venerdì 5 giugno 2026

5 Giugno 1960: Palermo - Juventus

É il 5 Giugno 1960 e Palermo e Juventus si sfidano nella diciassettesima Giornata del Girone di Andata del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1959-60 allo Stadio 'La Favorita' di Palermo.

La Juve allenata in panchina dalla coppia Renato Cesarini e Carlo Parola strabiglia tutti con il suo gioco. Con un Omar Sivori e John Charles in gran spolvero. Aggiungiamoci pure Giampiero Boniperti arretrato a centrocampo i bianconeri vincono il loro Undicesimo Tricolore davanti alla Fiorentina e al Milan.

Dall'altra parte c'é un Palermo che dopo una battaglia fino all'ultima partita deve salutare la massima divisione e scendere di categoria. Davvero un altro calcio - non meno affascinante di questo moderno! Anzi!

Buona Visione!

 



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Stagione 1959-1960 - Campionato di Serie A - 17 ritorno
Palermo - Stadio La Favorita
domenica 5 giugno 1960 ore 16.00
PALERMO-JUVENTUS 1-1
MARCATORI: Sivori 37, Greatti 53

PALERMO: Anzolin, De Bellis, Sereni, Benedetti, Grevi, Malavasi, Vernazza, Carpanesi, Arce, Bernini, Greatti
Allenatore: Cestmir Vycpalek

JUVENTUS: Vavassori, Garzena, Sarti B., Emoli, Cervato, Colombo U., Nicolè, Boniperti G., Charles, Sivori, Stacchini
Allenatore: Carlo Parola

ARBITRO: Jonni
ESPULSIONI: Arce 88 (Palermo)



L'undicesimo scudetto ai bianconeri, la promozione ai granata
Juventus e Torino terminano in testa i campionati di calcio di serie A e B
Il Novara, salvandosi dalla C, completa l'affermazione del football piemontese.
Arrivederci per Genoa, Alessandria e Palermo 
Un nome nuovo, il Lecco, ed il Catania risalgono insieme ai granata


L'ultima giornata del campionato non ha risolto molti problemi che la classifica  proponeva, ma quel lo che rimane  e, in fondo, cosa di poco conto. Non resta che designare la terza squadra da retrocedere dalla Serie B  a quella inferiore e sarà disputato a questo scopo uno spareggio che non intralcerá però lo svolgimento dell' utimo mese dello stagione dedicato agli incontri internazionali. 

Pensiamo che la Lega fará iniziare immediatamente i tornei fra Simmenthal, Venezia e Taranto per sgombrare il terreno da quest'ultimo residuo. Sono gli ultimi sussulti del campionato, insignificanti per noi, ma ricchi di tifo e di passione per le cittá che vi sono interessate.

Il resto riguarda la Juventus, adornata dal suo undicesimo scudetto, capolista del calcio nazionale, una scuola di gioco un modello di organizazione. Il campionato é un'avventura solamente per le squadre disorganizzate. Per lo altre è semplicemente uno svolgimento di un'impresa in cui l'imprevisto viene ridotto al minimo, all'episodio casuale. Vi concorana in giusta distribuzione delle forze, in continuitá della forma, il crescendo della efficienza quindi, per gran parte, un problema di organizazione, tecnico e agonistico insieme, amministrativo e logistica. Le grandi società sono degli organismi pressoché perfetti, in cui tutte le ruote girano con ritmi uguali. Il problema del gioco costituisce naturalmente il fattore prominente, con soluzioni che variano a seconda della diversa levatura tecnica delle varie formazioni, della diversa intelligenza dei singoli, del loro diverso temperamento.

La preparazione di una squadra si basa su basi scientifiche. In scuola calcistica ha moduli e traf tati, gli allenatori non basta più che siano degli ex gincatori ma ad essi si richiede una grande capacitá didattica, una conoscenza profonda delle premesse teoriche del gioco, una notevole capacitá di assimilazione di tutto quanto viene matuando nel mondo del calcio. Le grandi squadre sono quindi il risultato di una variazione graduale e continua, volta alla ricerca del prodosto finito, passato attraverso tutti i collaudi, temprato alla fiamma delle prove piú dure. Esse richiedono, quindi grandi mezzi, u disponibilitá finanziaria solida, la possibilità di svolgere un lavoro progressivo, metodicamente e razionalmente, lungo un ciclo di anni. É un impresa enorme.

A questo tipo appartiene la Juventus. Essa é fatta non su misura nazionale, ma europea. Il suo valore ha quotazione in tutte le borse calcistiche d'Europa, il suo nome é iscritto nell'albo della grande aristocrazia calcistica continentale, fa parte di quelle grandi famiglie che costituiscono il nucleo centrale, in veritá non troppo numerosa, di un attivitá che trascende ormai il suo significato sportivo per acquistare un importanza sociale e politica. Questa sua undicesima vittoria non é quindi il felice risultato di un avventura ma il compimento di un impresa diligimente studiata sulla grande mappa della nostra organizazzione calcistica, guidata con perizia da una pattuglia di piloti e condotta a termine col passo sicuro di chi conosce la strada e sa dove vuole giungere.

Diverse, naturalmente, la figura, la situazione, la marcia del Torino. Giudicatela come volete la stagione della squadra granata resta sempre il fatto che essa é finita con la conquista di quel traguardo che costituisce il solo grande impegno assunto dai nuovi dirigenti giocatori e tifosi potevano giá dire di aver concluso la loro lunga e involta tempostosa lotta per la rinascita.

Il Torino era salito al comando del grione alla sedicesima giornata con la vittoria in trasferta sul Messina, il 10 gennaio scorso. Al primo posto é rimasto per venti domeniche ed é stato scavalcato dal Lecco proprio nel giorno in cui conquistava il diritto alla promozione. Per due domeniche la squadra granata a tallonato la giovane e valorosa avversaria e proprio sul filo di lana essa é risalita al posto che le competeva di diritto per splendore di passato e dignitá di blasone.

Il Torino ha avuto giornate di difficoltá, sono scoppiati dissidi fra i dirigenti, in formazione della squadra é apparsa in certi momenti un rebus di difficile soluzione, ora bisognatener conto del lavoro arduo di riorginazziazone resosi necessario dopo la disastrosa stagione passata quando a molti parve perfino che il vessillo sociale dovesse venire ripiegato per sempre. Una squadra da rimettere in piedi, un bilancio senza fondamenta da riassestare, un consiglio direttivo da rifare, tutta una organizazzione societaria da impiantare, un'impresa immane, come chi lavori fra le macerie di un disastro. Si sono commessi errori, ma non sappiamo chi avrebbe potuto evitarli. C'era tutta una esperienza da rifare, uomini nuovi da portare, una continuitá tecnica di gioco da ricreare, un nome glorioso da risollevare dall'umiliazione del tracollo.

Non ci sembrava quindi il caso di sopravvalutare i dissidi. La Societá ordinata e senza grane sono quelle in cui un unico mecenate comanda e dispone. Le altre tirano avanti in una polemica continua perché chiunqu concorra a puntellare il bilancio ha qualcosa da dire, e lo dice. Ora tutto é finito, il traguardo é raggiunto. Questi dirigenti che hanno trascorso un'annata tremenda, poco accorti spesso, impulsivi a tratti purtroppo, hanno tuttavia dato prova di generositá, di uno spirito di sacrificio, di una buona fede che faceva perdonare le loro impennate e meritano quindi lode anch'essi nel momento in cui tutte le fronti si spianano e gli animi si placano. Un compito anche piú arduo attende ora il Torino. La squadra torna in cantiere, i lavori di riparazione e di potenziamento si iniziano, attendiamo con fiducia il nuovo varo.

La Serie A perde due squadre di grande passato: Genoa e Alessandria. É un distacco doloroso, ma vedrete che risaliranno presto. E tornerá a brillare anche la stella del Genoa che sta passando un dei periodi piú tristi della sua esistenza.

Salgono col Torino al massimo girone, un nome nuovo il Lecco ed uno giá noto il Catania. Il calcio sta rinfrescando i suoi ranghi. Cagliari e Modena discendono in Serie C e una terza squadra li seguirá fra non molto. Dalla Serie C avanza invece una vecchia conoscenza: la Pro Patria che va a rinforzare il girone dei cadetti. La squadra bustese ebbe giá il suo periodo d'oro anni orsono quando fece parte del gruppo delle elette. Discese col Novara alla fine della stagione 1955-56 per una discesa lunga. Ora comincia a risalire e, con essa salgono Prato e Foggia nomi nuovi, virgulti giovani.

Il Novara ha cancellato del tutto domenica la sua crisi che l'aveva posta sull'orlo della retrocessione. Alla 35esima giornata era ancora al penultimoposto, alla 38esima ha seminato sette squadre alle sue spalle. Piú che una riscossa é stato uno scatto da purosange

Ettore Berra
tratto da: La Stampa 6 giugno 1960



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giovedì 4 giugno 2026

4 Giugno 1983: Roma - Juventus

É il 4 Giugno 1983 Roma Juventus si sfidano nella gara di ritorno dei Quarti di Finale della Coppa Italia 1982-83 allo Stadio 'Olimpico' di Roma.

I bianconeri piemontesi sono oramai considerati 'la squadra piú forte del mondo' avendo in rosa motli elementi della nazionale Italiana Campione del Mondo a Spagna 82, con l'aggiunta di due fuoriclasse assoluti come Michel Platini e Zibì Boniek. Ma nonostante questo i bianconeri non riescono a conquistare la Coppa dei Campioni battuti in finale dall'ostico Amburgo.

In campionato non tengono il passo proprio della Roma che vince il suo secondo scudetto. 

Poi però si rifanno nella coppa nazionale - sbattuti via proprio i giallorossi, i biancoeri vincono il trofeo in finale contro l' Hellas Verona. Il tutto dopo due gare da thriller ed una rimonta spettacolare.

Buona Visione!



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Stagione 1982-1983 - Coppa Italia - Quarti, ritorno
Roma - Stadio Olimpico
sabato 4 giugno 1983 ore 18:30 
ROMA-JUVENTUS 0-2
MARCATORI: Tardelli 49, Boniek 53

ROMA: Tancredi, Nappi, Vierchowod, Righetti, Di Bartolomei, Nela, Chierico (Valigi 80), Prohaska, Iorio (Faccini 80), Ancelotti, Conti
A disposizione: Superchi, Lucci, Giovannelli
Allenatore: Nils Liedholm

JUVENTUS: Bodini, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea (Prandelli 55), Marocchino (Galderisi 20), Tardelli, Rossi P., Platini, Boniek
A disposizione: Carraro, Storgato, Furino
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Lo Bello R.
RIGORI FALLITI: Prohaska 42 (Roma)
AMMONIZIONI: Cabrini 80 (Juventus); Nela, Vierchowod 43 (Roma)



Juve e Inter si ritrovano in semifinale 
COPPA ITALIA I bianconeri hanno battuto la Roma per la quarta volta nella stagione del mancato scudetto 
La squadra di Trapattoni si è imposta all'Olimpico con reti di Tardelli e Boniek 
Bodini ha parato anche un rigore di Prohaska 
Zoff in tribuna applauditissimo 

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE ROMA — Neppure al quarto assalto, in uno stadio completamente esaurito (record d'incasso per la Coppa Italia), la Roma campione è riuscita a superare la Juventus. Erano venuti in 70 mila per questo, se ne sono tornati tutti a casa ancora una volta delusi. La Juventus ha vinto con pieno merito, per 2 a 0, reti di Tardelli e Boniek ed il successo non è stato mai in dubbio malgrado la Roma avesse tentato all'inizio di sorprendere i bianconeri con manovre decise e a tratti pure cattive. La Juventus ha atteso paziente, ha controllato il gioco, ha colpito in contropiede i rivali, che hanno chiuso l'incontro in ginocchio. 
Nella Roma mancava Falcao, è vero, ma l'assenza del brasiliano, pur importante, non può giustificare una cosi chiara sconfitta. La verità è una sola, ribadita dai fatti: malgrado abbia perduto lo scudetto, la Juventus è superiore alla Roma. Il risultato dell'andata naturalmente ha influito sull'atteggiamento tattico delle due squadre, ma non ha per questo limitato la tensione della partita, ricca di combattività e anche più specie da parte della Roma, estremamente nervosa e in vena di rissa. Per un quarto d'ora c'è stato poco o niente in campo, poi le ostilità sono state aperte da Bruno Conti, abile nel tiro di sinistro dopo una lunga preparazione: Bodini, molto bravo ieri, ha bloccato a terra. Il portiere bianconero nel primo tempo è stato autore di grandi parate. Al 39' è volato come un gatto per deviare un destro di Prohaska dall'altezza del dischetto e al 42', addirittura, ha fermato a terra un calcio di rigore di Prohaska. L'austriaco ha calciato molle di piatto, ma Bodini è stato molto intelligente ad intuire la direzione. 
Zoff, applauditissimo in tribuna, era sicuro della parata di Bodini. Il fallo, si fa per dire, era stato di Gentile su Ancelotti. L'arbitro Lo Bello, nell'occasione, non è parso felice nella decisione, però va detto che un minuto prima Iorio era finito a terra in area a contatto con Scirea senza che il direttore di gara fischiasse il rigore: una specie di strana legge di compensazione, anche più assurda visto che in nessuna delle due occasioni i falli parevano cosi gravi da giustificare il rigore. Gli episodi riguardanti la Roma, tuttavia, non devono trarre in inganno. Malgrado un'indubbia superiorità territoriale (piuttosto sterile) della squadra campione, è stata invece la Juventus a creare le occasioni migliori. I bianconeri, approfittando dello sbilanciamento in avanti degli avversari (che applicavano sistematicamente la trappola del fuorigioco), sono arrivati vicinissimi al gol al 22' con una punizione di Platini, bloccata a fatica da Tancredi, ed hanno replicato al 28' con una splendida azione personale di Boniek, atterrato con un gran calclone da Nela mentre volava solo verso la porta di Tancredi. Boniek aveva superato in velocità tre avversari, Nela, ovviamente, è stato ammonito. Più tardi è finito sul libretto nero dell'arbitro anche il nome di Vierchowod, reo di un brutto fallo su Rossi (43'). Ancelotti, autore di un'entrata altrettanto cattiva su Brio (44'), è stato perdonato dal signor Lo Bello. 
La superiorità della Juventus ha colto comunque i suoi frutti nella ripresa. Ed é stato logico, tanta era migliore la disposizione tattica e psicologica della squadra di Trapattoni. Il primo gol è arrivato al 49'. Boniek ha approfittato di un errore della Roma nell'applicare la tattica del fuorigioco ed ha lanciato sulla destra Tardelli, in posizione regolarissima. Il centrocampista ha fatto mezzo campo al galoppo, è entrato in area infilando la porta. La Roma, a questo punto, si è sciolta, neve al sole, e la Juventus ha raddoppiato con estrema facilità. Platini ha lanciato Boniek al 53' ed il polacco, miglior uomo in campo, ha beffato Tancredi con un tocco di esterno destro. Più o meno come mercoledì scorso, soltanto che a Torino Boniek aveva usato il sinistro. Il resto è stata pura routine per i bianconeri, persino superflua da raccontare. Bastano un paio di azioni, tanto per concludere la giornata. Galderisi, al 79', ha scartato tutti e ha tirato addosso a Tancredi, all'80' Cabrini è stato ammonito per proteste e all'83' Bodini è volato a deviare sul palo una punizione ad effetto di Conti. 
E intanto i tifosi giallorossi continuavano imperterriti con applausi e canti di gioia: contenti loro.... 

Carlo Coscia


 



Poker di lusso per le semifinali, a cui accedono Inter, Juventus, Torino e Verona. Dopo la magra di Atene, incendiario risveglio dei bianconeri, che si sono scatenati contro la Roma-scudetto
Madama s'è desta

JUVENTUS. Perso il campionato, persa la Coppacampioni, perso il morale, perso per-fino Zoff, che poteva restare agli uomini di Trapattoni? Gli stimoli giallorossi di una stagione all'insegna degli eterni secondi e, perché no, anche la tradizione favorevole che si sta ormai consolidando nei confronti dei neo-campioni d'Italia. Col successo dell'Olimpico, infatti, sono ben cinque le vittorie consecutive di Madama negli ultimi incontri con la Roma, tre dei quali in casa giallorossa: ce n'è abbastanza per creare una cabala favorevole a futura memoria e anche per suturare qualche ferita lacero-contusa del già citato morale. Nell'incontro dell'andata, il leone miagolante di Atene ha preso a ruggire secondo possibilità e s'è abbattuto come un ciclone sui giallorossi, privati sin dai primi minuti di Maldera e di Pruzzo. Platini aveva dentro scoppiettante il sacro fuoco dei giorni migliori, sicché, dopo aver raddoppiato con una prodezza di testa il gol di Cabrini, s'è concesso uno dei suoi lussi da cineteca del calcio, recuperando un pallone impossibile e pescando col telecomando Boniek, che ha chiuso il colpo a rete con una toccata (senza fuga) d'esterno. Nel match di ritorno il pubblico ha regalato alla Roma il record assoluto di incassi per la Coppa Italia (quasi 870 milioni), ma non c'è stato niente da fare: agli attacchi a percussione dei capitolini (privi questa volta anche di Falcao) la Signora ha replicato con micidiali contropiede, e ha risolto la partita nella ripresa, nel giro di quattro minuti: la prima volta Boniek ha tranciato il campo con un pallo-ne-meteorite che Tardelli ha provveduto a sparare alle spalle di Tancredi; la seconda ci ha pensato Platini a servire sulla mensa del polacco un piatto da gran gala, da cui Boniek ha sbozzato il capolavoro di un pallonetto irresistibile. Prima del magico uno-due, c'era stato il momento di gloria di Luciano Bodini, che, davanti agli occhi (un po' lucidi) di Zoff in tribuna, ha neutralizzato un rigore di Prohaska che avrebbe potuto cambiare i connotati al match.

Carlo F. Chiesa
tratto dal Guerin Sportivo anno 1983 nr.23





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16 Aprile 1989: Juventus - Pisa

É il 16 Aprile 1989 Juventus e Pisa si sfidano nell' ottava giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1988-89 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

É una Juventus che cerca di costruire una squadra ancora scossa dal addio di 'Le Roi' Michel Platini e dai fallimenti di Ian Rush e del tecnico Rino Marchesi. Guidati in panchina dalla leggenda Dino Zoff, i bianconeri raggiungono un quarto posto in campionato che dovrebbe rappresentare un buon viatico per il futuro. 

Dall'altra parte c'é un Pisa che saluta a malincuore la massima divisione e ritorna nell' oblio della Serie B.

Buona Visione! 

 


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Stagione 1988-89 - Campionato di Serie A
8a Giornata di Ritorno
Domenica 16 Aprile 1989 ore 15.30
Juventus-Pisa 3-1
Marcatori: 10' Buso, 30 rigore De Agostini, 73' N.Napoli (J), 45' Piovanelli (P)

Juventus: Tacconi, Napoli N., De Agostini, Galia, Bruno P., Tricella, Marocchi, Rui Barros, Buso, Zavarov, Mauro
Allenatore: Dino Zoff

Pisa: Grudina, Cavallo, Lucarelli, Boccafresca, Elliott, Fiorentini, Cuoghi, Gazzaneo, Incocciati, Dolcetti, Piovanelli
Allenatore: Giannini

Arbitro: Lanese



Il primo regalo del giovane centravanti juventino ai tifosi del Comunale 
Buso: «C'è posto anche per me» 
«So di giocarmi molte chances in questo finale di campionato» 
Napoli alla seconda prodezza stagionale: «Anch'io spero di conquistare la fiducia di Boniperti» 
De Agostini torna al gol

TORINO — Prime reti al Comunale per Buso e Napoli, ritorno al gol per De Agostini che non segnava in campionato dal 20 novembre, contro il Napoli. Sono loro i protagonisti a tutto tondo della Juventus in una giornata in cui sono piovuti fischi per Tacconi e Galia, sono rimaste perplessità su Zavarov, hanno lottato con alterni risultati Mauro e Tricella, s'è battuto come un leone Barros, hanno svolto il loro compito senza infamia e senza lode sia Bruno sia Marocchi. 

Per Renato Buso è il quarto gol in questo campionato dopo la doppietta della scorsa stagione e la rete segnata in queila d'esordio, nel 1986-87. Ma finora le sue prodezze (compresa una rete in Coppa Italia alla Lazio) erano nate sempre in trasferta, mai Buso aveva gioito al Comunale, davanti ai suoi tifosi. 

"Dedico il gol a loro — afferma Buso — ma anche a Boniperti che prima della partita mi ha detto "Vai su tutte le palle che con la pioggia questo può essere il campo adatto a te". E io ho voluto questa rete con tutte le mie forze. Quando Galia ha rimpallato quella sfera respinta dal portiere su tiro di Napoli mi sono accorto che Grudina era rimasto fuori dai pali e ho toccato all'indietro. Volevo proprio mandarla direttamente in portai." 

"Finalmente — aggiunge ancora Buso — sono riucito a segnare al Comunale, finora i tifosi juventini le mie reti le avevano viste in tv o in trasferta. E' un periodo che mi sento in forma, del resto posso esprimermi con continuita, so di giocarmi molte chances di restare alla Juve anche il prossimo anno in questo finale di campionato. E scendo in campo più convinto dei miei mezzi, non ho paura di sbagliare, anche perché non temo gli esami". 

Che cosa ha imparato in queste settimane? 

"Intanto mi sono accorto che ogni partita che passa i marcatori si fanno sempre più rudi con me. E ho capito che bisogna sempre lottare. Del resto non sono uno che può stare ad attendere in area gli sviluppi dell'azione, devo partire da lontano per rendere meglio, mi piace partecipare ali'azione e come contro il Pisa aiutare i compagni anche in retrovia. Per sviluppare meglio la mia progressione ho bisogno di quei quattro o cinque metri di spazio, in area saró quasi sempre superato, non sono il tipo da scambi negli spazi stretti". 

Napoli e alla seconda prodezza stagionale, a due settimane dalla prima, a Napoli. Entrambe di testa come le sei reti segnate due anni fa in B a Messina, prima di approdare a Torino. 

"Il rammarico — dice il difensore — e quello di non aver conquistato prima la fiducia di Zoff, quindi spero di poter giocare fino al termine del campionato per convincere anche Boniperti. Il mio contratto scade nel '90 ma vorrei essere sicuro perla prossima stagione. Piuttosto che restare un altro anno in panchina forse é meglio andare a giocare in un'altra squadra.

Il gol di testa é la mia specialità cosi come mi trovo bene nel ruolo di terzino, di marcatore della seconda punta perche posso partecipare alla manovra". 

De Agostini svela: 

"Segnare su rigore non é mai facile come sembra. Ho gioito doppiamente perché questa rete viene dopo un lungo digiuno ed é la ventesima in serie A. Non tutti hanno capito che cosa ho passato in questa stagione dopo l'infortunio. Per questo lo dedico a quei "faccioni" di Roberto e Renata Tricella". 

Sulla partita De Agostini spiega:

"Abbiamo giocato bene nonostante le condizioni del campo. Continua l'altalena di risultati? E' la dimostrazione che questa Juve deve solo aver paura di se stessa più che degli avversari. A volte manchiamo di concentrazione. Anche con il Pisa abbiamo pagato con un gol un attimo di disattenzione. E' nostra intenzione cercare di vincere sempre, sarei felice di chiudere con tanti successi questo campionato. Ne va della posizione in classifica e del prestigio". 

Sul rigore, contestato in verità solo dai pisani, De Agostini afferma

"Tante volte anche a noi hanno fischiato contro dei rigori dubbi". 

E Marocchi aggiunge: 

"L'arbitro era più vicino di me all'azione sia in quel caso sia prima su Barros quando Buso ha segnato". 

Zoff descrive cosi la partita dei suoi: 

"Abbiamo tenuto bene su un campo difficile con sprazzi di bel gioco. Era una partita importante per noi. Tutti hanno giocato bene, s'é confermato Buso, e stato bravo Napoli, mi voglio complimentare per il gol. Ma tutti si sono battuti bene".

Franco Badolato 
tratto da: La Stampa 17 aprile 1989








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La Stampa 17 aprile 1989



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martedì 2 giugno 2026

2 Giugno 1996: Vietnam - Juventus

È il 2 giugno 1996 e la Nazionale del Vietnam e la Juventus si sfidano in una gara amichevole disputata allo Stadio 'Hang Day' di Hanoi (Vietnam).

I nostri eroi dopo aver riconquistato il tricolore dopo una lunga assenza si buttano 'anima e cuore' nella massima competizione continentale. Infatti 'trascurano' un po' il campionato nazionale e lasciano le proprie forze fisiche e mentali per le fatiche di Champions League. A Roma la Juventus (guidata dal gladiatore Marcello Lippi) gioca una partita 'quasi' perfetta e batte i 'lancieri' dell'Ajax solo dopo i calci di rigore.

Poco dopo i bianconeri partono per l'Asia e disputano questa amichevole quanto mai esotica nel paese vietnamita.

Buona Visione!

 



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Stagione 1995-96 - Amichevole
Hanoi - Stadio Hang Day (Vietnam)
Domenica 2 Giugno 1996
NAZIONALE VIETNAM-JUVENTUS 1-2
Marcatori: 47' Vialli, 57' Parente (J), 67' rigore Vo Hoang Buu

Vietnam: Nguyen V.H. (38' Nguyen VP), Tran, Chu, Do, Nguyen H.T., Nguyen C., Nguyen H.D. (46' Nguyen L.), Vo Hoang Buu, Nguyen H.S., Le, Hunyh
Allenatore: Weigang

Juventus: Falcioni. M.Carrera (75' Parente), Annoni, Porrini, Vierchowod (46' M.Rosa), Marocchi (46' Longhi), Lombardo, Giandebiaggi, Vialli (65' Fantini), Pessotto (30' Baccin), Padovano
Allenatore: Marcello Lippi

Arbitro: Nguyen T.H.
Espulsioni: 69' Giandebiaggi





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lunedì 1 giugno 2026

1 Giugno 1997: Juventus - Lazio

É il 1 Giugno 1997 e Juventus e Lazio si sfidano nella diciassettesima ed ultima Giornata del Girone di Ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1996-97 allo Stadio 'Delle Alpi' di Torino.

La Juventus é nettamente la squadra da battere in questi ultimi anni mentre la Lazio terminerá il campionato al quarto posto a dieci punti dai bianconeri Campioni d'Italia per la ventiquattresima volta. Qualche giorno prima i bianconeri hanno perso la Finale di UEFA Champions League contro il Borussia Dortmund.

Buona Visione!



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Stagione 1996-1997 - Campionato di Serie A - 17 ritorno
Torino - Stadio Delle Alpi
domenica 1 giugno 1997 ore 16.30
JUVENTUS-LAZIO 2-2
MARCATORI: Vieri C. 31, Amoruso 52, Casiraghi 73, Protti 85

JUVENTUS: Rampulla (Falcioni 80), Porrini, Ferrara C. (Cingolani 80), Montero, Dimas, Lombardo, Di Livio, Tacchinardi, Pessotto G. (Trotta 68), Vieri C., Amoruso
Allenatore: Marcello Lippi

LAZIO: Marchegiani, Negro, Nesta, Chamot, Favalli (Fish 78), Rambaudi (Buso 53), Fuser, Venturin, Nedved, Casiraghi, Signori (Protti 68)
Allenatore: Dino Zoff

ARBITRO: Racalbuto



La Juve può cantare sotto la pioggia 
Domina per un 'ora, poi ilpari non guasta la festa 

TORINO. Il sospetto di una partita addomesticata può sorgere in chi, senza aver visto Juve-Lazio, consideri semplicemente il risultato: 2-2, un altro pareggio annunciato, il terzo consecutivo per i bianconeri in questo finale di campionato gestito con grande prudenza. Invece, libero da tutti gli interessi di classifica, il match è sembrato vero come le amichevoli che si giocano per il piacere di giocarle e con in corpo la gioia liberatoria di essere alla fine dell'annata. 
La Juve per un'ora è stata brava e più brillante di quanto ci aspettassimo, la Lazio è sgusciata fuori dal proprio pantano nel finale, quanto è bastato per rimontare le due reti. 
«Grazie lo stesso». Lo slogan della notte di Monaco è risuonato qualche volta, flebile antidoto al groppo in gola che gli juventini avvertono quando si pensa alla sconfitta in Champions League. Avrebbe dovuto essere la domenica della festa italiana ed europea, il giorno del ringraziamento per un'annata strabiliante, e con molta fatica si è badato a non rovinare il copione cedendo ai rimpianti: come per un tacito accordo, dagli striscioni e dai cori è stato rimosso tutto quanto potesse ricordare il Borussia, quasi il calendario procedesse a balzi e di salto in salto avesse evitato l'ultimo mercoledì. 
La Juve ha capito. Ha cercato di immergersi comunque nella celebrazione dello scudetto che molti giocatori esibivano dipinto sulla nuca, finché la pioggia non ha stinto i colori macchiando i colletti delle maghe. Prima che ciò accadesse i bianconeri erano già in vantaggio e la Lazio pareva non conoscere la strada verso la porta di Rampulla. Senza i due francesi, più Jugovic, Del Piero, Peruzzi, Conte e da ultimo anche Boksic bloccato nella notte da un attacco influenzale (così hanno spiegato i medici per troncare qualsiasi illazione), la Juve poteva cedere alla tentazione dello svacco. La difesa e l'attacco erano quelli di sempre, però il centrocampo veniva completamente rivoluzionato: Lombardo andava a destra, Pessotto a sinistra e, in mezzo, Di Livio e Tacchinardi provavano a inventare la regia. Una formula assolutamente nuova e di emergenza. 
I cambiamenti tuttavia non toglievano l'energia. Anzi nel trovarsi davanti la Lazio al completo ma ormai appagata dalla qualificazione europea, la Juve minore cresceva di ritmo e di voglia, i meccanismi si oliavano in fretta. Vieri, in avanti, riscattava il pianto fanciullesco di mercoledì mentre i borussi sollevavano la Coppa. Negro e Nesta faticavano a tenerlo, più di loro erano le pozzanghere, che poche ore di pioggia avevano già formato sul campo, ad attenuare la potenza dello juventino. Pareva che soltanto alla Juve interessasse chiudere bene il campionato. Anche Amoruso cancellava l'impressione di leggerezza che si ha spesso di lui: nel pantano schizzava sfiorando l'acqua come fanno le libellule sugli stagni, tentava assist e aperture. La Lazio restava compressa nella propria metà campo, ogni soluzione offensiva puntava a lanciare Casiraghi oltre Monterò e Ferrara. 
Impresa inutile. Le distrazioni fatali contro il Borussia non si ripetevano: fino all'11 della ripresa Rampulla non toccava palla. La pressione juventina era alimentata da Lombardo e Di Livio a destra e con meno foga da Pessotto. Ma il gol nasceva dalla collaborazione tra Amoruso e Vieri, come è accaduto spesso negli ultimi mesi. La coppia funziona. Se davvero Vieri rimarrà a Torino, come giurano e spergiurano, ci sarà da tenerne conto l'anno prossimo. Così pure la ripresa si avviava nel segno della Juvetta, con le sue seconde forze capaci di non far rimpiangere. Lombardo trovava il tempo e la misura per servire ad Amoruso la palla del raddoppio, con la difesa laziale immobile e l'assenza del solito Chamot. Per Zoff era troppo. Toglieva Rambaudi per Buso, poi Signori (o chiunque fosse quel tizio che vagava per il campo come uno smemorato) per Protti. Casiraghi, il più rodomontico dei laziali, trovava più spazio. Per due volte Rampulla opponeva la gamba, alla terza, complice la grave incertezza di Dimas, era il gol che faceva intuire la possibile rimonta, anche perché Lippi concedeva spazio ai giovani della panchina. 
Benché la Juve si avvicinasse in altre due occasioni alla segnatura, Protti sfruttava l'assist del risuscitato Nedved per saltare l'intera difesa (ormai priva di Ferrara) e pareggiare. Fischi? No, cori e applausi. Perché doveva essere un giorno di festa: senza rimpianti, né groppo in gola. 

Marco Ansaldo


 


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