É il 9 Dicembre 1998 e Juventus e Rosenborg si sfidano nella sesta (ed ultima) giornata del girone di qualificazione della UEFA Champions League 1998-99 allo 'Stadio delle Alpi' di Torino.
In casa bianconera sta per avvenire una clamorosa 'rivoluzione'. Il grande Marcello Lippi poco dopo questa partita rassegnerá le dimissioni da allenatore ed al suo posto arriverá il giovane e rivoluzionario Carlo Ancelotti. Dopo l'iniziale scetticismo dei tifosi la squadra sembra aver intrapreso la giusta via. Peró alla fine sará solo un deludentissimo settimo posto che varrá solo l'accesso per l'europa verso la Coppa Intertoto.
Dall'altra parte c'é il Rosenborg che vive (come il calcio norvegese di quegl'anni) un momento roseo; ed é sempre un ostacolo ostico da superare.
Buona Visione!
Torino - Stadio Delle Alpi
mercoledì 9 dicembre 1998 ore 20:45
JUVENTUS-ROSENBORG 2-0
MARCATORI: Inzaghi 16, Amoruso 36
JUVENTUS: Peruzzi; Birindelli, Tudor, Montero P., Pessotto G. (Davids 64); (c) Conte A. (Di Livio 86), Deschamps, Tacchinardi; Zidane; Inzaghi, Amoruso (Iuliano 68)
A disposizione: Rampulla, Mirkovic, Blanchard, Fonseca
Allenatore: Marcello Lippi
ROSENBORG: Jamtfall; Bergdoelmo, Bragstad, Hoeftun, Pedersen (Hernes 65); Strand, Johnsen (Winsnes 56), Berg; Soerensen (Dahlum 46), Rushfeldt, Jakobsen
A disposizione: Arason, Basma, Mayer, Soerli
Allenatore: Trond Sollied
ARBITRO: Van der Ende (Olanda)
AMMONIZIONI: Conte A. 68 (Juventus); Hernes 79 (Rosenborg)
Juve, artigli sulla CoppaSplendida prova d'orgoglio dei bianconeri che accedono ai quarti di Champions League insieme con i nerazzurri.Stroncato il Rosenborg (e Galatasaray ko a Bilbao)TORINO. Sei minuti a chiedersi se il miracolo, dopo l'anno scorso, si sarebbe ripetuto, perchè appariva un miracolo che la Juve procedesse nella Champions League senza aver vinto fino a ieri una sola partita. Sei minuti. Dal 36' si era capito che il Rosenborg non sarebbe stato un ostacolo sulla strada dei quarti di finale: il 2-0 di Amoruso, gran gol per la costruzione del lancio di Zidane e il controllo raffinato del pugliese, aveva cancellato le ultime paure. Restava l'attesa della notizia da Bilbao. Arrivava al 42': mentre i bianconeri sbrogliavano un impiccio in area, l'urlo delle sparute schiere surgelate rompeva il freddo della notte e dello stadio. Alla voce del gol di Guerrero entrava sulla pista pure il «desaparecido» pupazzo Alex, l'insopportabile mascotte di una Juve che vinceva. Da quel momento, ad ogni scampanellio di richiamo la preoccupazione era controllare sul megaschermo che a Bilbao la situazione non fosse cambiata: ancora al fischio di Van der Elde, nessuno credeva che fosse fatta. Non c'era festa finché dalla Spagna non confermavano che il Galatasaray aveva gettato l'occasione della vita. Gli juventini rimasti in campo potevano finalmente abbracciarsi, ma con misura, quasi intuendo che la strada rimane lunga. La Juve dunque procede con un colpo di coda e per l'onestà dei baschi cui poteva non importare nulla del match con i turchi.
E' un corroborante per Firenze, è il ritorno a una vittoria che mancava dal primo novembre. I problemi non ci cancellano in una notte ma con questo passo avanti si possono studiare con meno amarezza le possibili soluzioni. Vissuta con l'occhio a Torino e il cuore in Spagna, Juve-Rosenborg non è stata una partita moscia, però tutt'altra cosa rispetto a quella analoga con il Manchester di un anno fa. Meno pathos, meno sofferenza, per quanto i norvegesi avessero cominciato con scorbutica sicurezza. Loro, più dei Lippanti, s'erano avvicinati al vantaggio. All'8' un tiro di Sorensen finiva alto da buona posizione, ma soprattutto al 10' Jakobsen si presentava solo davanti a Peruzzi, con la difesa bianconera tagliata in diagonale. Jakobsen che tutti chiamano «Mini» aveva un'idea alla sua altezza: cercava il pallonetto sul palo lontano ma lo appoggiava con tale delicatezza che Monterò con un balzo notevole recuperava la posizione e di testa metteva la palla in angolo.
Su quella giocata (e sui tanti interventi dell'uruguayano, un leone) si costruiva il successo. Il Rosenborg sapeva lanciare bene gli uomini negli spazi, Strand e Berg erano due splendidi centrocampisti però la squadra rifiniva le azioni con supponenza. Come se si fosse predisposta al sacrificio. Si raggruppavano molto al centro, i nordici. Sulle fasce c'era spazio da sfruttare per la Juve, soprattutto dalla parte di Bergdolmo, uno «sconsiglio» per gli acquisti. I bianconeri perdevano la timidezza, il movimento di Inzaghi e Amoruso denunciava i limiti di controllo dei difensori avversari, Zidane aveva spazio per muoversi partendo come quarto centrocampista e, sebbene non lo sfruttasse sempre al meglio, alcune intuizionierano fulminanti. Il gol del vantaggio, al 16', non nasceva da un suo passaggio alato: era invece Amoruso a tentare la girata forte, colpiva male la palla che si trasformava in un passagio filtrante, di quelli che Inzaghi, quando parte in posizione regolare, è micidiale. Anche questa volta il tocco di sinistro era vincente: ancora Inzaghi, come un anno fa con il Manchester. Il Rosenborg non mutava strategia e filosofia, dilettante nell'animo: non c'era nei norvegesi neppure il tentativo di un'aggressione, com'è di chi prova il tutto per tutto.
L'unico ammonito era Hernes a dieci minuti dalla fine e per un fallo su Inzaghi lanciato verso l'area. La Juve aveva altre occasioni. Sorvolando su un possibile fallo da rigore di Bergdolmo su Inzaghi (l'unico su cui lo juventino, spesso a terra, possa recriminare), al 24' c'era un assist perfetto di Zidane per lo stesso Inzaghi. Jamtfall intuiva la deviazione di testa. Era più Juve che Rosenborg, fino al 2-0. Il lungo lancio di Zidane scavalcava Hoftun e Amoruso lo ammaestrava con classe per mettere la palla in porta.
Nella ripresa il Rosenborg cambiava in attacco, per trovare quello che il valutatissimo Rushfeldt (deludente) non aveva saputo dare. Un paio di tiri, uno insidioso di Hernes, erano neutralizzati da Peruzzi. Per una volta, niente di cui spaventarsi.Marco Ansaldotratto da La Stampa Giovedì 10 dicembre 1998








