mercoledì 23 aprile 2025

23 Aprile 1980: Juventus - Arsenal

É il 23 Aprile 1980 e Juventus ed Arsenal si sfidano nella gara di ritorno della Semifinale della Coppa delle Coppe 1979-80 allo Stadio 'Comunale' di Torino.

I bianconeri contendono fino all'ultimo lo Scudetto all'Inter ma al termine del campionato peró sará solo secondo posto dietro i nerazzurri mentre in europa si pregusta una finale prestigiosa in Coppa delle Coppe ma in semifinale dopo aver pareggiato 1-1 a Londra con l'Arsenal la Juventus si fa beffare in casa dai Gunners dopo una gara giocata con il pensiero di accontenarsi dello 0-0.

Buona Visione!


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Coppa delle Coppe 1979-1980 - Semifinali, ritorno
Torino - Stadio Comunale
Mercoledì 23 aprile 1980 ore 20.30
JUVENTUS-ARSENAL 0-1
MARCATORI: Vaessen 88

JUVENTUS: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Furino, Gentile, Scirea, Causio, Prandelli (Marocchino 67), Bettega, Tavola, Fanna
Allenatore : Giovanni Trapattoni

ARSENAL : Jennings, Rice, Devine, Talbot (Hollins 80), O'Leary, Young, Brady, Sunderland, Stapleton, Price (Vaessen 77), Rix
Allenatore : Terry Neill

ARBITRO: Linemayr (Austria)




La beffa dell'87' fa discutere: troppi giovani con poca esperienza 
Ma la Juve poteva lare di più? 

E' l'Arsenal che va a Bruxelles per disputare la finalissima della Coppa delle Coppe contro il Valencia. E la Juventus esce mestamente dalla manifestazione, con molti rimpianti ed accompagnata dal ricordo bruciante del gol realizzato da Vaessen a tre minuti dal termine.

La delusione è stata grande. La gente sugli spalti è rimasta senza voce ed ha ripiegato con tristezza i vessilli. I giocatori sono rimasti come traumatizzati. Il loro sogno era svanito nel disegno beffardo di quel fatale 88*. Molti tifosi, ieri sera abbandonando lo stadio, sostenevano una tesi quanto meno discutibile: la Juventus, a loro dire, aveva pagato un atteggiamento rinunciatario, un programma che contemplava soltanto lo zero a zero. Una tesi improbabile poiché alla base di un'analisi serena devono pòrsi altri elementi. 

A nostro avviso, la Juventus attuale (che fra l'altro lamenta le assenze «pesanti» di Brio e Tardelli, importanti per diverse motivazioni) non può offrire tecnicamente di più. Nelle proprie file annovera infatti troppi giovani, ancorché bravi, assolutamente privi di esperienza internazionale, un handicap, che si paga in gara di questo tipo, ove la saldezza dei nervi e la capacità di «congelare» il gioco, senza sciupare palloni a ripetizione nei momenti cruciali, sono elementi irrinunciabili. Non è un rimprovero che muoviamo ai giovani bianconeri; è una constatazione, una presa di coscienza di una realtà che sarebbe ingiusto non denunciare. (Tavola, per esempio, era assente da gare ufficiali da parecchio tempo). Altro dato determinante nella confezione del risultato è stato l'infortunio occorso a Prandelli in uno scambio ravvicinato con Bettega. Il giovane bianconero, che aveva tenuto molto bene il settore destro del campo sia con manovre di alleggerimento sia con un contenimento efficace su Rix, ha lasciato un vuoto nel lungo-linea destro che non poteva essere colmato dall'inserimento di Marocchino, un attaccante, e dallo spostamento di Causio, buon palleggiatore ma non adatto a specifici compiti di tamponamento. E proprio in quel settore e proprio dall'antagonista diretto di Prandelli (il biondo riccioluto Rix) è venuto il lungo traversone sul quale non sono arrivati i bianconeri e sul quale è piombato, del tutto incustodito, il numero 13 Vaessens. Con l'uscita di Prandelli è saltato il dispositivo di Trapattoni ed ora siamo qui a discutere su una Juventus eliminata. 

Viene facile sprofondare il dito nelle piaghe; ma se la Juventus fosse riuscita a portare a compimento il suo match sullo zero a zero forse che saremmo altrettanto severi? No, staremmo a parlare di gara quasi esemplare, scaturita dalle esigenze e dall'adattamento ad un avversario che a Londra aveva subito una. rete. Ma con i «se» non si costruisce alcuna storia. Dunque torniamo alla realtà dei fatti. Ennesimo punto da analizzare è quel continuo sganciarsi in avanti di Young e di O'Leary, che ha costantemente tenuto all'erta Bettega, costringendolo a continui ripiegamenti in difesa ed obbligandolo a snaturare le proprie caratteristiche di giocatore rifinitore e finalizzatore. La Juventus ha perciò dato la sensazione di difendersi, ma non lo ha fatto per propria scelta, vi è stata costretta dall'avversario. 

E veniamo all'Arsenal, che merita tutto il rispetto. Squadra corta, che aggredisce, che raddoppia stupendamente le marcature come si usa nel basket, non concede respiro all'avversario. Quando la vedemmo all'opera contro il Tottenham, a Londra, nel recupero di una partita di campionato, dicemmo subito che per questi «gunners» i match duravano veramente 90 minuti. Lo confermarono con la Juventus all'Highbury, lo hanno ribadito ieri sera in questa seconda decisiva semifinale. La Juventus nell'impostazione dello schema è alquanto laboriosa e elaborata in questo periodo. Nell'aggressività continua dei vari Talbot, Price, Rice, O'Leary, Young e perfino di Stapleton e Sunderland ha trovato motivo per complicarsi la vita e non è riuscita ad imporre quel gioco offensivo che avrebbe voluto. Dunque una sorta di impotenza e non una mancanza di intenzioni ha bloccato i bianconeri. I quali hanno comunque offerto una prova agonisticamente valida, con Furino solito gigante (molti bianconeri dovrebbero prenderlo ad esempio, vero... Causio del 2° tempo?) e con Fanna (isolato obbligatoriamente in attacco) molto abile nell'inf astidire la difesa munitissima degli inglesi. La Juve è stata battuta da una grossa squadra. Lo vedremo nella finale di Bruxelles. Una squadra che attacca in nove e si difende in nove. I soli Stapleton e Sunderland, sembrano (diciamo sembrano) votati soltanto a compiti specifici, il resto si muove come una fisarmonica, che non stona mai nel suo discorso a tutto campo, e che ha ottenuto l'accesso alla finale con il classico colpo offensivo che la Juve aveva tanto temuto: un intervento di testa dopo traversone da fondo campo. 

Angelo Caroli
tratto da: La Stampa 24 aprile 1980




Come il Milan, l'Inter e il Perugia, anche la Juve è stata eliminata dai tornei europei '80 perdendo in casa dopo un promettente pareggio ottenuto in trasferta. Sembra che i club stranieri abbiano scoperto un nuovo modo di batterci
Mai profeti in patria

TORINO. Tesi numero uno: si è trattato di una beffa bella e buona. Lo sostiene il presidente Boniperti: 

"Non mi va di cedere ai sentimenti, ma quando è giusto è giusto: questa Juventus è stata soprattutto sfortunata e quindi va sostenuta sul piano morale. Si, i ragazzi hanno combattuto in maniera eccezionale, non hanno mai rinunciato alla lotta; essere castigati a quel modo va oltre la beffa. Diamogliene atto". 

Tesi numero due: più di così non si poteva fare; la illustra Trapattoni: 

«Sento parlare di tattica sbagliata. Contesto. La tattica significa commisurare le possibilità proprie a quelle dell'avversario. Questo lo abbiamo fatto prima ancora di andare a Londra. Infatti nei giorni precedenti avvertivo di non sentirci qualificati perché l'Arsenal poteva andare a segno anche fuori casa. Non è mia abitudine piangere, però con questa Juve non mi pare si potesse fare di più. Il discorso delle assenze non si può disconoscere». 

La terza tesi, quella delle assenze di Brio infortunato e Tardelli squalificato, è sbandierata da chi vuole cercare a tutti i costi i responsabili della sconfitta. Dicono: 

"Prandelli e Tavola mezzeali hanno mostrato nella prova più importante tutti i loro limiti, di non valere una Juventus, inesperti ed anche tecnicamente acerbi, con loro la squadra bianconera non si è sentita sicura delle proprie forze ed ha avuto paura di aggredire baldanzosamente gli inglesi». 

Quarta tesi, l'errore tattico. Ne hanno parlato soprattutto i giocatori dell'Arsenal e in specie Brady, che ha dichiarato dichiarato: 

«La nostra vittoria è meritata. La Juventus è stata troppo in difesa, ha giocato manifestamente per lo 0-0. Gli juventini hanno raccolto i frutti della loro tattica, gli andava bene il pareggio e perciò hanno cercato di addormentare il gioco. E dire che erano la squadra di casa!».

COME VINCERE?, Per la verità, nessun commentatore di parte italiana se l'è sentita di parlare di errori tattici. Tutti hanno discusso di una Juventus che avrebbe dovuto cercare con più determinazione il successo, ma nessuno è stato in grado di spiegare "come" e in che modo, considerata la serata degli juventini. Eppoi c'è un'ulteriore tesi, presa per assurdo, ma da non trascurare: cosa sarebbe successo se la Juve si fosse buttata a testa bassa contro gli avversari impostando la partita sulla velocità? Opinione unanime è che l'Arsenal non fosse una squadra temibile dal punto di vista tecnico, ma la lotta senza quartiere era stata scartata in partenza sia da Trapattoni, sia dai critici più attenti perché ritenuta «suicida». Ultima tesi (ma è più una cinica considerazione economica): la Juventus non ci ha rimesso nulla perché tutti gli incassi che poteva realizzare li ha realizzati (quasi un miliardo in totale) e in più ha... risparmiato i 5 milioni di premio per i giocatori in caso di qualificazione alla finale. E adesso verifichiamo tutte queste tesi.

INGLESI DA ZONA-CESARINI. Punto uno: la beffa, non c'è dubbio, c'è stata e cocente, soprattutto per quei settantamila tifosi che erano partiti da tutte le parti d'Italia per stringersi attorno a Madama. Punto due: la squadra che Trapattoni ha schierato non poteva dare di più: l'attenuante delle assenze è valida, come è giusta la tattica adottata dal Trap, Due considerazioni (che forse non sono fondamentali) hanno però dimenticato gli juventini. Innanzitutto, hanno creduto di avere in pugno la partita proprio nel momento in cui dovevano invece, temere di più l'Arsenal, che in patria si è costruito in questa stagione la fama di squadra da «zona-Cesarini». Prendete i risultati degli ultimi 20 giorni: 48 ore prima di affrontare la Juve a Londra, l'Arsenal aveva sconfitto il Tottenham per 2-1 con 2 reti segnate all'84' da Vaessen (entrato nella ripresa) e all'87' da Sunderland; contro i bianconeri arrivò l'autogol di Bettega all'85'; in Arsenal Liverpool, prima semifinale di Coppa d'Inghilterra finita 0-0, ai gunners andò male perché Talbot colpi una traversa all'86' (però ci provarono...); ancora Arsenal-Liverpool 1-1 di Coppa d'Inghilterra con Sunderland che fece 1'1-1 al 60', cioè nella parte finale della gara; due sabati fa, in campionato, il terzo scontro tra Arsenal e Liverpool si chiuse quando Talbot, al 78', segnò 1'1-1. Ultimo esempio, gli ottavi di Coppa delle Coppe: si gioca a Magdeburgo il ritorno fra i locali e l'Arsenal (che all'andata aveva vinto 2-1): segna Rice al 41' per gli inglesi, pareggia su rigore Streich per i tedeschi che, sino all'85', rincorrono la speranza di pareggiare il risultato dell'andata e andare cosi ai supplementari. E invece, all'85', è Brady a beffare il Magdeburgo che poi pareggerà inutilmente due minuti dopo. Tutte coincidenze? Non crediamo, perché il gol del "13 maledetto" Vaessen è giunto nel momento in cui la Juve stava giocando meglio e nei venti minuti precedenti aveva creato le uniche due palle gol dell'incontro prima con Bettega e poi con Tavola.

NON VINCIAMO IN CASA. Può sembrare assurdo, ma la Juventus ha voluto strafare cercando sino all'ultimo la vittoria proprio quando non doveva. Qualcuno a fine gara, fra i tifosi, invocava: 

«E la melina? Una volta eravamo dei maestri, adesso ce ne siamo dimenticati?». 

Già, la melina, una delle tante istituzioni del nostro calcio ormai caduta in disuso (e per fortuna anche se qualche volta ragioni superiori dovrebbero ammettere il... ripescaggio). Il fatto è che le nostre squadre, abbandonato nelle ultime stagioni lo schema tattico del catenaccio ad oltranza istituito da Milan e Inter Anni '60, stanno ancora cercando un altro modulo adatto ad affron-tare le Coppe. Non sono più forti in difesa, ma non hanno ancora imparato ad attaccare alla maniera di tedeschi e inglesi. Il risultato lo si è visto proprio in questa edizione delle Coppe: Milan, Inter, Perugia e Juventus sono state eliminate allo stesso modo, ottenendo preziosi pareggi in trasferta, ma facendosi beffa in casa. Il Milan, in Coppa dei Campioni, dopo lo 0-0 di Porto al primo turno è stato battuto a Milano per 0-1 (ricordate la papera di Albertosi?); l'Inter, al secondo turno dell'UEFA, dopo 1'1-1 strappato dai tedeschi perdendo per 2-3 a Milano nei supplementari; il Perugia, sempre al secondo turno UEFA, dopo l'1-1 con l'Aris a Salonicco venne travolta in casa per 0-3. Ultima della lista, la Juve, che ha così fallito un record nazionale: quello di essere l'unica squadra italiana a disputare le tre finali delle Coppe. D'altra parte, altri due primati dovevano crollare e riguardavano le sfide nei tornei internazionali fra i nostri club e quelli inglesi. Questi ultimi, in 7 incontri, non avevano mai vinto a Torino, mentre in genere, soltanto una volta un club italiano era stato battuto sul suo terreno da uno inglese (nel 1961 il Birmingham batté l'Inter 3-1 in Coppa Fiere). 

Luciano Pedrelli



Il giovane «gunner» ha visto nel sonno il suo gol alla Juve
Vaessen il sognatore

E A DUE MINUTI dalla fine è arrivato lui, Paul Vaessen, a distruggere le illusioni dei bianconeri. Con la sua bella "testolina" ricciuta da vero puttino inglese (ma è un oriundo perché suo nonno era olandese), ha mandato dietro alle spalle di Zoff quel pallone che non avrebbe mai dovuto entrare. Perdere l'accesso alla finalissima a due minuti dal termine dell'incontro è pura jella e il 13, numero della maglia del diciottenne Vaessen, si sa, porta male. Così è stato. Lui, però, il "famigerato" Paul non la pensa come noi: sprigiona felicità da tutti i pori. Alto come una pertica, non riesce a nascondere la sua emozione: è il suo momento di gloria e sa di essere riuscito a superare in bravura suo padre che giocò mediano nel Millwall e nel Gillingham squadre di divisioni inferiori. Tre anni fa lo scopri un talent scout dell'Arsenal quando «furoreggiava» fra i dilettanti del Villa Court una squadretta del sud-est di Londra. Adesso dice.

«Non sapevo neanche che avrei giocato, potete immaginarvi la mia gioia nel realizzare un gol così importante. Sono pazzo dalla contentezza». 

- Raccontaci la tua rete.

"Ho visto Rix portarsi all'ala per crossare e mi sono detto che, se volevo passare il turno, dovevo buttarmi nella mischia e sperare. Poi ho avvertito l'arrivo del pallone e sono saltato in aria. Quando ho guardato le facce sconsolate dei difensori juventini, ho capito che avevo segnato".

- Te lo aspettavi?

«Si, è incredibile, ma penso di avere capacità divinatorie. Pensate che martedì notte avevo sognato proprio di entrare in campo come sostituto e segnare un gol».

Lui la spiega così, ma forse quel sogno è venuto dalla sua voglia di cambiare qualcosa nella sua vita che lo costringe ancora a prendere la metropolitana per andare agli allenamenti all'Higbury. 

- Ricordi il giorno del tuo esordio in prima squadra?

"Erano i miei primi 90 minuti da titolare, nella partita per la coppa di lega contro il Brighton ed io addirittura segnai due delle sei reti con cui travolgemmo gli ospiti".

- Qual è il giocatore che ti ha più impressionato?

"Bettega, è fortissimo". 

- Progetti per il futuro?

"Diventare titolare e poter segnare tanti gol".

Grazia Buscaglia
tratto dal Guerin Sportivo anno 1979 nr.18


 


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La Stampa 24 aprile 1980

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La Stampa 24 aprile 1980

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La Stampa 24 aprile 1980

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La Stampa 24 aprile 1980

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