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giovedì 31 luglio 2025

Stelle Bianconere: Antonio Conte

Noi di JLSSN - Juventus La Storia Siamo Noi vi regaliamo questo filmato sulla leggenda bianconera Antonio Conte.

Giocatore combattivo e molto versatile tatticamente, è cresciuto nel settore giovanile del Lecce, con cui ha esordito in Serie A e in cui ha militato per nove annate, per poi assurgere ad alti livelli nella Juventus, club di cui ha vestito la maglia per tredici stagioni, a cavallo degli anni 1990 e 2000, diventandone capitano e simbolo in virtù della propria dedizione, tenacia e grinta. In bianconero ha vinto cinque campionati italiani di Serie A, oltre a trofei internazionali quali la Coppa UEFA 1992-1993, la UEFA Champions League 1995-1996, la Supercoppa UEFA 1996, la Coppa Intercontinentale 1996 e la Coppa Intertoto UEFA 1999.

Appese le scarpe e dopo un dovuto apprendistato prese in mano la panchina della Juventus nella stagione 2011-12.

Fu l inizio della riscossa bianconera. Con lui i bianconeri vinseró 3 scudetti consecuttivi, dominando in Italia.

Il suo carattere, duro e sempre alla ricerca della perfezione lo ha fatto 'abbondonare' bruscamente la Vecchia Signora il 15 Luglio 2014 durante il ritiro precampionato. Dopo anni si permise perfino di stupire tutti andando a guidare gli 'odiati' avversari dell' Inter.

Per molti tifosi juventini, la sua stella (come fu fatto con Zibì Boniek) andrebbe tolta e consegnata a Claudio Marchisio.

Buona Visione!

 


antonio



Antonio Conte, mediano destro, ha 22 anni. 
Prima di lui a Torino sono arrivati e si sono affermati altri pugliesi: Causio, Brio e Bruno 
Il centrocampista è stato lanciato in A, diciassettenne, da Fascetti 
Conte si ispira a Tardelli «E' sempre stato il mio idolo» Il leccese si sente bianconero.  


LECCE. Tra un mese indosserà la maglia bianconera che è sempre stata nei suoi sogni. Antonio Conte, nato a Lecce 22 anni fa, sta vivendo un momento indimenticabile: ormai il trasferimento alla Juventus si dà per certo. Il mediano spera di poter intraprendere al più presto il viaggio verso Torino come in passato hanno fatto altri tre leccesi: Causio, Brio e Bruno. 

«Anche se non c'è l'annuncio ufficiale - dice il calciatore credo che la cessione andrà a buon fine. E per me sarà una grossa soddisfazione: mi vedrò ripagato dei sacrifici che ho fatto per arrivare a certi livelli». 

Conte è un mediano che ha conquistato da tre anni il posto di titolare nel Lecce. Ma da cinque giocava nella squadra di 3a categoria presieduta ed allenata da suo padre, Cosimino.  

«In famiglia siamo tutti tifosi della Juventus - afferma - non a caso mio padre volle fondare 25 anni fa questa piccola società e la prima maglia che ho indossato, 

Entrato tredicenne nel vivaio del Lecce, fece tutta la trafila nelle giovanili prima di essere adocchiato da Fascetti che lo fece esordire in prima squadra, anche se per soli dieci minuti, in serie A, contro il Pisa: era il 6 aprile 1986. E la domenica successiva una partita intera, a Como. 
«Avevo meno di 17 anni aggiunge Conte - e mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Ma nel settembre successivo, durante una partita di Coppa Italia Primavera contro l'Ascoli mi fratturai la tibia destra. Passai momenti molto brutti, ma non ho mai avuto la paura di non farcela. Fu un brutto risveglio, un riportarmi con i piedi per terra dopo la gioia dell'esordio in A. Rimasi fermo a lungo e ripresi dopo- quasi nove mesi. Quel lungo periodo di inattività, però, servì a farmi riflettere, a maturarmi. Ma non mi scoraggiai. Così come superai abbastanza bene un altro infortunio, una infrazione al perone, che un paio di anni fa mi fermò nel momento in cui si stava interessando a me il Milan». 
Il calcio è al primo posto nella scala degli interessi, al secondo posto c'è lo studio. 
«Sono ragioniere - spiega -. Attualmente frequento l'Isef di Foggia dove ho superato undici esami».  
Biondo, con gli occhi azzurri, è da tempo l'idolo delle tifose più giovani. 
«Ho scelto una attività che non consente troppe distrazioni - dice - e se ' per un giovane della mia età è : abbastanza naturale fare le ore piccole in discoteca, io devo ritirarmi presto e rinunciare alle feste. Durante il tempo libero ascolto musica, Baglioni». 
Qual è il suo ruolo preferito? 
«Mediano, ma in passato ho giocato più avanti. L'anno scorso con Boniek sono stato utilizzato anche da terzino». 
Il rapporto con gli allenatori è stato sempre buono. 
«A Fascetti devo la gioia dell'esordio - ricorda - ma sono riconoscente a Mazzone, spesso burbero nei miei confronti. Mi rendo conto che l'ha fatto a fin di bene e lo ringrazio per questo. Boniek è stato un fratello maggiore, sempre pronto a darmi buoni consigli, così come sta facendo Bigon». 
E come si immagina Trapattoni? 
«Un grande allenatore, uno al quale piacciono i giocatori che lottano per conquistare un posto in squadra. Per questo non mi spaventa dovermi impegnare ogni giorno per ottenere la sua fiducia». 
Magari cercando di ispirarsi a Tardelli, il suo idolo.  


 

conte

"Non si può mangiare con 10 euro in un ristorante da 100 euro” - Antonio Conte quando era allenatore della Juventus


Antonio

“Per vincere ci vuole testa, cuore e gambe. Non in quest'ordine preciso”. - Antonio Conte 


Zinedine

“Chi vince scrive, chi arriva secondo ha fatto un buon campionato ma non ha fatto la storia” - Antonio Conte


capitano

“Chi affronta la Juve fa sempre la partita della vita. Per noi è normale amministrazione” - Antonio Conte


UEFA

“Il perdono fa parte del compito dell'allenatore, altrimenti su 25 calciatori ne salveresti 10” - Antonio Conte

 

conte

“Più vai in vetta e più sono forti le folate di vento” - Antonio Conte


Allenatore

“La Juve l'ho lasciata antipatica e l'ho trovata simpatica. Voglio che torni antipatica presto. Io se perdo muoio” - Antonio Conte







 











sabato 26 luglio 2025

Stelle Bianconere: Angelo Di Livio

Attraverso il nostro blog JLSSN - Juventus La Storia Siamo Noi vi regaliamo questo filmato sulla leggenda bianconera Angelo Di Livio.

Alla Juventus, durante la gestione di Marcello Lippi, ha giocato come ala tornante o terzino, sia a destra che a sinistra, mentre nella Fiorentina ha ricoperto anche il ruolo di centrocampista centrale. Abile in fase difensiva nonché dotato di scatto e resistenza, era noto come «il soldatino», soprannome originariamente coniato da Roberto Baggio per sottolineare la sua particolare andatura nella corsa, ma che divenne poi, nell'immaginario collettivo, un riconoscimento del suo spirito di sacrificio.

Dopo questa lunga trafila nelle serie minori, arriva alla Juventus per volontà di Giovanni Trapattoni, acquistato per 4 miliardi di lire. Debutta così in Serie A all'età di ventisette anni, nella trasferta sul campo della Roma (2-1 per i padroni di casa) del 5 settembre 1993. Realizza il suo primo gol in bianconero il 27 ottobre seguente, nella partita di Coppa Italia persa per 4-3 contro il Venezia, mentre la prima marcatura in campionato arriva solo all'inizio della sua seconda stagione con la Vecchia Signora, il 25 settembre 1994, nell'1-0 ai danni della Sampdoria. È inoltre suo l'assist per il primo gol in bianconero di Alessandro Del Piero, già suo compagno di squadra a Padova. Segna anche una rete in Champions League, nel settembre del 1995 contro i rumeni della Steaua Bucarest, partita che vede i torinesi prevalere 3-0.

È stato uno dei titolari inamovibili nella plurivittoriosa Juventus di Marcello Lippi, con cui nella seconda metà degli anni 1990 ha conquistato in ambito nazionale 3 scudetti, 1 Coppa Italia e 2 Supercoppe di Lega, e in campo internazionale 1 Champions League, 1 Supercoppa UEFA e 1 Coppa Intercontinentale


Buona Visione!



angelo






 

"[Su Zinedine Zidane] Ho un ricordo sempre positivo, è stato un grandissimo campione. La sua timidezza era evidente ma a volte si trasformava in furbizia e allora faceva scherzi o anche battute. A livello tecnico penso sia stato il più forte trequartista in assoluto dell'ultima generazione." - Angelo Di Livio



„Díaz si deve vergognare per le sue insinuazioni sulla vittoria della Juventus della Coppa Intercontinentale contro il River Plate del 1996. Abbiamo vinto quel trofeo e la Coppa dei Campioni qualche mese prima perché eravamo più forti e meglio allenati. Se avessimo fatto uso di sostanze illegali non avremmo vinto solamente ai rigori contro l'Ajax e con un gol di Del Piero su un mio calcio d'angolo nel finale contro gli argentini." - Angelo Di Livio


goal

„La maglia della Juve ha un effetto incredibile; quando qualcuno la indossa, diventa Superman. È magica, gloriosa, dona al singolo giocatore una forza che lui stesso non sa di avere. Dicono sia una maglia pesante: ma se la senti pesante, semplicemente, è perché non hai le qualità per vestirla.“ - Angelo Di Livio

angelo


ANGELO DI LIVIO Quel soldatino sempre sull'attenti l'ideale per ogni,«generale» Angelo Di Livio è nato il 26 luglio 1966 a Roma. È un «soldatino» nel senso più nobile della parola, ligio al dovere, sempre pronto a farsi in quattro pur di onorare la maglia che indossa. 
Allevato nel vivaio romanista, fa strada nel Padova, in serie B, in coppia con Benarrivo e al servizio di un «certo» Alessandro Del Piero, per il quale diventerà una sorta di fratello maggiore. Di Livio e Del Piero passano alla Juventus nella stagione 1993-94. È l'ultimo anno di Boniperti e Trapattoni. Proprio il Trap lo trasforma in un'ala destra fra le più complete in circolazione, difesa : attacco, attacco e difesa. 
Con Lippi, la consacrazione. Di Livio si ritaglia uno spazio cruciale, forte di un'umiltà e di un eclettismo che lo portano a ricoprire i ruoli più svariati, terzino, tornante, centrale di metà campo. Ricapitolando: 187 presenze e 3 gol in campionato, tre scudetti (1995, 1997, 1998), una Coppa Italia (1995), due Supercoppe di Lega (1995, 1997), una Champions League (1996), una Supercoppa d'Europa (1996), una Coppa Intercontinentale (1996). Sfonda anche in Nazionale (40 presenze, 0 gol), partecipa agh sfortunati Mondiali del 1998 e all'edizione fallimentare del 2002. 
Dopo la Juve, la Fiorentina: una bandiera anche lì, nonostante gli storici livori. 

tratto da: La Stampa 19 Gennaio 2004

 










mercoledì 23 luglio 2025

Stelle Bianconere: Alessio Tacchinardi

Attraverso il nostro blog JLSSN - Juventus La Storia Siamo Noi vi regaliamo questo filmato sulla leggenda bianconera Alessio Tacchinardi.

Dopo gli inizi da tornante nel settore giovanile dell' AtalantaCesare Prandelli, suo tecnico nella formazione Primavera dei bergamaschi, lo sposta a regista di centrocampo per meglio sfruttarne personalità, senso della posizione e lancio in avanti. Con l'approdo alla Juventus, nel primo biennio a Torino Marcello Lippi lo arretra inizialmente con successo a difensore centrale, in uno schieramento a zona. Dopo la positiva stagione 1994-1995 in questo ruolo, tuttavia, una successiva crisi tecnica lo porta ad abbandonare il reparto arretrato per ritornare stabilmente, dal 1997, a centrocampo, posizione in cui sporadicamente trova anche la rete grazie a potenti conclusioni dalla distanza.

Nell'estate 1994 viene acquistato dalla Juventus per 4 miliardi di lire. Nella stagione d'esordio con i bianconeri, nonostante la giovane età, Marcello Lippi gli concede 24 presenze in campionato, contribuendo attivamente alla conquista del ventitreesimo scudetto della storia bianconera; nella stessa annata solleva anche la Coppa Italia. L'anno successivo la Juventus vince la Champions League, anche se non scende in campo nella finale di Roma contro gli olandesi dell' Ajax. Con i bianconeri vince negli anni successivi altri quattro campionati, due dei quali, 2001-2002 e 2002-2003, lo vedono protagonista del centrocampo bianconero in coppia con Edgar Davids.

 Buona Visione!



alessio



 

È sempre stato juventino dentro, Alessio Tacchinardi, fin dalla nascita. Colori che scorrono più forti che mai, continuamente, nelle sue vene perché: 
«Mi sono sentito sempre uno della curva, ho gioito, sofferto e lo faccio ancora con loro, i miei tifosi».
Giocava accanto a gente del calibro di Zidane, Davids, Deschamps, ma non si faceva mai intimorire dal blasone altrui anzi era il primo a lottare, la sua grinta non aveva eguali, rubava palloni e subito impostava, da vero e proprio leader. Ha passato lunga vita alla corte della sua dama, donandole tutti gli ornamenti più belli, tutto quello che c’era da conquistare. L’unico suo rimpianto è stato quello:
«Di non aver chiuso la carriera nella mia squadra del cuore, ci tenevo tanto, ma se poi mi dicono che dovevo fare la riserva a Tiago e Almirón...».
Parole di amore, di rabbia, tristezza. Frasi da juventino vero. Concetti e pensieri che emergono ancora oggi, tanto che Alessio parla di disastro, confusione ed errori imperdonabili per spiegare quello che sta succedendo alla Vecchia Signora e invita a trovare la possibile soluzione alla crisi coniando il seguente motto: 
«Dare la Juventus agli juventini, dal settore giovanile alla prima squadra».

tratto da Calcio GP - marzo 2011 

 



Su Gaetano Scirea: "La cosa che mi colpiva di più era la sua eleganza palla al piede. Si vede che aveva origini da centrocampista e non le aveva dimenticate" - Alessio Tacchinardi


"Lo Juventisimo é una cosa che prende i tifosi, la squadra e la società e li rende un blocco unito contro tutto e tutti. E che si esprime nella voglia di vincere sempre, di essere i più forti sapendo di ricevere in cambio odio da ogni altro elemento esterno al mondo Juve. Un odio che nutre la fame di vittorie, e che rende i nostri successi ancora più belli. Prima di diventare un calciatore bianconero ero un semplice tifoso, all'interno dello spogliatoio ho capito meglio il senso della Juve. All'inizio non capivo le facce dei compagni quando si pareggiava, mi dicevo che in fondo avevamo fatto un punto. Poi ho capito che se giochi nella Juve, il pareggio equivale a una sconfitta. Conta unicamente il successo, esattamente come dice Boniperti" - Alessio Tacchinardi


"Di finali di Champions League io ne ho perse tre su quattro, le finali sono drammatiche. Non ci voglio pensare perché poi è talmente tanta la delusione che ti porti dietro che vivi male anche tutta l'estate e la preparazione successiva" - Alessio Tacchinardi

alessio

"Il primo flash che mi viene in mente del 5 Maggio 2002? Beh, la faccia del mister! Lippi l'unico che forse ci credeva. Ricordo che in quella settimana la squadra non si era allenata con la testa giusta perché si pensava che l'Inter avrebbe vinto. E invece Lippi seppe trasferire in noi le sue motivazioni feroci, mentre la società ci martellava tutti i giorni: "Non è finita, non è finita...". Io in panchina, insieme ai compagni, faticavo a capire cosa stesse succedendo nella folle partita di Roma. Certo, sentivamo le urla dei tifosi e quando dissi: "Mister, adesso sono 4-2...", lui mi rispose: "Come?". E io: "In che senso? Prima dici che dobbiamo crederci e ora che faccia fai...". Lippi rimase incredulo. La radiolina? Ce l'aveva Aldo Esposito, il fisioterapista solo che a un certo punto non andava più. Maresca a quel punto fece da filtro con i tifosi e noi ci chiedemmo cosa fosse accaduto guardando mezzo stadio che esultava, l'altro in silenzio e viceversa" - Alessio Tacchinardi

juventus

"Con la Juve ho vinto molto [...]. La vittoria più bella rimane la Champions conquistata contro l'Ajax nel 1996. La soddisfazione più grande è invece quella di avere giocato undici anni con una squadra gloriosa come la Juve, e soprattutto di essermi meritato una stella con il mio nome tra i 50 giocatori più rappresentativi della storia bianconera nel nuovo stadio." - Alessio Tacchinardi

alessandro

"Andavo a vedere Platini al Comunale, quindi vivere quei campi da protagonista mi scatenava grandissime emozioni." - Alessio Tacchinardi

antonio

"Ho un rapporto molto forte con Andrea Agnelli: siamo coetanei e ricordo che veniva spesso a vedere gli allenamenti. Si vedeva che aveva tanta passione. Sono contento che abbia avuto la possibilità di riprendere in mano le redini della società e l'abbia riportata a essere quella che era prima, ricordo che quando diventò presidente gli mandai un messaggio dicendo che ero sicuro al 100% che questa squadra, nelle sue mani, sarebbe tornata forte come lo era una volta. Credo poi che lui ci abbia messo qualcosa in più anche per onorare la memoria di suo padre. Gliel'ho anche detto: quanto sarà orgoglioso, lì dal cielo, di vedere i risultati che stai raggiungendo!" - Alessio Tacchinardi

 

 

 




alessio







sabato 19 luglio 2025

Stelle Bianconere: Paolo Rossi

Noi di JLSSN - Juventus La Storia Siamo Noi vi regaliamo questo filmato sulla leggenda bianconera Paolo Rossi.

Soprannominato Pablito dopo il suo exploit al campionato del mondo 1978 in Argentina, lo si ricorda principalmente per le sue prodezze e per i suoi gol alla successiva rassegna iridata di Spagna '82, dove si aggiudicò il titolo di capocannoniere. Nello stesso anno vinse anche il Pallone d'oro (terzo italiano ad aggiudicarselo) dopo Omar Sivori e Gianni Rivera.

Rossi era un attaccante veloce, molto abile negli spazi stretti dell'area di rigore, dove poteva sfruttare le sue doti di tempismo e opportunismo. Schierato inizialmente come ala destra, il suo ruolo cambiò nel Lanerossi Vicenza quando l'allenatore Giovan Battista Fabbri decise di proporlo come centravanti; questo diventerà il ruolo definitivo dell'attaccante italiano. Riguardo a questo cambio di posizione, Rossi dichiarò:

«Forse sono stato il primo centrattacco rapido e svelto, che aveva nelle intuizioni la sua dote principale, unita a una tecnica sopraffina. Uno dei segreti del mio successo è stato quello di giocare intelligentemente, pensando sempre cosa fare un secondo prima che mi arrivasse il pallone, proprio per supplire alla mancanza di qualità fisiche eccelse. Giocare sull'anticipo era una mia grande prerogativa, cercavo sempre di rubare il tempo al mio avversario, sfruttando le mie doti di opportunista: in area di rigore cercavo sempre di sfruttare ogni piccolo errore dei difensori, facendomi trovare nel posto giusto al momento giusto».

 

Buona Visione!


paolo


 

Finiti ieri i due anni di squalifica, domenica giocherà a Udine.
Paolo Rossi ha voltato pagina  
TORINO — E' finita ieri la squalifica di Paolo Rossi, due anni senza giocare il calcio ufficiale, due anni nella parte del ragazzino ingenuo e fesso, due anni spesi anche a preparare questo momento, il rientro domenica prossima a Udine. E adesso, a poche ore dal fischio dell'arbitro, un profondissimo spiegabilissimo senso di vuoto. A Paolo Rossi mancano le battute, tutto è già stato detto troppe volte, ripeterlo non piace, di nuovo ci dovrebbe essere soltanto il gioco, il toccar palla per la Juventus. Come l'intellettuale secondo Marcello Marchesi («non ho niente da dire, ma lo devo dire»). Rossi ha fronteggiato interviste inquisitorie, si è vuotato di parole, di concetti. Un concetto gli è rimasto dentro, come inciso, anzi scolpito: 
«Io non sono un pentito, e neppure un redento. Sono un innocente che è stato fregato. Dunque non ho espiato un bel niente. Ma al tempo stesso non voglio vantare crediti. E' andata cosi, amen. Lo dico senza essere fatalista, lo dico perché non c'è altro da dire. Sono molto preoccupato del futuro, la Juventus deve vincere il campionato e se non lo vince magari è colpa mia, la Nazionale deve fare bene in Spagna e se non fa bene magari è colpa mia. Conto sulla gente, me la sento sempre vicina, raccolgo lo stesso amore d'una volta. Darò tutto senza voler dimostrare nulla. Non mi riguardano i casi di Giordano e Manfredonia, non ho rivincite da prendermi. Non eseguo nemmeno l'esercizio del perdono. Basta, voglio che questi due anni spariscano. Dico amen, ma non perché sia alla fine di una una preghiera». 
E' pallido, ha una brutta barba di tre giorni, è pieno di brufoli. Intorno negli allenamenti, ravvisa silenzi strani, o sonorità troppo gagliarde per essere naturali: nel pubblico, nei compagni. 
«So bene bene di cosa tutti vorrebbero parlare, e un po' riescono a parlare. Non vorrei che certe mie fughe, certi miei silenzi, venissero scambiati per paura, per snobbismo. Io dico semplicemente che questi due anni non contano più nulla, è inutile rimetterli in piedi adesso. Sono ancora giovane, nella vita non mi va male, amo mia moglie, ho dei lavori extracalcistici bene avviati e non troppo assorbenti. Sono nella più forte squadra italiana e la Nazionale mi ha tenuto il posto, facendo bene anche senza di me. Questo conta». 
Si aspetta manifestazioni speciali, telegrammi? Magari un telegramma da Graziani, l'unica voce critica, onestamente critica, sul suo ritorno azzurro? 
«Niente, spero che non accada niente di tutto questo. Stacco il telefono per tante ore. Penso ad allenarmi, a studiare, voglio diventare ragioniere. Non ho quantificato la fregatura, cioè non ho calcolato quanti milioni ho perso. Ho fatto calcoli morali, la gente mi sta aiutando a crederli ancora attivi. Penso che i miei nemici siano pochi, e quasi tutti fra gli invidiosi cronici. Non ho paura neppure delle cerimonie di domenica. Non ho feticismi personali, riti da compiere. Neanche il segno di croce, quello meccanico che molti si fanno. Non credo che la gente, domenica a Udine, riempirà lo stadio per me: è un match importante per lo scudetto nostro e la salvezza dei friulani, sarebbe stato comunque il tutto esaurito». 
E' l'anno di tante celebrazioni, nella Juventus: la resurrezione di Virdis, il primo gol di Galderisi, i quarantanni di Zoff, adesso il rientro di Rossi, poi quello di Bettega. Quasi una barba. 
«Non vedo vedo cosa ci sia da celebrare per il fatto che uno squalificato può tornare in campo. Vorrei che si celebrasse, casomai, la mia partita per quella che sarà, e basta. L'allenatore Trapattoni parlerà con me del match soltanto alla vigilia, io manco so se entro in campo subito, oppure se aspetto in panchina. Mi sta bene tutto, sono un professionista». 
Giocherà subito. Amici gli mettono in mano letterine d'auguri, ragazzine gli chiedono l'ultimo autografo da non giocatore. Tifosi spiritati gli elencano i loro disagi per il viaggio di domenica, partenza alle due, piena notte, da Torino. 
«Verranno a Udine da Prato i miei genitori, mio fratello. Verrà Simonetta, rimarremo da quelle parti lunedi, ho amici laggiù, del gruppo di Zanone, ma ci sarei rimasto anche senza niente da dover festeggiare». 
Vive a Torino in una bella casa del centro, inquietata da molti specchi. Lui, Simonetta, un setter. Nella casa abita anche una importante attivissima estetista-massaggiatrice, incontrano Rossi per le scale, in ascensore. I signori ricchi che magari sono suoi tifosi, e domenica pagheranno un posto in tribuna quanto una seduta presso l'estetista. Paolo ha fatto in fretta a ricostruirsi itinerari, amicizie nella città che fu sua quando era ragazzino. c
«Sto bene in tanti sensi, Torino e Juventus e lavoro e famiglia. Non mi hanno disfatto questi due anni, non mi distruggeranno gli ultimi due giorni». 
Lui appare sicuro, il prezzo di questa sicurezza non lo sappiamo. Ha pagato per una colpa, sia chiaro, anche se la parola «redento» lo fa arrabbiare, preferisce la parola «fesso».  
Gian Paolo Ormezzano
tratto da: La Stampa 30 Aprile 1982 



 



"Per il Brasile fu una lezione per la quale dovrebbero ringraziarci e darmi un premio. Da quella sconfitta impararono molto, tanto che poi vinsero altri due mondiali. Dopo quella gara loro sono diventati più guardinghi, si sono europeizzati, eppure vederli giocare è sempre uno spettacolo." - Paolo Rossi riguardo Italia-Brasile 3-2


"Noi vivevamo il calcio con passione [...] Non dubito che oggi sia lo stesso, perché quando scendi in campo dimentichi tutto il resto, però è vero che noi eravamo ancora una generazione di calciatori che potevano essere toccati. Proprio così: toccati. Ora invece i giocatori sono percepiti dai tifosi come distanti, inaccessibili. Ai miei tempi uscivi dall'allenamento e ti fermavi a parlare con la gente, il giornalista ti prendeva sottobraccio e nasceva l'intervista. Ora bisogna passare attraverso mille filtri e livelli." - Paolo Rossi


"Si trattava direttamente col presidente. Alla Juve, con Boniperti non c'era molto da discutere. Gli sedevi davanti e ti metteva sotto il naso un contratto con la cifra già scritta a matita. E allora cosa siamo qui a fare?, gli chiedevo. Dopo la vittoria del Mondiale [1982], io, Gentile e Tardelli ci litigammo per 10 milioni [di lire] in più che non voleva riconoscerci. Siamo campioni del mondo, dicevamo, e lui: "Tanto alla Juve si vince, quello che non vi do adesso lo prenderete in premi". - Paolo Rossi




"Per sfondare nel mondo professionistico devi dimostrare di poterlo fare. Lo sport è una prova continua, fino a quando smetti sei sotto esame, sempre valutato." - Paolo Rossi


"Vi siete mai chiesti perché quel Mondiale è rimasto nell'immaginario collettivo della gente? Quel Mondiale è stata una vittoria non solo inaspettata — che sono quelle che ti danno maggiore gioia — ma anche di tutti: non solo di Paolo Rossi capocannoniere, né solo della squadra. Quella vittoria è considerata la vittoria dell'Italia, in cui tutti, nessuno escluso, hanno partecipato in maniera forte, e si sono sentiti dentro quell'Italia." - Paolo Rossi

paolo

"I dubbi e le incertezze fanno parte delle persone coraggiose, di quelli che a un certo punto decidono di mettersi alla prova. È normale avere qualche dubbio o qualche incertezza, ma la volontà — quella di voler arrivare, di farcela — non mi è mai mancata." - Paolo Rossi







mercoledì 9 luglio 2025

Gianluca Vialli - Professione Centravanti

Attraverso il Canale Youtube del nostro amico Gobbomaltese vi offriamo questo stupendo video uscito a meta anni novanta che tratta del centravanti ex di Cremonese, Sampdoria, Juventus e Chelsea Gianluca Vialli.

Passato a miglior vita ad inizio di quest'anno, il 'nostro' Luca rappresenta il prototipo del calciatore moderno giá in quegli anni. Veloce, potente, agile e tecnicamente dotato il 'Gianlucaccio' diede grazie alla sua classe ed alla sua grinta e carisma un contibuto fenomenale alle sue squadre oltre che alla Nazionale Italiana

Il filmato (nell'allora formato VHS) fu redatto dalla LogosTV.

Buona Visione!



gianluca



"Grande combattente e trascinatore, le tifoserie per le quali ha giocato hanno sempre riconosciuto in lui un esempio da additare agli altri e lo hanno perdonato nei periodi di cali di forma. Uno degli ultimi modelli di bandiera di una squadra, di giocatore capace di trascinare 11 giocatori con la stessa maglia alla ricerca di un unico obiettivo: la vittoria.
«Fare il capitano della Juventus è una grandissima soddisfazione, ma anche una grande responsabilità; ci sono molti oneri, ma anche molti onori. Credo che questo ruolo dia una carica psicologica notevole, perché ti senti in dovere di dare tutto quello che hai dentro; la fascia di capitano ti impone di cercare di non essere criticabile, negli atteggiamenti e nel rendimento. Poi, siccome nessuno è perfetto, è difficile poter svolgere questo ruolo nel migliore dei modi, però l’importante è cercare sempre di farcela».

tratto da: Gli eroi in bianconero: Gianluca VIALLI 


 

Vialli

Vialli

Vialli

Vialli

Vialli



Stelle Bianconere: Gianluca Vialli

Noi di JLSSN - Juventus La Storia Siamo Noi vi regaliamo questo filmato sulla leggenda bianconera Gianluca Vialli.

Vincitore di numerosi trofei in campo nazionale e internazionale, è stato capocannoniere dell' Europeo Under-21 1986, della Coppa Italia 1988-1989 — in cui ha stabilito, con 13 reti, il record assoluto di realizzazioni in una singola edizione del torneo —, della Coppa delle Coppe 1989-1990 e della Serie A 1990-1991

Dopo gli esordi da ala tornante, si affermò come centravanti completo, dotato di tecnica,  velocità,  dinamismo, forza fisica e resistenza agli sforzi prolungati

Al termine della stagione 1991-1992, Vialli viene acquistato dalla Juventus: la società piemontese cede alla Sampdoria i cartellini di quattro giocatori (Mauro BertarelliEugenio CoriniMichele Serena e Nicola Zanini), aggiungendovi un conguaglio economico; il costo totale del trasferimento è stimato in circa 40 miliardi di lire, all'epoca la cifra più alta mai spesa per un calciatore. Il centravanti va a collocarsi in un reparto offensivo che vede la presenza di Roberto Baggio e Fabrizio Ravanelli, e che a partire dalla stagione successiva si avvarrà anche dell'emergente Alessandro Del Piero.

Dalla stagione 1994-1995, rigenerato fisicamente e mentalmente dal nuovo tecnico Marcello Lippi il quale ne fa il fulcro dell'attacco bianconero, Vialli emerge invece come il leader della formazione torinese, complice la lunga lontananza dai campi in cui incappa l'infortunato Baggio; al termine dell'annata conquista il secondo Scudetto e la quarta Coppa Italia della propria carriera.

Nell'annata 1995-1996, la sua quarta e ultima in maglia bianconera, giostrando nell'ormai consolidato trio offensivo con Del Piero e Ravanelli, Vialli trascina i compagni di squadra ai trionfi in Supercoppa italiana, ultimo trofeo nazionale che ancora mancava alla bacheca juventina, e soprattutto in Champions League: proprio la vittoriosa finale di Roma contro l'Ajax è la sua ultima apparizione per il club torinese, con cui ha disputato 145 partite e segnato 53 reti.

Buona Visione!


 

gianluca






Al raduno festa grossa per l'ex sampdoriano.
Vialli e Baggio la Juve è vostra  
TORINO. Finisce che in tre lo acchiappano per le cosce e lo tirano su, davanti alla curva che schiuma di popolo bianconero, in un gesto di trionfo non previsto dal cerimoniale. Lui, il Gianlucaccio, si schermisce un po'. «Uè, ragazzi, piano, lasciate stare», sussurra mentre il gruppo ondeggia e travolge un fotografo. Poi capisce, perché è furbo, che nella storia juventina si deve entrare dalla porta dei tifosi, mica come il Robertino Baggio (capelli lunghi ma senza coda) che ci ha messo due anni e mille lacrime per farsi amare dalla gente. E allora, eccolo lì, Vialli, issato su quel podio umano a sbracciarsi per incitare i cori, a tendere la mano vicino all'orecchio come a dire «urlate più forte non vi sento», ad acchiappare il microfono dalla destra dell'ex Codino per sciogliere una promessa di scudetto. Pelato di fresco, la crapa come una palla di biliardo foderata di una peluria sottile, Gianluca Vialli ha capito in mezz'ora di avere un futuro da leader anche qui. Se lo vorrà. Se la salute e la fortuna lo assisteranno. 
La gente, in questo mezzogiorno torrido al Delle Alpi, ha sbriciolato le barriere della diffidenza per investirlo della propria speranza. Gli altri, i volti nuovi come Platt o gli idoli vecchi come Kohler e Di Canio, hanno ricevuto la loro parte, ma sono scomparsi in una festa che è cresciuta sempre più attorno a Vialli. E a Baggio. La nuova Juve è nelle mani di quei due, non solo in campo. Loro non fanno nulla per negare che sarà così. Viaggiano di coppia secondo un'abitudine inaugurata nella tournée americana della Nazionale. E si dichiarano un'assoluta lealtà. 
«In questi anni - spiega Vialli prima di affidarsi alla folla, dodicimila persone assembrate in curva Scirea - ho corso molto per Mancini, farò lo stesso con Baggio quando mi accorgerò che è affaticato. Siamo giocatori diversi, ma quelli come me hanno bisogno di quelli come lui perché creano le occasioni da gol». Insomma la premiata ditta è già il nocciolo del frutto juventino che vorrebbe essere saporoso almeno quanto il Milan. La sfida ai campioni, che tutti sfiorano nei discorsi, ma che presto sarà un fatto concreto per cui battersi, passa per i gol del Codino Sciolto e di Crapa Pelata. Non ci son dubbi. «Io non so se la Juve ha col- mato con gli acquisti gli otto punti che l'hanno divisa dal Milan - dice Vialli -. Di sicuro ci ha provato. Ha investito su di me e su altri tre o quattro giocatori che possono completare un gruppo da scudetto, però conosco troppo poco il valore della squadra dell'anno scorso: l'ho vista due volte, non basta per dare un giudizio. Mi auguro che la Juve possa essere la più forte. Ma è un augurio, non una certezza. Il nostro impegno è nella volontà di vincere il campionato. Come lo vorranno l'Inter e il Napoli, che si sono attrezzate bene». 
Un accenno all'abbondanza berlusconiana: «E' il numero che fa la forza? Chissà. Io credo che la forza sia negli undici che vanno in campo ogni domenica, l'esperienza dello scudetto vinto con la Samp che non aveva un grande organico me lo conferma. Se poi servano ventidue uomini o ne bastino diciassette per gestire una stagione dipende dalla fortuna». Un pensiero alla Samp: «Ho seguito le cronache del suo ra¬ duno, sapendo che sarebbe stato un giorno delicato per tutti. E' andata bene, tutto è filato via liscio, vuol dire che sono già pronti a vivere la realtà del dopo-Vialli. L'unica cosa che mi ha infastidito è il dubbio che io sia andato in vacanza con Vierchowod per convincerlo a seguirmi: è una follia. Come si può condizionare un uomo che ha 33 anni e ha sempre deciso di testa sua? Con questo, mi dispiace che Vierchowod non sia qui. Un campione come lui serve sempre». 
Ma la curiosità di questo primo giorno juventino è nel sapere come ci si trova lui, che tre mesi fa temeva di catapultarsi in una realtà spersonalizzante. E forse soffriva per il rifiuto di Boniperti, otto anni fa. «Oggi non provo sensazioni particolari - spiega il Gianlucaccio -. Questa società è diversa dalla Samp, tuttavia troverò anche qui degli amici. E quel rifiuto non brucia più. La Juve ha sempre avuto bisogno di gente matura per puntare in alto, neh" 84 non facevo per lei. Ora sono pronto. Pieno di entusiasmo, di curiosità. Bramoso di gol, perché io resto un attaccante puro. Ho letto che Van Basten non ha più voglia di prendere botte là davanti, io invece sì. Anche perché lui ha le qualità per far bene anche più indietro, mentre se Vialli smette di cercare il gol non si diverte più». 
Marco Ansaldo 

tratto da:  La Stampa 20 luglio 1992

 


luca

"Difendo l'idea che in area l'attaccante è il padrone e va cercato con insistenza. Va servito anche 30 volte a partita, marcato o no. Poi sta a lui sfruttare le occasioni." - Gianluca Vialli


vialli

"Lippi è stato il mio messia, il mio modello sotto tutti i punti di vista." - Gianluca Vialli

vialli

"Zeman è una persona molto intelligente ma è anche un grandissimo paraculo, combatte le battaglie che gli convengono e le altre se le dimentica. Io, tra l'altro, non l'ho mai perdonato quando ha gettato un'ombra sulla carriera mia e di Del Piero e non mi ha ancora chiesto scusa." - Gianluca Vialli

vialli

"La Juve è una filosofia. Può piacere o non piacere ma è qualcosa di unico. Per me è stato un privilegio far parte della storia di quella società. Non è una società perfetta ma ha un dna vincente. Quando indossi quella maglia, ne senti il peso." - Gianluca Vialli

trionfo

"Cosa si mangia di speciale a Torino? Esiste un ambiente di lavoro molto particolare, sei contagiato: un'atmosfera che serve nella vita e in panchina. La principale caratteristica alla Juve è la testa bassa. L'umiltà rispetto a quello che si vince, che è sempre tanto. Il club ti in­segna l'importanza degli one­ri: ti mette nelle condizioni giuste per dimostrare quanto vali, ma poi tu devi dare il mas­simo. A quel punto vinci e ti go­di gli onori. Ma per poco per­ché devi rivincere subito dopo. Ecco, il successo è spesso un sollievo più che una gioia [...]. Certo, al Barcellona predili­gono l'estetica, la bellezza o anche solo il divertimento, mentre la Juventus è meravi­gliosamente pratica. Confesso che nei miei anni in biancone­ro non è mai entrato un diri­gente a dirci: "Mi raccomando, oggi giochiamo bene". Più e più volte, la frase era: "Mi rac­comando, oggi vinciamo". - Gianluca Vialli


baggio

"Un grande allenatore deve essere lui stesso leader, ma deve crea­re altri leader che in campo ri­producono idee, valori, carat­tere." - Gianluca Vialli

vialli

"Io credo che la vita (e non l'ho detto io ma lo condivido) è per il 20% da quello che ti succede, ma per l'80% dal modo in cui tu reagisci a quello che ti succede." - Gianluca Vialli


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"Alla Juventus la vittoria non dà felicità, ma sollievo. È il completamento di un dovere, non il raggiungimento di una vetta"- Gianluca Vialli