sabato 26 aprile 2025

26 Aprile 1992: Inter - Juventus

È il 26 aprile 1991 e Inter Juventus si sfidano nella tredicesima giornata del girone di ritorno del Campionato Italiano di Calcio di Serie A 1991-92  allo Stadio 'Giuseppe Meazza - San Siro' di Milano.

Contro questo Milan (imbattuto in Serie A), perfettamente guidato in panchina da Fabio Capello, è difficile ottenere di più di un secondo posto nella Classifica Finale del massimo campionato italiano. Così una Juventus ancora debole ma tanto volenterosa riesce nel suo scopo iniziale! 

Dall'altra parte c'è la squadra neroazzurra che disputa una stagione tutta da dimenticare - fuori dalle posizioni che contano e con un futuro tutto da chiarire.

Buona Visione! 


inter





Stagione 1991-1992 - Campionato di Serie A - 13 ritorno
Milano - Stadio Giuseppe Meazza
domenica 26 aprile 1992 ore 16:00 
INTER-JUVENTUS 1-3
MARCATORI: Baggio R. rigore 30, Baggio R. 37, Schillaci 54, Fontolan 62

INTER: Zenga, Bergomi, Brehme, Baggio D., Ferri R., Battistini S., Bianchi A., Berti (Orlando 74), Klinsmann, Desideri, Fontolan (Ciocci 74)
A disposizione: Abate, Abate G., Pizzi
Allenatore: Luis Suárez

JUVENTUS: Peruzzi, Luppi, (c) Marocchi, Reuter, Carrera M., Julio César, Di Canio, Galia, Schillaci (Conte A. 75), Baggio R. (Corini 60), Casiraghi
A disposizione: Tacconi, De Agostini, Alessio
Allenatore: Giovanni Trapattoni

ARBITRO: Beschin
AMMONIZIONI: Desideri 10, Zenga 29 (Inter)




L'Inter sempre più lontana dall'Europa travolta dai bianconeri, mai così spavaldi fuori casa 
Baggio dirige la sinfonia Juventus 
Sul 3-0 il fantasista lascia il podio 

MILANO. Grande Juve, grandissima. È piccola Inter, piccolissima. Difficile tracciare confini precisi, quando una squadra annichilisce l'altra in termini così assoluti, così sontuosi, così stordenti. Per un'ora, non c'è gara, poi esce Roberto Baggio, e le acque s'increspano un po'. Ma resta indelebile l'abisso che separa i vincitori dai vinti, tanto che chiedersi come mai soltanto adesso, a scudetto assegnato, Madama abbia affrontato con tale spavalderia una trasferta, sulla carta, fra le più cruciali, è domanda doverosa, e non esercizio retorico. Avete presente l'Inter che, in dieci, riuscì a tenere in scacco il Milan per 89 minuti? Bene, quella di ieri è l'esatto contrario: sbrindellata, amorfa, isterica. Sono molteplici i sentieri che conducono la Juve al trionfo. Il partitone di Roberto Baggio, che Suarez lascia in balia di vacue sentinelle, dall'omonimo Dino in giù. I sincronismi di un centrocampo maramaldo, che trova in Galia un estemporaneo leader. La posizione ritoccata di Di Canio, collocato prima sulla destra, nel settore di Brehme, poi dirottato a sinistra, a cuocere Bianchi, zona dalla quale estrarrà i numeri più applauditi. 

D'accordo, il rigore che sblocca il risultato può sembrare persino cinico se paragonato a quello negato a Desideri, non più tardi di otto giorni prima, visto che il fallo con Bergomi su Di Canio comincia un pelo fuori area. È una valutazione di Beschin - manata di Julio César a Klinsmann, in mischia - troppo tiepida, forse, in rapporto al metro usato in occasione del penalty pro Juve. Ma non è questo il punto. La squadra di Trap domina. Richiama alla memoria addirittura il miglior Milan per come si installa nella metà campo avversaria e martella ai fianchi, sul filo di un encomiabile pressing, gli «scandalosi» rivali. Roberto Baggio gioca alla Trapattoni: dietro Casiraghi e Schillaci, pronto, però, a schizzare in avanti, come testimonia l'arabesco, magistrale, del raddoppio. Protetti da un Julio Cesar che, al solito, alterna stacchi da gladiatori a erroracci da principiante, Luppi e Carrera strapazzano Fontolan (e poi Ciocci) e Klinsmann. Marocchi, a sinistra, s'immola su chiunque transiti, dal Bianchi delle battute introduttive a un Berti sinceramente inguardabile. 

Reuter e Galia completano l'opera di demolizione su Desideri e Berti, quando si accentra, grazie anche al filtro sagace di Casiraghi e Schillaci, attesi dagli smarriti Ferri, Bergomi e Battistini. Non appena Di Canio emigra a sinistra, trascinandosi Bianchi (ahi, Suarez), ecco Reuter spingere alle corde Brehme. Da una parte non c'è Matthaeus; dall'altra, Kohler. Il popolo interista spara a zero su Beschin, per una decina di minuti alla mercé della bagarre, ma dal momento che proprio cieco non è, man mano che passano i minuti cambia bersaglio e irride ai suoi beniamini ridotti in poltiglia. A Madama riesce tutto, all'Inter niente. Persino Zenga denuncia, in uscita, goffe amnesie. Il palo di Casiraghi introduce la sinfonia in (Roberto) Baggio maggiore. Vi facciamo grazia delle opportunità sprecate, sul 3-0, da Totò e Casiraghi. Baggio trasforma in oro tutto quello che tocca. Dino, poveraccio, non lo intercetta mai. Sembra un'Inter in svendita, e non una squadra alla caccia, disperata, di un posticino in Europa. È buono per Suarez che, dopo un'ora, Trapattoni richiama il suo condottiero e sguinzaglia Corini. Sarà un caso, ma nel giro di 6' Fontolan sigla il gol della bandiera - complice, ma non troppo, un Marocchi improvvisatosi portiere - e Peruzzi ne sottrae un altro, con uno splendido colpo di reni, a Desideri. 

Invano Suarez ricorre ad Angelo Orlando e Ciocci (fuori Berti e Fontolan). San Siro non crede ai propri occhi. E gli juventini, che pochi non sono, ai loro. La Juve passeggia fra le rovine di una formazione allo sbando. La staffetta tra Schillaci e Conte è pura tappezzeria. Il sunto della partita non sfugge alla logica, elementare, dettata dai più forti. Intorno a Baggio, lampeggia Di Canio e furoreggia Galia. Certo, i rivali permettono di tutto, anche tre colpi di tacco consecutivi. La resa dell'Inter, quando non raggiunge censurabili punte di nevrosi, è ignominiosa. Diagnosi che non intacca i meriti, enormi, della Juve, invocata a gran voce dai suoi menestrelli. 

Roberto Beccantini
tratto da: La Stampa 27 aprile 1992







IL CASO/IL FUTURO DELLE DELUSE
Il Trap ha passeggiato sui resti della sua ex squadra. Ma se i nerazzurri piangono e pensano alla rifondazione, Madama non ride: deve cambiare parecchio per rompere il digiuno.
CHE COSA MANCA A JUVE E INTER
UNA SFIDA SUL MERCATO

La Juventus solo in apparenza ha meno problemi. In realtà difesa, centrocampo e attacco hanno palesato precise lacune. E il parco stranieri va riveduto e corretto. Altrimenti continuerà la suggestiva operazione-digiuno.

Il Trap non ama i colpi d'Eugenio (Corini) e sulla direttrice-Milano deve risolvere un paio di nodi: Dino Baggio e Desideri. Sta per scoppiare il boomerang economico.

MILANO. Inter-Juve è stata la festa della malinconia. Un balletto vagamente macabro, contrappuntato dalle eresie tecniche sulla sponda nerazzurra e dai sussulti vincenti di quella bianconera; e Madama, alla fine, ha goduto di un ben platonico trionfo, passeggiando su ciò che resta della squadra nerazzurra. Il Trap ha assorbito la sua ricca dose di insulti e quella (magra ma sentita) di nostalgici applausi, senza poter portare a Torino il bilancio trionfale che suggerirebbe il risultato. La sua Juve, infatti, ha comunque fallito il bersaglio scudetto e le prospettive della prossima stagione non vengono spostate di un millimetro da un simile successo di prestigio. Sia la Juve (molte delle cui magagne sono state mascherate proprio dai grandi meriti del tecnico) che l'Inter dovranno lavorare a fondo al mercato per presentarsi competitive al banchetto per il titolo del prossimo anno. Sarà li soprattutto che conterà vincere. Vediamo quali sono le loro prospettive.

Se il valore degli allenatori potesse essere pesato in punti, Trapattoni varrebbe dieci. Nel confronto con il campionato scorso, la Juve ha dieci punti in più, l'Inter ne conta dieci in meno. Chi a Milano fischiava il Trap perché faceva risultato sacrificando lo spettacolo, è stato accontentato: ora l'Inter non fa più nemmeno risultato, così non ci sono ingiustizie. Ma le soddisfazioni del Trap finiscono qui. Perché la filosofia Juve può saperlo? chi meglio di lui considera il secondo posto niente più che un insuccesso e l'ultimo tricolore dista ormai sei lunghi anni di digiuno. La Juve attuale è tutt'altro che perfetta, anzi, proprio la grinta che il Trap ha saputo iniettare nelle sue vene ha mascherato più di un difetto. La difesa ha trovato in Peruzzi il grande portiere che può durare un decennio, in Kohler il pilone centrale e in Carrera un uomo di straordinario affidamento e di pari eclettismo. Ma per il resto la coperta è corta: perché l'accantonamento di De Agostini, giustificato più da preoccupazioni anagrafiche che da un effettivo calo di rendimento, non sembra aver giovato alla causa. Marocchi, da buon jolly, sa interpretare anche quel ruolo, ma senza la vivacità e le accelerazioni che l'ex udinese sapeva (e sa) garantire. Julio Cesar è bravo ma discontinuo e la sua partecipazione alla manovra lascia spesso a desiderare. L'ipotesi di arretrare Carrera a libero, cedendo il brasiliano, lascerebbe scoperto il ruolo di terzino destro, e l'ipotesi Dino Baggio è tutt'altro che tranquillizzante dal punto di vista tecnico (Sacchi ci perdoni). A centrocampo, Reuter non ha convinto e difficilmente potrà far lievitare il proprio rendimento di cursore di fascia senza lo spunto vincente. Roberto Baggio rappresenta il fulcro attorno al quale ruota ogni ipotesi di gioco offensivo, ma soffre terribilmente della mancanza di un regista alle spalle. Sulla fascia destra né il concreto Alessio né lo svagato Di Canio (una delusione) offrono sufficienti garanzie per il sospirato salto di qualità. L'attacco infine vive ancora degli exploit di Schillaci, perché Casiraghi ha speso la stagione dell'attesa crescita addormentandosi quasi sempre sugli allori, cadendo preda di un'abulia che ne ha messo in discussione persino gli effettivi valori tecnici. E Schillaci, scaduto qua e là al rango di Raducioiu dei ricchi, resta pur sempre il combattente di razza di cui la squadra non può fare a meno. Insomma: un paio di difensori, un tornante, un centrocampista, una punta di alternativa. Anche la Juve deve mettere parecchia carne al fuoco, se vuole rompere il digiuno.

Almeno tre sono i nodi che stanno per venire al pettine del Trap. Il primo riguarda Corini. 
Trapattoni ha sposato una linea precisa, che vede il talento bresciano in alternativa a Baggio. Una teoria che suscita più di una perplessità, per un semplice motivo: Corini è un regista arretrato, con spiccata propensione anche al lavoro di filtro, mentre Baggio è un rifinitore votato al gol; cosa li accomuni, al di là della classe superiore alla media, lo sa solo il Trap. Il quale, a ogni buon conto, evita accuratamente le controprove, come ha confermato contro l'Inter. In tal modo il tecnico non verrà mai smentito, ma il risultato non sembra comunque un granché: perché continuando così le cose, a fine stagione Corini pretenderà giustamente di essere ceduto e sarà ovviamente festa per chi riuscirà ad accaparrarsi un simile uomo-squadra. Gli altri due rebus viaggiano su una fune d'equilibrio che congiunge Torino a Milano. Secondo radio-mercato, Dino Baggio è il futuro terzino destro di Madama; Pellegrini però vorrebbe tenerselo a tutti i costi e si appresta ad avviare un braccio di ferro sul filo dei miliardi. Ora, Dino Baggio è un discreto mediano marcatore, senza il passo del difensore puro e senza i piedi del centrocampista completo. A occhio e croce, tra Juve e Inter potrebbe giocarsi nel suo nome (con tutto il rispetto) più che altro un colossale ciapanò: che avrà per vincente, come ovvio, chi riuscirà a rifilare il gioiello all'altro, insieme alla convinzione di aver concluso l'affare del secolo. Come se non bastasse, è in ballo la sorte di Desideri, una patata resa rovente dalle prestazioni fornite fin qui dal deludente interno ex romanista. L'Inter dovrebbe versare la seconda metà della cifra pattuita (la prima l'ha pagata la Juve nell'affaire Trapattoni), ma se la sentirà di sborsare tre miliardi e mezzo per un giocatore che ha offerto finora il meglio di sé nei suoi colloqui en plen air con Suarez? Insomma, il mercato è pieno di trabocchetti e, almeno in questo, non si può dire che la Juve stia molto meglio dell'Inter. Quando si dice la consolazione.


IL TRIONFO DEL TRAP
INTER JUVENTUS 1 3

IL MIGLIORE: R. BAGGIO 7

Non gli ci vuol molto per fare capire quale sia il Baggio vero: si propone come regista, poi saggiamente va a concludere di persona. E il sale della Juve.

IL PEGGIORE: D. BAGGIO 5

Prima marca il suo omonimo e ne viene saltato sistematicamente, poi fluttua a centrocampo tra errori di tocco e totale indisciplina tattica.

Telex: Inter in stato confusionale, Juve senza armonia ma con un tasso tecnico troppo superiore per non largheggiare. 

Carlo F. Chiesa
tratto dal Guerin Sportivo anno 1992 n.18




 

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