lunedì 19 maggio 2025

19 Maggio 1993: Juventus - Borussia Dortmund

Siamo agl'inizi degli anni 90. Il calcio italiano é considerato ancora come il campionato di punta del mondo pallonaro. Tutti i campioni più rinomati si sfidano sul palcoscenico dello stivale. 

Intanto siamo al 19 Maggio 1993 Juventus e Borussia Dortmund si sfidano nella gara di ritorno della Finale della Coppa UEFA 1992-93 allo 'Stadio delle Alpi' di Torino.

La gara di andata si concluse con una netta affermazione dei bianconeri in Germania per 3-1.

La Juventus cerca di fermare l'egemonia del Milan che da un paio d'anni o piú ammazza il campionato in Italia senza scampo. Sará un impresa quasi impossibile in campionato, ma tant'è che con questo Roberto Baggio (capitano e uomo simbolo della squadra in Italia e nel mondo) tutto é possibile! 

Buona Visione!  



juventus



Stagione 1992-1993 - Coppa UEFA - Finale, ritorno
Torino - Stadio Delle Alpi
mercoledì 19 maggio 1993 ore 20:30 
JUVENTUS-BORUSSIA DORTMUND 3-0
MARCATORI: Baggio D. 5, Baggio D. 39, Moeller 65

JUVENTUS: Peruzzi, Carrera M., Torricelli (Di Canio 67), De Marchi, Kohler, Julio Cesar, Galia, Baggio D., Vialli (Ravanelli 81), (c) Baggio R., Moeller
A disposizione: Rampulla, Marocchi, Dal Canto
Allenatore: Giovanni Trapattoni

BORUSSIA DORTMUND: Klos, Reinhardt, Schmidt, Schulz, Zelic, Poschner, Reuter (Lusch 67), Karl, Sippel, Rummenigge M. (Franck 42), Mill
A disposizione: Galeski, Grauer, Raschke
Allenatore: Ottmar Hitzfeld

ARBITRO: Blankenstein (Olanda)
AMMONIZIONI: De Marchi 43, Galia 53 (Juventus); Zelic 60 (Borussia Dortmund)




Il cemento del Trap regge la Coppa 
Galia fa il bis, si compie la favola di Torricelli 

PERUZZI 7. E non per questo match, in cui l'avrebbe potuto sostituire un qualsiasi impiegato del catasto. I tedeschi provano a offenderlo, ma sbagliano sempre la mira, talvolta di poco. Solo al 48' Mill lo impegna di testa, per la prima volta. Succede a Tacconi nella storiografia dei portieri vincenti della Juve, come Tacconi fece con Zoff. Un buon inizio alla prima stagione da titolare fisso. 

CARRERA 7. Mill gioca per graziosa concessione di Chapuisat e come già nell'andata non combina niente. Merito anche di Carrera, l'uomo che dovrebbe saltare nel ringiovanimento della difesa juventina: ma, diteci, Porrini vale molto più di lui? 

TORRICELLI 6,5. Si occupa di Reinhardt, nell'insolita difesa juventina schierata a cinque. L'anno scorso con la Caratese vinse probabilmente la Coppa dei Salumi Brianzoli, trofeo più appetibile però assai meno pregiato di quello che ha conquistato ieri. E' il riferimento calcistico di una fiaba, l'ex falegname che si trasforma in principe per il bacio di Trapattoni. 
(dal 65' Di Canio s.v.) 

DE MARCHI 6,5. Rischia qualcosa di troppo nell'intervento che al 45' gli procura soltanto l'ammonizione. Poteva andargli peggio. A sinistra controlla le avanzate di Reuter, che con la prestazione di ieri ha ribadito perché la Juventus l'abbia tenuto soltanto per una stagione. 

KOHLER 7. Il suo avversario è Sippel, anzi lo dovrebbe essere perché del biondino castigo dei romanisti ci accorgiamo soltanto quando sfila fuori dal campo. 

JULIO CESAR 7. Non sono queste le partite che lo impensieriscono, con gli attaccanti avversari che pressano poco sui rinvìi e non vanno a disturbarne i disimpegni. Come a Dortmund risulta quasi invalicabile per i cross dei tedeschi. Certamente la Juve deve prendere una decisione diffìcile sul suo conto: per come l'abbiamo visto a Lisbona e troppe altre volte, fino a un mese fa, Julione non sarebbe un tipo di cui fidarsi. Tuttavia, anche per la mancanza di alternative più valide, si insisterà ancora su di lui. 

GALIA 6,5. Qualcuno, non ricordiamo chi, lo ribattezzò affettuosamente il Postino, per quell'andatura caracollante e affannata da portalettere che macina i chilometri e le ore per svolgere un lavoro umile e importante. Lui, da buon Postino, suona per la seconda volta in Coppa Uefa dopo quella del '90, che lo vide ben più protagonista di adesso. Trap lo utilizza a sorpresa al posto di Marocchi, applicandolo a Rummenigge, finché è in campo, poi a Poschner. 

BAGGIO D. 9. RijkaarDino l'aveva detto: la nuova Juve deve cominciare qui, con la vittoria nella Uefa. E ha fatto capire che nel futuro lui conterà, eccome: se non arriverà mai ad essere per raffinatezza il Baggio numero 1, da ieri sera chiamiamolo almeno 1 e mezzo. Lo merita. Poderosa la sassata sotto la traversa che ha chiarito subito le vere intenzioni di Madama. Puntuale e precisa la deviazione di testa per il raddoppio. Dodici gol nella stagione e il sigillo alle due finali di Coppa chiudono l'anno cominciato con troppi equivoci sulla fascia sinistra e risistemato in corsa con lo spostamento in mediana, come voleva lui. Sta crescendo di personalità. Sacchi giura che è il prototipo del calciatore ideale per i prossimi anni: da questa doppia finale lo penseranno anche a Dortmund. 

VIALLI 6,5. La cosa più importante è il colpo di tacco che smarca Dino Baggio per il primo gol. Un'altra partita di sacrificio, forse una di troppo per un uomo che non potrà mai essere intellettualmente un comprimario. Godrà la gioia del trionfo, lui che si angosciava di non aver fatto crescere la Juventus: ma in fondo al cuore sentirà che non è ancora il successo che voleva. 
(80' Ravanelli s.v.) 

BAGGIO R. 7,5. Abbondiamo nel giudizio, perché nel suo caso la finale non conta, conta quello che ha combinato per arrivare fin qui: i gol decisivi con il Paris St. Germain, quelli dell'andata a Dortmund. La finale accademica non stimola il suo istinto di goleador, ci prova solo un paio di volte, esagerando nel dribbling. Come cambia il mondo: una volta era il re delle partite inutili, oggi le sfugge. 

MOELLER 6,5. Il gol del 3-0 è una carambola fortunosa e rapinosa. Ma intanto c'è lui a coglierla come gli succede spesso. 

TRAPATTONI 9. Crediamo che abbia sbagliato in buona fede all'inizio e abbia trovato la quadratura in ritardo sulla stagione. Però l'ha trovata. Questa Coppa è sua, soprattutto sua. Un'altra Juve si sbriciolò nelle difficoltà, la sua ha retto e si è cementata fino a vincere in Europa. 

Marco Ansaldo






FAUSTA COPPA
LA JUVE DOPO IL TRIONFO COL BORUSSIA
Con la conquista del suo terzo trofeo Uefa, la Signora non ha solo salvato la stagione, ma ha confermato di avere, sia pure in extremis, ritrovato se stessa e il vero Trap. Ora che è nata una nuova, grande squadra bianconera, sarebbe un peccato ripetere l'errore commesso nel '90: questa Juve ha bisogno di pochi ritocchi, non di rivoluzioni

TORINO. Sulle note di "We are the champions", diffuse dagli altoparlanti e sostenute a squarciagola da una folla troppo a lungo compressa nelle sue aspirazioni, la aspirazioni, Juve del Trap ha sollevato al cielo la Coppa dei dubbi. Troppi sono stati, in questo imprevisto ed esaltante finale, gli ingredienti stupendamente fuori posto rispetto all'andamento stagionale, per non far sorgere pesanti perplessità sul futuro, così come lo sono andati allestendo i vertici bianconeri nelle settimane della Grande Delusione, lontane anni luce dall'attuale dimensione di ritrovata grandeur.

TRAP ÜBER ALLES

Il Trap ha chiuso la "pratica" della Coppa Uefa prima ancora di scendere in campo al Delle Alpi, allestendo un perfetto reticolato tattico in cui le velleità degli uomini di Hitzfeld si sono subito mortalmente impigliate. Alla prova dei fatti, la Juve non ha corso il paventato rischio della deconcentrazione, perché è ormai una squadra trapattoniana. Non la Juve indecisa e molle della finale di Coppa Italia col Parma dello scorso anno, tanto per intenderci, ma una Juve adulta, coriacea, robusta, ispida, indisponibile a lasciare all'avversario fin dal primo minuto anche un solo metro di campo. È nato così, su un rinvio di Reuter prontamente artigliato dall'attentissimo De Marchi, il primo, stupendo gol di Dino Baggio, che ha idealmente posto il sigillo alla conquista, chiudendo moralmente la sfida.

E qui occorre spendere qualche parola sul ragazzone di Camposampiero, cresciuto negli ultimi mesi in curiosa sintonia col più celebre omonimo fino a misure di assoluta eccellenza. Ce ne corre l'obbligo, perché siamo stati tra i suoi critici più severi, quando non potevamo non registrare il suo abulico vagare sulla fascia sinistra, in quell'improbabile ruolo di terzino che più la necessità che una effettiva convinzione aveva indotto il Trap ad assegnargli in avvio di stagione. Restituito all'agognato ruolo di centrocampista, il meno celebre dei Baggio vi si è immerso in un primo tempo con pienezza di esiti solo in maglia azzurra, continuando per lo più a stentare con i colori bianconeri. Ora sembra di poter interpretare quei disagi come un necessario ambientamento, non semplice per un giovane i cui straripanti mezzi fisici avevano indotto i tecnici a sballottarlo negli ultimi anni nelle più diverse posizioni tra difesa e centrocampo arretrato. La superba prestazione nella doppia sfida col Borussia ne ha suggellato mirabilmente la crescita, di cui si è giovata tutta la squadra, da mesi alla ricerca di forti contenuti nel ful-cro della manovra. 
La doppietta di Dino, il sigillo di Möller hanno offerto dunque la misura della «nuova» Juve, che assurge in modo imprevisto a quasi ingombrante ospite alla tavola già apparecchiata della prossima stagione. Si parla infatti ormai da mesi di ennesima rivoluzione bianconera, di rivolgimento globale della squadra, ma ora l'ombra luccicante della Coppa Uefa suggerisce un imbarazzante parallelo con quella del '90. Ammonenundo sulle possibili conseguenze di un ribaltone che gettasse anche solo in parte al vento il patrimonio finalmente rag-grumato dal tecnico sotto la bandiera bianconera.

I BAGGIO RITROVATI

Il Trap, lo rilevammo presentando l'estremo appuntamento europeo, adesso è "padrone" della squadra. E riuscito con grande fatica a penetrarne il «caveau» tattico e morale proprio in extremis, quando tutto sembrava perduto dopo le scivolate in campionato e l'eliminazione dalla Coppa Italia. Ma c'è riuscito, questo solo conta. Ora potrebbe aver ristabilito quella magica, assoluta sintonia con la squadra che nel decennio d'oro gli consentiva di trascorrere da un'edizione all'altra della Juventus senza interrompere il filo dorato del successo, semplicemente apportando ogni anno qualche significativo ritocco. Se cosi fosse e varrà la pena verificare basteranno dunque poche modifiche al telaio e la Signora si presenterà all'avvio della prossima stagione più forte di quanto già non sia nel momento di sollevare al cielo la meritatissima Coppa Uefa 1992-93.

L'assoluta concentrazione, la piena fiducia nei propri mezzi, la definitiva acquisizione di alcune certezze di ruolo (prime tra tutte quelle dei due Baggio: mediano-regista arretrato il primo, fantasista senza fissa dimora tattica il secondo): questi gli ingredienti che hanno imposto al Borussia, nei centottanta minuti, una superiorità vistosa e schiacciante. Talmente forte, convinta, sicura di sé, è apparsa la Signora della finale, da seminare qualche rimpianto nei cuori bianconeri: ah, se fosse stata 
«questa Juve a giocarsi, nei mesi cruciali di ottobre e novembre, il duello-scudetto col Milan!"
Il recente trionfo sul prato di San Siro, d'altronde, aveva già offerto una risposta in qualche modo eloquente, pur dovendo tenere presenti le difficoltà che, per converso, affliggevano e affliggono la squadra rossonera in questo periodo. Persino il tanto vituperato «conservatorismo» di Trapattoni è stato in questi giorni prudentemente allogato dietro le quinte, forse perché non sta bene riesumare certe carcasse dialettiche nei giorni di festa. In verità, la morsa delle marcature individuali della seconda finale (Torricelli-Reinhardt, De Marchi-Reuter, Carrera-Mill, Kohler-Sippel, Galia-Rummenigge, Dino Baggio-Poschner) non ha minimamente nuociuto all'interpretazione del match da parte della Juve, che ha potuto ugualmente occupare ogni zona del campo fissandove una supremazia totale. Come sempre accade, insomma, non è il modulo a inficiare l'efficacia del gioco, quando qualità e assortimento degli interpreti sono in grado di produrlo ad alto livello.

RESURREZIONE DI UN'IDEA

Cadono allora come foglie d'autunno i tanti, più o meno fantasiosi scenari da «dopo-Trap» prefigurati in questi mesi. La stessa ovazione con cui il pubblico del Delle Alpi ha festeggiato a lungo il tecnico nella magica notte della conquista è da ascriversi più a un riconoscimento di qualità finalmente riemerse dopo un periodo di appannamento non a una pur comprensibile overdose da felicità di Coppa. Con l'impennata finale, Trapattoni ha dimostrato di essere lontano dal prepensionamento, magari da scrivania, che che qualche settimana fa veniva dato addirittura per scontato. La grinta, la capacità di "leggere" la partita e pure quella di assorbire le critiche più feroci, digrignando i denti ma tenendo dentro il ribollire delle passioni, sembrano, sono intatte. Il Trap è ritto in sella, i suoi ragazzi l'hanno portato in trionfo come accadeva nei tempi felici.

Sulle immagini conclusive di questa edizione della Coppa Uefa, sulle scene di forte suggestione della lunga festa del Delle Alpi, si è colto il segno, preciso, di una risurrezione. Di un'idea, di uno staff, di un modo di vivere il calcio e cercarne, rabbiosamente e instancabilmente, il meglio. A questa Juve basta aggiungere un terzino sinistro, un'alternativa italiana per il ruolo di libero, un centrocampista indigeno di qualità e il suo potenziale diventa enorme, formidabile. 
«Questo trofeo europeo» ha sospirato il Trap «ci ripaga di una serie di delusioni, ma la Coppa Uefa è solo un punto di partenza. Questo gruppo ha un ha un bel futuro davanti a sé. Dovrà continuare a lavorare con impegno e fantasia. Non dovrà fermarsi, ma guardare avanti. Sempre». 
È l'ulteriore conferma del Trap di sempre. Quello del magico decennio bianconero ma anche dello scudetto dei record all'Inter, che invano il Milan ha cercato quest'anno di intaccare: il Trap che costrui quell'eccezionale primato rabbiosamente riprendendo i suoi, ogni domenica, dopo ogni successo: per concentrarli a dovere sull'appuntamento successivo, per impedire che la tensione si allentasse accarezzando l'alloro ormai virtualmente cinto.
Il Trap e un nugolo di campioni: il sicuro Peruzzi, il gagliardo Torricelli, il roccioso Kohler, lo spietato Dino Baggio, il vibrante Vialli, il raffinato Möller, l'inaffondabile Conte (pure assente nel match di ritorno), il monumentale Roby Baggio e tutti gli altri. Questo inestimabile patrimonio, adeguatamente valorizzato dalla terza Coppa Uefa della storia bianconera, la Juventus trasmette a se stessa in vista della stagione 1993-94. Disperderlo rappresenterebbe un imperdonabile errore.

Carlo F. Chiesa
tratto dal Guerin Sportivo anno 1993 n.21












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