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lunedì 26 ottobre 2026

26 Ottobre 1980: Juventus - Torino

Si sa che 'Il Derby della Mole' non è una semplice partita e neanche un derby come tutti gli altri! Ed anche questo non fu differente!

Infatti il 26 Ottobre 1980 Juventus e Torino si sfidano nella sesta giornata del girone di andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1980-81. Tutto si svolge come di consueto in quegli anni allo Stadio 'Comunale' di Torino.

I bianconeri sono affamati di vittoria dopo che l'Inter l'anno prima li aveva beffati sul traguardo tricolore. Sarà una vittoria per i bianconeri, bella ed importante, verso il cammino che porterà i nostri beniamini verso il diciannovesimo tricolore.

Dall'altra parte c'è un Toro che dopo una stagione tribolata e sotto le aspettative riesce ad evitare la retrocessione in Serie B per un soffio.

Buona Visione!


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Stagione 1980-1981 - Campionato di Serie A - 6ª giornata
Torino - Stadio Comunale
domenica 26 ottobre 1980 ore 14:30 
JUVENTUS-TORINO 1-2
MARCATORI: Causio 18, Graziani 60, Graziani 76

JUVENTUS: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, (c) Furino (Prandelli 77), Gentile, Scirea, Causio, Tardelli, Bettega R., Brady, Fanna (Marocchino 77)
A disposizione: Carraro, Osti, Verza
Allenatore: Giovanni Trapattoni

TORINO: Terraneo, Volpati (D'Amico 14), Salvadori, Sala P., Van de Korput, Masi, Sclosa, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici (Mariani 90)
A disposizione: Copparoni, Davin, Spagnuolo
Allenatore: Ercole Rabitti

ARBITRO: Agnolin L.
AMMONIZIONI: Causio, Scirea, Bettega R., Zoff (Juventus); Graziani, Pecci (Torino)



Per il gol annullato a Tardelli, la seconda rete di Graziani ed alcune frasi in campo 
Accuse della Juve all'arbitraggio di Agnolin 
Trapattoni: «Se parlo mi squalificano per sei mesi» 
Dopo il pareggio granata intimidazione verbale ad un giocatore bianconero: è stato l'arbitro? 

TORINO — Non è una conferenza stampa, ma un discorso di accusa quello di Giovanni Trapattoni. Un discorso frammentario, dettato da uno stato d'animo particolarmente alterato dagli eventi. Il risultato non ha premiato il miglior gioco dei suoi uomini. Alcuni atteggiamenti arbitrali fanno avvampare addirittura d'ira il giovane trainer juventino. Le frasi sono lampi che spezzano il silenzio che si è creato attorno a lui. Amarezza e disappunto si mescolano in un quadro difficile da fissare. Riusciamo a raccogliere queste concitate parole. 

«Se parlo, mi squalificano per sei mesi e non per qualcuno. Non sono in grado di interpretare la partita. Ma voi, signori, avete visto il derby come me. O comunque fatevela spiegare. Se lo spettacolo si è rovinato e se c'è stata contestazione, è necessario e doveroso risalire ad alcune interpretazioni di qualcuno e ai perché." 

Improvvisamente, un nuovo silenzio. Trapattoni non sa nascondere la rabbia. Il suo tentativo di restare su canali legittimi riesce però perfettamente. Studia le risposte con una freddezza che stride con il suo stato d'animo, con le circostanze. Ma gli eventi non lo trascinano in un campo minato. 

"Meritavamo di vincere — riprende a dire appoggiandosi stancamente ad una parete del sottostadio — ma a che serve? Io allora tengo a riferirvi un episodio che è accaduto sul campo, proprio durante il derby. Sull'1 a 1 un mio giocatore si è sentito dire più volte da qualcuno: "Adesso vi faccio un e... così". 

E Trapattoni, unendo gli indici e i pollici che disegnano un cerchio nell'aria (come faceva tempo fa l'omino sorridente della pubblicità di un cachet), non rivela chi sia l'autore del gesto né il destinatario. Facili deduzioni ci inducono a pensare che l'autore sia l'arbitro Agnolin. Se così fosse, il direttore di gara si sarebbe reso autore di un episodio gravissimo. 

"Non è tutto — continua Trapattoni fuori di sé — ad un certo punto si è fatto male Sclosa e sono entrati in campo in otto; si è fatto successivamente male Scirea e lui (Agnolin n.d.r.) ha fatto continuare il gioco. Ed è venuto il gol. L'unica consolazione è che la squadra risponde e avrebbe meritato di più. Il fatto è che siamo vilipesi, subiamo di tutto e perdiamo match di questo tipo. Non so più cosa dire. 

Resta la frase che avrebbe pronunciato Agnolin. Quale atteggiamento assumerà, la società bianconera al riguardo? A parlare è il general manager Pietro Giuliano. 

«Siamo sereni. Non meritavamo di perdere la partita. La squadra ha fatto ciò che doveva e poteva. Sulle presunte frasi non si può esprimere un giudizio a caldo. Vediamo in quale contesto queste frasi sono state pronunciate." 

Angelo Caroli


Zoff: «All'arbitro dovevo dare un cazzotto» 
Causio: «Sono prevenuti con noi» 
Gentile: «È il furto del secolo» 
Bettega: «Sono offeso per la gravità di una frase che è stata detta. Ora valuteremo con i dirigenti cosa si dovrà fare.» 

TORINO — Spogliatoio della Juventus, una polveriera, il dolce pomeriggio cede ad una sera di rabbia infinita. Fuori i tifosi bianconeri imprecano, se avessero tra le mani Agnolin non sarebbe difficile immaginare la scena. Dentro non ci ricordiamo un camerone così acceso. Giovanni Trapattoni si tiene a stento; i suoi sono distrutti. 

Difficile appare subito l'intervista, anche se stavolta il materiale per i taccuini non manca. I volti dei giocatori sono alterati. Molti hanno voglia di piangere, molti scelgono la via del silenzio per evitare in seguito il peggio. 

«Non sono in condizioni di parlare — urla Furino stravolto — e andrei fuori dal seminato». 

«Non dico nulla» — replica Scirea alle insistenze dei cronisti 

«Scrivete quello che volete» — interviene Tardelli. 

«Se parlassi —spiega con voce che trema — verrebbero fuori delle cose gravissime ed oltre al danno avremmo anche le beffe». 

Le discussioni sono animatissime. Si sfiora addirittura il litigio in famiglia. Agnolin è sulla graticola. Franco Causio non riesce a non sfogarsi lui, così attaccato alla professione. Dice prima di allontanarsi sbattendo la porta: 

«C'è una sola verità, signori, una sola realtà. Purtroppo sono prevenuti nei nostri confronti. Dobbiamo averlo ben chiaro in testa». 

Il general manager Giuliano lancia un invito: 

«Cerca di calmarti. Stasera c'è la moviola. Vedremo, valuteremo». 

Causio, in risposta, serrando i denti: 

«Chi se ne frega della moviola. Capirai che bella consolazione adesso che abbiamo perso la partita». 

È una carrellata amarissima sui protagonisti che credevano ormai di avere in pugno la partita. Gentile ha gli occhi che sanno di tempesta. Ripete senza ombra di timore: 

«Autentico furto, furto del secolo. Scrivetelo a caratteri cubitali. Una vergogna». 

Sarebbe fuori luogo far domande, insistere. Basta ascoltare. Anche un uomo come Zoff, abituale espressione della serenità, cerca di scaricare la tensione in qualche modo. Si accende una sigaretta, le dita quasi tremano. Dino denuncia: 

«Trapattoni ha riferito un fatto e un gesto eloquenti dell'arbitro. Quando succedono certe cose, non si può più parlare di episodi. A questo punto è la partita che va valutata nel complesso. Se un arbitro si permette di dire certe cose, ripeto, gli episodi non c'entrano. Ed io a Trapattoni credo, non è tipo che parla a vanvera. Pulici? Quando è "entrato", avevo già la palla in mano. La mia ammonizione? Lasciamo perdere. Altro che ammonizione. All'arbitro dovevo dare un cazzotto». 

Ancora gran rumore che scuote le mura dall'esterno. Per Liam Brady, l'irlandese dallo sguardo trasognato, soltanto tristezza e pensieri. Confida prima dell'antidoping senza alzare il capo: 

«Un pomeriggio bruttissimo. Tutto all'aria quando per noi sembrava fatto. Una sconfitta incredibile che ci mette nei guai in classifica. I tifosi? Succede anche in Inghilterra, di peggio. Brutte, brutte cose». 

E parte per Parigi un modo per dimenticare con Francia-Eire. Arriva Roberto Bettega. Lo circonda uno stuolo di giornalisti. Pare che Bobby abbia riferito la frase di Agnolin a Trapattoni. Da Roberto ora si vuol sapere, si vuol capire tutto e subito. Ma lui lascia intuire, tenendosi ufficialmente nel vago: 

«Trapattoni non si inventa nulla, questo ve lo posso assicurare. Adesso la cosa verrà valutata con la società. Vedremo insieme quali passi compiere. Certo la cosa che più mi ha offeso è quella frase grave. La partita? Ogni commento mi sembra superfluo. Tutti avete visto come è andata a finire. Per giunta c'è questo gol del raddoppio che l'arbitro ha annullato in maniera discutibile. Fanna mi ha ricordato l'azione, mi ha detto di aver dribblato sulla linea di fondo Masi, che è poi caduto a terra. A quel punto Pietro ha dato indietro e Tardelli ha poi segnato. Ora ditemi come può essere fuorigioco». 

Rimangono in pochi, Trapattoni non si dà pace. Tardelli gira con la guancia segnata da una tacchettata di Van de Korput, Cuccureddu sbraita nerissimo: 

«Se ci trattano così, facciamo poca strada. Certo, a noi non danno mai nulla, state pure tranquilli. Il secondo gol di Graziani era da annullare, non era la prima volta che Pulici saltava addosso a Zoff. Avevamo vinto; qualcuno ha voluto farci perdere. Tutto ciò è scandaloso. 

Da Cabrini un retroscena sul rientro: 

«Il mio impiego era stato deciso da tre giorni. Alla vigilia ho detto che non avrei giocato per fare pretattica». 

All'uscita il general manager Giuliano è l'unico che cerca di gettare un po' d'acqua sull'incendio: 

«La sconfitta in questi termini è pesante. Ma dobbiamo fare come quando cade il governo. Prendere 48 ore di tempo per fare un po' di luce per valutare tante cose». 

Ferruccio Cavaliere
Brani tratti da: La Stampa 27 ottobre 1980




IL CASO DELLA SETTIMANA
Le porno-minacce di Agnolin (reo confesso) ai giocatori della Juventus nascondono un problema più delicato: fra calciatori e arbitri non si riescono a instaurare quei rapporti di collaborazione che potrebbero arginare il pericolo della violenza.
Perché non battere la strada della distensione?
Un mazzo... di fiori

IL VELENO CHE SEMPRE si annida nelle pieghe di un derby, a Torino è esploso nel dopopartita. Sul campo c'erano state le rituali contestazioni, qualche cianchettata robusta (ma ricordiamo derby assai più violenti) e anche l'estemporaneo fuoriprogramma di una mini-invasione stroncata da Furino a pedate nel sedere (poi il ragazzo si è lamentato, mostrando le terga piene di lividi: 
«Era un mio idolo, guardate cosa mi ha fatto…». 
Ma che si attendeva, un mazzo di rose, per la sua bravata? Il veleno, dicevamo, veniva servito freddo, a palla ferma. Trapattoni, livido, tirato in volto, con acrobazie dialettiche tese a minimizzare le conseguenze disciplinari, denunciava: 
«Quel signore ha detto a un mio giocatore: adesso vi faccio un mazzo così. Eravamo sull'1-1 e avete visto cosa è successo, dopo». 
Come dire: l'arbitro se l'è legata al dito, ha dato corpo alla minaccia e convalidato il secondo gol, irregolare, del Torino, ci ha fatto
Perdere la partita. 
TRIBUNA PERSONALE. Il giorno dopo, Bettega rincarava la dose. Disponendo di una tribuna personale, cioè di una rubrica di successo presso una TV privata, con diffusione quasi nazionale, il giocatore dedicava all'arbitro in questione, Agnolin, il servizio d'apertura della trasmissione. Anch'egli invocando, ovviamente, inchieste e interventi dall'alto, ma soprattutto ponendo un interrogativo interessante: 
«Cosa sarebbe successo a ruoli invertiti, cioè se uno di noi avesse rivolto all'arbitro la stessa frase? ». 
La risposta era ovvia: espulsione e lunga squalifica. Implicitamente Bettega suggeriva che ad Agnolin andava riservato il medesimo trattamento. Campana prendeva tempo, Campanati proclamava che il silenzio è d'oro, frase che sospettiamo di avere già sentito pronunciare qualche altra volta dal potente capo delle giacchette nere. 
IL SILENZIO. Allo stesso, rigorosissimo silenzio veniva ufficialmente imposto pure ad Agnolin, il protagonista attivo della vicenda. Agnolin è un tipo che a star zitto non si diverte, per questo la sua carriera è costellata di episodi, diciamo così, movimentati. L'ultima volta che se l'è presa con qualcuno, è accaduto al raduno arbitrale pre-campionato, il bersaglio della sua polemica è stato nientemeno che il fresco presidente federale avvocato Sordillo. Questo per dire che Agnolin non è un soggetto remissivo di natura. Ma l'arbitro deve tacere, anche quando il suo interlocutore dispone dei potenti mezzi della TV (sia pure privata). E questo, francamente, non è sportivo. Il duello deve essere ad armi pari. Altrimenti, a forza di sentire una versione sola, la gente si fa una certa idea (favorita anche dal fatto che il giocatore è sempre più simpatico dell'arbitro, nel cuore degli sportivi) ed è dura, poi, fargliela cambiare. Così Bettega poteva tranquillamente sparare le sue bordate, senza che Agnolin fosse in grado di suonare le sue campane.
CAMPANATI. In mancanza di campane, ci pensava Campanati (o chi altro?) facendo filtrare alla solita destinazione prediletta il contenuto di una telefonata riservatissima, nel corso della quale Agnolin ammetteva le sue colpe. È il farisaico sistema degli organi arbitrali, che si impongono un ufficiale riserbo, per poi far conoscere ugualmente, attraverso canali amici e fidati, il proprio pensiero. Con questa indiscrezione, Agnolin veniva chiaramente mandato al macello presso l'opinione pubblica (sospetto maligno: che il giovane e spregiudicato arbitro veneto sia venuto in uggia ai grandi capi?): lo si faceva confessare per... procura, senza però concedergli di spiegare l'antefatto della sua infelice battuta. E, di rinforzo, ecco qualche granata che, forse mosso da uno spirito di solidarietà azzurra, rivelava: 
«Anche a me, durante il derby, l'arbitro ha rivolto la stessa frase». 
Di qui il dubbio: ma, preso com'era a minacciare tutti i giocatori che gli passavano a tiro di pratiche sessuali non precisamente ammesse dal Concistoro, il furente Agnolin avrà trovato anche il tempo di arbitrare, a Torino?
AMAREZZA. A questo punto, Agnolin si riteneva parzialmente sciolto dall'obbligo al silenzio. E forniva a sua volta la propria versione dell'accaduto. Dicendo, pressappoco: 
"E' vero, ho sbagliato. E quindi debbo pagare. Io insegno educazione fisica, in senso lato sono un educatore, che potrei mai dire ai miei allievi se non fornissi l'esempio che chi sbaglia deve pagare? Ciò premesso, vorrei precisare: 1) che la frase non è stata rivolta a un giocatore in particolare, ma collettivamente, dopo reiterate e stucchevoli proteste; 2) che la frase, istintiva e in dialetto veneto, era al condizionale: ossia, mi avete stufato, ve faria un sesto così...; 3) che la strumentalizzazione di questo mio errore, che ammetto e per il quale sono pronto a pagare, mi riempie di amarezza. In campo i giocatori non mi hanno mai aiutato a dissolvere il clima di tensione. C'è stato un tentativo di invasione e neppure quello ha consigliato di tenere un comportamento diverso. Nessuno che si sia posto il problema: e se qui vengono in campo in duecento, anziché un solo ragazzino inoffensivo? Insomma, i famosi rapporti di collaborazione fra giocatori e arbitro sono di là da venire. Questa non vuol essere la giustificazione della mia colpa, ma soltanto un' amara constatazione».
IL TOUR DE FORCE. Per avere le idee un tantino più chiare, ci siamo rivolti (dietro ripetute promesse di riserbo, che ovviamente rispettiamo) a un autorevole esponente del mondo arbitrale. E dal colloquio abbiamo ricevuto conferma che nell'incresciosa vicenda sono stati commessi errori, anche grossolani, da tutte le parti in causa. Andiamo a esemplificare. 
1) La designazione di Agnolin per il derby di Torino è stata una topica madornale. Non per i burrascosi precedenti che l'arbitro aveva con la Juventus, ma perché Agnolin veniva da un "tour de force" massacrante, che non poteva non incidere sulle sue condizioni fisiche e psicologiche. Agnolin aveva arbitrato, la domenica precedente, Brescia-Catanzaro; il mercoledi aveva diretto a Monaco la partita più importante della Coppa dei Campioni, Bayern-Ajax; appena rientrato era stato spedito a gestire un derby delicatissimo, fra due squadre in crisi, attestate sull'ultima spiaggia. Tre partite in una settimana, con in mezzo un trasferimento all'estero, e la tensione di impegni tutti esasperati. E' più facile, in queste condizioni, che un arbitro perda la calma e si lasci andare a un'espressione che è sempre da evitare, per motivi di educazione prima ancora che di opportunità. C'è stata provocazione? L'arbitro ha altri mezzi per rintuzzarla, non per altro viene fornito di cartellini gialli e rossi; 2) la grave mancanza dell'arbitro è stata strumentalizzata oltre il lecito da un allenatore e da giocatori esasperati per una sconfitta immeritata. Secondo il nostro autorevole interlocutore, negli episodi decisivi della partita non c'erano stati errori di Agnolin. Nel gol annullato a Tardelli, l'arbitro aveva seguito l'indicazione del guardalinee, perfettamente in linea con l'azione e quindi in grado di giudicare meglio di ogni altro. Né la moviola aveva potuto dimostrarne in modo inconfutabile l'errore. Per quanto riguarda il gol della vittoria granata, fra Zoff e Pulici c'era stato un normale contatto di spalla, senza alcuna intenzionalità di fallo da parte dell'attaccante. 
«Se al portiere, che ha già il vantaggio di poter usare le mani, diamo anche quello di non poter essere sfiorato, diventa imbattibile».
3) Proprio perché sa che i giocatori, in caso di sconfitta, si attaccano a tutto, l'arbitro deve assolutamente evitare di procurare loro motivi di polemica. In questo senso, Agnolin ha sbagliato due volte. 
CONCLUSIONI. Quindi, siamo tutti colpevoli, anche se uno soltanto pagherà, ma, al di là del polverone, ci sembra che il fatto più grave della vicenda risieda in questa continua, perversa mancanza di collaborazione fra attori del medesimo spettacolo. Giocatori e arbitro navigano sullo stesso, vacillante, barcone, ma pare non se ne rendano conto. E intorno ricomincia a montare la violenza, il vero, micidiale nemico del calcio. Quello che provoca la fuga degli spettatori (assai più che il non-gioco: alla mancanza di gol si fa il callo, alle sprangate meno); quello che ispira massicce campagne denigratorie; quello che sospinge a vigorose spallate il football-made-in-Italy nel calderone delle imprese in dissesto, è grave che dagli addetti ai lavori non si avverta il pericolo: e ci si indugia ad attizzare il fuoco, anziché a isolarlo. Agnolin è giustamente all'indice: ma quanti, in questa esemplare vicenda, sono stati migliori di lui, a cominciare dai suoi capi?

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1980 nr.45



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Franco Causio e Roberto Bettega esultano per il momentaneo vantaggio bianconero.

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Il gol annullato a Marco Tardelli


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Michel Van de Korput in marcatura su Roberto Bettega.

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giovedì 22 ottobre 2026

5 Ottobre 1980: Juventus - Bologna

È il 5 ottobre 1980 e Juventus e Bologna si sfidano nella quarta giornata del girone di andata del campionato italiano di calcio di Serie A 1980-81 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

I bianconeri sono affamati di vittoria dopo che l'Inter, l'anno prima, li aveva beffati sul traguardo tricolore. 

Dall'altra parte c'è un Bologna che, guidato in panchina da Gigi Radice e partito con un handicap di -5 punti all'inizio del campionato, ottiene un mirabile settimo posto finale.

Buona Visione!



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Stagione 1980-1981 - Campionato di Serie A - 4 andata
Torino - Stadio Comunale
domenica 5 ottobre 1980 ore 15:00 
JUVENTUS-BOLOGNA 0-1
MARCATORI: Paris rigore 83

JUVENTUS: Zoff, Cuccureddu, Osti, (c) Furino, Gentile, Scirea, Causio (Verza 46), Tardelli, Bettega R., Brady, Fanna (Marocchino 57)
A disposizione: Bodini, Storgato, Prandelli
Allenatore: Giovanni Trapattoni

BOLOGNA: Zinetti, Benedetti, Vullo (Marocchi 79), Paris, Bachlechner, Sali, Pileggi, Dossena, Garritano (Fiorini 79), Eneas, Colomba
A disposizione: Boschin, Fabbri, Zuccheri
Allenatore: Luigi Radice

ARBITRO: Mattei
AMMONIZIONI: Osti (Juventus)









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martedì 20 ottobre 2026

29 Marzo 1981: Inter - Juventus

È il 29 marzo 1981 e si gioca allo Stadio Giuseppe Meazza - San Siro  di Milano il derby d'Italia Inter-Juventus.

I neroazzurri sono campioni d'Italia in carica, ma i bianconeri sono affamati di vittoria. Sarà una vittoria bella e importante nel cammino che porterà i nostri beniamini al 19esimo tricolore. 

Ad un passo dalla seconda stella, mentre gli altri si godono a malapena la prima.

Buona Visione!



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Stagione 1980-1981 - Campionato di Serie A - 8 ritorno 
Milano - Stadio Giuseppe Meazza
domenica 29 marzo 1981 ore 15:30
INTER-JUVENTUS 1-0
MARCATORI: Muraro 61

INTER: Bordon, Bergomi, Baresi G., Marini, Canuti, Mozzini, Caso, Prohaska, Altobelli (Ambu 87), Beccalossi, Muraro (Tempestilli 81)
A disposizione: Cipollini, Pancheri, Pasinato 
Allenatore: Eugenio Bersellini

JUVENTUS: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, (c) Furino, Gentile, Scirea, Marocchino, Tardelli Bettega R., Brady (Causio 66), Fanna (Prandelli 56)
A disposizione: Bodini, Osti, Verza 
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Barbaresco







LA PARTITISSIMA/INTER-JUVENTUS

Sui bianconeri bloccati da una tempestosa vigilia, si scatena il rinnovato slancio dei Campioni d'Italia che, dopo i successi di Coppa, tornano a sognare lo scudetto. Nei cimenti europei e di campionato la carta vincente è Muraro, l'uomo della Stella... Rossa

STELASSA!

MILANO. Pareva sfiorito anzitempo e consegnato a un irreversibile declino. Sulle sue balenanti qualità di furetto del gol si era posata la patina dell'abulia, dalla quale non riuscivano a trarlo neppure le umiliazioni delle staffette e delle esclusioni tout-court. Sono bastati due gol a riproporlo nella sua dimensione di match-winner: a Belgrado ha proiettato l'Inter nelle semifinali di una Coppa dei Campioni ormai improbabile come una chimera; a San Siro ha inginocchiato Madama Juventus, quasi fiduciosa in una sorta di invulnerabilità, dopo sedici partite senza sconfitte. Così Carletto Muraro, con un doppio colpo di bacchetta magica, ha riaperto insperate prospettive a una stagione nerazzurra che andava assumendo contorni fallimentari. Di questa riscossa vibrante, che ha altri meritevoli protagonisti (l'impavido fanciulletto Bergomi, ad esempio, diventato a diciassette anni perno insostituibile della difesa campione d'Italia; o il regale Prohaska, come sempre solleticato dai grandi appuntamenti e dalle imponenti platee, tradizionale stimolo per gli uomini di classe pura) è stato lui, Carletto Muraro, il simbolo più immediato. Dopo aver sbancato Belgrado, persino violentando congenite tiepidezze di carattere, ha offerto subitanea controprova costringendo a una delle magre più amare della sua carriera un indomito guerriero come Gentile. Nelle due occasioni, si è visto un Muraro inedito, più completo e maturo. Non più (o non soltanto) il freddo opportunista, capace di far valere la sua strepitosa rapidità negli spazi brevi o la sua folgorante velocità di riflessi. Ma un giocatore capace di inserirsi appieno nel contesto tattico, di ripiegare e difendere, in sostanza di costituire un reparto da solo, nella prolungata e ormai cronica latitanza dell'ex gemello Altobelli, sempre preda di inspiegabili turbe, al punto di offrire alla vicenda soltanto insignificanti e stranite partecipazioni. Non è, intendiamoci, che Muraro possa spiegare tutto nella metamorfosi di quest'Inter miracolata. Ma certo, Bersellini ha visto diminuire sensibilmente i propri problemi nel momento in cui ha ritrovato un uomo capace di mettere dentro i palloni importanti.

IL MIRACOLO DI ZOFF. Il gol, a volte, è solo l'epilogo casuale, anche se determinante, di una situazione. E in effetti la botta vincente di Muraro contro la Juventus non avrebbe particolari meriti per entrare nella galleria delle esecuzioni da ricordare. Un imperioso spunto di Beccalossi, favorito da un benevolo rimpallo, un impeccabile servizio e l'appoggio, prepotente e sicuro, ma tutto sommato agevole, nella porta di Zoff. Ma assolutamente eccezionale era stata, nel primo tempo, un'azione dirompente dello stesso Muraro, con slalom vertiginoso e irridente su Gentile e Scirea e schioccante sinistro a bersaglio: qui il vecchio Dino aveva esibito il capolavoro, con una prodigiosa intuizione e una provvidenziale manata a incrociare la folgore. Ecco, in quel momento San Siro e l'Inter avevano ritrovato il figliol prodigo. Uscito (è troppo sperare definitivamente?) da una lunga involuzione, spiegata con complicati ragionamenti tattici (il gioco mutato, il rallentamento imposto dal pur geniale Prohaska, l'abbandono del contropiede), ma forse più semplicemente dovuta a una crisi di fiducia e di entusiasmo. Muraro non ha ancora ventisei anni; sarebbe stato imperdonabile dilapidare il suo genuino talento. Questo colpo d'ala al momento giusto non restituisce soltanto un goleador all'Inter: recupera anche al nostro calcio un attore di razza. Se di qui a Madrid anche Altobelli saprà dare un calcio ai fantasmi, quest'Inter potrebbe regalarci un clamoroso rilancio europeo. Diciamolo pure sottovoce: ma con la feroce concentrazione che l'anima, con la splendida condizione fisica che attualmente l'accompagna, la pattuglia di Bersellini è in grado di decollare, solo che l'assistono la freddezza e l'essenzialità dei suoi uomini-gol.

COLLAUDO SUPERATO. In questo senso, la Juventus ha comunque rappresentato un collaudo probante. Non era quella di San Siro, la Juve spavalda e dilagante delle sei vittorie consecutive. Una settimana di implacabile martellamento psicologico aveva lasciato il segno. Anziché cercare di imporre la propria teorica superiorità, la squadra di Trapattoni è apparsa preoccupata di limitare i danni, di lasciar passare la burrasca con il minor pregiudizio. Quando polemicamente si sottolinea la regolarità della partita, si dimentica che non del tutto regolari erano le condizioni di una delle contendenti, sballottata per tutta la lunga vigilia da accuse concentriche. E meno male che Barbaresco (alla sua miglior stagione: come il vino di cui porta il nome invecchiando migliora sempre) è stato impeccabile, refrattario ai condizionamenti, autoritario senza sconfinare mai nella demagogia. Questa Juve frenata rappresenta pur sempre il miglior collettivo del campionato: averla infine ridotta alla resa rappresenta per l'Inter un successo e una verifica che trascendono il pur prestigioso episodio. Non è vero, come si sostiene, che le fatiche ripetute logorano. A determinare l'usura sono le sconfitte, i cedimenti psicologici. La battaglia di Belgrado, lungi dal prostrare, ha rivitalizzato i nerazzurri. Che forse soltanto ora stanno conoscendo il vero Prohaska, giocatore di illimitate risorse atletiche ma anche di finissima grana tecnica. Neppure un marcatore tradizionalmente ringhioioso come Tardelli è riuscito a limitarne l'enorme raggio d'azione. L'austriaco ha toccato un'infinità di palloni senza sprecarne alcuno: e alla sua ombra ha saputo offrire - malgrado Furino - numeri deliziosi quel Beccalossi che deve soltanto capire come la vicinanza di Prohaska non lo limiti, ma anzi gli consenta di operare sul piano della qualità, che è ciò che da lui si pretende. Peccato che a questi automatismi l'Inter stia arrivando a fine stagione, quando ormai lo scudetto pare inafferrabile, a meno di sconvolgenti rivoluzioni. Esaurito il ciclo dei confronti diretti, l'Inter può solo contare su un crollo contemporaneo delle tre squadre che la precedono. Evento non matematicamente impossibile, ma da escludere sul piano della logica. Ma se la Coppa è stata il viatico per il rilancio in campionato, così un campionato affrontato con ritrovati stimoli può essere l'ideale preparazione ai cimenti europei. Sarebbe sufficiente per riscattare la stagione, già eccezionale sotto il profilo finanziario.

BONIPERTI E AMERI. Dicevamo prima della Juventus, della sua delicata vigilia, che ha finito per riflettersi, almeno parzialmente, sul rendimento in campo. Il tardivo tatto dell'Ufficio Inchieste, che ha rinviato l'interrogatorio di Bettega a dopo la partita di San Siro, non poteva certo bastare per dissipare le ombre in casa bianconera. Della tensione, che ha contagiato un ambiente solitamente refrattario a ogni polemica scoperta, è sintomatica testimonianza un episodio capitato la sera del sabato all'hotel Touring, dove la Juventus trascorreva la vigilia del match. Incontrando Enrico Ameri, il conduttore del processo del lunedì sulla terza rete, Boniperti si è lamentato vibratamente dell'impostazione data alla partita col Perugia, ricostruita con dovizia di particolari negli episodi che avrebbero favorito la vittoria bianconera. E anche del fatto che, contrariamente a quanto affermato in trasmissione, nessun rappresentante della Juventus vi era stato invitato. La discussione ha raggiunto toni molto accesi, risolvendosi in un vero e proprio scontro (verbale, beninteso). Se teniamo presente che la Juventus ha sempre replicato col silenzio a presunte ingiustizie di trattamento, è facile arguire che questa volta la società bianconera si sia sentita colpita sul vivo. Sarà bastata la sconfitta di San Siro (evidentemente da molti a lungo invocata) per togliere il veleno allo sprint finale del campionato? 

Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1981 n.14



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lunedì 7 settembre 2026

7 Settembre 1980: Juventus - Genoa

È il 7 settembre 1980 e Juventus e Genoa si sfidano nell'ultima giornata del girone eliminatorio (gruppo A) della Coppa Italia 1980-81 allo stadio 'Comunale' di Torino.

I bianconeri sono affamati di vittoria dopo che l'Inter l'anno prima li aveva beffati sul traguardo tricolore. Infatti al termine del campionato la Juve conquista lo Scudetto 1980-81. Per quel che riguarda questa edizione della Coppa Italia, i bianconeri riusciranno ad avanzare fino alla semifinale per poi essere eliminati dai futuri vincenti della Roma.

Buona Visione!




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Stagione 1980-1981 - Coppa Italia
Eliminatorie, 4ª giornata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 7 settembre 1980 ore 21.00
JUVENTUS-GENOA 3-1
MARCATORI: Cabrini rigore 52, Fanna 64, Russo 65, Prandelli 82

JUVENTUS: Zoff, Osti, Cabrini, Verza (Prandelli 69), Gentile, Scirea, Causio, Tardelli, Bettega, Brady, Fanna
Allenatore: Giovanni Trapattoni

GENOA: Martina, Gorin, Di Chiara, Caneo, Onofri, Nela (Cavagnetto 60), Boito, Corti, Manfrin, Odorizzi, Russo
Allenatore: Luigi Simoni

ARBITRO: Terpin





Dal piede di Brady i palloni che decidono la gara 

TORINO — Ultimo impegno di questa prima fase di Coppa Italia per la Juventus che ospita l'ambizioso Genoa. L'accesso al turno seguente è praticamente scontato per i bianconeri; la logica induce a questo pronostico poiché la squadra di Trapattoni, per essere eliminata, dovrebbe perdere con uno scarto di due reti. La differenza gol, infatti, parla decisamente a suo favore. 

La Juventus ha fino a questa sera ottenuto in Coppa Italia due successi (Taranto e Brescia) ed un pareggio (Udine); il Genoa invece ha messo insieme tre pareggi consecutivi. La Juventus, reduce dalla brillante esibizione di Parigi contro la Nazionale francese, conferma Osti nel ruolo di terzino al posto dell'indisponibile Cuccureddu; lascia fuori Furino infastidito da una lieve forma influenzale e rilancia Verza che contro il Panathinaikos, nel primo appuntamento di Coppa Uefa, dovrebbe sostituire lo squalificato Tardelli. In campo anche Brady, che si è ristabilito da una gastralgia piuttosto debilitante. Liam, inoltre, giocherà mercoledì prossimo nelle file dell'Irlanda contro gli olandesi, in un match di qualificazione ai campionati mondiali del 1982. Sulla panchina bianconera siede Romolo Bizzotto, poiché Trapattoni si è recato a Jannina per visionare il Panathinaikos. 

Il Genoa recupera nella circostanza Gorin e Odorizzi, per darsi una fisionomia più combattiva. Quando l'arbitro Terpin fischia l'inizio, sugli spalti ci sono circa quindicimila spettatori. Si delineano subito le marcature, con Osti su Russo (o Corti), Cabrini su Boito, Gentile su Corti (o Russo), Gorin su Bettega, Di Chiara su Fanna e Nela su Causio; a centrocampo queste le opposizioni: Tardelli-Manfrin, Brady-Caneo e Verza-Odorizzi. Partita subito classica, le marcature sono esasperate: il Genoa, che non ha interessi di classifica da tutelare, non ci sta a perdere e gioca logicamente con una concentrazione massima. E' difficile per la Juventus imporre il proprio gioco, gli avversari appaiono decisi, attenti. I rossoblu fanno viaggiare bene la palla. Il loro centrocampo è robusto e dotato di fondo con Manfrin, Odorizzi e Corti; la difesa aspra e attenta con Gorin e Di Chiara. In attacco Russo funge da guastatore. Nonostante due azioni pericolose (al 3' girata alta di Causio su passaggio-tiro di Osti e all'8' colpo di testa di Bettega in tuffo su traversone di Causio) è la Juventus a correre il rischio più grosso. Al 13' infatti un lungo lancio diagonale di Manfrin sulla sinistra trova smarcato il solo Russo, il quale fa sponda di testa per Nela, il cui tocco per precedere l'uscita di Zoff è alto. 

Il Genoa è uno stantuffo che avanza e retrocede a ritmi costanti; la Juventus non trova spazi, i suoi uomini sono guardati a vista e senza tanti complimenti. Brady soffre visibilmente la marcatura di Canee mentre Causio dà vita con Nela a un acre duello. Improvvisamente Brady si sveglia; irritato dalla soffocante presenza del suo antagonista diretto, vince un contrasto, evita con una finta un secondo avversario, poi costringe Martina a una bella deviazione. Sulla respinta, ancora Brady colpisce di sinistro: palla in rete ma Terpin, giustamente, fischia il fuorigioco di Bettega e Fanna. E' il 21', la Juventus cresce. Passano due minuti e ancora Brady in rilievo, con un «assist» per Bettega, il quale viene però anticipato da Di Chiara e Onofri. La Juventus tiene il controllo della partita e ha difficoltà a districarsi dalla fitta rete impostale dal Genoa. Dalla linea dei terzini e da quella intermedia l'azione si . o e o o i a e a sviluppa con una certa fluidità, ma poiché il Genoa è svelto a chiudersi nel proprio guscio e a raddoppiare le marcature, l'azione stessa diventa logicamente singhiozzante. Al 29' il Genoa viene fuori con azione di alleggerimento: Odorizzi calcia con violenza da lunga distanza, ma la deviazione di Russo, di testa, è ininfluente. Al 37' Causio tenta un dribbling, il gioco gli riesce a metà, palla che carambola in direzione di Brady, il quale da venticinque metri circa spedisce di poco sopra la traversa. Applausi. I temi non cambiano sostanzialmente, il Genoa, dopo un inizio giocato a tutto campo, va sempre più spostando il proprio baricentro all'indietro. Questo atteggiamento è dovuto alla crescita della Juventus, che prende via via l'iniziativa pur non riuscendo a concretizzarla. 

In difesa nessun problema, ma va denunciata la disattenzione in occasione della palla-gol capitata a Nela. Buono Osti, che non dà molto spazio al suo avversario, e buono Gentile. Meglio del solito Verza, che evdentemente sente gli stimoli della partita che dovrà giocare contro i greci. Ci piace a tratti Brady, marcato spietatamente (ma l'irlandese deve abituarsi a questo clima... italiano). Molto bene Tardelli, che ritrova antiche freschezze, in chiaro progresso Causio, volitivo e tenace. Tanto movimento per Fanna. Ammirevole il lavoro sull'arco di attacco di Bettega. intrappolato in un'area intasatissima. Stupende due sue conclusioni, l'ultima delle quali, nel primo tempo, avvenuta al 41' su indovinatissimo traversone di Cabrini. Bettega è certamente tra gli uomini più in vista, nonostante le difficoltà. Dopo i primi quarantacinque minuti queste le risultanze: dominio territoriale della Juve. accorto e intelligente gioco di rimessa di un Genoa ben preparato atleticamente e diligente tatticamente, ma niente gol. Oltre alle difficoltà soggettive, la Juventus lamenta però ostacoli oggettivi molto consistenti. Il Genoa non le concede davvero nulla, centrandola sempre in maniera ossessiva, impedendole di ragionare e vietandole la strada che porta a Martina. Si riprende ed è subito gol per la Juventus. Al 7' infatti Causio pesca a centro area Fanna, che cade a terra dopo un contrasto con Di Chiara. Terpin concede il rigore, che Cabrini realizza con un sinistro rasoterra alla destra dello spiazzatissimo Martina. Dopo il gol di Cabrini la partita si sblocca, si scioglie. Le marcature sono attente ma non più esasperate e le azioni sull'uno e l'altro fronte aumentano. Al 14' Fanna di destro spedisce la palla poco al di sopra dell'incrocio dei pali. Tre minuti dopo Osti nel tentativo di opporsi a un centro di Boito a momenti propizia una autorete. Al 18' il secondo gol della Juventus: splendido lancio di 40 metri di Brady. Fanna supera in sprint la difesa genoana. presa d'infilata, e di giustezza precede l'uscita disperata di Martina. Due minuti dopo il Genoa accorcia le distanze. Boito dribbla per linee interne, tenta il tiro, contrasto, palla che perviene a Russo, il quale di prima intenzione batte di- sinistro Zoff. Che le marcature siano fatalmente allentate lo dimostra un'altra occasione capitata al Genoa: Cavagnetto. al 23'. fallisce di testa una occasione propizia. In queste fasi di gioco ci pare che la difesa bianconera stia dimostrando evidenti disattenzioni con le connesse conseguenze. Il Genoa frattanto continua la sua gagliarda prova. Simoni ha a disposizione un buon collettivo, irriducibile, quadrato, maturo, che sicuramente disputerà un ottimo campionato di serie B. Il Genoa non si dà per vinto e si sposta in avanti con maggiore frequenza: il suo tessuto, logicamente, subisce più smagliature. La Juventus ne approfitta al 37' con Brady, che fa sfoggio di precisione e intelligenza. 

Mentre Fanna e Bettega chiedono la palla con inserimento a centroarea, Prandelli si sgancia sulla sinistra e l'irlandese lo pesca con uno stupendo tocco diagonale. Prandelli evita l'uscita di Martina e insacca vanificando l'intervento in extremis di Onofri. retrocesso sulla linea di porta. La difesa juventìna, a nostro avviso, continua a giocare con troppa sufficienza. Al 42' Odorizzi evita con una finta Scirea e si presenta solo davanti a Zoff. il quale è bravo ad opporglisi con il corpo. 

Angelo Caroli 
tratto da: La Stampa 8 Settembre 1980







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