È il 2 maggio 1982 ed Udinese e Juventus si sfidano nella tredicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1981-82 allo Stadio Friuli di Udine.
A fine campionato la Juventus conquisterà la sua Seconda Stella da appuntare sul petto. Dopo un lunghissimo testa a testa con la Fiorentina allenata da Giancarlo De Sisti, la spunta all'ultima giornata grazie ad una vittoria esterna a Catanzaro con un rigore del partente Liam Brady.
Dall'altra parte c'é l' Udinese allenata da Enzo Ferrari che ottiene una difficile salvezza all'ultima giornata.
Buona Visione!
Ha giocato 71 minuti confermando di essere ancora un grande campionePaolo Rossi, la classe di sempreDAL NOSTRO INVIATO SPECIALEUDINE Aveva segnato l'ultima rete in serie A proprio a Udine il 27 gennaio '80, un gol decisivo per il successo del Perugia (2-1). Paolo Rossi ha perso due anni per squalifica, non il vizio del gol. Nella cinquina della Juventus c'è anche il suo sigillo, quello del 3-1, che ha messo definitivamente in ginocchio I friulani, con un'incornata perfetta per scelta di tempo ed esecuzione.
Ma il gol è soprattutto importante per lui, per Rossi, che si è scrollato di dosso le ruggini fisiche e mentali accumulate in 734 giorni d'attesa per questo 2 maggio '82 che, probabilmente, ha sancito lo scudetto numero venti della Juve.
Gol a parte, Rossi ha anche fornito il calibrato cross dal quale è scaturito il 2-1 di Cabrini ed è apparso recuperato. Ha stentato, in avvio, ad entrare in partita. Ma era nel preventivi, un po' per l'emozione, un po' perché Galparo1i lo marcava stretto, con Orlando pronto ad intervenire in seconda battuta.
Poi, con la crescita della squadra, Rossi ha rotto il fiato, s'è scollato dal suo avversario, riabituandosi al clima agonistico (il ritmo lo troverà giocando), sfoderando lampi di classe genuina, non corrosa dalla lunga assenza: 71 minuti, una prova più che confortante che ha strappato il sorriso anche a Bearzot.Bruno Bernanditratto da: La Stampa 3 maggio 1982
Alle quattro della sera «Pablito» è sceso nell'arena di Udine per dimostrare non solo agli altri ma anche a se stesso che i due anni di ingiusto esilio dai campi di gioco l'hanno restituito integro alla Juventus e alla Nazionale
olé
UDINE E così, in un «Friuli» da festa grande come soltanto la provincia sa fare nelle grandi occasioni, Paolo Rossi è tornato ufficialmente in campo e, nel giro di un quarto d' ora (giusto il tempo di scrollarsi di dosso il magone del suo nome scandito dall'altoparlante, assaporare ad occhi chiusi la dolcezza degli applausi subito mitigata dalla marcatura di Galparoli e mettere a fil di palo un traversone di Scirea) ha saputo esorcizzare i fantasmi del suo «male oscuro»: quelli, cioé, che gli hanno tenuto costantemente compagnia dal 18 maggio di due anni fa, quando la Commissione Disciplinare lo incolpò di aver alterato il risultato di Avellino-Perugia e le sue due reti - lui che proprio nella fiammata di un gol ha identificato il perno della sua realizzazione di uomo si trasformarono in spietate accusatrici e come un assurdo boomerang gli procurarono tre anni di squalifica, poi ridotti a due in appello. Ecco, da allora Paolo Rossi uscì in punta di piedi e a testa china dalla bella favola iniziata ai Mondiali argentini del 1978 quando divenne «Pablito» per tutti ed entrò invece in una dimensione inquietante che lui stesso, ragazzo di provincia trasformatosi soltanto superficialmente in metropolitano, visse malamente come un'odissea in cui la speranza di una riabilitazione spesso promessa ma mai concessa si stemprava inevitabilmente nella delusione (niente amichevoli né partite di beneficienza, niente di niente insomma) eppoi la delusione scadeva nella rabbia di sentirsi un emarginato. O peggio ancora, quasi un clandestino di se stesso.
"Ufficialmente mi dicevo che tutto sarebbe passato",
ricordava sabato scorso con l'umiltà dei campioni autentici che forse proprio nella paura di un insuccesso finiscono per trovare al contrario la molla principale del loro successo,
"ma in realtà in questi due anni mi sono sentito quasi una controfigura di me stesso. Era come guardarmi in una fotografia scattata chissà quando e non riconoscermi. E in quei giorni soltanto con la rabbia riuscivo a giustificare i miei allenamenti che finivano per diventare interminabili perché non si concretizzavano mai in una vera partita. Con la rabbia, quindi, ma anche con l'orgoglio di un uomo comune che non vuole sentirsi emarginato".
LA VIGILIA. In altre parole, Paolo Rossi ha vissuto per due anni un processo mentale inverso a quello che lo consacrò ufficialmente campione prima a Vicenza e poi a Perugia. Allora furono giorni esaltanti: grazie a lui, una provinciale teneva testa alle grandi, un'intera squadra giocava per i suoi gol e Farina si permise il lusso di negarlo alla Juventus. Durante la squalifica, invece, Rossi ha dovuto ripartire da zero, ricostruirsi e soprattutto ritrovarsi. E seppure con fatica, ha saputo tenere duro trovando l'alchimia giusta in una ricetta fatta di un po' di tutto: rabbia, stupore, forse anche vergogna, e speranza. Ma principalmente ha trovato la Juventus e gli juventini. E con umiltà, a Torino, l'uomo si è autoescluso dal personaggio diventando perfino la riserva «pro tempore» di Giuseppe Galderisi un diciannovenne della squadra Primavera.
"E stato soltanto grazie alla Juventus",
ha ripetuto fino ad oggi con ostinazione, quasi fosse una specie di training autogeno,
"se in questo periodo la mia vita non è cambiata. E stato vivendo assieme ai miei compagni di squadra che mi sono fatto una ragione di quanto mi è successo e sono riuscito a ipotizzare perfino una vita normale con un diploma di ragioneria al posto di una maglia azzurra e sposarmi con Simonetta".
Giorni e mesi difficili, dunque, soprattutto intimamente. Poi il rimpianto ossessionante del pallone pronto a lacerarlo ogni domenica pomeriggio, in uno stillicidio di interviste provocatorie e di promesse rubate e subito smentite unicamente per pudore il giorno dopo. E al solito ritornello di una Juventus e di una Nazionale in attesa dei suoi miracoli.
"Lo so che la gente da me pretenderà molto ",
si difendeva fino a ieri ,
"ma io ho imparato la lezione e mi sento soltanto uno dei tanti. Adesso mi basta sapere che posso finalmente ritornare in uno stadio a testa alta perché la mia condanna è finita. Per quanto riguarda, invece, il mio ruolo di calciatore sono il primo ad avere paura: dopo due anni, il più scettico verso Paolo Rossi sono proprio io".
Il tutto detto sempre sottovoce, con il ricordo costante dei giorni bui, dell'umiliazione e con un rimpianto che spesso finiva per stemprarsi nell'emarginazione. Ma evitando sempre con orgoglio di cadere nel facile compromesso del vittimismo e del perdono.
L'ESORDIO. In questa altalena, dunque, Paolo Rossi ha esaurito il suo conto alla rovescia alle quattro di domenica pomeriggio ed ha affrontato la sua tesi di laurea. Principalmente per laurearsi contro le sue paure e l'odissea detta all'inizio ma in verità Udine, al suo ingresso in campo era tutta con lui e il prologo ha visto quarantamila spettatori applaudire il suo ritorno ufficiale. Il presidente Mazza (che per l'occasione ha dimenticato le sue grane sindacali) e il sindaco Candolini (democristiano e proprietario delle distillerie omonime) hanno dato il «la» e lui, piccolo grande uomo, li ha ringraziati alla sua maniera. Giocando di nuovo come sapeva giocare Pablito: forse ha ripensato alle promesse fatte in mattinata per telefono alla moglie Simonetta dal ritiro di Tricesimo, forese ha riassunto i discorsi notturni fatti con Tardelli che divideva con lui la camera 211 dell'Hotel Boschetti, forse ha cercato tra i quarantamila i genitori e il fratello Rossano (che da ragazzo tentò pure lui l'avventura calcistica nella Primavera della Juventus, ai tempi in cui Italo Allodi era un dipendente di Boniperti) venuti da Prato, poi è scattata la metamorfosi del campione di ieri e dopo alcune indecisioni (grazie a lui, Galparoli ha fatto un figurone) ha servito a Cabrini il pallone del 2-1 e nella ripresa, erano passati appena due minuti di gioco, è venuto il gol liberatorio. Una punizione di Brady che spiove davanti a Borin e pare destinata alla testa di Tardelli, lui che spinge via il compagno con egoismo disperato ed è la rete attesa (e provata tante volte in solitudine col replay della memoria) da 735 giorni. Un' eternità. Un colpo di testa, cioè, che per lui
«...vale una vita, anzi di più».
E nella sua corsa verso i popolari c'era tutto questo.
"E stato come se fossi nato in quel momento",
ha spiegato
"dopo non sapevo neppure io cosa stavo facendo. In quel momento non vi erano tifosi juventini o udinesi, ma soltanto gente che mi applaudiva di nuovo".
In altre parole, è stata la fine di un incubo. E l'applauso che ha accompagnato il suo scatto verso le gradinate ha spiegato una volta di più che la sua paura era anche la nostra.
IN DEFINITIVA, il «Friuli» ha vissuto il suo giorno più lungo: iniziato con rabbia il sabato pomeriggio quando si è dovuto ricoprire in brevissimo tempo uno slogan del Movimento Autonomo Friuliano («No alle servirtù militari», firmato Mandi che sta per «Mano di Dio») contro l' eccessivo impegno militare della regione (circa un terzo dell'esercito italiano è infatti di stanza nel Friuli), è terminato con la soddisfazione di Enzo Bearzot che ha fatto da contraltare a quella di Paolo Rossi. Al momento del suo gol, come in un crescendo rossiniano, Bearzot è stato infatti il primo ad alzarsi in piedi ed applaudire il suo eroe ritrovato,
«Pablito ha superato la prova a pieni voti ",
ha ammesso il Citi,
"dimostrando di essere un campione ma soprattutto ha fatto vedere di essere un uomo: ha saputo tenere duro nel momento più brutto della sua carriera e questa è una prerogativa dei grandi calciatori".
Ma Paolo Rossi non ha sentito l'elogio di Bearzot: lui aveva chiesto a Trapattoni di essere sostituito a poco meno di mezz'ora dal fischio finale dell'arbitro D'Elia e stava preparandosi a partire per Vicenza. Simonetta lo aspettava al ristorante «Il Pozzo» per rivivere, loro due soltanto, i momenti antichi e nuovi del loro primo incontro, del loro matrimonio e della loro vittoria sulla vita. Quella più difficile ma soprattutto quella vissuta per intero con una dignità e una professionalità ammirevoli.
Claudio Sabattini
tratto dal Guerin Sportivo anno 1982 nr.18
























