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venerdì 16 maggio 2025

16 Maggio 1984: Porto - Juventus

È il 16 maggio 1984 e Porto Juventus si sfidano nella finale a gara unica della Coppa delle Coppe 1983-84 allo 'Sankt Jacob Stadion' di Basilea (Svizzera).

È una Juventus piena di stelle di calibro mondiale quello che sfida i portoghesi alla loro prima esperienza di finale europea. Se in Campionato arriverà l'ennesimo Scudetto per i bianconeri (il 21esimo), in Europa si festeggia la prima (e unica) affermazione in Coppa delle Coppe.

Sarà una stagione trionfale per i nostri beniamini a strisce bianconere.

Buona Visione!



porto






Stagione 1983-1984 - Coppa delle Coppe - Finale
Basilea, campo neutro - Sankt Jakob Stadium
mercoledì 16 maggio 1984 ore 20:15 
PORTO-JUVENTUS 1-2
MARCATORI: Vignola 12, Sousa 29, Boniek 41

PORTO: Zè Beto, Joao Pinto, Eduardo Luis (Costa 82), Lima Pereira, Eurico, Magalhaes (Walsh 64), Frasco, Sousa, Gomes, Jaime Pacheco, Vermelhinho
A disposizione: Barradas, Inacio, Quinito
Allenatore: José Maria Pedroto

JUVENTUS: Tacconi, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, (c) Scirea, Vignola (Caricola 89), Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek
A disposizione: Bodini, Prandelli, Furino, Penzo
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Prokop (Germania Est)
AMMONIZIONI: Platini 88 (Juventus); Eduardo Luis 58, Lima Pereira 81 (Porto)





Mercoledì prossimo a Basilea la Juventus vuol coronare la sua splendida stagione con un alloro europeo; dall'altra parte del campo i temibili portoghesi, maestri della «zona» e forti di un prestigioso cannoniere, Gomes
Fronte del Porto

ANCHE SE, a livello internazionale, il calcio portoghese ha ottenuto i suoi allori grazie a Benfica e a Sporting Lisbona, il Porto è il solo club che possa far concorrenza a quello più famoso della capitale per quanto riguarda il calcio nazionale: dopo il Benfica, infatti, viene la squadra biancazzurra che, mai retrocessa in Serie B, può vantare undici titoli assoluti e quattro coppe. Il suo allenatore José Maria Pedroto - è uno dei più profondi conoscitori del calcio mondiale e anche se attualmente non può stare in panchina, perché colpito da un male incurabile, gli insegnamenti che ha dato ai suoi uomini mettono Gomes e soci in condizione di affrontare da pari a pari qualunque avversario.

COME MAESTRELLI. Guadagnata la finale di Coppacoppe, il Porto ha dichiarato che vuol vincere questa manifestazione sia per affiancare il proprio nome a quelli di Benfica e Sporting negli albi d'oro delle rassegne europee sia soprattutto per dare al proprio tecnico l'ultima grande gioia prima della sua morte che, purtroppo, è certa. E in questo il Porto richiama alla mente la Lazio dei tempi di Maestrelli, un papà per tutti i suoi giocatori più che un allenatore: egli pure ucciso da un male incurabile. Nato nel 1928, José Maria Carvalho Pedroto ha alle sue spalle una lunga carriera che l'ha portato a lavorare un po' dovunque in Portogallo. Per un certo periodo, ha allenato anche la Nazionale. E però a livello di club che il tecnico ha sempre dato il meglio di sé in quanto - secondo quella che è ormai unanime - accettata come la sua filosofia per ottenere buoni risultati è indispensabile poter lavorare in profondità plasmando la squadra nel tempo. Il che se è possibile con un club non lo è altrettanto con una formazione atipica come la Nazionale.

VENT'ANNI DOPO. Dopo aver vinto la sua sola Coppa del Portogallo nel 1964 grazie allo Sporting di Lisbona, a vent'anni di distanza il calcio portoghese ha a portata di... piede il raddoppio grazie appunto al Porto. La squadra biancazzurra finalista della Coppa nazionale assieme al Benfica lo scorso anno ha partecipato a quest'edizione della manifestazione europea perché l'undici di Lisbona allenato da Erikson ha realizzato l'accoppiata al termine di una stagione quanto mai chiacchierata e ha logicamente scelto la Coppa dei Campioni, dove è uscita per mano del Liverpool.

SQUADRA COMPLETA. Se non fosse che oggi il calcio lusitano è largamente dominato dal Benfica (sempre il club migliore malgrado alcune battute a vuoto), il Porto merita cоmunque una grande considerazione: fortissimo in difesa (solo 17 i gol subiti in 28 partite, quattro in meno del Benfica), in attacco sa farsi rispettare come dimostrano i 56 gol realizzati nello stesso numero di incontri per una media di due reti ogni 90 minuti che sono pur sempre un bottino di tutto rispetto anche se non possono far concorrenza alle 83 dei benfichisti. È opinione comune che il buon rendimento del Porto derivi direttamente dal lavoro in profondità svolto da Pedroto, unanimemente riconosciuto come il più valido allenatore indigeno del campionato portoghese. Contrariamente a quanto capita col Benfica che privilegia l'attacco anche a scapito degli altri reparti, il Porto cerca (e spesso ottiene) un perfetto equilibrio tra i vari reparti grazie alla validità dei suoi centrocampisti che, pur dedicandosi per la maggior parte del tempo al lavoro in questa zona del terreno, non disdegnano assolutamente l'appoggio agli attaccanti spesso risultando determinanti come nel caso di Vermelinho («giallettino» in italiano), autore del gol-partita ad Aberdeen nel ritorno delle semifinali. Il re del centrocampo, ad ogni modo, resta il veterano Costa (31 anni, da sei stagioni al Porto), dai cui piedi passano tutte le azioni della sua squadra. Assieme a lui, in questa zona operano il ventinovenne Frasco e il ventiseienne Jaime Pacheco a cui come detto dà man forte Vermelinho. In difesa, davanti a Zé Beto (che in realtà si chiama Josè Alberto Ferreirinha) i quattro cui solitamente Pedroto (e ora Morais che ne ha preso posto e responsabilità) fa ricorso sono Joao Pinto, Lima Pereira, Eurico e Inacio: e la linea dei terzini - schierata in orizzontale - gioca a zona (come tutta la squadra, peraltro) facendo spesso ricorso alla tattica del fuori-gioco che è una delle cose che il Porto realizza meglio.

L'ATTACCO ZOPPO. Anche se, in apparenza, il Porto si schiera col 4-3-3, in realtà all'attacco restano sempre solo due uomini, il nazionale irlandese Mike Walsh e la Scarpa d'oro per la stagione 1982-83 Fernando Gómes. Calciatore che col gol ha un'enorme confidenza (cinquanta complessivamente stagione scorsa; 36 solo in campionato di cui tre su rigore), quest'anno Gomes pare proprio non ce la faccia a ripetere gli exploit passati tanto è vero che, a due partite dalla fine, il suo bottino è di sole 17 reti, tre di meno del benfichista Nené che guida la classifica seguito, a una lunghezza, dal compagno di squadra Diamantino. E proprio nel diminuito rendimento di Gomes (oltre che di Walsh, quindici gol lo scorso campionato; meno di dieci quest'anno), è da ricercarsi la causa principale del secondo posto in classifica dietro un Benfica che, in varie occasioni, ha dimostrato di non essere più il supersquadrone di tanti campionati anche recentissimi. E quindi lecito pensare che, se Gomes e Walsh fossero riusciti a esprimersi secondo i livelli di un anno fa, oggi il Porto potrebbe ambire a vincere quel titolo che nel suo albo d'oro manca da cinque stagioni e che, invece, andrà ad aumentare il record del Benfica. Anche così, ad ogni modo, i portoghesi appaiono avversari di assoluto rispetto soprattutto alla luce dell'enorme volontà che hanno di vincere per dedicare al loro allenatore il successo più ambi-to e della quasi diabolica abilità che hanno nel tessere sul campo una fitta ragnatela di passaggi difficilissima da interrompere e molte volte foriera di improvvisi lanci in avanti su cui scatenare la velocità e la forza del trio composto da Walsh, Gomes e perché no? Vermelinho.

Stefano Germano
tratto dal Guerin Sportivo anno 1984 nr.19



porto



COPPA COPPE  - I bianconeri nella finale di Basilea hanno battuto il Porto 
Juventus grande anche in Europa 
I neo campioni d'Italia si portano in vantaggio con Vignola al 13' 
Raggiunti da un tiro di Sousa al 29', ottengono con Boniek il gol della vittoria al 41' 
Nella ripresa un'accorta difesa del risultato ed una clamorosa occasione fallita da Paolo Rossi 
DAL NOSTRO INVIATO BASILEA — 

Alla quinta finale di Coppa delle Coppe al St. Jakob di Basilea, lo stadio che ne ha ospitate più di ogni altro. Juventus e Porto accedevano per la prima volta. Come a Belgrado '73 e ad Atene '83, era come se il Comunale si fosse trasferito in questo angolo di Svizzera: tifo caldo, non privo di incidenti. Nessuno in Europa, forse nel mondo, ha tanti fans come la Juventus. Risaliva a undici anni fa l' ultimo successo italiano nella competizione: lo conquistò il Milan che aveva già vinto a Rotterdam nel '68, con Trapaltoni mediano. Prima dei rossoneri, era toccato alla Fiorentina nel '61. Solo lo Sporting Lisbona, tra le squadre portoghesi, aveva conquistato la stessa coppa nel '64. 

Juventus e Porto non indossavano le tradizionali divise: in giallo i bianconeri, in blu i lusitani. Partiva di slancio la Juventus, ma il Porto chiudeva subito i varchi e Frasco stendeva prima Vignola e poi Platini, dimostrando subito le intenzioni bellicose. Difendendosi a zona e lenendo i ranghi corti e compatti, il Porlo proteggeva le fasce laterali, lasciando in avanti Gomes alle prese con Brio e Vermelinho contrastato da Gentile, con la regia di Pacheco che rivaleggiava in bravura con Platini il quale al 5' aveva un lampo geniale. Con un magistrale lancio pescava in corridoio Gentile il cui cross era però deviato in corner. 

Solo al 12' l'attivissimo Frasco imbeccava Gomes che, pressato da Brio, tirava di un soffio a lato. Era il primo pericolo per la Juventus che, su azione di contropiede, passava in vantaggio un minuto dopo. Servito da Platini. Vignola difendeva il pallone appena oltre la metà campo, poi proseguiva di slancio e, un passo dentro l'area, sorprendendo nettamento Ze Beto di sinistro, a pelo d'erba, insaccava accarezzando il palo. Un'autentica prodezza, sottolineata da un boato che scuoteva lo stadio dipinto in bianconero. Il Porto era costretto a scoprirsi e Vignola si faceva applaudire per un palo di tackles difensivi. Adesso toccava alla Juventus subire l'iniziativa del portoghesi che nascondevano il pallone, con improvvise accelerazioni che creavano dei problemi alla Juventus. 

Al 22' Gentile procurava un grosso brivido sfiorando l'autogol e al 29' il Porto pareggiava. Su un traversone, Gomes, di testa, appoggiava verso Frasco che toccava a Sousa, appostato sulla lunetta; partiva un gran destro ad effetto, con il pallone che picchiando sul terreno, ingannava nettamente Tacconi. Il portiere juventino non aveva ancora effettuato una vera parata. Un autentico «tiro della domenica» e tutto da rifare. 

Si registrava un leggero infortunio per Frasco, su botta di Bonini, ma la Juventus superava il momento critico, grazie alla buona vena di Boniek che al 39', sugli sviluppi di un calcio d'angolo ed un'uscita a vuoto di Ze Beto, batteva a rete, ma Lima Pereira riusciva ad intercettare il suo tiro-gol. Il polacco si rifaceva al 40'. Su un calibrato lancio corto di Vignola, Boniek si presentava in area e, nonostante fosse pressato da Ze Beto e Joao Pinto, riusciva a calciare di destro a mezz'altezza insaccando. Ze Beto protestava per un presunto fallo, ma Prokop indicava il centrocampo, mentre la folla delirava. Il tempo si chiudeva con una doppia, miracolosa parata di Tacconi, prima su un'incornata di Gomes e poi su tocco ravvicinato di Pacheco. 

La ripresa iniziava sotto la pioggia battente e con un' occasione di Rossi che, lanciato da Tardelli, scambiava con Boniek, ma trovava Zè Beto pronto alla respinta. Dopo l'occasione per Rossi Gomes mancava di un soffio l'aggancio sotto porta su punizione di Joao Pinto (53'). Due minuti dopo Platini veniva steso in area da Lima Pereira, ma Prokop non fischiava il sacrosanto rigore per applicare la regola del vantaggio: il pallone, infatti; finiva a Brio in posizione-gol, ma il tiro dello stopper era intercettato. 

Al 58' l'arbitro tirava fuori per la prima volta il cartellino giallo per ammonire Joao Pinto costretto al fallo per... fermare lo scatenato Boniek. Al 61' Gomes di testa mancava di poco il bersaglio. La Juventus era sotto pressione, il Porto si dimostrava squadra tecnicamente e tatticamente di ottimo livello costrlngendola a soffrire. Al 62' Gentile s'arrabbiava con Vignola, che si era lasciato superare da Vermelinho, poi al 64' il Porto inseriva l'irlandese Walsh al posto di Magalhaes: una punta in più per tentare la rimonta. 

Walsh veniva preso da Brio, con Gentile su Gomes e Tardelli su Vermelinho. Dopo un salvataggio provvidenziale di Tardelli su Vermelinho, la Juventus usciva dalla morsa e si distendeva in avanti con pericolosi contropiedi. Veniva ammonito Lima Pereira, poi c'era la sostituzione di Eduardo Luis con Costa (82') ed un mani involontario di Scirea in area. 

Ma all'85'splendidamente imbeccato da Boniek. Rossi tirava prima addosso al portiere, e sul rimpallo, si faceva respingere il secondo tiro-gol che avrebbe chiuso definitivamente la partita. All'86' veniva ammonito anche Platini e gli ultimi minuti vedevano, la Juventus protesa a dlfendere il vantaggio. Al 90'per guadagnare qualche secondo prezioso. Trapattoni inseriva Caricola al posto di Vignola ma non succedeva più nulla e finiva con la folla in delirio per il secondo trionfo della stagione. 

Bruno Bernardi






Le Mani sull'Europa

BASILEA. Il fronte del Porto, dopo tante apprensioni, è finalmente e fortunatamente crollato alle 22 esatte di mercoledì 16 maggio, giorno di Sant'Ubaldo (patrono dei muratori). Una data questa, che non cancellerà mai il maledetto 25 maggio ateneiese dello scorso anno, ma che rilancia immediatamente la Juventus in quell'orbita europea da cui il perfido Magath l'aveva traumaticamente sbattuta fuori. Se il «prezzo» da pagare per arrivare alla Coppa dei Campioni è la per assurdo conquista di tutti i trofei... minori che esistono nel Continente, ebbene ora la Vecchia Signora ha definitivamente le carte in regola per coronare il suo ultimo grande sogno. La Coppa Uefa già ce l'aveva (e, per la verità, era ormai un pochino impolverata): la Coppa delle Coppe, dopo una prima notte giustamente trascorsa a Basilea sul comodino (o nel letto) di Giampiero Boniperti, è da una settimana nella bacheca stellare di Galleria San Federico. Fra un anno sapremo se questa affascinante telenovela bianconera culminerà con la conquista dell'ultimo Amore che ancora manca all'harem della Fidanzata d'Italia. Un Amore che, fra l'altro, tra pochi giorni passerà dalle nostre parti facendo l'occhiolino a quel calcio italico che, mai come quest'anno, è meritatamente goloso.

ROMANZO. Che cos'è - tornando al presente questa Coppa delle Coppe per la Juve? Un contentino? Un trampolino? L'ennesima prova di disarmante benessere? La ciliegina sulla torta di una stagione sicuramente già abbondantemente positiva? A nostro parere è soprattutto una bella pagina in più da aggiungere a quell'autentico libro di storia e di costume (non solo sportivo) che è il «Romanzo della Juventus». Un romanzo fatto di signorilità e anche di risorse plebee, fatto di trionfi e anche di cocentissime delusioni, fatto di amore e anche di odio, fatto di sogni «esclusivi» ma anche di comunissimo realismo. Un romanzo che, proprio a Basilea, ha visto battersi sul campo del Saint Jacob sia i poeti che i contadini dell'attuale capitolo bianconero. Ed è anzi probabile che, sotto la pioggia gelida che mercoledì notte andava ad ingrossare il Reno, siano stati più i contadini che i poeti gli artificieri di questo successo tanto atteso forse perché «purificatore». Alla fine i tifosi juventini quelli venuti in pullman, in auto e in treno, non quelli venuti in aereo: quelli che hanno bivacca-to per ore sotto l'acqua protetti solo da ombrelli e speranza hanno invocato soprattutto il nome di Zibi Boniek: ovvero l'interprete dell'anima proletaria della Vecchia Signora, Avendo visto la partita, avendo preso atto di quella commovente testimonianza d'affetto verso il compagno Zbigniew, ci siamo convinti di una cosa: che il campionato l'ha vinto la Juve aristocratica (rappresentata da Platini) ma che la Coppa l'ha conquistata la Juve operaia (rappresentata da Boniek). E se la classe operaia sia matura per andare in Paradiso (o piuttosto all'Inferno) lo sapremo fra poco, quando la Società avrà sciolto le sue riserve sul biondone di Lodz. Una cosa è certa; se la grinta, la volontà diciamo pure l'umiltà dimostrate dalla squadra di Basilea (e personificate dal polacco) fossero almeno in parte affiorate lo scorso anno ad Atene, di questa Coppa delle Coppe non si sarebbe mai parlato in casa bianconera: per il semplice fatto che, quest'anno, la Juve avrebbe disputato la Coppa dei Campioni.

PRATICITÀ. Assistendo a Juventus-Porto c'è venuto curiosamente spontaneo accostare questa partita a Italia-Brasile del Mundial '82. Anche allora c'erano in campo una squadra con la maglia azzurra ed una con la maglia gialla (a proposito: finalmente questa strana divisa che omaggia già i colori civici ha portato un po' di fortuna alla Juve); anche allora c'erano due stupende interpreti, da una parte del gioco a zona e dall'altra della praticità italiana. Ma alla fine, anche in questa occasione, seppure a... colori invertiti, il nostro pragmatismo, cioè la nostra capacità di badare al sodo, ha avuto ragione della fantasia applicata al calcio. Con una differenza non piccola rispetto a Barcellona: che allora i brasiliani, pur bravissimi (certo molto più dei portoghesi), si dimostrarono effettivamente presuntuosi, farfalloni e vittime del loro narcisismo tattico, mentre il Porto ha offerto una rara prova di enorme concretezza tattica, battendosi «anche» con le stesse armi della Juve. La finale di Basilea ha dimostrato che la squadra di Morais era tutt'altro che una finalista indegna: e questa è un'annotazione che se possibile dà ancora più lustro al successo bianconero. E, a proposito di rivelazioni, è mai possibile che i rabdomanti del nostro calcio si siano accorti solo il 16 maggio 1984 di tale Antonio Manuel Frasco Vieiria detto «Frasco»? Vedendolo gettare il panico nella nostra metà campo c'eravamo, per un attimo, convinti che potesse essere il Magath della situazione (anche perché non si capiva molto bene chi lo dovesse marcare: Platini, forse?); poi, per fortuna, al falso Magath hanno replicato i vari Boniek e Vignola.

LUSSO. Vignola, probabilmente è un «lusso»: nel senso che nessunissima squadra in Italia e al mondo potrebbe permettersi di tenere in panchina uno come lui. Ma anche questo «lusso» dà l'idea della potenza bianconera. Certo, per Beniamino ne è passata dell'acqua sotto i ponti da quando aveva un presidente che lo prendeva a schiaffoni: ma, nella giornata dell'umiltà bianconera» c'è persino venuto il sospetto che i metodi non proprio montessoriani di Sibilia abbiano finito per l'essere un'arma in più nella faretra di questo ragazzo che ostenta la freddezza e la maturità di un veterano. Al suo primo anno alla Juve (e la cosa lo accomuna con l'ex compagno avellinese Tacconi), ha vinto sia lo scudetto che la Coppa internazionale a cui la squadra ha partecipato. Lo ha vinto da fuori e da dentro il campo; lo ha vinto segnando e facendo segnare (è il caso di ricordare che a Basilea è stato lui a dare a Boniek la palla del 2-1?); lo ha vinto dando sempre il meglio nel momento in cui questo «meglio» gli è stato richiesto; lo ha vinto rimanendo sbarazzino anche nei momenti della più ferrea disciplina. È giusto che la Coppa delle Coppe porti, sopra le altre, la sua firma. A Basilea c'era anche Bearzot: ebbene, ci piacerebbe sperare che Vignola non perdesse altro tempo a livello di nazionale. Ha la faccia da bambino, ma non è più un bambino. Né all'anagrafe, né con la palla ai piedi...

CATENA. C'è chi, all'indomani della vittoria della Juve, s'è avventurato senza rete in classifica e in discriminazioni fra le file dei vincitori. «Bene Tacconi, male Platini, benino Cabrini, malissimo Rossi, benissimo Scirea, maluccio Tardelli». A noi piace, per una volta, accomunare tutta la squadra in un voto di rendimento unico: perché le finali di Coppa non le vincono i singoli (a proposito di finali, dov'è finito l'allenatore portoghese che aveva sentenziato: 
"Mi risulta che la Juve crolla sempre nelle occasioni importanti" 
ma le vincono le squadre. Anzi, gli squadroni! Certo, Platini ha compiuto il suo migliore scatto della partita solo per fregare il pallone all'arbitro quando questi ha fischiato la fine, Rossi s'è mangiato un gol che avrebbe segnato anche suo figlio Alessandro, Gentile s'è concesso licenze (da influenza?) che un vecchio guerriero come lui avrebbe dovuto evitare, Tardelli è sembrato appesantito (forse dalla barba?), ma la Juve ha vinto anche e soprattutto perché, a Basilea, ha prevalso lo spirito «collettivo». Non è vero che l'arbitro ha preso i soldi dalla Fiat (che barba!), è vero che, dalla Fiat la Juve ha mutato l'utilissimo concetto della catena di montaggio: una catena che, secondo gli ultimi canoni aziendali, esalta le qualità dei singoli senza perdere d'occhio l'efficacia del prodotto. Non per nulla si parlava di spirito «operaio»: non per nulla la Juve, questa grande Juve, è guidata da un ragazzo di quarant'anni che sa essere operaio come vogliono le sue origini, e aristocratico e colto come vuole la sua intelligenza e la sua ambizione. Ecco, se proprio dobbiamo dare un voto, privilegiare un nome, allora preferiamo guardare all'opera di Giovanni Trapattoni. Lo scorso anno, dopo Atene, titolammo «Patatrap» il pezzo di commento, sottintendendo certe eventuali complicità del tecnico nella sconfitta con l'Amburgo. Quest'anno al tecnico bianconero va sicuramente il voto più alto: dieci e lode. Sono stati gli altri a cadere in Trappola...

Marino Bartoletti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1984 nr.21





JUVENTUS-PORTO/IL PROTAGONISTA
Zibi Boniek ha trascinato alla vittoria i bianconeri e ha messo la sua sigla personale sul secondo trionfo stagionale juventino. Nella finale di Basilea, il polacco ha confermato il suo apporto determinante nelle partite di Coppa
Porto bene

BASILEA. Lo hanno acclamato come un trionfatore: lo hanno chiamato, da solo, alla ribalta come un grande tenore. Anche alla fine della partita di Basilea (così come era accaduto alla fine dell'ultimo match di campionato), i tifosi bianconeri hanno preteso da lui un giro d'onore «in esclusiva». E lui, che è un campione-istrione, s'è concesso con trasporto («porto» minuscolo, per favore, amico tastierista!) offrendosi all'abbraccio di una folla che, pur essendo afflitta da piacevole imbarazzo do dover scegliere fra tanti campioni, ha identificato in questo caterpillar dai piedi buoni l'uomo vincente di questa splendida stagione juventina. Zbigniew Boniek, polacco di Bydgoszcz (accipicchia, ma non poteva nascere in un posto con meno «zeta»?), ha contraccambiato questo affetto, questo attaccamento, questa simpatia con le armi che la natura calcistica gli ha concesso con prodigalità: ha giocato, ha trascinato, ha sofferto, ha lottato, ha vinto. Il gol della vittoria bianconera contro il Porto è la pubblicità, lo spot vivente, delle sue capacità e della sua maniera di interpretare il gioco del football: Zibi, lo ricordate? ha «steso» da solo mezza difesa portoghese, finendo col calciare la palla a rete in un'assurda condizione di equilibrio. Se fosse servito, avrebbe anche soffiato, oltre che calciato su quella palla che stava rotolando verso la porta avversaria assieme alla gioia di un trionfo. Se l'anima di un popolo si può intravvedere nelle piccole cose del calcio, ebbene Boniek sembra davvero l'anima incarnata del popolo polacco: sempre pronto a battersi contro l'ingiustizia, sempre pronto a dare tutto se stesso anche quando la battaglia può sembrare persa in partenza. C'era una bandiera biancorossa, mercoledì, nella curva della passione juventina. Valeva, da sola, più di cento bandiere bianconere.

ANIMA. È difficile che quel cinicone di Giampiero Boniperti si lasci commuovere da una partita o da un... moto di piazza: dunque non è affatto detto che la permanenza di Boniek alla Juve sia legata agli umori del popolo o al buon esito del suo match contro i portoghesi (e in genere del suo eccellente rendimento stagionale in Coppa). Ma il presidente juventino farebbe male a sottovalutare l'opinione della gente: Boniek è davvero amato (destino comune, evidentemente, dei polacchi in Italia: sia dei laici, che dei prelati: anche quelli molto... ma molto in alto). Abbiamo la sensazione che persino la disciplinata Torino farebbe fatica a contenere il suo rammarico se Boniek venisse lasciato andare via. Si è parlato, proprio in questa pagina, di «anime proletaria» della juve. Ebbene, mettiamola giù così, cercando di non fare troppa filosofia: una volta alla Juve si pensava che bastasse acquistare un fuori-classe meridionale per tenere buoni i tifosi immigrati (accadde, per Anastasi; accadde per Furino), ora, con un po' più di fantasia la società di Agnelli proprio in quanto società di Agnelli dovrebbe capire che questo ragazzone dai capelli rossi è il giocatore per certi versi più vicino al cuore della gente. Che Platini va benissimo, per carità, ma che l'aristocrazia dell'uno va intelligentemente sposata agli atteggiamenti ruspanti dell'altro. Zibi e Michel, il campo lo ha dimostrato, si integrano perfettamente: sia sul piano calcistico che, senza scomodare gli psicologi, su quello «sociale». Perché du dunque dividere una coppia che ha il torto di essere arrivata... solo una volta seconda?

CAMBIO. Su quest'ultimo concetto, fra l'altro, Boniek ha insistito con accorato trasporto nelle sue autodifese di questi giorni: 
«Se la Juve mi vuol cambiare, faccia pure»
, ha detto con garbo. Ma dovrebbe avere l'accortezza di sostituirmi con uno più bravo di me. E chiunque venga, per essere più bravo di me, deve vincere due campionati su due e due Coppe su due, visto che io ho fatto solamente un primo e un secondo posto in campionato, un primo e un secondo posto nelle coppe europee». A chi gli ha fatto osservare quanto i tifosi lo amino, con quale entusiasmo siano stati i-nalberati persino a Basilea cartelli con scritto «Boniek resta» e «Boniek forever» ha risposto con accattivante malizia: 
«l'ho sempre detto che i tifosi della Juventus sono i più competenti di tutt'Italia!».

ARCO. A nostro parere, pur condividendo (al di là della simpatia personale) certe riserve di Boniperti sul polacco, sarebbe comunque non solo giusto ma anche utilissimo dare a Zibi la possibilità di esprimersi in maglia bianconera lungo l'intero e previsto arco dei suoi tre anni di contratto. Le sue esplosioni di rendimento, così come le sue esplosioni atletiche, vanno valutate su tempi lunghi. In fondo ha già fatto moltissimo, in sole due stagioni, a calarsi non solo in realtà tattiche e personali che gli erano estranee, ma anche a rivedere con intelligente rapidità il suo «status» di campione. In Polonia era un «idolo» a cui tutto veniva concesso e tutto veniva perdonato: qua è una tessera (importante) in una squadra di fuoriclasse. Qua, se dice «bah» becca multe da due milioni a colpo: ed è difficile spiegargli che anche la verità anzi, soprattutto la verità - nel calcio italiano è oggetto di pesanti ammende. Solo una cosa, secondo noi, può trattenere la Juve dal lasciarlo andare via: il pericolo perché a quel punto di «pericolo» si tratterebbe - è di ritrovarselo come avversario in campionato o in Coppa. Il camion-Boniek, a quel punto, non avrebbe pietà di nessuno osasse attraversargli la strada sulle strisce: men che meno, su quelle bianconere...

Marino Bartoletti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1984 nr.21





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