É il 23 Novembre 1980 e si gioca allo 'Stadio Comunale' di Torino il derby d'Italia Juventus-Inter.
I neroazzurri sono Campioni d'Italia in carica ma i bianconeri sono affamati di vittoria. Sará una vittoria bella ed importante verso il cammino che porterá i nostri beniamini verso il 19esimo tricolore.
Ad un passo dalla seconda stella, mentre gli altri si godono a malapena la prima.
Buona Visione!
Campionato di Serie A 1980-1981 - 8 andata
Torino - Stadio Comunale
Domenica 23 novembre 1980 ore 14.30
JUVENTUS-INTER 2-1
MARCATORI: Brady rigore 50, Scirea 69, Ambu 79
JUVENTUS: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Furino, Osti, Scirea, Causio, Tardelli, Marocchino (Verza 84), Brady, Fanna
Allenatore: Giovanni Trapattoni
INTER: Bordon, Canuti, Baresi G. (Pasinato 62), Marini, Mozzini, Bini, Oriali, Prohaska, Altobelli, Beccalossi, Muraro (Ambu 76)
Allenatore: Eugenio Bersellini
ARBITRO: Michelotti
Che carattere: visto come reagiamo? La gioia di Boniperti (che aveva lasciato lo stadio prima del rigore)
Trapattoni: «Non siamo finiti e l'abbiamo dimostrato» -
Complimenti a Marocchino e OstiTORINO — Tirava aria di contestazione, sia alla vigilia della gara con l'Inter che poco prima del via, nei confronti di Boniperti e Trapattoni. Poi la Juventus, giudicata frettolosamente «malato inguaribile», ha battuto d'autorità l'Inter rimettendosi in corsa ed anche i tifosi bianconeri più arrabbiati hanno lasciato lo stadio con il sorriso sulle labbra. Li aveva preceduti, com'è sua abitudine, Giampiero Boniperti. La «fuga» del presidente era avvenuta al 50' minuto, nel preciso istante in cui Michelotti aveva decretato il rigore per fallo di Canuti su Cabrini.
"Veda almeno il rigore", gli aveva gridato l'autista ma Boniperti era già per le scale della tribuna d'onore e solo quando dalla folla s'è levato il boato, ha capito che la Juventus s'era portata in vantaggio. La radio lo ha informato sull'autore del gol ed il resto della partita. Più tardi, al telefono, la sua voce tradiva l'intima gioia per un successo che la Juventus inseguiva, in campionato, da due mesi
«Ho visto un grande Brady ed il solito carattere della Juventus: checché se ne dica non è mai doma»commentava. Poi, tutto d'un fiato, aggiungeva:
«Non ne approfitto per polemizzare con chi ci riteneva in crisi. La reazione c'è stata e fa parte di una mentalità sana. Tutti meritano un plauso per avere battuto una bella Inter con un magnifico Prohaska in una gara avvincente. Si va avanti e, per favore, non esageriamo a dipingere a tinte pessimistiche il futuro della Juventus».Negli spogliatoi Trapattoni echeggiava le dichiarazioni di Boniperti ma senza assumere toni trionfalistici. Con serenità e con animo disteso, analizzava la magnifica ed orgogliosa prova della sua squadra in una sfida che rappresentava una svolta delicata. Anche la posizione dell'allenatore era stata messa in discussione: quali sono, dunque, per Trapattoni il significato e la portata di questi due punti?
"Qualche settimana fa, all'indomani dell'immeritata sconfitta nel derby, la gente si chiedeva se la Juventus si sarebbe sfaldata e gli stessi discorsi venivano fatti sabato — rispondeva Trapattoni —. Io continuavo a ribadire la fiducia nella forza morale, nel carattere e nei valori dei giocatori. Dicevo che la Juventus non era finita. Infatti "esiste" e l'ha dimostrato non solo con l'Inter. Anche in precedenza aveva disputato gare di questo livello, compresa quella con il Torino. Mancava solo il risultato che, viceversa, stavolta è arrivato e ci ha dato la certezza che possiamo competere alla pari con chi ci sopravanza, non più con il distacco di prima, in classifica».Rifiutava di parlare di ripicche o rivincite da parte di alcuni suoi giocatori tra i più tartassati dalla critica, cosi come ricordava, a chi maliziosamente gli faceva notare che ieri Bettega non c'era, che anche con lui in campo la Juventus aveva fornito ottime prestazioni come gioco ma senza il premio della vittoria.
«Con un'equa distribuzione della condizione di forma, noi siamo in grado di esprimerci come con l'Inter — ribatteva Trapattoni —. Possiamo far gol con Scirea come con Tardelli, oppure con Brady o con altri. Non è il caso che spenda elogi per l'irlandese. Fatelo voi: io conosco la sua classe. Chi diceva che sarebbe stata la partita della paura s'è sbagliato. Sia noi che l'Inter abbiamo dimostrato coraggio in un incontro tirato, ben giocato ».«Il 2-1 è giusto — continua —. Con quel gran tiro di Ambu i nerazzurri hanno ridotto le distanze e ci hanno pressati ma noi avremmo potuto consolidare il punteggio con altre segnature. Visto Fanna? Qualcuno sostiene che lo tratto come un figlio, che è un mio "pallino": a Perugia era stato forse il migliore e con l'Inter s'è ripetuto, con autorità, sicurezza e con quella combattività che sembrava fargli difetto».Trapattoni si congedava congratulandosi pubblicamente con Marocchino e Osti.
«Più che sui "nazionali", la cui determinazione non è una novità, vorrei soffermarmi su questi due giovani per i quali la gente si chiedeva se erano "da Juventus" o meno — puntualizzava —. Osti ha fatto in pieno il proprio dovere e Marocchino, dopo le vicissitudini della settimana, ha dato ragione a me disputando una grossa prova sulla sinistra. Nessuno gli chiede dieci gol: lui, quando gioca, deve farli fare agli altri».Bruno Bernardi
tratto da: La Stampa 24 Novembre 1980
Dunque, la Juventus non è finita. Battuta l'Inter-scudetto, profittando della sosta romana provocata da Virdis, la Signora ora tenta la rincorsa guidata dal suo scatenatissimo irlandese
BradyssimoTORINO. Di questo campionato tutto si potrà dire, ma non che non sia di buon cuore. Si è persino fermato ad attendere la Vecchia Signora in difficoltà. Uno stop perfettamente sincronizzato, che ha congelato l'alta classifica (si fa per dire) consentendo il rientro quasi trionfale nei ranghi di una Juventus che pareva preda ineluttabile della jella e delle persecuzioni. Nel duello delle regine, pur crudelmente menomata dall'assenza del suo miglior difensore (Gentile) e della sua unica punta (Bettega, anche se i maligni diranno che la rinuncia a Bobby va considerata attualmente un vantaggio), una Juve con gli artigli ha graffiato a sangue un'Inter tiepida e mollacciona, impalata in retroguardia e pietrificata in attacco. Sui vuoti fantasmi della squadra cam-pione, ha imperversato il genio di Brady, imprendibile folletto irlandese dal sinistro fatato. E' stato lui il match-winner, insieme con un Cabrini rivisto finalmente ai livelli argentini. E mentre Bersellini si è ritrovato a recitare l'ormai consueta autocritica, il Trap ha potuto gustare il primo squarcio d'azzurro di una stagione stregata. Gira la ruota di un campionato pazzo, dove la capolista naviga su ritmi talmente blandi (dieci punti in otto partite, la media é si e no da Coppa Uefa) da favorire la classifica più corta del dopoguerra. Nel mucchio, questa Juve che dà un calcio alle sue paure e ai suoi oscuri sospetti, si ripropone per censo e qualità. Vien quasi da pensare che Agnolin non sia passato invano, se è valso perlomeno a stimolare questa impennata d'orgoglio.
CABRINI E FANNA. Trovatosi a dover impostare una partita d'attacco senza attaccanti, Trapattoni ha finemente giostrato in chiave tattica. Il suo capolavoro (che poteva anche essere la sua condanna: si sa che le mosse arrischiate sono un po' come un boomerang) è stato quello di aver dirottato, dopo qualche tentennamento iniziale, Cabrini su Prohaska. L'austriaco è attualmente una delle poche forze vive di un'Inter involuta; ma è giocatore che si esalta in regia e in costruzione, bandendo sdegnosamente dal proprio repertorio l'assidua e umile copertura sul rivale diretto. Cabrini ha fatalmente concesso una certa libertà di manovra al suo imperiale avversario. Ma, disponendo di una condizione atletica finalmente ottimale, si è ripagato ad usura con folgoranti partenze in controtempo che lo hanno portato a tranciare la zona difensiva nerazzurra e a gravitare verso Bordon come un pericolo immanente. Due conclusioni di testa, una progressione stroncata dalla maligna cianchetta di Canuti (ed è stato il rigore del vantaggio juventino), un altro assolo che proprio Prohaska ha dovuto interrompere con un dubbio intervento da tergo sul quale l'eccellente Michelotti ha dato una interpretazione benevola. Un Cabrini a stantuffo che ha fatto sua la fascia di sinistra, a volte in splendido raddoppio con Marocchino, a sua volta assai abile nello stornare la torre Mozzini dalla zona di mezzo e a impegnarlo in duelli scontati in campo aperto. Dall'altra parte Causio, il cui momento oscuro sembra lungi dall'essersi concluso, aveva almeno la saggezza di farsi da parte, di autoconfinarsi (e di questo gli va dato atto) in un ruolo marginale, per lasciare la ribalta a un Fanna scatenato, contro la cui inventiva e lo scatto ripetuto il legnoso Canuti vedeva subito le streghe. Cabrini e Fanna, cosi, risultavano le dorsali del gioco juventino, tutto impostato in profondità e teso a sfruttare l'intera larghezza del campo. Altro sistema non c'era per mettere in difficoltà (senza punte centrali di ruolo, va ripetuto) una difesa come quella dell'Inter che, essendo composta da uomini di robustissima stazza atletica, risulta quasi insuperabile se riesce a serrarsi nel bunker, ma diventa fragile e vulnerabile se costretta a esprimersi in larghi spazi. E infatti i Canuti e i Mozzini e, seppur in minor misura, i Bini tradivano subito l'impaccio della recita non congeniale, aprendo varchi troppo invitanti perché la Juve non riuscisse, prima o poi, a infilarli.
TARDELLI E BRADY. Ovviamente, Cabrini e Fanna potevano assaltare a ondate lungo le fasce esterne in quanto riforniti a tempo debito e con puntualità di palloni giocabili. E qui torna fuori il discorso su Brady. Piazzato a centrocampo, ma estremamente mobile, l'irlandese non soffriva più che tanto il controllo di un Oriali assai meno ringhioso del consueto. Il suo sinistro mulinava lanci millimetrici, senza però mai trascurare (e qui va inquadrata la sua superiorità sul pur eccellente Prohaska) i doveri della copertura. Brady figurava attivamente in zona tiro (già prima di favorire il raddoppio con quella memorabile legnata contro la traversa aveva a più riprese punzecchiato Bordon), ma lo si poteva vedere sovente impegnato in ardimentosi recuperi, in decisi tackles di scuola britannica. A dispetto del fisico minuto, Liam non è un frillo, sul piano atletico: e ben se ne avvedevano gli avversari che incrociavano nei suoi paraggi. Al fianco del piccolo uomo-squadra svettava Tardelli, una volta tanto sottratto a compiti di mera marcatura e restituito a un gioco attivo. In un duello tutto-azzurro con Marini, Tardelli imponeva al degno avversario la sua superiori-tà dinamica, il cambio di marcia irresistibile che lo sorregge nelle giornate di vena. Così, la Juve trovava equilibrio tattico fra offesa e contenimento, consentendo ottime prestazioni anche ai difensori. Da Cuccureddu, facile domatore di uno spento Altobelli, a Osti, che non aveva certo maggiori problemi da Muraro. Sicché Scirea, pressochè disoccupato, ne traeva stimolo per andare a cercare avventure fuori zona, sino a siglare il secondo gol, con una complicata ribattuta testa-piede sulla traversa di Brady.
LE 250 DI ZOFF. In questo clima di euforia il sempiterno Dino Zoff si apprestava a celebrare le sue 250 partite consecutive in serie A (quando si dice la salute...). Ma a complicargli i programmi interveniva Ambu, che Bersellini, in preda a disperazione, aveva mandato a surrogare Muraro. Ambu, fra i tre attaccanti avvicendati dall'Inter, era il solo che si provava a onorare il proprio ruolo canonico nell'unico modo previsto dai regolamenti: vale a dire indirizzando il pallone verso la porta avversaria (Altobelli non ci aveva provato mai, Muraro aveva esibito soltanto un colpo di testa anticipato, largamente oltre la tra-versa). Ambu, da dentro l'area ma tutto spostato a destra, azzeccava invece, due minuti dopo il suo ingresso in campo, uno stupendo tiro liftato che mandava la palla a planare nell'angolo lontano, sotto lo sguardo stupefatto di Zoff, lungi dall'attendersi simile affronto.
PASSATO E FUTURO. II passato parlava un linguaggio sconfortante. Fuori dalla Coppa Uefa (e in quel modo, poi...), estromessa praticamente dalla corsa allo scudetto, la Juve pareva avvinghiata alla sola, teorica, e comunque magra consolazione della Coppa Italia. In verità, la squadra stava giocando bene da un pezzo, da quel derby dominato e incredibilmente perduto, con relativa appendice di squalifica a raffica. Lo sfortunato addio all'Europa era avvenuto in occasione della miglior partita bianconera degli ultimi tempi. Ma in un calcio sempre più arido, che conosce solo la legge del risultato immediato, c'era pollice verso per l'ex regina e per il suo sventurato profeta. In settimana, Trapattoni era già stato destinato... al Bologna, in un singolare giro di panchine che doveva portare Radice al Milan e Giacomini in bianconero. E contro il Trap e contro Boniperti si esprimevano, ferocemente, alcuni volantini distribuiti allo stadio, prima della partita con l'Inter. Ora questa vittoria può cambiare tutto. A patto che abbia un seguito, naturalmente. Catanzaro è una tappa tremendamente indicativa, al riguardo. Rientreranno Gentile, la roccia, e il contestatissimo Bettega. Ma, forse, dipenderà soprattutto da lui, il super-Brady che ha riaperto il cassetto dove la Signora aveva deposto i suoi sogni.
Adalberto Bortolotti
tratto dal Guerin Sportivo anno 1980 nr.48











