È il primo anno di Antonio Conte come allenatore dei nostri eroi, ma nessuno si può sognare quale sarà l'epilogo di questa stagione. Alla fine sarà una marcia trionfale lunga trentotto partite, tutte senza l'onta della sconfitta.
Dall'altra parte c'è il Cagliari che vince il suo personalissimo scudetto ed evita una dolorosa retrocessione in Serie B.
Buona Visione!
Stagione 2011-2012 - Campionato di Serie A - 18 ritorno
La squadra di Conte vince per due a zero con le reti di Vucinic e l'autorete di Canini che liquidano la pratica del Cagliari. Da Milano l'Inter vince il derby e dà il là alla festa bianconera allo stadio Nereo Rocco
Nella gara della 37esima giornata di campionato la Juventus vince per 2 a 0 contro il Cagliari e, complice la sconfitta del Milan nel derby contro l'Inter, si laurea campione d'Italia per la stagione 2011-2012. Allo stadio Nereo Rocco la squadra di Conte vince con un gol per tempo firmato da Mirko Vucinic e dall'autogol di Michele Canini, il tutto condito dalle belle notizie provenienti da San Siro. La Juve è campione!
IL MATCH - La squadra di Antonio Conte gioca dunque la partita più importante della stagione nello stadio dedicato al più carismatico tecnico della storia del Milan, il grande ''Paron'' Nereo Rocco.
Al 6' subito Juventus in vantaggio: lancio di Bonucci per Vucinic, che in posizione sospetta scappa verso Agazzi e lo batte con un tocco di destro. Non molla il Cagliari, che pressa la Juventus e cerca di fare la partita, ma è aggressivo anche l'atteggiamento degli uomini di Conte; per questo motivo, dieci minuti di gioco non certo spettacolari, nonostante la rete di Vucinic. Boato sugli spalti, a Milano Inter in vantaggio. Juventus scatenata: Pirlo per Pepe, che da sinistra entra in area e scaglia un siluro che Agazzi respinge di pugni. Al 22' durissimo scontro di testa tra Pinilla e Lichsteiner, giocatori a terra. Imprudente lo stacco aereo del giocatore del Cagliari, Lichsteiner era in vantaggio sulla palla. Lo svizzero non ce la fa, esce con la barella e al suo posto entra Caceres. Al 32' fallo di Nainggolan su Vidal. Certamente non sportivo il comportamento dei giocatori della Juventus che attorniano l'arbitro chiedendo con veemenza il secondo giallo per Nainggolan, che peraltro sarebbe stato meritato. Al 36' conclusione di destro di Pinilla da trenta metri, pallone che sfiora il palo alla destra di Buffon e termina fuori: che brividi per la Juve. Finisce il primo tempo, ora la Juventus sarebbe campione d'Italia.
Inizia il secondo tempo con gli stessi effettivi ma con il Milan che ora è in vantaggio contro l'Inter. Al 7' contropiede del Cagliari, Pinilla per Cossu, contatto con Chiellini e il sardo va giù. Per l'arbitro è simulazione, giallo per Cossu. Pareggia l'Inter a San Siro, boato a Trieste. Fuori un nervoso Vidal, sentro Giaccherini. La Juve gestisce la palla ma non riesce a raddoppiare. Al 25' spunto di Cossu da sinistra, salta due avversari, destro in diagonale e palla fuori non di molto alla sinistra di Buffon. Conte gestisce i suoi attaccanti: fuori Matri e dentro Borriello. Destro a giro di Vucinic da posizione defilata, si allunga Agazzi e devia il pallone in corner. Al 28' ancora vicina al raddoppio la Juve, ma il colpo di testa di Caceres su cross di Marchisio finisce a lato di niente. Palla in mezzo a Caceres, è goffo e maldestro Canini, con un intervento di piedi, ad infilare la sfera nella propria porta alle spalle di Agazzi, 2 a 0 Juve al 29'. Partita virtualmente finita, ora si attende solo il risultato di San Siro con l'Inter in vantaggio. La Juve è campione d'Italia!
È il 5 maggio 2002 ed Udinese e Juventus si sfidano nella diciassettesima (ed ultima) giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 2001-02 allo Stadio Friuli di Udine.
È una data ed un pomeriggio che MAI dimenticheremo!
Tutto il resto è storia! Dall'altra parte c'è la squadra friulana che vince il suo 'scudetto' personale. Riuscirà infatti ad evitare quella che sarebbe stata una dolorosa retrocessione in Serie B.
Buona Visione!
Stagione 2001-2002 - Campionato di Serie A - 17 ritorno
Udine - Stadio Friuli
domenica 5 maggio 2002 ore 15:00
UDINESE-JUVENTUS 0-2
MARCATORI: Trezeguet 2, Del Piero 11
UDINESE (3-4-3): De Sanctis, Kroldrup, Zamboni, Manfredini, Pinzi, Helguera (Almiron 80), Marcos Paulo, Pieri (Scarlato 65), Muzzi (Jorgensen 73), Sosa, Di Michele
A disposizione: Turci, Alberto, Caballero, Iaquinta
A disposizione: Carini, Tacchinardi, Amoruso, Zalayeta
Allenatore: Marcello Lippi
ARBITRO: Rodomonti
LA FELICITÀ DEL PRIMO TIFOSO: «È STATO BUFFON A FARE LA DIFFERENZA» AGNELLI «La Juve campione del calcio pulito»
AL novantunesimo minuto l'Avvocato è in giardino. A respirare. Ma fino al novantesimo Gianni Agnelli, presidente d'onore della Fiat considerato dai tifosi della Juve il loro numero 1, era davanti al video:
«Ho cominciato con Udinese-Juventus. Quando il nostro vantaggio s'è consolidato con il secondo goal, son passato all'Olimpico, con Lazio-Inter. E sono rimasto molto soddisfatto. Davvero contento.
S'era parlato di risultati aggiustati, di accordi taciti, di intese sottobanco. Invece l'Inter si è suicidata.
«Era molto difficile che l'Inter non vincesse a Roma. Credevo alla fine sarebbe riuscita a portare a casa i tre punti. Invece s'è perduta davanti a se stessa».
Come spiega la debacle dei neroazzurri di Massimo Moratti?
«Perché non sono una squadra. La squadra non c'è, hanno fatto tutti poco, giocando sempre molto male. I risultati che hanno permesso loro di stare avanti per quasi tutto il campionato sono stati frutto di giocate dei singoli. Un gol di fino di Alvaro Recoba, una grande giocata del brasiliano, Ronaldo. ma niente collettivo. E senza squadra non si vince il campionato italiano. Mai».
Domenica mattina cosa aveva nel cuore? Che risultato pronosticava?
«Nel mio cuore riflettevo. L'impegno dell'Inter contro la Lazio era più ostico del nostro a Udine. Ma era difficile pensare che l'Inter avrebbe rinunciato a giocare.
A che punto della stagione ha ricominciato a sperare?
«Quando la Juventus ha battuto il Piacenza per uno a zero. Mettersi in tasca tre punti anziché uno è stato decisivo. Non tutti sanno ancora ragionare sui tre punti, che sono stati una rivoluzione e permettono le rimonte con più facilità che nel passato, quando alla vittoria andavano solo i due punti. Il goal di Nedved nel finale è stato importante».
E quando invece le è sembrato che la stagione si mettesse male?
«Nel derby di Torino. Vincevamo per tre a zero e il Toro ci ha rimontato fino al 3 a 3. E Salas ha scagliato un penalty sopra la traversa. I torinisti si sarebbero vantati per tutto l'anno di averci fatto perdere lo scudetto».
Cosa ha detto all'allenatore Marcello Lippi?
«Non sono ancora riuscito a parlargli, sono tutti blindati tra viaggio di ritorno e feste. Gli dirò bravo. Ho sempre avuto fiducia in Lippi. Anche se, dopo la parentesi di Milano allenando l'Inter e l'esonero, è un uomo diverso. È diventato più morbido. Ascolta di più chi gli sta intorno, ne valuta le idee, i pareri».
Un bene o un male?
«Lippi della prima Juventus era più deciso, più determinato. È ritornato più politico, più duttile. Una volta non ascoltava nessuno e andava diritto, con forza, per la sua strada. Adesso si confronta di più».
Ha parlato con suo fratello Umberto? Con Girando, Moggi e Bettega, i dirigenti?
«Non ancora. Saranno occupati con le interviste. Ma appena li raggiungo dirò bravi. Bravi a tutti, la squadra e lo staff di dirigenza.
Quale giocatore bianconero è risultato, secondo lei, determinante per questo XXVI scudetto?
«Il portiere, Gianluigi Buffon. Quando l'abbiamo preso ho chiesto un parere a Dino Zoff, anche in confronto con Francesco Toldo che dalla Fiorentina andava all'Inter. "Buffon è il più forte, mi ha detto - non ha uguali per i riflessi."
È un naturale. Zoff aveva ragione. Buffon ci ha consentito, con le sue parate decisive, di vincere quelle partite della rimonta, magari giocate non benissimo, ma senza le quali non saremmo arrivati al titolo. Le dico di più: se la Juventus avesse preso Buffon qualche anno prima, almeno due scudetti in più li avremmo vinti. Ci avrebbe dato i punti mancanti nelle ultime quattro stagioni».
Chi mette sul podio con Buffon?
«Tudor e Montero. Hanno incardinato la miglior difesa del campionato. La difesa conta sempre. E con loro Trezeguet, uomo di area, uomo da rete. Non fa gioco, non contribuisce magari direttamente all'azione, ma non sbaglia mai».
E Del Piero?
«È riapparso solo nell'ultimo mese, mese e mezzo. Quando è riapparso ha fatto la sua parte».
Da oggi siamo in campagna acquisti. Cominciamo dalle rivali di volata, Roma e Internazionale. Chi sceglie?
«Nella Roma quel difensore, Samuel, è proprio forte no? Se lo mette nella nostra difesa, ne fa un muro impenetrabile. Nell'Inter Vieri. Non l'avrei mai mandato via dalla Juve e mi dispiace ancora che se ne sia andato. Moratti ha dimostrato la scorsa estate che, insistendo, Vieri si può trattenere».
Alla fine niente scudetto dei veleni, come tanti temevano.
«In Italia il football è corretto. Scorretti sono certi tifosi e, qualche volta, i cronisti che mettono in giro polemiche inutili. La Lazio ha giocato una grande partita, anche se il pubblico non era il solito. I tifosi non volevano vincere, i giocatori sì».
Adesso è pronto per il Mondiale di Giappone e Corea?
«Lo guarderò, certo. La nazionale italiana è molto forte, come l'Argentina e la Francia. Ma occhio ai tedeschi. Nel calcio la Germania è come in economia. Magari sembra stentare e alla fine te la ritrovi sempre davanti».
Portare o no Roby Baggio?
«Baggio è il più grande dei giocatorini che io abbia visto al mondo. Matthäus, Platini, sono su un altro pianeta.
Una bella domenica allora?
«Sì, una bella domenica. Abbiamo vinto. Ora dobbiamo vincere anche gli altri giorni, dal lunedì al sabato. Non solo nelle sfide del calcio, ma in tutto il resto. Insieme.
La Juve è guidata in panchina da Carlo Parola e si appresta a vincere il suo sedicesimo scudetto. Dall'altra parte c'è la Ternana che, allenata da Enzo Riccomini , non riuscirà ad evitare una retrocessione in Serie B che a molti sembrava inevitabile.
Buona Visione!
Stagione 1974-1975 - Campionato di Serie A - 13 ritorno
Più netta del risultato la vittoria conquistata dalla Juve a Terni
BETTEGA-CAUSIO, L'ACCOPPIATA VINCENTE
Buona prestazione dei bianconeri, in vantaggio al 34' con Bettega
Nella ripresa Causio raddoppia contemporaneamente al pareggio del Napoli a Torino
Tre palle-gol fallite da Anastasi
Due rigori negati da Gussoni
La Juventus è stata virtualmente. campione d'italia per 18 minuti; dalle 17.03 alle 17.21 poi, mentre Causio metteva al sicuro il risultato raddoppiando il gol di Bettega. Il Napoli pareggiava a Torino con Braglia e così la festa del sedicesimo scudetto era rimandata: ai bianconeri basta un solo punto per cucirselo sulle maglie mentre ai napoletani resta la prospettiva, piuttosto remota, di uno spareggio. Gli ultimi 180 minuti non dovrebbero più riservare sorprese di sorta e ridursi ad una passerella della Juventus sia sul campo di Firenze che al Comunale torinese con il Lanerossi Vicenza dove si celebrerà l'apoteosi.
Anche a Terni la Juventus ha confermato di aver superato la leggera crisi primaverile e di aver ritrovato il passo giusto: è tornata a vincere in trasferta dopo quasi tre mesi (era dalla famosa partita di San Siro con il Milan che l'impresa non le riusciva), è stato un autentico monologo della squadra di Parola contro un avversario mal disposto tatticamente e psicologicamente scarico, frastornato nonché rassegnato alla retrocessione.
Il punteggio di 2-0 non esprime il divario fra le due squadre: l'arbitro Gussani, che non ha avuto grosse difficoltà a dirigere la partita per l'arrendevolezza dei rossoverdi umbri, aveva ignorato, sullo 0-0, un plateale fallo di mano di Benatti in piena area negando così un sacrosanto rigore ai bianconeri ed aveva sorvolato, all'ultimo minuto, anche su un sandwich di Panizza e Valle ai danni di Capello nell'area ternana, ma probabilmente il direttore di gara non ha voluto infierire.
A prescindere dai rigori non concessi, la Juventus avrebbe potuto maramaldeggiare se Anastasi avesse avuto maggior fortuna nelle conclusioni: il centravanti, nel secondo tempo, ha fallito di un soffio almeno tre palle-gol, complici Nardin, che ha effettuato una bellissima parata, e Valle, che ha salvato sulla linea di porta. Anastasi poteva ripetere l'exploit di sette giorni fa con la Lazio, ma oggi la sorte gli ha voltato le spalle. Non è il solo ad aver mancato il bersaglio: anche Causio ha sfiorato un paio di volte, con tiri insidiosi ai pali della porta di Nardin. Ancora una volta Causio è stato il grande protagonista della
partita e ha spadroneggiato in lungo e in largo, favorito anche da una mossa sbagliata di Riccomini che gli aveva assegnato Panizza come controllore, Panizza un centrocampista che non ha doti di marcatore e contro un Causio in gran vena, ispirato sia nel dribbling, sia nei passaggi, sia in fase conclusiva, e stato letteralmente ubriacato. Stupenda la rete che Causio ha realizzato al 19 della ripresa dopo una fuga di 50 metri. Il ritorno del barone ad alto livello è la nota lieta di questo finale di stagione.
La Juventus era scesa in campo concentrata e consapevole che avrebbe potuto chiudere la pratica-scudetto con due giornate di anticipo: sapeva che alla Ternana il pareggio non sarebbe servito per sperare ancora nella salvezza e si aspettava di essere aggredita. Gli umbri hanno tentato qualche affondo, ma Morini ha costantemente anticipato Garritano, annullando progressivamente le velleità del neo-centravanti granata.
Gentile braccava implacabilmente Traini e le insidie scaturivano invece ad opera di Donati che si spostava spesso a sinistra, portando fuori zona Cuccureddu: cross di Donati creavano un po' di scompiglio nell'area bianconera - ma era più fumo che arrosto. Ben presto l'iniziativa passava alla Juventus che diventava padrona del campo. Al 5' Causio finta va sulla destra, saltava Valà e centrava per Bettega che, ostacolato da Dolci, non riusciva a scaricare in porta il suo destro. Anche Scirea si spingeva spesso in avanti per contribuire all'azione offensiva sfruttando con intelligenza i corridoi liberi: da un suo traversone, Gentile sporcava il tiro, Anastasi arpionava la palla e concludeva a lato. La Ternana accennava ad una timida reazione ed effettuava la prima conclusione, senza esito, con Traini. La partita proseguiva senza scossoni, priva di pathos, la Juventus dava la chiara sensazione di poter fare sua l'intera posta e di aspettare soltanto il momento propizio per piazzare la botta vincente. Macinava gioco senza trovare molta opposizione da parte di un antagonista tecnicamente troppo inferiore.
La prima palla-gol si registrava al 21: Bettega serviva Anastasi che scambiava con Capello poi apriva sulla destra. Causio che aggirava Panizza e sparava a lato sinistro. Rovesciamento di fronte: Garritano riusciva finalmente a conquistare un pallone a Morini, entrava in area, sul lato destro, ma indirizzava fuori. Al 25 l'episodio del rigore non visto da Gussoni: Anastasi si liberava di Rosa sulla sinistra e centrava per Bettega, ma Benatti intercettava con il braccio destro. Tutto regolare per l'arbitro!
Al 28 Zoff interveniva per la prima volta su un tiro-cross di Valle: tre minuti dopo parava un pallone scagliato da Valà, peraltro fuori porta di un metro.
Il primo gol juventino arrivava al 34: dalla bandierina del corner. Viola toccava a Causio che centrava sottoporta, per Bettega, che di sinistro, con un tiro dal basso verso l'alto, insaccava. Un classico gol vecchia maniera per Bettega. A Terni l'ala sinistra non perdona: due anni fa aveva già segnato una doppietta decisiva in una vittoriosa trasferta di campionato.
Subito dopo il gol la Ternana si afflosciava. Causio e Capello dominavano. Viola si lasciava tentare a volte dalla voglia di strafare, ma anche lui si rendeva utile pur non giocando sul livello di domenica scorsa. Furino, generoso come sempre, rendeva nulle le iniziative di Crivelli ma talvolta difettava di precisione nei passaggi. Sempre più frequenti gli inserimenti di Cuccureddu, efficace fin sulla soglia dell'area avversaria ma troppo precipitoso nei tiri. Allo scadere del tempo Bettega offriva un bel pallone a Causio che si allargava troppo e Nardin, piazzato, neutralizzava.
Nella ripresa la Ternana sostituiva l'evanescente Garritano con Petrini. E proprio l'ex granata vivacizzava il gioco dei padroni di casa: al primo minuto sfuggiva a Morini e centrava basso per Traini che, in extremis, era anticipato da Gentile in calcio d'angolo. Le radioline, intanto, annunciavano che Pulici aveva portato in vantaggio il Torino: cominciava il count down dello scudetto. Ancora un brivido per i tifosi bianconeri: al 10 un disimpegno di Furino si trasformava in un passaggio per Valle che allungava verso Petrini in profondità: cross teso verso destra per Donati che superava ben due volte Zoff in uscita ma poi inciampava sulla palla e l'azione sfumava.
Tiri di Causio e Donati sfioravano la traversa, un'incursione di Scirea era bloccata da Nardin. Ma al 19 il portiere Ternano capitolava per la seconda volta: Scirea effettuava un lungo rinvio, la palla spioveva sulla metà campo tra Rosa e Anastasi che la sfiorava: se ne impossessava Causio che galoppava solitario verso la porta rossoverde, giunto in area vinceva il tackle con Dolci, aggirava Crivelli, tirava fuori dai pali Nardin e insaccava di sinistro nella porta ormai vuota. Un autentico capolavoro. Nello stesso istante Braglia pareggiava e l'entusiasmo dei sostenitori bianconeri accorsi numerosi al Liberati si raffreddava.
La partita non aveva più storia: Traini si produceva uno stiramento muscolare alla coscia sinistra e restava in campo solo per far numero mentre i bianconeri dilagavano, ma con le orecchie e gli sguardi tesi verso la panchina per sapere se il risultato di Torino fosse cambiato. Attesa vana. La gente, intanto, sfollava dallo stadio, un po' perché delusa dalla prova della Ternana, un po' perché cominciava a piovere e molti erano sprovvisti di ombrello.
È il 2 maggio 1982 ed Udinese e Juventus si sfidano nella tredicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio Friuli di Udine.
A fine campionato la Juventus conquisterà la sua Seconda Stella da appuntare sul petto. Dopo un lunghissimo testa a testa con la Fiorentina allenata da Giancarlo De Sisti, la spunta all'ultima giornata grazie ad una vittoria esterna a Catanzaro con un rigore del partente Liam Brady.
Dall'altra parte c'è l'Udinese allenata da Enzo Ferrari che ottiene una difficile salvezza all'ultima giornata.
Buona Visione!
Stagione 1981-1982 - Campionato di Serie A - 13 ritorno
Ha giocato 71 minuti confermando di essere ancora un grande campione
Paolo Rossi, la classe di sempre
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
UDINE Aveva segnato l'ultima rete in serie A proprio a Udine il 27 gennaio '80, un gol decisivo per il successo del Perugia (2-1). Paolo Rossi ha perso due anni per squalifica, non il vizio del gol. Nella cinquina della Juventus c'è anche il suo sigillo, quello del 3-1, che ha messo definitivamente in ginocchio I friulani, con un'incornata perfetta per scelta di tempo ed esecuzione.
Ma il gol è soprattutto importante per lui, per Rossi, che si è scrollato di dosso le ruggini fisiche e mentali accumulate in 734 giorni d'attesa per questo 2 maggio '82 che, probabilmente, ha sancito lo scudetto numero venti della Juve.
Gol a parte, Rossi ha anche fornito il calibrato cross dal quale è scaturito il 2-1 di Cabrini ed è apparso recuperato. Ha stentato, in avvio, ad entrare in partita. Ma era nel preventivi, un po' per l'emozione, un po' perché Galparo1i lo marcava stretto, con Orlando pronto ad intervenire in seconda battuta.
Poi, con la crescita della squadra, Rossi ha rotto il fiato, s'è scollato dal suo avversario, riabituandosi al clima agonistico (il ritmo lo troverà giocando), sfoderando lampi di classe genuina, non corrosa dalla lunga assenza: 71 minuti, una prova più che confortante che ha strappato il sorriso anche a Bearzot.
Alle quattro della sera «Pablito» è sceso nell'arena di Udine per dimostrare non solo agli altri ma anche a se stesso che i due anni di ingiusto esilio dai campi di gioco l'hanno restituito integro alla Juventus e alla Nazionale
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UDINE E così, in un «Friuli» da festa grande come soltanto la provincia sa fare nelle grandi occasioni, Paolo Rossi è tornato ufficialmente in campo e, nel giro di un quarto d' ora (giusto il tempo di scrollarsi di dosso il magone del suo nome scandito dall'altoparlante, assaporare ad occhi chiusi la dolcezza degli applausi subito mitigata dalla marcatura di Galparoli e mettere a fil di palo un traversone di Scirea) ha saputo esorcizzare i fantasmi del suo «male oscuro»: quelli, cioé, che gli hanno tenuto costantemente compagnia dal 18 maggio di due anni fa, quando la Commissione Disciplinare lo incolpò di aver alterato il risultato di Avellino-Perugia e le sue due reti - lui che proprio nella fiammata di un gol ha identificato il perno della sua realizzazione di uomo si trasformarono in spietate accusatrici e come un assurdo boomerang gli procurarono tre anni di squalifica, poi ridotti a due in appello. Ecco, da allora Paolo Rossi uscì in punta di piedi e a testa china dalla bella favola iniziata ai Mondiali argentini del 1978 quando divenne «Pablito» per tutti ed entrò invece in una dimensione inquietante che lui stesso, ragazzo di provincia trasformatosi soltanto superficialmente in metropolitano, visse malamente come un'odissea in cui la speranza di una riabilitazione spesso promessa ma mai concessa si stemprava inevitabilmente nella delusione (niente amichevoli né partite di beneficienza, niente di niente insomma) eppoi la delusione scadeva nella rabbia di sentirsi un emarginato. O peggio ancora, quasi un clandestino di se stesso.
"Ufficialmente mi dicevo che tutto sarebbe passato",
ricordava sabato scorso con l'umiltà dei campioni autentici che forse proprio nella paura di un insuccesso finiscono per trovare al contrario la molla principale del loro successo,
"ma in realtà in questi due anni mi sono sentito quasi una controfigura di me stesso. Era come guardarmi in una fotografia scattata chissà quando e non riconoscermi. E in quei giorni soltanto con la rabbia riuscivo a giustificare i miei allenamenti che finivano per diventare interminabili perché non si concretizzavano mai in una vera partita. Con la rabbia, quindi, ma anche con l'orgoglio di un uomo comune che non vuole sentirsi emarginato".
LA VIGILIA. In altre parole, Paolo Rossi ha vissuto per due anni un processo mentale inverso a quello che lo consacrò ufficialmente campione prima a Vicenza e poi a Perugia. Allora furono giorni esaltanti: grazie a lui, una provinciale teneva testa alle grandi, un'intera squadra giocava per i suoi gol e Farina si permise il lusso di negarlo alla Juventus. Durante la squalifica, invece, Rossi ha dovuto ripartire da zero, ricostruirsi e soprattutto ritrovarsi. E seppure con fatica, ha saputo tenere duro trovando l'alchimia giusta in una ricetta fatta di un po' di tutto: rabbia, stupore, forse anche vergogna, e speranza. Ma principalmente ha trovato la Juventus e gli juventini. E con umiltà, a Torino, l'uomo si è autoescluso dal personaggio diventando perfino la riserva «pro tempore» di Giuseppe Galderisi un diciannovenne della squadra Primavera.
"E stato soltanto grazie alla Juventus",
ha ripetuto fino ad oggi con ostinazione, quasi fosse una specie di training autogeno,
"se in questo periodo la mia vita non è cambiata. E stato vivendo assieme ai miei compagni di squadra che mi sono fatto una ragione di quanto mi è successo e sono riuscito a ipotizzare perfino una vita normale con un diploma di ragioneria al posto di una maglia azzurra e sposarmi con Simonetta".
Giorni e mesi difficili, dunque, soprattutto intimamente. Poi il rimpianto ossessionante del pallone pronto a lacerarlo ogni domenica pomeriggio, in uno stillicidio di interviste provocatorie e di promesse rubate e subito smentite unicamente per pudore il giorno dopo. E al solito ritornello di una Juventus e di una Nazionale in attesa dei suoi miracoli.
"Lo so che la gente da me pretenderà molto ",
si difendeva fino a ieri ,
"ma io ho imparato la lezione e mi sento soltanto uno dei tanti. Adesso mi basta sapere che posso finalmente ritornare in uno stadio a testa alta perché la mia condanna è finita. Per quanto riguarda, invece, il mio ruolo di calciatore sono il primo ad avere paura: dopo due anni, il più scettico verso Paolo Rossi sono proprio io".
Il tutto detto sempre sottovoce, con il ricordo costante dei giorni bui, dell'umiliazione e con un rimpianto che spesso finiva per stemprarsi nell'emarginazione. Ma evitando sempre con orgoglio di cadere nel facile compromesso del vittimismo e del perdono.
L'ESORDIO. In questa altalena, dunque, Paolo Rossi ha esaurito il suo conto alla rovescia alle quattro di domenica pomeriggio ed ha affrontato la sua tesi di laurea. Principalmente per laurearsi contro le sue paure e l'odissea detta all'inizio ma in verità Udine, al suo ingresso in campo era tutta con lui e il prologo ha visto quarantamila spettatori applaudire il suo ritorno ufficiale. Il presidente Mazza (che per l'occasione ha dimenticato le sue grane sindacali) e il sindaco Candolini (democristiano e proprietario delle distillerie omonime) hanno dato il «la» e lui, piccolo grande uomo, li ha ringraziati alla sua maniera. Giocando di nuovo come sapeva giocare Pablito: forse ha ripensato alle promesse fatte in mattinata per telefono alla moglie Simonetta dal ritiro di Tricesimo, forese ha riassunto i discorsi notturni fatti con Tardelli che divideva con lui la camera 211 dell'Hotel Boschetti, forse ha cercato tra i quarantamila i genitori e il fratello Rossano (che da ragazzo tentò pure lui l'avventura calcistica nella Primavera della Juventus, ai tempi in cui Italo Allodi era un dipendente di Boniperti) venuti da Prato, poi è scattata la metamorfosi del campione di ieri e dopo alcune indecisioni (grazie a lui, Galparoli ha fatto un figurone) ha servito a Cabrini il pallone del 2-1 e nella ripresa, erano passati appena due minuti di gioco, è venuto il gol liberatorio. Una punizione di Brady che spiove davanti a Borin e pare destinata alla testa di Tardelli, lui che spinge via il compagno con egoismo disperato ed è la rete attesa (e provata tante volte in solitudine col replay della memoria) da 735 giorni. Un' eternità. Un colpo di testa, cioè, che per lui
«...vale una vita, anzi di più».
E nella sua corsa verso i popolari c'era tutto questo.
"E stato come se fossi nato in quel momento",
ha spiegato
"dopo non sapevo neppure io cosa stavo facendo. In quel momento non vi erano tifosi juventini o udinesi, ma soltanto gente che mi applaudiva di nuovo".
In altre parole, è stata la fine di un incubo. E l'applauso che ha accompagnato il suo scatto verso le gradinate ha spiegato una volta di più che la sua paura era anche la nostra.
IN DEFINITIVA, il «Friuli» ha vissuto il suo giorno più lungo: iniziato con rabbia il sabato pomeriggio quando si è dovuto ricoprire in brevissimo tempo uno slogan del Movimento Autonomo Friuliano («No alle servirtù militari», firmato Mandi che sta per «Mano di Dio») contro l' eccessivo impegno militare della regione (circa un terzo dell'esercito italiano è infatti di stanza nel Friuli), è terminato con la soddisfazione di Enzo Bearzot che ha fatto da contraltare a quella di Paolo Rossi. Al momento del suo gol, come in un crescendo rossiniano, Bearzot è stato infatti il primo ad alzarsi in piedi ed applaudire il suo eroe ritrovato,
«Pablito ha superato la prova a pieni voti ",
ha ammesso il Citi,
"dimostrando di essere un campione ma soprattutto ha fatto vedere di essere un uomo: ha saputo tenere duro nel momento più brutto della sua carriera e questa è una prerogativa dei grandi calciatori".
Ma Paolo Rossi non ha sentito l'elogio di Bearzot: lui aveva chiesto a Trapattoni di essere sostituito a poco meno di mezz'ora dal fischio finale dell'arbitro D'Elia e stava preparandosi a partire per Vicenza. Simonetta lo aspettava al ristorante «Il Pozzo» per rivivere, loro due soltanto, i momenti antichi e nuovi del loro primo incontro, del loro matrimonio e della loro vittoria sulla vita. Quella più difficile ma soprattutto quella vissuta per intero con una dignità e una professionalità ammirevoli.
Claudio Sabattini tratto dal Guerin Sportivo anno 1982 nr.18
Le cose non si erano messe bene per la Vecchia Signora, che dopo due minuti aveva dovuto subire il gol del giovane Miano. Poi però ci ha pensato subito Marocchino a rimettere in equilibrio il risultato (nelle foto l'azione del gol a la gioia) e quando poco dopo su cross di Rossi Cabrini ha infilato di sinistro la porta difesa da Borin si è capito che la Juventus avrebbe portato via l'intera posta dal «Friuli». Infatti, dopo il 3-1 siglato da «Pablito», ancora Cabrini e poi Virdis hanno arrotondato il punteggio, che forse punisce eccessivamente i friulani ma di sicuro dice quanto sia in forma in questo momento la squadra di Trapattoni. In attesa, ovviamente, di vedere all'opera Boniek e Platini! - Guerin Sportivo anno 1982 nr.18