Visualizzazione post con etichetta 1982-83. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1982-83. Mostra tutti i post

lunedì 22 giugno 2026

22 Giugno 1983: Juventus - Verona

Attraverso il Canale Youtube Ufficiale della Juventus vi proponiamo un gustoso amarcord di questa data odierna. É il 22 Giugno 1983. Juventus e Verona si sfidano nella gara di ritorno della Finale di Coppa Italia 1982-83. Tutto si svolge allo Stadio 'Comunale' di Torino.

I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra piu' forte del mondo' avendo in rosa motli elementi della nazionale Italiana Campione del Mondo a Spagna 82. C'é pure l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zibì Boniek. A fine campionato la Juventus finirá in seconda posizione dietro alla Roma di Nils Liedholm. Per quanto riguarda la Coppa dei Campioni ci si aspetta una festa in gran stille in finale ad Atene. Ma un gol da fuori area di Felix Magath e la caparbietá dell'Amburgo dirá ancora di no alla Vecchia Signora.

Arriva peró la Coppa Italia, conquistata non senza penare, dopo aver perso allo Stadio 'Marcantonio Bentegodi' per 0-2 contro gli scaligeri. I bianconeri riusciranno a ribaltere la situazione con una grande partita a Torino: 3-0 e settima coppa nazionale in bacheca.

Buona Visione!



juventus


Stagione 1982-1983 - Coppa Italia - Finale, ritorno
Torino - Stadio Comunale
mercoledì 22 giugno 1983 ore 20.30
JUVENTUS-VERONA 3-0 - Dopo i tempi supplementari
MARCATORI: Rossi P. 7, Platini 81, Platini 119

JUVENTUS: Bodini, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio (Storgato 75), Scirea, Marocchino (Furino 60), Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek
Allenatore: Giovanni Trapattoni

VERONA: Garella, Oddi, Marangon, Volpati, Guidetti, Tricella, Fanna, Sacchetti, Di Gennaro, Dirceu, Penzo
Allenatore: Osvaldo Bagnoli

ARBITRO: Longhi




Rimonta della Juve, la Coppa è sua 
Bianconeri e veneti (che all'andata si erano imposti per 2-0) protagonisti di una accesa sfida 

TORINO La Juventus ha vinto la Coppa Italia. Ha rimontato con Rossi e Platini lo 0-2 di Verona e si è poi imposta nel tempi supplementari ancora con Platini. Non c'era il pienone, per quella che era anche l'ultima esibizione torinese stagionale della Juventus, ma i 35 mila facevano un gran tifo. Anche il Verona era accompagnato da una tifoseria compatta: circa 6 mila sostenitori, assiepati in curva Maratona, in cui spiccava lo striscione del «gruppo anti-Juve» che diceva: 

«Verona come Amburgo» 

In tribuna stampa, anche Gigi Radice, ancora in attesa di trovare un'occupazione. Rispetto a Verona, rientravano nella Juventus Cabrini e Marocchino (alla partita d'addio), mentre gli ospiti presentavano la stessa formazione, con Spinosi in panchina. Giocare in salita, con l'handicap di due gol da rimontare, obbligava la Juventus ad un'aggressività ragionata, ma la squadra bianconera si scopriva già al 2' e il Verona creava il primo perìcolo: da Guidetti a Dirceu, poi a Sacchetti che apriva verso Di Gennaro che evitava Bodini, ma si allargava troppo e il suo cross era intercettato da Gentile. Il Verona si muoveva in souplesse, con schemi semplici e collaudati, con improvvise folate di rimessa elaborate da Fanna che ora agiva a destra, controllato da Cabrini, ora a sinistra, fronteggiato,da un, Gentile che non faceva complimenti. La Juventus adottava un marcamento misto zona-uomo a metá campo, dove gli accoppiamenti principali erano i seguenti: Bonini-Dirceu, Tardelli-Di Gennaro, Platini-Volpati, Boniek-Sacchetti. In avanti Rossi era «stoppato» da Oddi, con Tricella alle spalle, mentre Marocchino se la vedeva con Marangon. Al 4' una bella discesa di Fanna, autentica spina nel fianco per la retroguardia juventina, era stroncata da Scirea. Poi, dopo alcune fasi di studio, la Juventus sbloccava il risultato al 7'. 

Una lunga azione si sviluppava sulla sinistra per merito del bravo Marocchino che scambiava con Rossi, ma era anticipato dall'uscita di Garella, recuperava Boniek il cui tiro, intercettato da un difensore, rimpallava su Rossi che controllava e insaccava da pochi passi. Un classico gol «alla Rossi» che interrompeva un digiuno di oltre due mesi: era infatti dal 20 aprile scorso, a Lodz, che Pablito non segnava più in una gara ufficiale. Piú con volontà e rabbia ed esperienza, che con lucidità, la Juventus insisteva alla ricerca del gol che avrebbe pareggiato il conto, ma il Verona si difendeva con ordine e con calma, senza perdere mai la testa, grazie all'enorme mole di lavoro sviluppato da Dirceu, da Sacchetti, Guidetti, Volpati che costituivano la cerniera di centrocampo cui si aggiungeva anche Fanna. Al quarto d'ora Tardelli si faceva ammonire per proteste e al 18' Rossi riceveva un ottimo pallone da Boniek ma era in fuori gioco, puntualmente rilevato dall'arbitro Longhi. Altra occasione per Rossi al 21' su un contropiede propiziato da Marocchino che «Pabllto» non sfruttava per un indugio fatale. Un minuto dopo Garella, con una spettacolare deviazione in corner, evitava il raddoppio su folgore di Cabrini da una ventina di metri. Al 23' altro brivido per il Ve rona per una punizione a due in area (veniva anche ammonito Guidetti per comportamento non regolamentare) ma il tiro ravvicinato di Tardelli si infrangeva sul «muro». Al 26', imbeccato da Platini, Marocchino effettuava uno splendido affondo servendo poi a rientrare Rossi che però al momento di concludere si afflosciava. 

Ma la palla gol più clamorosa la falliva Bonlek al 40'. Platini catturava un pallone nella tre quarti di campo juventino, galoppava per una cinquantina di metri e poi scodellava un perfetto passaggio per Boniek che sprecava tirando sul portiere: Garella di piede, sventava. 

La ripresa si apriva con una doppia opportunità per la Juventus. La prima al 47': scatto e cross di Rossi per Scirea che preferiva passare a Cabrini anziché tirare e l'azione sfumava sul colpo di testa abbondantemente a lato di Boniek. La seconda un minuto dopo su ottimo spunto di Marocchino che, chiamava all'azione Rossi il cui passaggio finale era per Boniek in ottima posizione ma il polacco mandava tutto in fumo. Al 54' un errore di Brio per poco non creava guai irreparabili: il sinistro di Dirceu era deviato in corner. Due minuti dopo l'ottimo Marocchino serviva Rossi che sparava in porta (finalmente con determinazione e sicurezza) e Garella era bravo a deviare in corner. Allo scoccare dell'ora di gioco Marocchino, che già da qualche minuto chiedeva il cambio per aver esaurito... il carburante, veniva sostituito da Furino. Marocchino poteva cosi raccogliere un'ovazione, l'ultima, tutta per lui, dalla curva Filadelfia. Una Juventus lodevole per combattività, ma velleitaria quanto a mira, improvvisava azioni senza riuscire a concluderle nella giusta misura. 

Solo Platini armava il destro con una gran botta al 66' sfiorando il palo. Con la Juventus sbilanciata in avanti Gentile perdeva un tackle con Fanna che s'involava in profondità servendo poi Penzo che non agganciava di un soffio, e il pallone si perdeva sul fondo. Su capovolgimento di fronte era Garella a dirottare in corner una pericolosa botta ravvicinata di Boniek su passaggio di Platini. Al 75' Storgato dava il cambio a Brio che da qualche tempo avvertiva il riacutizzarsi del vecchio malanno inguinale ed era apparso in difficoltà nei recuperi su Penzo. Al 77' Longhi ammoniva Boniek per proteste.

Nonostante le energie scarseggiassero, i bianconeri lottavano con ferocia e avrebbero meritato il raddoppio ma Garella si superava (78') su un'invenzione di Platini. Poi la sfortuna ci metteva lo zampino, anzi il fianco di Volpati che intercettava un gran destro di Boniek con Garella ormai battuto. E la Juventus vedeva premiati i suoi sforzi all'61'. Un lungo cross di Gentile spioveva sotto porta, accanto al secondo paio dove l'accorrente Platini, allungando il destro, di punta insaccava. Una autentica prodezza che poteva realizzare solo il francese. Sotto la spinta del pubblico la Juventus sputava anche l'anima e un tiro di Gentile trovava il bravo Garella pronto alla respinta. Il finale era tutto di marca bianconera anche se una punizione di Dirceu veniva bloccata da Bodini. Boniek, in fuorigioco, segnava in rovesciata ma dopo il fischio dell'arbitro e si andava al supplementari. 

Il primo tempo supplementare, concluso senza gol, era caratterizzato da una splendida, occasione fallita di un soffio da Platini, con un tocco da giocatore di bigliardo-, deviato impercettibilmente in angolo da Garella. Si notava, come anche in precedenza, la puntuale regia di Furino, «vecchio» gladiatore mentre si inaspriva la partita soprattutto per la stanchezza: l'arbitro doveva ammonire prima Gentile e poi Oddi. Oltre a quella di Platini la Juventus costruiva altre due occasioni non sfruttate di testa da Bonini e Storgato. Quasi allo scadere del secondo tempo supplementare, dopo 119 minuti di gioco, Platini per la seconda volta con una prodezza personale inventava il gol decisivo, assegnando la Coppa Italia alla Juventus, dopo aver sfruttato abilmente un cross di Cabrini. E' il trionfo finale che proietta la Juventus in Coppa delle Coppe. 

Bruno Bernardi 
tratto da: La Stampa 23 giugno 1983





COPPA ITALIA/SETTE VOLTE JUVE
All'ultimo tuffo di una stagione prodiga di delusioni, i bianconeri hanno strappato al sorprendente Verona una Coppa thrilling. 
Ma Boniperti dice: «Non basta a ripagarci.»
Brindisi amaro

TORINO. Finalmente Juventusiasmante! Ci sono voluti quasi undici mesi dall'inizio dell'anno più lungo, perché la Vecchia Signora facesse onore al suo prestigio, alla sua tradizione, alla sua golosità. Ci sono voluti quasi undici mesi, insomma, perché la Juve vincesse qualcosa. La Coppa Italia, finita in mani tanto degne, riacquista persino dignità: la sua consegna suggella il risveglio della Bella Addormentata del calcio italiano. Vien quasi da pensare che per la Juve, ovvero per tutti i suoi uomini che costituiscono il nerbo della Nazionale campione del mondo, bisognerebbe studiare ogni anno una proroga del campionato: alla fine del giugno '82, infatti, i bianconeri-azzurri iniziarono la volata che li avrebbe portati al trionfo di Madrid. Alla fine del giugno '83 i bianconeri-azzurri e i loro soci di complemento hanno regalato ai propri tifosi l'unico alloro della stagione. Con grinta, con volontà, con determinazione, con cattiveria, con coraggio. Tutte doti che la sbornia mondiale sembrava aver irreversibilmente raso al suolo.

CENERI. La Juve, insomma, ha acciuffato per i capelli e ai limiti del tempo massimo l'ultimo obbiettivo sarebbe meglio dire l'obbiettivo minimo che si era prefissa. E l'impresa, se la vogliamo chiamare così, non è legata tanto al valore del trofeo in sé, quanto alla resuscitata vena della squadra, risolle-vatasi improvvisamente dalle ceneri delle delusioni patite e del suo temuto declino. 

«Mi fa ridere - ha detto Boniperti chi ha parlato di Juve finita dopo la partita di Verona, lo avete visto tutti, è quella che nei momenti più importanti sa tirare fuori unghie, grinta e carattere». 

E questo è sacrosanto: ma è anche vero e sappiamo di aprire nel presidente bianconero una ferita che nemmeno i decenni chiuderanno che se quelle unghie, quella grinta e quel carattere fossero stati usati esattamente un mese fa, non si sarebbe arrivati alla finale di Coppa Italia con questo clima da ultima spiaggia. Per la Juve, probabilmente, non è stato tanto importante aver centrato quest'ultimo obbiettivo, quanto... non averlo fallito.

INDULGENZA. Ma ora che cosa cambia? La vittoria in Coppa Italia è un argomento «depistante», un invito all'in-dulgenza, oppure la presidenza bianconera andrà comunque avanti per la via «dura» suggerita dalle delusioni precedenti? Boniperti, in questo senso non ha dubbi: 

«Se devo essere sincero questa Coppa Italia non mi ha dato né gioia né soddisfazione particolare: vale troppo poco per uno come me che aveva già fatto la bocca a ben altri traguardi. Per questo, nelle mie valutazioni, non cambia assolutamente nulla: non verrà spostata una virgola dei progetti che avevamo varato». 

Boniperti e non fa niente per non farlo capire, ha probabilmente vissuto una delle stagioni più amare da che è presidente: il rammarico è proporzionale a quelli che erano stati i sogni. Vedere la Coppa, la «sua» Coppa, a venti metri da lui, sotto quella maledetta tribuna d'onore d'Atene, e poi lasciarla portar via dalle manone di Hrubesch gli ha procurato uno choc che la pur bellissima vittoria contro il Verona non ha potuto lenire. 

«Atene passa e la Juve resta», 

gli abbiamo detto con un po' di enfasi e un po' di piaggeria per solleticare il suo amore bianconero. Non l'avessimo mai fatto! 

«Atene non "passa" proprio per niente! Non è passata fino ad ora e non passerà per parecchio tempo! E pensare che sarebbe bastata la stessa grinta mostrata nella seconda finale di Coppa Italia. Ma dov'era finita quel giorno la mia squadra, che cosa aveva procurato quell'incredibile cortocircuito collettivo?». 

È davvero il caso di dire che il mondo, per Boniperti, s'è fermato il 25 maggio.

RAMMARICO. Ma la severità (o il realismo se vogliamo) del grintoso presidente bianconero non deve sminuire il valore di quest'ultima conquista juventina. Anche se forse ha ragione lui quando dice che la bella, «voluta», cercata, vittoria in Coppa Italia acuisce se possibile il rammarico. Un rammarico che, secondo noi, non deve aumentare la severità nei confronti di questa squadra, che ha perso molto ma che, cifre alla mano: 52 partite ufficiali fra campionato, Coppa Italia e Coppa Europa (alle quali potremmo tranquillamente aggiungere anche gli impegni della Nazionale), 93 gol fatti (compresi quelli... annullati da Barbé), 45 subiti, 28 vittorie, 17 pareggi, appena 7 sconfitte. E sulla carta, un'annata da campioni, persino superiore sul piano statistico a quella dell'ultimo scudetto. Eppure i numeri sono stati mortificati dai fatti. È bastata una sconfitta, pensate, una sola in tutta la Coppa dei Campioni per fare lo sgambetto a 9 mesi di lavoro. Certo gli albi d'oro c'ignoreranno per sempre, ma quante altre squadre quest'anno, in Europa, hanno ottenuto... una medaglia d'oro e due d'argento? Che deve dire allora il povero Real Madrid che è riuscito ad arrivare secondo in tutte, ma proprio in tutte, le manifestazioni alle quali ha partecipato? Ma i bilanci del Real, come quelli della Juve, vanno fatti a fusti, a decenni, non ad annate, quindi niente drammi e niente epurazioni: se Boniperti accetta un consiglio, dovrebbe ritoccare il meno possibile questa Juve. Dare a tutti i giocatori una possibilità di rivincita: tanto più che, per sua fortuna, il prossimo anno i bianconeri non avranno un'ubriacante e rammollente vittoria mundial da celebrare, ma tanta rabbia da smaltire! E la rabbia - come ha dimostrato la finale col Verona - è il vero additivo vincente di questi giocatori.

EQUIVOCI. La mannaia di Boniperti s'è però già abbattuta sui peccatori. Il primo ad essere stato fatto fuori è stato Domenico Marocchino. La sua colpa? Forse di non essere troppo juventino «dentro», ma Boniperti, secondo noi, ha sbagliato. Ha dimenticato quanto era stato importante Marocchino per l'ultimo scudetto e quanto di più lo sarebbe stato quest'anno se molti equivoci (l'equivoco-Boniek per esempio) non si fossero consumati alle sue spalle. 

"Qualcuno deve pagare» 

deve aver pensato il presidente bianconero: ma non si capisce perché debbano pagare sempre i piccoli. Perché (ferma restando la nostra opinione che la miglior campagna acquisti che la Juve possa fare sarebbe quella di confermare tutti in blocco) i giocatori che hanno deluso sono stati altri: non il povero Marocchino (o Osti, che è un altro «piccolo» e che era stato fatto fuori molto per tempo). Non ha forse deluso Rossi? Non ha forse deluso Tardelli (e a proposito di stile Juve, che ne dice il presidente di quell'infantile libro-rivincita che ha scritto con Gentile?). Non ha forse deluso Scirea? Eppure a tutti costoro verrà giustamente connessa una prova d'appello, anche perché sono giocatori che difficilmente tradiscono per due volte consecutive. Ecco, alla stessa stregua sarebbe stato elegante, concedere l'appello anche ai pari. Finvece Marocchino è già partito e Galderisi (altro artefice dell'ultimo scudetto) lo seguirà. E Bodini? Dopo quello che ha fatto in Coppa c'era bisogno di umiliarlo con l'acquisto di un altro portiere? Boniperti (che di calcio e di psicologia ne sa senz'altro di più del vostro cronista) non deve dimenticare che se può essere certo che la Coppa Italia non assolve la stagione, è altrettanto vero che la Coppa dei Campioni non la deve «condannare per forza». Quindi ben vengano Vignola, Caricola, il danese in subappalto e quanti altri accederanno al sacro scoglio bianconero: ma se la Juve risorgerà, risorgerà soprattutto grazie ai suoi veterani. erani. Furino Furino compreso. E Bettega compreso, se gli verrà la voglia di ripensarsene.

LEADER. Conscia dei suoi peccati è molto probabile che la Juve, nella prossima stagione, parta con una determinazione ben diversa. E soprattutto con una certezza che all'inizio dell'annata trascorsa non aveva ancora: quella di aver trovato un grande leader nella persona di Michel Platini. Il Mundial, con il suo incenso e la sua narcosi, sarà molto lontano nel settembre dell'83: nessuno dei campioni si sentirà più in diritto di guardare il mondo e i compagni dall'alto in basso e, contemporaneamente, fuoriclasse come Platini non avranno più lo scrupolo di sentirsi inferiori. Ebbene, a quel punto, la classe e il carisma del francese già abbondantemente emersi da metà stagione in poi, non avranno più motivo di restare compressi. Sarà, Michel, l'avvocato... in campo e sarà la squadra ad essere presa per mano da lui. Già quest'anno ha segnato trenta gol (18 in campionato, 7 in Coppa Italia, 5 in Coppa Campioni). Fra l'altro, Michel, dimostra di aver idee molto chiare: 

"Nel calcio si può migliorare anche con gli stessi uomini che possono aver deluso. La Juve faccia quello che vuole, comperi due, tre, quattro rinforzi, non è un problema mio: ma ricordiamoci che si può e si deve progressare anche su altri piani, come quello dell'intesa e della crescita della squadra. Questo è uno dei lati più belli del calcio e su questo occorre lavorare. Quando riusciremo ad imporre sempre il nostro gioco senza preoccuparci troppo di quello che fanno gli altri avremo eliminato un difetto chiave e saremo, a tutti gli effetti, una grande squadra». 

Parole santé!

OBIETTIVI. In questi giorni la Juve definirà il suo organico 83-84. Gli obbiettivi sono tutt'altro che misteriosi. Tramontato l'interesse per Giordano, ora sono due i giocatori concupiti: Vierchowod e - a scelta - Penzo o Cantarutti. Per Vierchowod il sacrificio potrebbe anche essere enorme (Tardelli?) per la «torre», ovvero per il pivot destinato a sostituire Bettega, basterà rompere il salvadanaio. Dopodiché via, un'altra volta, alla conquista dell'Italia e dell'Europa. In Italia ci sono più avversarie che mai (ma la Roma, per esempio, potrebbe subire gli stessi rigurgiti da pagamento che quest'anno hanno compromesso la stagione juventina), in Europa c'è il Barcellona di Maradona e il Manchester United e l'Aberdeen e i Rangers: la Coppa delle Coppe assomiglia quasi... alla Coppa dei Campioni. Ebbene, se il mondo è fatto a scale, la Juve faccia dunque anche questo nuovo impegnativo scalino continentale. Dopodiché, vinta la Coppa Uefa, vinta la Coppa delle Coppe, scatterebbe finalmente la legge del non c'è due senza tre. E a quel punto chissà, forse fra soli due anni -Boniperti sarebbe persino disposto ad andare a trascorrere le vacanze al Pireo. Col sorriso sulle labbra.

Marino Bartoletti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.26



 

juve

verona

juventus

verona

scirea

juve

juve

juve

juve

juve

juve

juve

juve

juve

juventus

juventus

juventus

coppa

juve

coppa


maglie














venerdì 19 giugno 2026

19 Giugno 1983: Verona - Juventus

É il 19 Giugno 1983 e Verona e Juventus si sfidano nella Finale di Andata della Coppa Italia 1982-83 allo Stadio 'Marcantonio Bentegodi' di Verona.

I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra piú forte del mondo' avendo in rosa motli elementi della nazionale Italiana Campione del Mondo a Spagna 82, con l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zibì Boniek. Ma nonostante questo i bianconeri non riescono a conquistare la Coppa dei Campioni battuti in finale dall'ostico Amburgo.

In campionato non tengono il passo della Roma che vince il suo secondo scudetto. Poi però si rifanno in Coppa Italia - splendida rimonta in finale contro i gialloblu veneti.

Buona Visione!


 

verona



Stagione 1982-1983 - Coppa Italia - Finale, andata
Verona - Stadio Marcantonio Bentegodi
Domenica 19 giugno 1983 ore 20:30
VERONA-JUVENTUS 2-0
MARCATORI: Penzo 44, Volpati 51

VERONA: Garella, Oddi, Marangon, Volpati, Guidetti, Tricella, Fanna (Sella 76), Sacchetti, Di Gennaro, Dirceu (Fedele 89), Penzo (Manueli 87)
Allenatore: Osvaldo Bagnoli

JUVENTUS: Bodini, Gentile, Prandelli (Storgato 73), Bonini, Brio, Scirea, Galderisi, Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Lo Bello R.
ESPULSIONI: Galderisi 41 (Juventus)



"Perché Lo Bello mi ha espulso?"
Galderisi stupito e amareggiato 
Trapattoni accusa la squadra, ma dice: "Mercoledì possiamo ancora farcela"
DAL NOSTRO INVIATO

VERONA - Sapeva di giocarsi tutto in queste ultime partite: stima, riconferma e futuro. Invece ieri sera ha chiuso anzitempo la sua breve avventura in Coppa Italia, con la complicità di Rosario Lo Bello, un arbitro che sente tutto, forse anche le cose che non vengono dette. «Nanu» Galderisi è stato espulso proprio allo scadere del primo tempo, danneggiando cosi - e in modo vistoso - una Juventus già in difficoltà, che quindi si è trovata a giocare la ripresa in inferiorità numerica.
A fine partita, il piccolo attaccante proprio non si capacitava, non riusciva a spiegarsi come Lo Bello avesse potuto cacciarlo. 
"Dopo pochi attimi di partita - spiega - mi ha detto che mi avrebbe sbattuto fuori. Poi ho subito diversi falli e ho cercato di dire all'arbitro che doveva prendersela con chi prendeva a calci me e non il pallone. A questo punto Lo Bello ha estratto il cartellino giallo. Da quel momento io non ho più aperto bocca. Poi, sul finale del tempo, durante un'azione in area, lui mi ha detto per la seconda volta che mi avrebbe mandato via. Io non ho parlato, ho alzato gli occhi al cielo é Lo Bello mi ha cacciato dal campo".
Un finale molto triste, certo non quello che l'attaccante si aspettava. Anche Trapattoni mette in luce come l'uscita di Galderisi sia stata un grave handicap per i suoi: 
"In undici avremmo potuto ristabilire il risultato - sottolinea il tecnico senza correre rischi, senza lasciare troppo spazio a questa squadra che, se ha a disposizione gran parte del campo, si trova a suo perfetto agio. Comunque, non è solo un fatto di uomini in più o in meno. Questa sera, alcuni dei miel proprio non c'erano. Non possiamo lamentarci, potevamo prendere anche più di due gol. Ad ogni modo siamo in grado di ribaltare il risultato nella partita di mercoledi sera, se è il caso con l'aiuto dei supplementari e dei rigori".
Trapattoni mette quindi sotto accusa i suoi. Sul banco degli imputati salgono soprattutto Platini e Rossi. A Paolo proprio non ne va bene una, sta concludendo la sua annata malinconicamente. Il giocatore però non sembra demoralizzato:
"Ho preso, come al solito, tanti calci. E' stata per me una partita particolare perché, dopo l'espulsione, sono rimasto in avanti l'unico punto di riferimento e tutti convergevano su di me. Ho avuto poche possibilità e pochi palloni."
Boniek, che si è prodotto una lussazione all'anulare della mano sinistra, si è intrattenuto a fine partita negli spogliatoi con l'ex compagno Zmuda. Il giocatore non sembra molto convinto che la Juve possa farcela a vincere questa Coppa: 
"E' un risultato brutto per noi - sottolinea - Al ritorno faremo di tutto per attaccare, ma ci potremmo anche esporre al contropiede del veneti, che sono molto forti soprattutto in trasferta."
Platini, nonostante tutto, crede che la Juve possa ancora farcela almeno a vincere la Coppa Italia: 
«I veronesi ci hanno surclassati in questa partita - ammette - Hanno un attacco formidabile, però mi sembrano pluttosto vulnerabili in difesa. In casa, quindi, avremo la possibilità di farcela, anche se rischiamo a nostra velta di prendere dei gol."

Fabio Vergnano
tratto da: La Stampa 20 giugno 1983



COPPA ITALIA/ULTIMO ATTO
Dopo aver ribaltato il risultato di semifinale col Torino nell' incontro di ritorno, gli uomini di Bagnoli hanno piegato la Juve al Bentegodi, ipotecando l'ultimo trofeo di stagione.
Verona sogna

E ADESSO Verona sogna: sul già succulento budino di un campionato esaltante e indimenticabile, gli uomini di Bagnoli stanno aggiungendo la ciliegina di una Coppa Italia che, comunque andrà a finire, li ha visti grandi protagonisti in ogni sua fase. Già con il Milan, nei quarti, aveva colto in trasferta il fiore di una qualificazione che pareva già appassito, poi, nel doppio scontro con gli uomini di Bersellini, i gialloblu si sono superati, andando addirittura a recuperare con una vittoria sotto la Mole la sconfitta subita al Bentegodi. Più lineare, invece, il cammino della Juve, che ha regolato l'Inter in casa per poi chiudere il conto a reti bianche al «Meazza».

IL VERONA. Al primo appuntamento della finale i veneti si sono presentati in un clima abbastanza polemico, con la bomba del probabile addio di Dirceu deflagrata proprio nel momento cruciale. Per dissuadere il campione brasiliano che, proprio nel momento dell'arrivo di tanti celebri connazionali sul nostro suolo calcistico, pare intenzionato a tornare in Patria, i tifosi hanno addirittura trasformato Verona in una sorta di Dirceulandia: i manifesti dell'asso di Curitiba hanno invaso i muri cittadini fino a fare invi-dia a quelli elettorali, tanto che c'è da pensare che, se fosse stata presentata in tempo utile, una "Lista per Dirceu" avrebbe fatto strage di crocette elettorali. L'importanza del brasiliano, d'altronde, è stata evidente proprio in questa fase di Coppa Italia, che il regista di Bagnoli ha affrontato con una carica ed uno smalto tecnico-agonistico che hanno finito col contagiare i compagni anche nelle occasioni meno stimolanti (vedi nel match di ritorno col Torino dopo il gol di Selvaggi). La finale del Bentegodi, con la incombente prospettiva di essere l'addio del campione straniero al pubblico di casa (che ha risposto col tutto esaurito) è stata per lunghi tratti una lunga sonata per coro e Dirceu: col brasiliano in cattedra a dirigere il gioco, vincendo il duello a distanza con Platini, e con il Fanna-monstre di questa stagione, una saetta imprendibile nel cuore della retroguardia bianconera, il confronto non ha avuto praticamente storia. A siglare le reti ci hanno pensato altri due eroi di questa stagione gialloblu: l'implacabile Penzo, macinatore impressionante di gol, e l'astuto Volpati, un uomo tatticamente preziosissimo, capace di trovarsi sotto porta nei momenti decisivi.

LA JUVENTUS. Per mettere le mani almeno sulle briciole di una stagione-banchetto che avrebbe dovuto essere trionfale e si sta trasformando invece in un impressionante Ramadan, Trapattoni si è trovato a dover risolvere di nuovo l'enigma Verona, che già risultò indigesto in campionato (tre punti su quattro ai gialloblu tra andata e ritorno). Per quanto si è potuto vedere all'andata, i rischi che i bianconeri concludano la stagione con lo stomaco ricolmo solo di desolanti ragnatele sono tutt'altro che remoti. Trapattoni, in vista dell'ultimo atto, ha definitivamente silurato Mágos-chino, sostituendolo con Galderisi, ma proprio il giovane attaccante, dopo le belle prove contro l'Inter, è stato protagonista negativo del match di Verona, facendosi espellere e costringendo i suoi a giocare in dieci per più di un tempo. In più, spazi preoccupanti si aprono in difesa, dove la tenuta di Scirea in fase di chiusura desta qualche perplessità, mentre in avanti Rossi continua a soffrire sia di mali propri (non si spiega altrimenti il rigore fallito contro l'Inter al Comunale) che dell'isolamento cui lo schieramento scelto da Trapattoni lo costringe. Nonostante questo, il cammino della Juve di Coppa Italia era stato finora all'insegna del rullo compressore: ci voleva la finale, secondo il maligno sortilegio che continua a perseguitare i bianconeri di Trapattoni, per far riemergere di colpo tutte le ombre di una squadra che non riesce a brillare proprio nei momenti decisivi. Il ritorno di Torino costituisce l'ultima, disperata carta. Trapattoni tocca ferro: chissà se basterà.

Carlo F. Chiesa
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.25





verona

juventus

verona

juventus

osvaldo

verona

verona

verona

paolo

verona

juve


maglie
















giovedì 4 giugno 2026

4 Giugno 1983: Roma - Juventus

É il 4 Giugno 1983 Roma Juventus si sfidano nella gara di ritorno dei Quarti di Finale della Coppa Italia 1982-83 allo Stadio 'Olimpico' di Roma.

I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra piú forte del mondo' avendo in rosa motli elementi della nazionale Italiana Campione del Mondo a Spagna 82, con l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zibì Boniek. Ma nonostante questo i bianconeri non riescono a conquistare la Coppa dei Campioni battuti in finale dall'ostico Amburgo.

In campionato non tengono il passo proprio della Roma che vince il suo secondo scudetto. 

Poi però si rifanno nella coppa nazionale - sbattuti via proprio i giallorossi, i biancoeri vincono il trofeo in finale contro l' Hellas Verona. Il tutto dopo due gare da thriller ed una rimonta spettacolare.

Buona Visione!



roma







Stagione 1982-1983 - Coppa Italia - Quarti, ritorno
Roma - Stadio Olimpico
sabato 4 giugno 1983 ore 18:30 
ROMA-JUVENTUS 0-2
MARCATORI: Tardelli 49, Boniek 53

ROMA: Tancredi, Nappi, Vierchowod, Righetti, Di Bartolomei, Nela, Chierico (Valigi 80), Prohaska, Iorio (Faccini 80), Ancelotti, Conti
A disposizione: Superchi, Lucci, Giovannelli
Allenatore: Nils Liedholm

JUVENTUS: Bodini, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea (Prandelli 55), Marocchino (Galderisi 20), Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek
A disposizione: Carraro, Storgato, Furino
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Lo Bello R.
RIGORI FALLITI: Prohaska 42 (Roma)
AMMONIZIONI: Cabrini 80 (Juventus); Nela, Vierchowod 43 (Roma)



Juve e Inter si ritrovano in semifinale 
COPPA ITALIA I bianconeri hanno battuto la Roma per la quarta volta nella stagione del mancato scudetto 
La squadra di Trapattoni si è imposta all'Olimpico con reti di Tardelli e Boniek 
Bodini ha parato anche un rigore di Prohaska 
Zoff in tribuna applauditissimo 

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE ROMA — Neppure al quarto assalto, in uno stadio completamente esaurito (record d'incasso per la Coppa Italia), la Roma campione è riuscita a superare la Juventus. Erano venuti in 70 mila per questo, se ne sono tornati tutti a casa ancora una volta delusi. La Juventus ha vinto con pieno merito, per 2 a 0, reti di Tardelli e Boniek ed il successo non è stato mai in dubbio malgrado la Roma avesse tentato all'inizio di sorprendere i bianconeri con manovre decise e a tratti pure cattive. La Juventus ha atteso paziente, ha controllato il gioco, ha colpito in contropiede i rivali, che hanno chiuso l'incontro in ginocchio. 
Nella Roma mancava Falcao, è vero, ma l'assenza del brasiliano, pur importante, non può giustificare una cosi chiara sconfitta. La verità è una sola, ribadita dai fatti: malgrado abbia perduto lo scudetto, la Juventus è superiore alla Roma. Il risultato dell'andata naturalmente ha influito sull'atteggiamento tattico delle due squadre, ma non ha per questo limitato la tensione della partita, ricca di combattività e anche più specie da parte della Roma, estremamente nervosa e in vena di rissa. Per un quarto d'ora c'è stato poco o niente in campo, poi le ostilità sono state aperte da Bruno Conti, abile nel tiro di sinistro dopo una lunga preparazione: Bodini, molto bravo ieri, ha bloccato a terra. Il portiere bianconero nel primo tempo è stato autore di grandi parate. Al 39' è volato come un gatto per deviare un destro di Prohaska dall'altezza del dischetto e al 42', addirittura, ha fermato a terra un calcio di rigore di Prohaska. L'austriaco ha calciato molle di piatto, ma Bodini è stato molto intelligente ad intuire la direzione. 
Zoff, applauditissimo in tribuna, era sicuro della parata di Bodini. Il fallo, si fa per dire, era stato di Gentile su Ancelotti. L'arbitro Lo Bello, nell'occasione, non è parso felice nella decisione, però va detto che un minuto prima Iorio era finito a terra in area a contatto con Scirea senza che il direttore di gara fischiasse il rigore: una specie di strana legge di compensazione, anche più assurda visto che in nessuna delle due occasioni i falli parevano cosi gravi da giustificare il rigore. Gli episodi riguardanti la Roma, tuttavia, non devono trarre in inganno. Malgrado un'indubbia superiorità territoriale (piuttosto sterile) della squadra campione, è stata invece la Juventus a creare le occasioni migliori. I bianconeri, approfittando dello sbilanciamento in avanti degli avversari (che applicavano sistematicamente la trappola del fuorigioco), sono arrivati vicinissimi al gol al 22' con una punizione di Platini, bloccata a fatica da Tancredi, ed hanno replicato al 28' con una splendida azione personale di Boniek, atterrato con un gran calclone da Nela mentre volava solo verso la porta di Tancredi. Boniek aveva superato in velocità tre avversari, Nela, ovviamente, è stato ammonito. Più tardi è finito sul libretto nero dell'arbitro anche il nome di Vierchowod, reo di un brutto fallo su Rossi (43'). Ancelotti, autore di un'entrata altrettanto cattiva su Brio (44'), è stato perdonato dal signor Lo Bello. 
La superiorità della Juventus ha colto comunque i suoi frutti nella ripresa. Ed é stato logico, tanta era migliore la disposizione tattica e psicologica della squadra di Trapattoni. Il primo gol è arrivato al 49'. Boniek ha approfittato di un errore della Roma nell'applicare la tattica del fuorigioco ed ha lanciato sulla destra Tardelli, in posizione regolarissima. Il centrocampista ha fatto mezzo campo al galoppo, è entrato in area infilando la porta. La Roma, a questo punto, si è sciolta, neve al sole, e la Juventus ha raddoppiato con estrema facilità. Platini ha lanciato Boniek al 53' ed il polacco, miglior uomo in campo, ha beffato Tancredi con un tocco di esterno destro. Più o meno come mercoledì scorso, soltanto che a Torino Boniek aveva usato il sinistro. Il resto è stata pura routine per i bianconeri, persino superflua da raccontare. Bastano un paio di azioni, tanto per concludere la giornata. Galderisi, al 79', ha scartato tutti e ha tirato addosso a Tancredi, all'80' Cabrini è stato ammonito per proteste e all'83' Bodini è volato a deviare sul palo una punizione ad effetto di Conti. 
E intanto i tifosi giallorossi continuavano imperterriti con applausi e canti di gioia: contenti loro.... 

Carlo Coscia


 



Poker di lusso per le semifinali, a cui accedono Inter, Juventus, Torino e Verona. Dopo la magra di Atene, incendiario risveglio dei bianconeri, che si sono scatenati contro la Roma-scudetto
Madama s'è desta

JUVENTUS. Perso il campionato, persa la Coppacampioni, perso il morale, perso per-fino Zoff, che poteva restare agli uomini di Trapattoni? Gli stimoli giallorossi di una stagione all'insegna degli eterni secondi e, perché no, anche la tradizione favorevole che si sta ormai consolidando nei confronti dei neo-campioni d'Italia. Col successo dell'Olimpico, infatti, sono ben cinque le vittorie consecutive di Madama negli ultimi incontri con la Roma, tre dei quali in casa giallorossa: ce n'è abbastanza per creare una cabala favorevole a futura memoria e anche per suturare qualche ferita lacero-contusa del già citato morale. Nell'incontro dell'andata, il leone miagolante di Atene ha preso a ruggire secondo possibilità e s'è abbattuto come un ciclone sui giallorossi, privati sin dai primi minuti di Maldera e di Pruzzo. Platini aveva dentro scoppiettante il sacro fuoco dei giorni migliori, sicché, dopo aver raddoppiato con una prodezza di testa il gol di Cabrini, s'è concesso uno dei suoi lussi da cineteca del calcio, recuperando un pallone impossibile e pescando col telecomando Boniek, che ha chiuso il colpo a rete con una toccata (senza fuga) d'esterno. Nel match di ritorno il pubblico ha regalato alla Roma il record assoluto di incassi per la Coppa Italia (quasi 870 milioni), ma non c'è stato niente da fare: agli attacchi a percussione dei capitolini (privi questa volta anche di Falcao) la Signora ha replicato con micidiali contropiede, e ha risolto la partita nella ripresa, nel giro di quattro minuti: la prima volta Boniek ha tranciato il campo con un pallo-ne-meteorite che Tardelli ha provveduto a sparare alle spalle di Tancredi; la seconda ci ha pensato Platini a servire sulla mensa del polacco un piatto da gran gala, da cui Boniek ha sbozzato il capolavoro di un pallonetto irresistibile. Prima del magico uno-due, c'era stato il momento di gloria di Luciano Bodini, che, davanti agli occhi (un po' lucidi) di Zoff in tribuna, ha neutralizzato un rigore di Prohaska che avrebbe potuto cambiare i connotati al match.

Carlo F. Chiesa
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.23





Roma

juve

rigore

rigore

goal

goal

roma

juventus

giornale



maglie











 



lunedì 25 maggio 2026

25 Maggio 1983: Amburgo - Juventus

É il 25 Maggio 1983 Amburgo Juventus si sfidano nella Finale (a gara unica) della Coppa dei Campioni 1982-83 allo 'Stadio Olympiakos Spyros (Spiridon) Louis' di Atene (Grecia).

I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra piú forte del mondo' avendo in rosa motli elementi della nazionale Italiana Campione del Mondo a Spagna 82, con l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zbigniew 'Zibi' Boniek

La vittoria finale in Coppa dei Campioni sembra 'una cosa dovuta' peró la paura di vincere in europa e un 'tiro della domenica' di Felix Magath fermano i campioni bianconeri ad Atene nella finalissima.

Buona Visione!



hsv





Stagione 1982-1983 - Coppa dei Campioni - Finale
Atene, campo neutro - Olympiako Stadio Spyros (Spiridon) Louis
mercoledì 25 maggio 1983 ore 21:15 
AMBURGO-JUVENTUS 1-0
MARCATORI: Magath 9

AMBURGO: Stein, Kaltz, Wehmeyer, Jakobs, Hieronymus, Rolff, Milewski, Groh, Hrubesch, Magath, Bastrup (Von Heesen 55)
A disposizione: Hain, Schroeder, Djordjevic, Brefort
Allenatore: Ernst Happel

JUVENTUS: (c) Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega R., Tardelli, Rossi P. (Marocchino 56), Platini, Boniek
A disposizione: Bodini, Storgato, Furino, Galderisi
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Rainea (Romania)
AMMONIZIONI: Bonini 36, Cabrini 39 (Juventus); Rolff 35, Groh 39 (Amburgo)





Amburgo-Juventus 25 maggio 1983: 1-0. "...sembra una barzelletta. Felix ha fatto una finta, fatto saltare a vuoto Bettega e calciato un iper-tiro galattico, sotto l’incrocio dell’incolpevole Dino Zoff..."

Per me Amburgo - Juventus del 25 maggio 1983 non è finita. Perché è da quando ho 9 anni che sono ancora là ad aspettare, nella stanza di Michele, che qualcuno me lo dica, che è finita. Sono da Michele perché poco prima, sul divano, al gol dell’Amburgo, mi si è aperta per la prima volta, sul mio petto, una ferita, un malessere esistenziale, che non conoscevo e che da grande avrei riconosciuto (poi) col nome di angoscia. E così mi sono spostato. A far finta di guardare i suoi soldatini. Di cui non me ne frega una beata cippa. In realtà per allievare quello stato di angoscia. Perché? Perché perdere sarebbe incredibile. 

E pensare che d’incredibile nell’attesa c’era la convinzione di tutt’altro. C’era la certezza dei poteri soprannaturali della mia Juve. Equiparabile a quelle robe da botteghino che danno su Sky. Tipo Advergeers, Giustice League, X men. Un battaglione di campioni del mondo votati alla vittoria, con a capo un genio francese a cavallo di un agile destriero di origine polacca.  Incredibile poi era stata l’avventura. I nostri avevano sconfitto prima i temuti inglesi dell’Aston Villa, detentori del titolo (in differita su rai 2) e poi, in semifinale, il diavolo rosso comunista, quest’ultimo nelle profonde di un citta lontana e impronunciabile (Wids…Widss…no ja fò…Widwedg lodg… Widzew Lodz, ecco!).

Lo ammetto. Per me Bettega non era un giocatore di calcio. Per me Bettega era immortale! E poi stavo da Adriano, il papà di Michele, a vedere la partita coi grandi. Seduto, comodo, invitato. Con Michele che si era dileguato subito, annoiato, salvandomi dal tedio di rispondere “no!” ad ogni suo invito a conquistare gli inglesi, posizionati sul comodino, con l’assalto di rampanti soldatini tedeschi che avanzavano dalla scarpiera della sua camera.
Assaporavo il solito lieto fine. Solo che poi è successo che uno che di nome fa Felix (ti farà mica dei male uno con un nome del genere?) ha ricevuto la palla da destra. A passargliela è stato Groth. Che a sua volta l’ha intercettata da un risentito Kaltz. Il quale si è incavolato. Un tipo che sono convinto si chiami così per via dei calzini arrotolati alle caviglie. E si sono mandati a quel paese. E sembra una barzelletta. E Felix, ha fatto una finta, fatto saltare a vuoto Bettega, e calciato un iper-tiro galattico, supersonico, raggi beta, sotto l’incrocio dell’incolpevole Dino Zoff.

Squarcio. Non sto mica tanto bene, e non è dolore fisico. Reggo fino all’inizio della ripresa, non rimontiamo, non tiriamo. Cerco Michele. Lo raggiungo. Coi tedeschi (maledetti) agguantiamo sti addormentati di inglesi sul comodino. E ho l’udito così vigile, pronto a sentire ogni minimo rumore dal salotto, qualcosa che mi dica che la stiamo riprendendo, che sento tutti i grilli e le cicale del paese cantare in coro, Vamos a la playa.

….E trentasette anni dopo io sono ancora là, in quella stanza, con un soldatino in mano e Michele di fronte a me. Perché è impossibile. E’ ancora impossibile che finisca così. 

Lorenzo Cargnelutti 






Nella finale di Atene sfuma ancora il sogno europeo della Juve: vittoria tattica del mago Happel su Trapattoni
Patatrap

ATENE. Mai più nei Balcani! Non è aria per la Juve. Atene '83 come Belgrado '73: senel '93, per dire, si disputasse un'altra finale di Coppa dei Campioni in Albania, i bianconeri farebbero meglio a dare forfait. Purtroppo, mentre dieci anni fa la (in fondo prevedibile) sconfitta contro l'Ajax non fu altro che un piccolo inciampo che rinviava di pochi mesi il nuovo discorso «europeo», la disfatta di Atene ha costituito un vero e proprio danno ecologico per le ambizioni della Vecchia Signora. Allora (nel 1973) la squadra aveva già in tasca il «vaucher» di uno scudetto appena vinto che la riproiettava immediatamente in Coppa Campioni: adesso ha in mano uno sfratto che le durerà almeno due anni. Di resurrezione ai livelli sognati, insomma, si riparlerà - eventualmente nell'85. E non è detto che, a risorgere, sia questa stessa Juve. Anzi...

TRASLOCHI. Ormai lo sanno tutti. Il Capo, ad Atene, c'è rimasto malissimo. E quando il Capo ci resta male sono dolori. Agnelli non è come Fraizzoli. Se ti dice 
"la ringrazio per tutto quello che ha fatto per noi" è come se ti avesse già mandato a casa il camion della Gondrand. In Grecia s'era portato gli amici più cari: vicino a sé, per affetto e per scaramanzia aveva voluto Jas Gawronski che è una persona deliziosa e che, con quel nome polacco, fa sempre chic. A tutti aveva promesso champagne e caviale da servire nella notte, in una certa coppa, in un suo isolotto dell'Egeo. Ma lo champagne è rimasto in frigo: il caviale se lo sono mangiati i camerieri. La Coppa, beh, quella è stata svenduta a dei signori tedeschi che passavano da Atene senza ambizioni. Insomma, viste come sono andate le cose, esiste il terribile sospetto che qualcuno come si dice pagherà. In Galleria San Federico è stato visto girare un signore con la mannaia. Sulle colline di Torino, fra un mese, sarà possibile trovare due-tre villette sfitte.

SCACCHI. Il disastro dell'Egeo richiama immediatamente l'immagine di certe ire funeste che presero corpo, in passato, da quelle parti. Ecco: come si manifesterà l'ira funesta di Agnelli e Boniperti? Chi finirà (o è già finito) nella lista dei buoni e dei cattivi? Sarà un olocausto bianconero o si procederà per gradi? Si penserà al domani o come a questo punto è prevedibile - al «dopo-domani»: cioè all'allestimento di una squadra già competitiva sin dalla rentreé europea? Chi, secondo, la Sacra Famiglia Lambs (Agnelli) si è reso maggiormente responsabile della deludentissima in rapporto alle aspettative annata bianconera? Secondo alcuni la prima testa in bilico potrebbe essere quella di Giovanni Trapattoni. Il suo, è chiaro, è il ruolo più delicato e non solo in omaggio allo scontato concetto che il primo a pagare deve sempre essere l'allenatore. Noi, personalmente, siamo grandi estimatori del Trap, convinti ammiratori delle sue doti di grintoso psicologo. Proprio per questo, però, siamo rimasti male nel vederlo, a Atene, in balia tattica di un collega che, evidentemente, è più mago di lui. Insomma, per farla breve, se è vero - com'è vero che la finale di Coppa Campioni è stata una grandissima partita a scacchi, da una parte abbiamo visto Karpov e dall'altra il campione sociale della Scacchistica Cusano Milanino. Dice Trapattoni che non è stato lui a sbagliare, che l'hanno tradito gli alfieri e soprattutto i re. Ma il Capo gli crederà?

CONFINE. Trapattoni (che comunque la Juve deve solo ringraziare per il palmarès che le ha dato in sette anni) ha un grandissimo atout: o, se volete, un grandissimo scudo. Se proprio la Dirigenza volesse infierare su di lui, non si vede chi potrebbe prendere al suo posto. A Boniperti piacciono Castagner e Marchesi ma, impegni attuali di costoro a parte, chi ci dice che esista un tecnico italiano che sappia davvero fare meglio del Trap a livello internazionale? E se fosse questo, cioè il suo, il vero limite, il vero confine della nostra genialità tattica? Certo, se il gelido Hap-pel fosse sul mercato, Boniperti lo «acquisterebbe a scatola chiusa». Ma, come si sa, il calcio italiano ha riaperto solo le frontiere delle «braccia», non quelle delle «menti». E dunque bisogna arrangiarsi con quello che c'è. D'altra parte è anche vero che non è facile trovare uomini-Juve: né per il campo né per la panchina. La Sampdoria, o il Verona, o persino l'Inter sono squadre che possono essere migliorate e potenziate con una certa facilità: forse «solo» con dei soldi. Ma per rinforzare una Juve o, addirittura, per rinnovarla e rilanciarla non si può andare al supermercato: bisogna andare in boutique. 
ALLORI. Delle intenzioni di «mercato» bianconero si comincia ormai a sapere qualcosa: se non parecchio. A occhio e croce Boniperti non sembra avere quelle pericolose crisi di riconoscenza molesta che negli ultimi tempi hanno travolto Enzo Bearzot. In questo, vedrete, potrebbe essere molto «aiutato» da certi piccoli, ineleganti, episodi di arroganza esplosi durante l'anno. Mai, prima di questa stagione, c'era stato uno juventino che avevo osato puntare i piedi al momento dei reingaggio: mai giocatori s'erano adagiati tanto sugli allori, mai avevano scritto libri di dubbio giusto, mai avevano malinterpretato con pericolosa (per loro) spregiudicatezza il famoso stile Juve: che tutto concede ma che tutto proibisce. Mai, per la verità, erano diventati campioni del mondo. Ed è questo, secondo il cinico Boniperti, il vero peccato originale di tutta la stagione bianconera. Un «peccato», a dire il vero, che sarebbe molto bello commettere anche più spesso e sul cui altare noi sportivi siamo persino disposti a immolare qualche delusione (come, appunto, quella della mancata vittoria in Coppa). Ma il Presidentissimo che quando ne ha voglia - fa malissimo, non è un romantico: è un bianconero. A lui, dei cieli azzurri, non gliene frega proprio niente. 
AAA. Insomma, quella di Atene potrebbe persino essere stata l'ultima partita nella Juve di più gente del previsto. Ai nomi, ormai scontati di Bettega e Zoff, potrebbero aggiungersene anche altri che fino a pochi mesi fa era bestemmia porre in dubbio.
Lo stesso Tardelli, lo stesso Rossi, lo stesso Scirea, per non dire di Gentile e di Boniek, hanno ormai perduto la loro fama di intoccabili. Il secondo posto in campionato e la finale in Coppa dei Campioni (o, se vogliamo, la sconfitta in campionato e la sconfitta in Coppa dei Campioni) costituiscono un bilancio che tradisce le attese e i pronostici. Né la Coppa Italia, comunque vada a finire, potrebbe lenire la delusione. La Juve ha pagato spietatamente la legge della «tre A»: Aberdeen, Anderlecht e, naturalmente, Amburgo. Evidentemente il trittico di Coppa di quest'anno doveva richiamare gli annunci economici. Eravamo arrivati ad Atene dicendo fra noi: 
«Questa è una squadra troppo forte per il campionato italiano: è una squadra europea.» 
Evidentemente il destino dei giornalisti è quello di sbagliare i pronostici. Per odio o per amore.

GAFFES. Forse la vera grande «colpa» della Juve è stata quella di aver... vinto per troppi giorni la Coppa dei Campioni. Era scontata, era fatta, era palese. E invece la squadra biaconera è stata campione d'Europa «solo» fino al 25 maggio. E a quel punto la gente, gli italiani, i quarantamila meravigliosi tifosi che avevano seguito la squadra hanno preso in considerazione l'ipotesi che una partita di calcio specie una finale di quel genere può essere vinta persino dagli «altri». Mai come questa volta la troppa euforia ha fatto tanto male: avevano visto sventolare per Atene una bandiera con scritto «Juve Campione d'Europa». Erano state queste bandiere a farci venire i primi brividi. Scaramanzia italica dove sei finita? Non sapevano i tifosi juventini che certi loro colleghi milanisti hanno ancora riposto, in cantina, un vessillo con la stella e con scritto sopra «Milan Campione d'Italia 1972-73»? Non furono forse loro i primi a ridere di quella terribile gaffe? E a proposito di gaffe? Quanto ci può avere aiutato il ripetere e lo scrivere che Rainea è sempre stato un arbitro «amico dell'Italia»? Non c'è davvero venuto il dubbio che, proprio per questo, lo smaliziato fischietto rumeno fosse tenuto ed obbligato a dimostrare il contrario?

PROFESSORE. La notte di Atene è un ricordo lontano, quasi sfocato. Un ricordo fatto di rabbia, di impotenza, di scoperte, di crudeli realtà. Uno scoppiettare di flashback che vedono il miope Magath scor razzare indisturbato per il campo, il futuro professore di geografia Wehmeyer insegnarci che cosa sono le famose fasce laterali, balzi Stein, l'isterismo di Tardelli e Boniek che colpiscono i loro avversari, l'orgoglioso dore di Zoff, l'incredulità di Bettega, la rabbia di Brio 
(«Ma perché là davanti non si muovono?»), 
I segni del k.o sul viso di Trapattoni, Galderisi e Bodini che si alzano dalla panchina non per scaldarsi ma per mandare un po' più d'aiuto da parte del pubblico, l'illusione d'un rigore che avrebbe solo depistato la nostra inferiorità, l'atteggiamento altezzoso di Rossi all'uscita dal campo, la perplessità incredula di Platini, i 5.000 tifosi tedeschi che zittiscono uno stadio bianconero. Le lacrime dei tifosi italiani in un aeroporto e in una città simili a Caporetto. Ecco, forse quei ragazzi in campo non si sono ricordati abbastanza - come avrebbero dovuto dei loro meravigliosi fan. Ma ora è tutto finito. Juve - grazie lo stesso. Però...

Marino Bartoletti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.22



hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv

hsv
juventus


maglie