IN COPERTINA
Per la fantastica Juventus una settimana trionfale. Dal Celtic al Milan, dalla Coppa al campionato, due fondamentali vittorie siglate dal ragazzo sardo che sta prendendosi tutte le rivincite. E adesso sul quadrante bianconero è scattata l'operazione...
Onda Virdis
DAL CELTIC al Milan, dalla grande Coppa al campionato, è scattata in casa bianconera l'operazione « Onda Virdis ». E' il ragazzo sardo a siglare la trionfale doppietta. Un suo fantastico gol accende il mercoledi sera gli entusiasmi di uno stadio impazzito e trascina Madama alla rimonta sugli scozzesi, chiusi a salvaguardia del vantaggio di Glasgow. E la domenica, in una cornice da fiaba, nell'arena di San Siro stipata e rutilante, è ancora Pietro Paolo a spezzare l'equilibrio di una partita certo meno bella, ma ugualmente intensa, tatticamente giocata al meglio dai due amici-rivali, Radice e Trapattoni, e che proprio Virdis strappa dalla mortificante conclusione dello zero a zero, con una zampata morbida e mortifera. Non è soltanto il calcio a un pallone che "Schizzo" Tardelli ha rimesso in gioco con una sensazionale prodezza atletica: è il calcio a un passato ancora vicino, fatto di umiliazioni e di ripudi, di una vendetta covata in silenzio e perfezionata con pazienza.
BONIPERTI. Boniperti non l'ha visto, a quell'ora per antica consuetudine il Giampiero è già da un pezzo fuori dello stadio, a soffrire con l'autoradio. Eppure la rivincita di Virdis è anche la sua. Andò in Sardegna, ricordate?, a convincere il ragazzo, riluttante ad abbandonare la sua isola, fosse pure per la dorata destinazione Juventus. Spese sino all'ultimo spicciolo la sua accattivante diplomazia, si piegò come per nessun altro giocatore ha mai fatto, lui presidente di un club che tutti pongono in cima ai propri sogni proibiti, il punto d'arrivo ideale di ogni carriera. E figurarsi sorrisetti ironici, dopo. Valeva proprio la pena, i soldi e il resto. Virdis trascinava per l'ostile Torino il fantasma del giocatore che aveva infiammato Cagliari, facendo balenare il mito rinnovato di Gigi Riva. Virdis sbagliava le cose più elementari, in un'orgia di fischi e di imprecazioni. Bell'affare, la Juve. Due miliardi spesi così gridavano proprio vendetta. Persino Gianni Agnelli canzonava garbatamente il presidente Giampiero, una volta gli disse in tribuna:
"Quel gol che ha sbagliato oggi Virdis, l'avrei segnato anch'io",
arrotando nobilmente le erre. Virdis passava da una disgrazia all'altra. Il ritorno a Cagliari, più che come un'improbabile operazione-recupero, fu visto come una restituzione al mittente. Vuoto a perdere.
LA MAGIA. E invece la magia dell'isola compì il miracolo. Sotto le
cure pazienti di Tiddia, che lo dosava in parsimoniose staffette per graduarne il recupero, Virdis ritrovò la propria dimensione tecnica. Quella psicologica non l'aveva perduta mai. Duro, orgoglioso, ha sempre rifiutato la condanna, né se n'è fatto un complesso. Gli restava dentro l'ansia di far rimangiare certi verdetti impietosi, certe stroncature brucianti. Per questo il nuovo viaggio verso Torino, che altri avrebbero scongiurato in mille maniere, lo trovò entusiasta e sicuro. Andava a prendersi le sue rivincite, con calma, senza fretta, ma inesorabilmente. Com'è nel costume della sua gente. Partiva con il ruolo di riserva, Trapattoni si era già bruciato una volta e intendeva andare sul sicuro. Aveva davanti a sé Fanna, nel presente; Fanna e Rossi, nel prossimo futuro. Fanna aveva impiegato tempo e sudore a rimuovere l'ostacolo Causio; il posto appena conquistato non l'avrebbe ceduto facilmente. Ma Virdis non era più il ragazzo buttato incautamente nelle fauci della città matrigna. Era un uomo maturo che aveva fatto l'esame di coscienza, che aveva chiesto la rivincita sicuro di non fallire. Spiega:
«Non do agli altri, per quanto accaduto quattro anni fa. Principalmente avevo sbagliato io. Adesso sono un uomo sereno, consapevole. Coi compagni non nego di aver avuto, in passato, delle incomprensioni. Ma ho dimenticato tutto, adesso il dialogo è facile, problemi non ci sono e non ce ne saranno ».
COPPITALIA. La Coppitalia è stata il suo trampolino di lancio. Trapattoni è un allenatore moderno e flessibile. Sa mutare le proprie convinzioni, non si chiude gli occhi davanti all'evidenza e ha l'onestà di non nutrire preconcetti. Questo nuovo Virdis dava alla Juve qualcosa di più del pur ammirevole Fanna. Più concretezza, soprattutto, più inesorabilità in zona-gol. E poi Pietro-Paolo aveva trovato l'ideale sintonia con Bettega, che è sempre il deus ex machina delle situazioni bianconere, non nel senso del padrino, per carità, ma proprio sotto il profilo tecnico. Bettega può incantare tutti, come quando realizza lo stupendo gol al Celtic, oppure apparire ai superficiali lento e appannato. In ogni caso determina il gioco e detta la manovra, col suo sublime senso tattico. Bettega e Virdis chiudevano mirabilmente la diagonale d'attacco, sulle iniziative irresistibili di Marocchino, il cavallo pazzo delle fasce laterali. Così Virdis si è guadagnato la promozione sul campo e l'ha onorata, in campionato, con due gol vincenti, ad Avellino e a Milano. Le due conquiste esterne della Signora sono nate sui suoi gol e in mezzo c'è stato l'acuto contro il Celtic, quella miracolosa progressione in slalom, degna di un attaccante di razza, potente e guidato dalla giusta intuizione.
RADICE. L'ultima vittima di Pietro Paolo Virdis è stato Radice e la cosa ha un risvolto sentimentale. Radice, nel suo anno di Cagliari, fu conquistato da quel ragazzotto nerissimo di capelli, dallo sguardo fiero e dal gioco nobile. Lo lanciò in pianta stabile, cercò poi in tutti i modi di portarselo dietro al Torino, che pure aveva allora Pulici e Graziani in pieno splendore. Per dire della fiducia. Ricorda, Gigi:
«Virdis aveva allora diciassette anni, ma già portava impresse le stimmate del super. Forte con entrambi i piedi, eccellente nel gioco di testa e moralmente convinto di sé, capace di prendere rischi e iniziative. Non poteva sbagliare. Anche quando ha avuto quei momenti neri, quando pareva perduto per il grande calcio, non ho mai dubitato che sarebbe riuscito a riemergere».
Virdis ammette:
«Radice è uno dei pochi che ha sempre parlato bene di me. Per questo, e per l'importanza che ebbe sui miei inizi di carriera, gli debbo molto».
Proprio Radice gli è toccato giustiziare, nell'arena di San Siro. Ma questo è il calcio, ci mancherebbe.
ROSSI. Ora non è il caso di amareggiare il momento magico di Virdis, ricordandogli brutalmente che, in fondo, egli sta scaldando il posto che sarà di Paolo Rossi, ai primi di maggio (salvo condoni). Oltreché di cattivo gusto, il rilievo sarebbe probabilmente inesatto. Diciamo, per cominciare, che proprio un Virdis di questa dimensione è uno stimolo continuo per Pablito a non addormentarsi sulle glorie passate. Ma poi, Virdis è in perenne evoluzione tecnica, mica fa solo i gol, triangola, prepara i varchi, scambia perfettamente di prima intenzione, è insomma un giocatore completo destinato a migliorare ancora. Che proprio lui debba essere immolato al ritorno del figliol prodigo non è affatto scontato. Non vuol sentire parlare del passato, perché tormentarlo col futuro? Lasciamogli godere il presente, se c'è uno che ne ha diritto è proprio lui, questo Virdis risuscitato contro tutto e contro tutti, questo Virdis che ha vinto le sue battaglie con silenziosa pazienza, questo Virdis che guida la galoppata della Vecchia Signora con gol puntuali e travolgenti. L'onda Virdis, appunto.
Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1981 nr.41