco senza commento il contenuto di due striscioni esposti in curva Scirea: 
«I vili non meritano né patria, né onore. Genoani e inglesi infami bastardi». 
E ancora: 
«Genoa e Liverpool uniti nel disprezzo e nella vergogna». 

Fabio Vergnano 


 


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